Addio a Janet Leigh

Su “gentile” segnalazione di  Renzo apprendo della scomparsa di Janet Leigh, l’attrice protagonista del montaggio più famoso del mondo, quello dell’omicidio sotto la doccia in Psyco di Afred Hitchcok.




Psycho


Jeannet Helen Morrison nasce a Merced, California il 6 luglio 1927, l’ingresso nel mondo dello spettacolo è del tutto fortuito: l’attrice Norma Shearer, in vacanza in una località sciistica, nota sul tavolo del signor Morrison la foto della bella figlia adolescente e la segnala a un talent scout della MGM che la mise sotto contratto.
Debutta ventenne ne La cavalcata del terrore accanto all’attore Van Johnson che le suggerisce il nome d’arte Janet Leigh; nel 1949 è nel cast della seconda versione di Piccole donne diretto da Mervyn LeRoy, con il ruolo di Meg.
Nel 1952 gira Scaramouche uno dei più celebri film di cappa e spada, l’anno dopo è la protagonista femminile de Lo sperone nudo,terzo dei dei famosi cinque western diretti da Anthony Mann e interpretati da James Stewart.
sempre del 1953 è la pellicola Il mago Houdini accanto al Tony Curtis sposato nel 1951: per lui era il primo matrimonio mentre per la 23enne Janet era già il terzo marito. Dal loro matrimonio che ha incarnato la bellezza hollywoodiana nascono le figlie Kelly e Jamie Lee Curtis.




Ilmagohoudini


Ad illuminare una carriera non memorabile arrivano due della cinematografia: oltre la collaborazione con Hitch, va ricordato il suo ruolo di moglie del mezzosange Vargas (Charlton Heston) ne L’infernale Quinlan girato da Orson Welles nel 1958.




Infernalequinlan


Altri ruoli importanti di quegli anni: il thriller Va’ e uccidi di John Frankenheimer nel 1962, il musical Bye Bye Birdie nel 1963 e il giallo Detective’s Story nel 1966 accanto a Paul Newman e Lauren Bacall.
Le apparizioni cinematografiche si diradano a favore dell’attività televisiva ma è indubbiamente da ricordare il ruolo in Fog di John Carpenter del 1980, dove passa alla figlia Jamie Lee lo scettro di “scream queen” la figura della bella ragazza urlante del genere horror di cui Janet Leigh fu emblema in Psycho.

Felice Giani

Molto interessante il ritorno a casa del
sansebastianase Felice Giani (1758- 1823): “il y a quelquechose” nel
tratto possente e nervoso del pittore neoclassico, tra l’altro
commissionato anche dalla famiglia Bonaparte!

Il fantasma

Ma perdindirindina! Che meraviglia l’Oratorio della Santissima
Trinita’ di San Sebastiano Curone: un piccolo scrigno barocco al cui
restauro andranno i proventi della mostra.

Io ho perso la testa per questa statua lignea di San Francesco da Paola.

Spider-Man 2

Entro subito in medias res e dico che a me, a differenza della maggioranza degli spettatori, il secondo episodio di Spiderman non è piaciuto per niente.
Cioè, si tratterebbe anche di un bel film d’azione dalle scene spettacolari, con un personaggio memorabile come Otto Octavius, scienziato geniale che vuole risolvere il problema energetico mondiale finendo vittima del suo sogno e della sua invenzione e che in un sforzo sovrumano sacrifica definitivamente se stesso per salvare il mondo: un personaggio degno della grande tradizione horror dei mostri dove il genio e’ vittima e carnefice al tempo stesso, ma purtroppo il protagonista è il supereroe “tentenna”, Spiderman interpretato dall’insignificante Tobey Maguire (nel primo episodio ho giustificato questa scelta per l’inespressività del suo volto adattissimo a recitare sotto ad una maschera).



Spiderman2

Il film gronda retorica e melassa in maniera irritante: quando la zia, traslocando dalla classica villetta in legno che esibisce la bandiera americana, attacca il pistolotto sulla necessita’ da parte del mondo di avere sempre e comunque degli eroi che sacrifichino se stessi per il bene della comunita’ ho raggiunto l’apice del disgusto e quando dopo aver salvato la metropolitana Spiderman stremato viene sollevato e fatto passare sopra la folla dalle mani dei passeggeri, sono stata urtata dal tono parodistico della ripresa che voleva certo avere una qualche sacralità, peccato che l’oggetto di venerazione indossasse lo
sgargiante costumino stretto al cavallo che neppure la rock star piu’ kitsch avrebbe mai ostentato!
Ma veniamo ora ad un’analisi del supereroe che Raimi ha portato sullo schermo: punto da un ragno geneticamente modificato (non ricordo se casualmente, ipotesi che aprirebbe uno sconfortante campo di discussione sulla fine della meritocrazia) l’insopportabile nerd Peter Parker improvvisamente riacquista una vista aquilina, acuisce i suoi riflessi e anche la sua struttura fisica ne esce con un certo guadagno, ma il nostro non riesce a conciliare le solite attivita’ di supereroe con la vita normale e per una serie di scrupoli che ci dobbiamo sorbire in ben due film rinuncia al ruolo di Spiderman badate bene! non ai superpoteri che, benché calino in ragione di quanto aumenti il suo stress, non gli vengono tolti: ora o si tratta di un buco di sceneggiatura o di un pessimo esempio di moralità.
Del resto questo Spiderman e’ vittima principalmente di scrupoli tipici di quest’epoca mediatica: non riesce ad accettare se stesso finché non riceve un’accettazione pubblica: all‘inizio di quest’ultimo episodio è ancora vittima della campagna nefasta scatenata contro di lui dal giornale per cui lavora lo stesso Parker, infatti viene considerato complice della rapina compiuta dal Dottor Octopussy, poi mentre salva la metropolitana perde (veramente si toglie) la maschera e c’è il riconoscimento, non solo della bontà del personaggio ma anche della sua identità, nel giro di poco la scopriranno anche la sua petulante fidanzata e tutti gli altri: sapere di essere un membro stimato della comunità ed essere riconosciuto come un supereroe, rende la vita improvvisamente piu’ piacevole, vero Mr. Parker?
Insomma io non sono mai stata una gran cultrice della letteratura dei supereroi, ma non ci vuole un genio per capire che gran parte del loro fascino sta nell’identità nascosta, nell’apparire fragili e nascondere un enorme potenziale, metafora del potenziale inespresso dell’umanità.
In ogni caso, quando l’amore trionfa e MaryJane, lasciato il promesso sposo all’altare decide di stare con Spiderman e mentre lui parte in missione contro il crimine lei lo saluta con un ”Vai Tigre” (!?!) per me si e’ chiusa definitivamente questa saga di Spiderman e me ne sono uscita senza attendere che scorressero tutti i titoli di coda.

Voyager: terribilis est trasmissio iste

La seconda serie della trasmissione dedicata dalla Rai al mistero, Voyager
e’ molto peggiorata rispetto allo scorso anno: piu’ spazio al
sensazionalismo e alle ipotesi piu’ alambiccate su argomenti che hanno
gia’ un loro fascino intrinseco senza il bisogno di aggiunte
artificiose.

Ieri gli argomenti trattati suscitavano il mio piu’vivo interesse: il mistero di Rennes le Chateau e il Necronomicon di H.P. Lovecraft.
Rennestmagdala Sul
villaggio dei Pirenei francesi non’ e’ stato aggiunto nulla di nuovo:
gli scavi sotto la Torre Magdala compiuti quest’anno non hanno rivelato
nessuna cassa nascosta e il segreto del parroco Berger Sauniere riposa
ancora nella sua tomba, quella si’ profanata.

Basta interessarsi un poco al caso di Rennes le Chateau per
trovare ridicole le affermazioni di Roberto Giacobbo quando sostiene
che gli scavi a Rennes sono interdetti dal 1965 “quindi pensate cosa
c’e’ qui sotto!”
’Na groviera c’e’ li sotto, caro Giacobbo!

Pensate che il caso di Rennes e’ esploso alla fine del XIX secolo,
quando il curato di questo sperduto paesino improvvisamente inizio’ a
maneggiare grandi quantita’ di denaro, ristrutturo’ la chiesa in
maniera poco ortodossa e Rennes divenne meta di occultisti di ogni
risma. Per oltre cinquant’anni qualsiasi tipo di avventuriero ha potuto
scavare indisturbato nel paese a ricerca di un tesoro o del Santo
Graal, mettendo in pericolo gli edifici e la sua stessa vita, mi sembra
che il divieto comunale fosse il provvedimento minimo!

Delusa dall’approccio verso il tema di Rennes,  sono stata costretta a sentire di quelle fesserie sul Necronomicon da invocare il risveglio dei Grandi Antichi e la loro  tremenda vendetta su Stefania La Fauci che ha curato il servizio!

Lasciando perdere le illazioni sull’esistenza dell’arabo pazzo
Abdul Alhazred che avrebbe scritto il piu’ terrificante dei libri
proibiti di cui ci parla Lovecraft, ho trovato veramente terribili le
note biografiche a proposito del Solitario di Providence.
H.P. Lovecraft e’ stato dipinto come persona molto sensibile, scrittore di un ciclo fantaorrorifico (Il mito di Cthulhu)
basato sui suoi sogni e siccome lo stesso autore si stupiva della sua
fervida vita onirica questo e’ bastato a promuovere la tesi che il
nostro fosse in contatto con entita’ aliene che gli raccontassero la
cosmogonia dei Grandi Antichi nei sogni!

Non una parola sulla solitaria vita, all’ombra della follia dei
genitori, di una madre che per un perverso istinto di protezione gli
impediva di uscire adducendo la sua orrida bruttezza come motivo
d’imbarazzo, la poverta’ e le fitte relazioni epistolari con i piu’
grandi scrittori del fantastico americano che si professano tutti suoi
allievi, tanto che un certo Robert Bloch, autore di un romanzetto da
nulla chiamato Psyco da cui tal Hitchcock trasse un omonimo
film, disse in occasione della morte di Lovecratf che sarebbe andato a
piedi fino a casa sua (dalla California a Providence) se solo avesse
saputo che era malato.

Tutto questo materiale, piu’ interessante di qualsiasi contatto
alieno e’ sparito nel nulla di fronte al piu’ becero sensazionalismo,
ma prima di farlo arrabbiare, ricordate che



Nella sua casa a R’lyeh

il morto Cthulhu

attende sognando

Cthulhu

Compleanni

Brigittebardot

Si festeggia il genetliaco di Brigitte Bardot, scandalosa star d’oltralpe; è piuttosto bizzarro osservare come due grandi dive dello star-system europeo quali la Loren e Brigitte siano nate nello stsso anno, il 1934, a una settimana di distanza l’una dall’altra: mentre la carriera della prima si basa sulla volonta’ ferrea e l’unione inossidabile con il marito-padre produttore, Brigitte Bardot ha dissipato il suo talento, se non altro la sua bellezza attraversando gli anni 50/70 con un’aura di candido scandalo: da leggere la sua biografia Mi chiamavano B.B. per scoprire gli amori folli, i dolorosi aborti, l’affermarsi dello spirito animalista molto prima che diventasse di moda, raccontati con uno stile disarmante.

E’ impressionate come due attrici coetanee rappresentino due stili di bellezza cosi’ diversi: quello di maggiorata ormai antiquato Sophia, la ragazza flessuosa e sbarazzina la Bardot, un’ideale di bellezza cosi’ contemporaneo che verrebbe da pensare che Brigitte Bardot appartenga ad un’epoca piu’ recente.

Oggi compirebbe 80 anni anche Marcello Mastoianni,  nessun  film  lo ricordera’ sui palinsesti delle tv generaliste.


Mm

Schultze vuole suonare il blues

Schultze vuole suonare il bluesSchultze Gets the Blues
Germania 2003
con Horst Krause, Harald Warmbrunn, Karl Fred Müller
Regia di Michael Schorr

Schultze, bonaccione e di poche parole, viene posto in
prepensionamento dalla miniera in cui lavorava, la sua vita ora
trascorre tra le bevute con gli amici e la filarmonica del paese, di
cui e’ maestro fisarmonicista, come fu il padre, con un repertorio a
disposizione composto prevalentemente da musica tradizionale tedesca a
base di polka.
Un giorno alla radio ascolta un brano di blues Zydeco e
improvvisamente inizia a suonare questo genere: ne e’ talmente
affascinato che quando sara’ scelto per andare a suonare in Texas nella
citta’ gemellata con il suo paese, iniziera’ un viaggio via fiume verso
le zone creole della Louisiana alla ricerca della sua nuova passione
musicale.

Film gradevole ma furbetto, costruito secondo gli assiomi del cinema nordico portato in auge dai fratelli Kaurismaki: dialoghi scarni, riprese fisse su esterni desolati contrapposti ad interni a tinte vivaci.
Il modello d’ispirazione vorrebbe essere Leningrad Cowboys go America, ma al regista Michael Shorr manca la gelida e folle ironia di Aki Kaurismaki.

Una nota geopolitica che mi ha incuriosito: nella sperduta
cittadina tedesca i mulini per la raccolta di energia eolica convivono
accanto a passaggi a livello manuali: in Italia questi sono automatici
da oltre un decennio (o forse due), ma di sistemi per raccogliere
energia alternativa neppure l’ombra.

Le chiavi di casa

Gianni parrebbe un uomo realizzato: un buon lavoro, una moglie e un figlio nato da poco, ma Gianni ha anche un altro figlio avuto quindici anni prima da una compagna morta durante il difficile parto che ha martoriato per sempre anche la salute del neonato, Paolo, il figlio che Gianni non ha mia voluto conoscere fino a quando si vede costretto ad accompagnarlo a Berlino per delle cure specialistiche.


Le chiavi di casa
Con questo film, Gianni Amelio sconfigge ancora una volta ogni pregiudizio di falso buonismo sul suo cinema e affronta con il pudore che gli e’ solito una storia difficile che sulla carta rischia di essere patetica, il regista non solo evita di scadere nel pietismo ma con il suo scabro studio, quasi entomologico, della quotidianita’ del dolore fa della storia di Gianni e Paolo una parabola della malattia in cui tutti noi possiamo riconoscerci: anche se non ci e’ capitata la sventura di dover assistere a una sofferenza cosi’ immensa da arrivare ad invocare la morte, tutti hanno versato quelle lacrime di rassegnazione e sconfitta di fronte a una realta’ che pensavano di poter sostenere.
LechiavidicasaCome ne Il ladro di bambini, il film e’ ambientato durante un viaggio in treno, mentre pero’ nel primo film la direzione era verso un luogo che avesse un calore familiare, ora il mezzo si muove verso una terra straniera, prima Berlino, poi la Norvegia, luoghi di cui nessuno dei due protagonisti conosce la lingua, a simboleggiare i balbettii di un rapporto che si deve costruire. Dei due protagonisti il piu’ debole sarebbe, a rigor di logica, il figlio, ma il cammino che il padre deve ancora fare nell’accettare il proprio dolore e’ molto piu’ complicato, anche il dolore passato: il racconto della drammatica nascita di Paolo e’ uno tra i momenti piu’ intensi della pellicola.
Ottima l’interpretazione del cast, soprattutto quella di Charlotte Rampling che ha un ruolo direi di guida nella discesa nell’inferno della sofferenza, padrona di una serenita’ non scevra di terribili angosce.
Una particolarita’: il libro che il personaggio interpretato dalla Rampling legge, Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, e’ quello da cui Amelio ha tratto la sceneggiatura di questo film.

Italia70: il cinema a mano armata

Il documentario e’ stato la punta di diamante della serata conclusiva del  festival  cinematografico di Gavi,
di cui e’ stato protagonista l’immarcescibile Claudio G. Fava con il
suo spirito caustico; anche Ottavia Piccolo, che nel corso della serata
ha ritirato un premio si e’ dimostrata persona squisita ed ironica.

CabiriaDa sottolineare come, con la donazione da parte dell’associazione
Museo Nazionale del Cinema di uno spartito originale delle musiche di Cabiria, composte da Manlio Mazza contenenti la Sinfonia del fuoco
di Ildebrando Pizzetti, il Museo del Cinema di Torino sia in possesso
di tutto il materiale concernente l’opera di Pastrone, dato che
recentemente ha acquisito anche l’eredita’ di casa Pastrone, scoprendo
materiali inediti sul film che rivoluziono’ la cinematografia mondiale
(ispiro’ D.W. Griffith per Intolerance): di queste scoperte il
direttore Barbera non ha voluto parlare ma il Museo sta lavorando
perche’ tutto possa essere pronto per creare uno degli eventi di Torino
2006.

Veniamo finalmente al documentario, che sara’ in rotazione su Sky
tutto il mese di ottobre, ad apertura di un ciclo sul genere
“poliziottesco” italiano.

Italia70Protagonista e’ Umberto Lenzi, maestro indiscusso dell’epoca che
racconta genesi e sviluppi del filone, recandosi anche sui luoghi che
trent’anni fa fecero da set ai suoi film.
Altri interventi importanti sono quelli di Enzo Castellari, noto
regista dell’epoca, di Ray Lovelock, attore oggi riciclato dalle
fiction ma che esordi’ in questi film, degli attori americani John
Saxon e Henry Silva che nei polizieschi italiani ebbero spesso ruoli da
antagonista per garantire la vendita sul mercato americano. Guest star
e’ Quentin Tarantino che spiega l’importanza che questi film ebbero
nella sua formazione.

Molto interessante e’ capire come nasce il genere: gli anni ‘70 sono
compresi tra la strage di Piazza Fontana e l’omicidio di Aldo Moro,
anni che videro il sorgere della lotta armata all’interno del Paese,
dove rapine e omicidi erano all’ordine del giorno e il cinema non fece
altro che ispirarisi a questa tragica realta’, questa genesi mi ricorda
quella del cinema horror americano che trovava le sue motivazioni piu’
profonde nella violenza della guerra del Vietnam come racconta il
documentario American Nightmare

La spericolatezza delle riprese, fatte di inseguimenti in mezzo
alle citta’, scene pericolose senza cascatori, di piccole bruciature
dovute alle cariche che simulavano le esplosioni di colpi di pistola,
ricorda invece gli action movie di Hong Kong, come sono raccontati
nella biografia di John Woo dove spesso la paura degli attori non era
solo simulata ma vissuta in prima persona.

Un documentario interessante, da non perdere che permette di conoscere meglio un filone del cinema italiano finora dimenticato.