Gli impressionisti e la neve

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Ultima settimana per poter vedere alla Promotrice delle Belle Arti di Torino la mostra Gli impressionisti e la neve. La Francia e l’Europa: interessante per il grande valore delle opere di artisti di sicuro richiamo, presenta anche delle ghiotte curiosita’ come i quadri che Gauguin dedica un tema cosi’ lontano da quello che lo rendera’ famoso, e una panoramica sull’ impressionismo dei Paesi dell’Est, corrente a lungo dimenticata per l’ostracismo dei regimi comunisti.



Pissarro


Apparentemente monotona : circa 150 opere dedicate ad un unico tema, la mostra e’ imprenscindibile per coloro che amano questo elemento e non lo vedono solo come un inconveniente al banale trantran quotidiano o un’anomalia dai risvolti catastrofici che riempie i telegiornali: il fascino dell’esposizione sta piu’ nell’impressione che puo’ suscitare nell’animo che nel valore artistico delle opere.



Hans Olde Red House in the Snow 1893


Personalmente sono stata riportata all’eta’ mitica dell’infanzia ritrovando le grandi “cavalle di neve” tra le quali giocavo da bambina nella Casa rossa nella neve di Hans Olde e Febbraio Atmosfera inizio primavera di Emil Jacob Shindler ha la stessa atmosfera che ancora oggi posso ritrovare lungo le rogge.



Emil-Jacob-Schindler-February-Atmosphere-Early-Spring-in-the-Vienna-Woods

BlaBlaBla

Quando si avvista un programma comico che non sia dominato da quelli di Zelig o dalla Gialappa, ne’ abbia il loro stile, sarebbe il caso di segnalarlo al WWF! Uno di questi e’ iniziato lunedi’ scorso su RAI2, si tratta di Blablabla, ideato da Marco Giusti per la conduzione di Lillo e Greg ripropone gran parte del cast di Stracult, il programma, sempre di Giusti, trasmesso la scorsa stagione televisiva. Ad esser presi di mira sono talkshow e vezzi (meglio vizi!) televisivi e il sottobosco cinematografico: esemplare lo sketch con l’inviato con cui ci sono problemi audio e e tutto il servizio si brucia nel tentativo di stabilire se ci si sente, ma la vera chicca sono le clip del film “per gggiovani con tematiche gggiovani” prodotto da Domenico Broccacci intitolato L’educazione sentimentale del giovane Silvio dove un impagabile Max Tortora fa il verso a Silvio Muccino.
Torna stasera su Rai2 alle ore 24.00, se vi capita buttateci un’occhio.

Pre-visioni

Ilvillinoincantato jpg

Domani sera FuoriOrario trasmetterà Il Villino incantato melodramma fantastico di John Cromwell del 1945 con Robert Young, Dorothy McGuire, Herbert Marshall.
Narra la storia di una ragazza bruttina e di un reduce di guerra sfigurato che si innamorano grazie all’aiuto di un pianista cieco. Superati dubbi e titubanze l’amore permette di vedere l’amato in tutta la sua intrinseca bellezza.
Si tratta di un film poco conosciuto e sicuramente non perfetto, ma che personalmente giudico degno di stare accanto a opere del calibro di Il ritratto di Jeannie di William Dieterle e Il fanstama e la signora Muir di Joseph Mankievicz, capolavori del genere fantastico che meriterebbero una ripassatina da parte delle nuove leve hollywoodiane: opere come The jacket assumerebbero tutto un altro spessore.

Neve Rossa

On Dangerous Ground
USA 1951 RKO
con Robert Ryan, Ida Lupino, Ward Bond, Charles Kemper, Anthony Ross, Ed Begley
regia di Nicholas Ray


On Dangerous Ground

 

Jim Wilson e’ un poliziotto che la solitudine ha abbrutito, dopo l’ennesimo violento pestaggio di un delinquente viene inviato fuori citta’, in un paesino di montagna dove e’ stata uccisa una ragazza. Nel corso delle indagini conosce Mary, la sorella dello squilibrato autore del delitto…



Neverossa

Lo stesso Ray riconosce che quest’opera fu un’occasione mancata, anche se alcune intuizioni sono geniali.
Il biancoenero della pellicola viene esaltato dal contrasto tra bianco e nero della fotografia: il nero della notte metropolitana punteggiata dal lucore delle insegne si contrappone al bianco delle distese nevose su cui si muovono le figure nere dei personaggi, spesso ripresi in controluce.
L’inseguimento del delinquente nei vicoli ricorda le famose riprese cittadine di Griffith in The musketeer of Pig Alley a cui Ray unisce un uso molto concitato della macchina da presa che anticipa di decenni l’effetto della steadycam.
Se nella prima parte il film e’ un tipico noir, nella seconda lascia spazio al melodramma caratterizzato da continui slittamenti di prospettiva, ce lo conferma l’entrata in scena di Mary (interpretata da Ida Lupino): la ragazza e’ cieca ma il suo personaggio viene presentato attraverso due soggettive: Jim e il padre della ragazza uccisa bussano alla sua porta che si apre e noi crediamo che il dialogo di presentazione avvenga come lo vede Mary ed anche il controcampo successivo, dalla porta all’interno della casa mentre i due entrano, ci illude ancora di seguire lo sguardo di Mary.
Il personaggio di Danny, l’assassino, presenza inquietante ma incorporea della parte centrale del film, entra in scena con un dialogo con la sorella che cerca di convincerlo a costituirsi: Ray ci mostra solo il suo corpo, mai il suo viso che verra’ mostrato sono nello scontro fisico con Jim, poco prima che l’intervento del padre della ragazza che ha ucciso ne causi accidentalmente la morte, quest’ultimo ne vedra’ il volto solo dopo l’incidente scoprendo che si tratta di un ragazzo e nella figura del giovane disturbato possiamo riconoscere un perdente, uno dei losers tanto cari alla poetica di Nicholas Ray.

Sword in the moon

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Quando nei sacri testi (dal Mereghetti in su) a proposito di un film si accenna all’ambiguita’ sessuale della storia io trasecolo quasi sempre perche’ difficilmente la raccolgo. Stavolta invece credo di esser l’unica ad aver notato un rapporto piu’ che amicale tra i due protagonisti, siccome dubito che alla mia veneranda eta’ io possa improvvisamente avere di codeste intuizioni, temo che sia stata la noia ad accendere la mia fantasia.

Corea: un nuovo sovrano siede sul trono grazie ad un colpo di stato a cui e’ seguita una sanguinosa epurazione. Dopo cinque anni misteriose morti vengono a punire i ministri del nuovo regno, chi sara’ il vendicativo assassino che si muove come un fantasma? Gyu-yeop, capo delle guardie reali sospetta che sia Ji-hwan, suo fedele amico ai tempi dell’accademia militare che credeva ormai morto…

Dopo gli esercizi calligrafici di Zhang Yimou (Hero e La foresta dei pugnali volanti) arriva dalla Corea del Sud questa pellicola dalla fotografia un po’ sgranata che sembra riportarci ai film di kung-fu degli anni ’70.
Come nei film del regista cinese, non mancano momenti di pura poesia, complice una natura superba e una notevole costruzione delle immagini unita alla ricchezza dei costumi, ma i duelli stilizzati in acrobatiche danze, caratteristica della scuola cinese, tornano ad essere realisticamente violenti e sanguigni e non ci vengono lesinati i risultati di questi scontri: teste mozzate e budella in evidenza; purtroppo il lato gore della wuxia non basta a dare spessore a quest’opera che dopo un inizio interessante sui toni del giallo e del mistero si perde nella rievocazione del rapporto di amicizia tra i due vecchi compagni d’arme. Lo scontro tra i due uomini che legati da una profonda amicizia vengono posti dal destino su posizioni contrastanti, avrebbe dovuto essere il tema centrale del film, ispirato alle vicende del colpo di stato realmente avvenuto in Corea nel XVIII secolo, ma se il personaggio di Ji-hwan e’ perfettamente disegnato nella lealta’ ai “vecchi tempi” che lo porta a perseguire i propri ideali fino alla morte, molto piu’ ambigua risulta la figura di Gyu-yeop, costretto da un ricatto a prestare fedelta’ al nuovo sovrano, che pero’ non tradisce al ritorno del vecchio amico; la chiave di lettura potrebbe trovarsi nella sottile ambiguita’ sessuale che permea la vicenda: c’e’ un triangolo amoroso il cui vertice risulta essere Ji-hwan, amato sia dal compagno d’armi che dalla bella figlia del generale che diventera’ la sua complice.
La tensione narrativa, inoltre, si stempera in lungaggini stilistiche, che forse possono parere eccessive solo al pubblico occidentale, di certo il finale aperto, che lascia intuire, ma non mostra l’epilogo della vicenda e’ universalmente insoddisfacente.

Report

Report

La nuova serie del programma torna alla formula dei lontani esordi in seconda serata: il confronto tra i modelli comportamentali italiani con quelli quelli delle altre nazioni. Milena Gabanelli ora indaga le differenze tra l’Italia e gli Stati Uniti e il primo tema affrontato e’ stato quello della giustizia, dal furto della bicicletta alla pena capitale.
Il nostro paese ne esce piuttosto malconcio, con un’impunibilita’ che regna sovrana a tutti i livelli. Certo il modello giudiziario americano non e’ sempre un fulgido esempio: pena di morte a parte anche i risvolti del caso sul cromo esavalente che rese celebre (e ricca! ) Erin Brockovich mostrano dei lati piuttosto inquietanti: il denaro ha ripulito la coscienza della fabbrica inquinante ma non i terreni inquinati, allo studio legale sono andati quasi la meta’ del profitto e le vittime dopo 9 anni hanno gia’ speso tutto il loro risarcimento in tasse e spese mediche. Forse non sempre l’intervento rapido della giustizia paga, anche se la vittima preferisce che le sia riconosciuto lo status di danneggiata piuttosto che un equo risarcimento.
In Italia non c’e’ niente di equo, ingolfata da leggi e leggine, con i termini di scadenza sempre incombenti, la macchina giudiziaria italiana e’ all’impasse, pare che ci sia un numero spropositato di procedimenti penali contro coloro che falsificano i biglietti della metropolitana: di certo l’euro contestato non vale le cifre da capogiro che costano le istituzioni dei processi e l’impegno di magistrati che avrebbero cause ben piu’ importanti da affrontare, anche il buon senso di un bambino capirebbe che basterebbe depenalizzare il reato rendendolo passibile di un’ammenda : ah caro (?) Berluska, se ci avessi pensato forse oggi non saresti in questa situazione: avresti trovato un’ insospettata fonte di denaro per il tuo agognato sogno: diminuire le tasse e magari non saresti gravato cosi’ pesantemente sul magro bilancio delle famiglie italiane!

Musicfarm

Music_farm Ieri ho visto il serale di MusicFarm; l’evento sta nel fatto che, credo per la prima volta, sono riuscita a vedere un’ intera puntata di un reality-show senza aver mai la tentazione di cambiare canale neppure quando Franco Simone e Mietta hanno duettato la canzone di Michele Zarillo, che non e’ esattamente un autore (?) che rientra nelle mie corde. Sara’ che la puntata di ieri era molto spoglia per onorare la morte del Papa, mancava quindi l’ospite d’onore Valeria Marini e Simona Ventura vestita a lutto ha evitato di cantare, pero’ mi ‘e parso di scorgere dietro la formula del reality uno scheletro che ricorda i programmi che hanno fatto grande la televisione italiana: Canzonissima, 7voci, varietà di cui ho un ricordo vaghissimo perche’ ero molto piccola ma che avevano come fulcro la gara canora e non e’ un caso se le vecchie glorie rinchiuse nella farm si mangiano in un sol boccone le giovani ugole d’oro, mi sembra di intravedere una cesura netta a livello qualitativo tra i vecchi (Baccini compreso) e i giovani che, pur di talento, sono totalmente privi della capacita’ di tenere il palcoscenico (salvo solo una Dolcenera quasi geniale) non solo per inesperienza ma credo anche per non aver vissuto, neppure da spettatori la grande stagione televisiva degli anni ‘60 e ‘70.
Pur non essendo una grandissima amante dei reality preferisco quelli di questo genere agli altri in cui bisogna faticare o patire la fame (L’isola dei famosi o La fattoria) che trovo particolarmente di cattivo gusto. Musicfarm mi lascia ben sperare: forse il reality e’ un passaggio obbligato per rinverdire la formula del varieta’ televisivo.

Hotel Rwanda

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E’ molto difficile, dopo aver visto un film simile, aver voglia di “giocare” a fare i critici: anche un sito autorevole come Gli Spietati pubblica una recensione molto piu’ viscerale e meno tecnica del solito.
Benche’ il film possa avere delle imperfezioni stilistiche, riesce a realizzare pienamente il suo intento: quello di far vergognare gli occidentali per la loro indifferenza nei confronti del genocidio rwandese.
Questo scopo viene perseguito non tanto puntando sulla commozione e il facile sensazionalismo di immagini cruente, che sono quasi assenti anche se i massacri avvenivano prevalentemente a colpi di machete, ma raccontando l’evoluzione morale di un uomo, Paul Rusesabagina che, inizialmente indifferente alle sorti politiche del suo Paese, non riesce poi a sottrarsi alle sue responsabilita’ e trasforma l’hotel di lusso che dirige, il Mille Collines di Kigali, in un rifugio per oltre mille profughi tutzi e hutu.
La cosa che piu’ mi ha sconvolta e’ stato scoprire che la causa della mattanza rwandese non e’ stato lo scontro tra due etnie diverse per usi e costumi o religione come penso creda la maggior parte di noi, ma la conseguenza di una sorta di selezione razziale operata dai colonialisti belgi: le persone dalla pelle piu’ chiara, dai tratti somatici piu’ gradevoli (fondamentale era la larghezza del naso) e dalla struttura piu’ longilinea venivano fatti accoppiare per creare una razza piu’ piacevole (i tutzi) che aveva il compito di servire i bianchi, mentre gli individui dai tratti piu’ negroidi (gli hutu) avevano una vita molto piu’ difficile che scateno’ un odio viscerale contro i tutzi.
Un film dalla gestazione molto complicata, la cui produzione e’ stata rifiutata da tutti gli Studios e che ha dovuto ricorrere a fondi indipendenti (la partecipazione italiana al progetto e’ testimoniata dalla presenza di Roberto Citran nei panni di un missionario) premiata con diverse nomination nelle manifestazioni piu’ prestigiose ma che oggi fatica a trovare uno spazio nelle sale italiane che comunque restano vuote (ieri sera eravamo in 2) anche se sarebbe doveroso vedere questo film.

Per chi volesse approfondire le tematiche del film e conoscere la situazione attuale del Rwanda rimando a questa intervista
al regista Terry George e a Paul Rusesabagina, fatta da Alberto Cassani.