Carnivale, la prima serie

Carnivale

Non poteva che terminare a ridosso de “el dia de los muertos”, questa prima serie che lascia tanti interrogativi in sospeso: si chiarisce solamente chi, tra Padre Justin e Ben Hawkins e’ il prescelto dalle forze del bene e chi da quelle del male, schieramento gia’ prevedibile (o auspicabile?) dall’inizio del serial ma nuove forse entrano in gioco: chi e’ l’enigmatica Direzione? E Sophie? sara’ veramente quello che lascia intendere la confessione di sua madre Apollonia a Lodz?
Carnivale si e’ rivelato un serial molto interessante, poco affine a Twin Peaks: credo che il paragone fosse stato tirato in ballo soprattutto per il fatto che tra i protagonisti c’e’ Michael J. Anderson, il nano di Twin Peaks che qui offre una bella interpretazione nel ruolo di Samson.

Piu’ che sugli aspetti fantastici della vicenda, si punta sulla suspence e sull’ampio respiro descrittivo della desolazione della Depressione, dei dodici episodi trasmessi quello che mi e’ piaciuto di piu’ e’ Babylon, con la terribile fine che aspetta Dora Mae nell’angosciante citta’ fantasma.
BabilonNon vedo l’ ora che arrivi in Italia la seconda serie e gia’ vengo delusa dalla notizia che la HBO ha recentemente deciso di non produrre la terza stagione, chiusura pare, non motivata solamente dai bassi ritorni economici, e a ben pensarci le immagini di nudi integrali e comportamenti non proprio moralistici descritti dal telefilm hanno ben poco a che fare con l’austera (integralista?) immagine neocon che ultimamente ci arriva dall’altra sponda dell’Atlantico.

Old Boy

Oh dae-su si ritrova improvvisamente imprigionato in una stanza, senza sapere come e’ arrivato li’ e chi ce l’ha portato. In quel monolocale, con la sola compagnia della televisione, dalla quale apprende l’omicidio della moglie di cui e’ l’unico sospettato, l’uomo resta quindici anni, trascorsi i quali viene liberato senza apparente motivo. Come si era ripromesso, Oh dae-su si mette sulle tracce del suo aguzzino per vendicarsi, ma il gioco e’ appena iniziato…


Oldboy


Ispirato all’omonimo manga giapponese e secondo capitolo della trilogia sulla vendetta (il primo capitolo e’ Simpathy for Mr. Vengeange mai uscito nelle sale italiane ma di prossima distribuzione in DVD), il film di Chan-wook Park lascia un segno profondo nella memoria degli spettatori non tanto per la stilizzazione della violenza, tratto tipico del cinema orientale, ma per la perfetta costruzione delle immagini, estremamente raffinate e profondamente simboliche.
Emblemi dell’interessante miscela tra cinema popolare e referenti artistici che caratterizzano la pellicola sono principalmente due scene: il piano sequenza della battaglia contro una trentina di scagnozzi in un corridoio, costruito come un videogioco, con la macchina che si muove solo lateralmente in uno spazio bidimensionale e la scena sulle scale del liceo il cui montaggio delirante richiama Escher.
E sul paradosso escheriano e’ costruito tutto il film con il suo doppio inizio: il film si apre con il protagonista che tiene per la cravatta un aspirante suicida che gli chiede chi egli sia e a quel punto Oh dae-su inizia a raccontare la sua storia, dalla forzata prigionia fino alla recente liberazione, dopo questa contorsione temporale la vicenda sembra prendere un andamento lineare fino al disvelamento del giallo dove il presente subisce una sovrapposizione con il passato dopo di che si torna ad un’aspirante suicida trattenuta sull’orlo del baratro con la medesima costruzione della scena iniziale.
Specularita’ e dicotomie caratterizzano il film non solo sul piano temporale: mentre il titolo stesso e’ una contraddizione in termini, le scene allo specchio sono numerose e ad un certo punto il confronto tra il protagonista e il suo persecutore e’ ripreso direttamente dallo specchio con gli attori che parlano in macchina e lo spettatore diventa speculare alla scena stessa.
Old Boy restera’ probabilmente una delle vette piu’ alte del cinema sudcoreano ed in quest’ottica e’ interessante vedere come le tematiche sviluppate da Chan-wook Park siano tipicamente occidentali: Il conte di Montecristo e’ espressamente citato ed Edmond Dantes fu imprigionato senza saperne il motivo ben prima che Kakfa affrontasse il tema e piu’ di una battuta rimanda a Il ritratto di Dorian Gray (la stessa risoluzione finale con l’ipnosi) inoltre c’e’ una rilettura della mitologia greca non solo attraverso la figura di Edipo ma anche la scena in cui Oh dae-su mangia il polipo vivo e cade svenuto con i tentacoli che si agitano serpentini dalla sua bocca impressiona soprattutto per il valore demoniaco dell’immagine, mentre l’allucinazione delle formiche e’ di chiara derivazione bunueliana (Un chien andalou )
Questo incrocio di stili e culture sta a significare che a contare non sono tanto le scuole o le correnti cinematografiche, ma l’ottimo cinema tout court, percio’ risultera’ totalmente superfluo l’inevitabile remake made in USA.

Henry Fonda

Hfonda

Il 16 maggio 1905 a Grand Island, in Nebraska nasceva Henry Fonda, padre dell’ultima grande dinastia di attori di Hollywood: recitano infatti i figli Jane e Peter e la figlia di quest’ultimo Bridget.
Henry Fonda esordisce nel cinema nei primi anni ‘30 e nel 1938 e’ coprotagonista assieme a Bette Davis de La figlia del vento (Jezebel) capolavoro melo’ che doveva essere la risposta della Warner a Via col vento, il film e’ passato alla storia per l’abito rosso che come ebbe a dire Truffaut e’ il vestito piu’ rosso della storia del cinema, benche ‘ il film sia girato in biancoenero (ma in tv passa solo la versione colorizzata!)


L’anno successivo inizia la collaborazione con John Ford ed e’ tempo di capolavori come Furore (1940). Dopo Il massacro di Fort Apache del 1948, Fonda decide di ritirarsi dalle scene , ma ritorna sul grande schermo nel 1955, sempre per la regia di Ford.
Nel 1956 e’ il protagonista ingiustamente scambiato per il colpevole ne Il Ladro di Hitchcock e l’anno successivo produce ed interpreta magistralmente il giurato poco convinto della colpevolezza di un ragazzo nell’incisivo La parola ai giurati, stringato apologo sulla giustizia americana firmato da Sidney Lumet.
Henry Fonda ha condiviso con Jimmy Stewart il prototipo del brav’uomo, dell’americano medio, ma nelle sue interpretazioni c’e’ sempre stata una sottile vena di inquietudine che esplode nel 1968 in C’era una volta il west di Sergio Leone, dove l’attore da vita a Frank, un personaggio crudele, in grado di uccidere un bambino a sangue freddo solo perche’ ha sentito pronunciare il suo nome.


Fondaceraunavoltailwest

L’ultimo film interpretato sara’ quello che gli varra’ l’Oscar, si tratta di Sul lago dorato (Mark Rydell, 1981) dove recita accanto a Katharine Hepburn, anche a lei premiata come migliore attrice.
Henry Fonda si spegne il 12 agosto 1982 a Los Angeles .

Le crociate

Lecrociate Il personaggio piu’ interessante del filmone di Ridley Scott e’ Baldovino IV detto il Lebbroso anche se a vederlo non sembra, conciato com’e’ a meta’ tra Belfagor ed un pupo siciliano ma la sua proposta di far secco il cattivo di turno e salvaguardare la fragile pace che regna a Gerusalemme getta inquietanti domande sulla politica, sul coraggio (o dovere? oppure chissa’!) di sporcarsi le mani per il bene del popolo… ma Orlandino Bloom deve fare il puro e duro e la guerra scoppia inesorabile e l’unica domanda che ti poni per la restante ora e qualchecosa e’: ma a ‘sto ragazzo prima o poi un film in abiti normali glielo faranno girare?

Recensione pubblicata su ImpattoSonoro

Le-crociateTitolo originale: Kingdom of Heaven
Nazione: U.S.A., Spagna, Regno Unito
Anno: 2005
Genere: Drammatico, Guerra, Storico
Durata: 145′
Regia: Ridley Scott
Cast: Jeremy Irons, Eva Green, Brendan Gleeson, Liam Neeson, Orlando Bloom
Produzione: 20th Century Fox, Scott Free Productions, Kanzaman S.A.
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: 06 Maggio 2005 (cinema)

Baliano e’ il maniscalco di un paesino francese, gli e’ appena morto il figlioletto e la moglie si e’ suicidata per il dolore quando Goffredo di Ibelin, un cavaliere crociato di ritorno dalla Terra Santa gli si presenta dicendo di essere suo padre e lo invita a seguirlo a Gerusalemme dove regna un fragile tregua tra il re cristiano Baldovino ed il Saladino, tregua minata dagli animi esaltati di religiosi (di entrambe le confessioni) che inneggiano alla guerra santa..

Il film di Ridley Scott fallisce il tentativo del blockbuster d’autore che vuole coniugare l’apologo politico con la grande produzione d’avventura.
Ponendo l’azione in un periodo storico ben preciso, gli ultimi anni del regno di Baldovino IV detto il Lebbroso, quando Gerusalemme era davvero un crocevia di popoli e religioni, il regista racconta una storia che si riferisce chiaramente all’attuale situazione politica nel Medio Oriente, mail messaggio di pacifismo che egli propone sconfina nel qualunquismo: se c’e’ rivalutazione della figura del Feroce Saladino, mostrato come un uomo giusto, disposto alla trattativa e alla convivenza pacifica con i cristiani, che tenta in tutti i modi di evitare la guerra nonostante le pressioni dei fondamentalisti, avviene con l’acquiescenza tipica di Hollywood, gia’ dimostrata in passato nel rivalutare le tribu’ indiane ed infatti la metafora politica e’ svolta tutta all’interno della corte cristiana del regno di Gerusalemme.
Guido da Lusignano, marito della sorella del re, Sybilla, e ‘ un templare esaltato che con la scusa della guerra santa vuole solo impossessarsi delle ricchezze d’Oriente.
Il re Baldovino incarna l’ambiguita’ della politica: il giovane sovrano e’ colpito dalla lebbra e per questo motivo non puo’ mostrarsi in pubblico senza una maschera. Pur essendo un monarca giusto e mite (o forse proprio per questo motivo), egli sarebbe disposto a sporcarsi le mani del sangue di Guido per garantire cosi’ una pace duratura con i saraceni.
Per Scott, il potere, anche quando e’ animato dai migliori intenti, agisce nell’ombra (la maschera) e corrode chi lo detiene: quando alla morte di Baldovino la sorella gli togliera’ la maschera vedra’ solo un ghigno putrescente, lo stesso che vedra’ riflesso in uno specchio al posto del suo volto quando tocchera’ a lei governare.
A Baldovino, piu’ che al corrotto Guido, si contrappone Baliano, il classico eroe per caso, retto e fortunato, prototipo dell’uomo americano cinematografico: il padre prima di morire gli descrive Gerusalemme come un nuovo mondo dove non importa la nobilta’ del sangue ma quella che si dimostra col proprio valore, ennesima metafora neppure tanto nascosta di quei valori che hanno reso grandi gli Stati Uniti; egli rifiuta l’intrigo di Baldovino che l’avrebbe designato come successore e col suo ingegno e il suo impegno riesce a salvare il popolo di Gerusalemme dalla furia saracena.
Nonostante la grandiosa fotografia, sul piano dell’intrattenimento le battaglie che punteggiano il film non sono eccelse, per colpa degli effetti digitali scelti: le scene in primo piano sono estremamente accelerate e non riescono a dare all’occhio l’illusione di un movimento fluido percio’ la continua spezzettatura dell’immagine rende la visione molto confusa, inoltre Ridley Scott non si dilletta mai in ampi combattimenti, preferisce insistere sui primi piani di Baliano.
Il cast e’ stellare: dietro la maschera di Baldovino si cela addirittura Ed Norton di cui riusciamo solo a scorgere gli occhi; ma la rivelazione del film e’ Eva Green, la giovane attrice francese lanciata da Bertolucci in The dreamers, piu’ che la caratterizzazione dell’ambigua Sybilla, colpisce la sua presenza scenica notevole che va oltre la sua innegabile bellezza e i suoi occhi bistrati sono degni di una diva del muto.

Auguri a Mario Monicelli

Monicelli

90 anni fa a Viareggio nasceva Mario Monicelli, padre fondatore della commedia all’italiana. Il Capo dell Stato si e’ ricordato di fargli gli auguri, la tv pubblica italiana no: nessuna restrospettiva per il grande maestro del cinema, forse si tratta di un misunderstanding con quelli di FuoriOrario: Monicelli dovrebbe rientrare nella loro area protetta dato che vedere in televisione La grande guerra e’ improbabile quanto vedere un film di Sergej Paradzanov?

L’uomo perfetto

Luomoperfetto

Lucia e’ da sempre innamorata di Paolo, quando questi decide di sposarsi con Maria, la sua migliore amica, affitta un attore perche’ si finga l’uomo dei sogni di Maria..




Ispirandosi ad una commedia spagnola, Marco Ponti e Lucia Moisio hanno scritto una commedia molto godibile, senza grossi colpi di scena nella trama, che pero’ riesce a stupire per la freschezza e la perfezione dei tempi comici.
Pur senza graffiare Lucini, gia’ regista di tre metri sopra il cielo, lascia serpeggiare una sottile inquietudine nei tic e nelle manie dei trentenni d’oggi: l’ossessione per il lavoro, lo snobismo per mode e luoghi ma soprattutto la paura della solitudine e l’abitudine.
Finalmente il cinema italiano sembra essere definitivamente uscito dalla morsa minimalista che lo attanagliava nel decennio scorso: all’ottimo il quartetto degli attori protagonisti, si aggiunge una serie di esilaranti personaggi minori altrettanto bravi. Estremamente curate anche l’ambientazione e la fotografia che sa piegare Milano alle proprie esigenze: scorci di grattacieli in vetro quasi newyorkesi per introdurre l’ambiente lavorativo, tristi incroci grigi di smog e nebbia fanno da contrappunto alla malinconia amorosa di Lucia, locali alla moda, la Scala e il book shop della Triennale sono la cornice ai giochi d’amore il cui romanticismo e’ sottolineato dai navigli e dal verde del parco.

Orgoglio nerazzurro

Prevengo la battuta classica che sicuramente mi trovero’ nei commenti e mi dico certa, io per prima, che la partita, se mai avverra’, finira’ con un pareggio, ma volete mettere l’orgoglio di tifare per la prima squadra italiana invitata a giocare con la nazionale di calcio zapatista direttamente dal Subcomandante Marcos?
Piacevolissimo scoprire anche che Moratti i soldi non li spende solo per la campagna acquisti, ma che l’Inter e’ impegnata in operazioni di cooperazione umanitaria in Chiapas!
Quanto la notizia “roda” agli infidi cugini si puo’ notare dal diverso taglio con cui riportano la notizia Il Corriere della Sera ed il TGcom

Tabu’

Friedrich Wilhelm Murnau – Robert J. Flaherty, USA 1931, 75′

Sull’isola di Bora-Bora nasce l’amore tra la bella Reri e Matahi, quando la ragazza viene scelta dalla divinita’ come vergine sacra. Il giovane la rapisce infrangendo il tabu’ ma il destino sara’ ineluttabile.

Tabu L’opera nasce dalla collaborazione tra Murnau e Robert Flaherty che si unirono in quest’impresa per sfuggire alle logiche ferree dell’industria hollywoodiana, ma ben presto le opposte concezioni cinematografiche dei due portarono alla rottura e all’allontanamento di Flaherty dal set, ragione per cui il film, nel suo procedere rispecchia sempre piu’ la teoretica di Murnau, ribadendo l’impossibilita’ da parte dell’uomo di raggiungere la felicita’, come gia’ espresso nei precedenti capolavori Nosferatu e Aurora.
Questa volta non e’ piu’ la civilta’ a tentare il cuore ingenuo dell’uomo di campagna: anche nella natura piu’ paradisiaca ed incontaminata dei mari del sud, il male aleggia sul tentativo dell’uomo di realizzare i suoi sogni, incarnandosi nel potere della superstizione che portera’ alla morte i due infelici amanti.
Hitu, il grande sacerdote che perseguita la coppia fuggitiva per ristabilire la legge atavica non e’ che un’ altra declinazione del male incarnata da Nosferatu e la sua ombra campeggia sulle pareti della capanna dei due giovani come quella del principe delle tenebre si rifletteva sui muri di Brema.
Anche in questa sua ultima pellicola, (Murnau morira’ in un incidente stradale alla vigilia della prima del film) il regista tedesco si conferma maestro indiscusso dell’espressionismo: in particolare la battaglia con lo squalo e la morte di Matahi inseguendo la barca di Hitu, esercitano ancora oggi una potente scossa emotiva sullo spettatore.

La donna fantasma

In concomitanza con Il salone del libro di Torino dove quest’anno ho preso definitivamente coscienza del carovita andando a sbattere contro il prezzo esorbitante dei libri, mi dilettero’ nel parlare di un libro, cosa che faccio molto raramente benche’ io sia una lettrice onnivora.
PhantomLady
Si tratta di un giallo di Cornell Woolrich, padre del genere noir e autore di opere che spesso sono state adattate per il grande schermo come La finestra sul cortile o La mia droga si chiama Julie diretto da Truffaut, come pure La sposa in nero alla cui trama si ispira vagamente anche Kill Bill.
Anche La donna fantasma e’ stato portato sul grande schermo nel 1944 da Robert Siodmak.
La trama racconta di un uomo, Scott Henderson, che una notte, rientrato a casa, trova ad attenderlo la polizia: nelle ore in cui lui e’ stato fuori la moglie e’ stata strangolata con una delle sue cravatte. Per dimostrare la sua innocenza Henderson dovra’ ritrovare la compagna occasionale con cui aveva trascorso la serata ma la donna sembra essersi volatilizzata, nonostante gli sforzi per ritrovarla compiuti dalla giovane amante di Scott per la quale lui voleva lasciare la moglie e dal suo migliore amico appositamente tornato dal Sud America per tentare di salvarlo. Con un bellissimo cambio di prospettiva finale, l’assassino si rivelera’ esser sempre stato li’ davanti agli occhi del lettore che, talmente partecipe delle sventure del povero Henderson, scandite dal conto alla rovescia dei giorni che mancano all’esecuzione, si sara’ limitato a guardare il dito che indica, anziche’ la luna.
In questo volume Woolrich dimostra di avere un concetto molto particolare della casa: non il luogo dove rifugiarsi dai pericoli del mondo, ma il posto dove queste minacce si concretizzano in omicidi brutali, mentre gli esterni notturni di una grande metropoli come New York diventano un luogo relativamente tranquillo dove una fanciulla puo’ pedinare silenziosamente ma in maniera manifesta un personaggio un po’ losco, trasformandosi in un angelo ammonitore che scuote la sua coscienza.
Qualche parola merita anche la particolare edizione che ho letto, si tratta della collana de I classici del giallo illustrati della Mondadori.
A parte le illustrazioni che sono fotogrammi di film tratti dalle opere di Woolrich, in particolare del film tratto da questo volume, o foto della New York anni ‘40, il libro e’ commentato quasi ad ogni pie’ pagina da autori come Fruttero&Lucentini, Andrea Pinketts, Stefano Bartezzaghi ed altri.
Talvolta queste annotazioni riguardano lo stile di Woolrich ma il piu’ delle volte prendono spunto da episodi marginali del testo per divagazioni molto personali, trattandosi di un giallo dove la suspence e’ tutto ho trovato un po’ irritanti queste note: facendo un parallelo televisivo mi pareva di leggere un libro interrotto da continui spot pubblicitari.