clandestini in pubblicita’

E’ stata, e continua ad essere una delle pubblicita’ piu’ martellanti di quest’estate, ed io non riesco ancora ad abituarmi al suo stupido messaggio razzista. Mi riferisco alla pubblicita’ dell’aranciata San Pellegrino, fatta con sole arance siciliane quindi le povere arance clandestine che non passano la prova di Ciuri Ciuri vengono aspirate da un tubo e vanno incontro ad un ignoto, ma si presume terribile, destino.
E’ l’ingresso ufficiale della figura del clandestino nel dorato mondo della pubblicita’, che era gia’ stata introdotta con toni piu’ paternalistici dalla mucca esclusa dai verdi pascoli del Parmigiano: se la’ tutto era camuffato da toni sorridenti (“che buffa!” era la battuta che spesso concludeva lo spot) nel commercial dell’aranciata gli argomenti si fanno piu’ decisi: la scenografia bianca ed asettica lascia poco spazio al confronto e alla mediazione, l’arancia che conosce la cucaracha trema dopo esser stata scoperta e viene cacciata senza possibilita’ d’appello..
Sara’ solo un ridicolo messaggio pubblicitario, ma mi manda in bestia e non ci trovo niente di ironico come sostiene l’articolo di hideout: se e’ proprio necessario ragionare per luoghi comuni avrei trovato piu’ divertente un picciotto siciliano che mette in fuga a colpi di lupara le arance infiltrate..

Die bergkatze (The wild cat)

Die bergkatze%0AdiebergkatzeGermania 1921
con Pola Negri
regia di Ernst Lubitsch
titolo italiano Lo scoiattolo
titolo internazionale: The wildcat

Il tenente Alexis, damerino rubacuori, viene destinato ad una guarnigione spersa sui monti dove l’annuncio del suo arrivo mette in moto le trame matrimoniali della moglie e della figlia del comandante della fortezza.
Ma lungo il tragitto il bel militare viene aggredito dai briganti e si invaghisce, ricambiato, di Rischka, la figlia del capobanda..

Divertentissima commedia firmata dal regista tedesco che contiene i temi principali dell’opera lubitschiana: la satira sul potere e sul matrimonio sottolineati da una grande carica eversiva e da una scenografia ai limiti del surreale, caratteristiche che rendono il film particolarmente grottesco.
Il potere militare e’ messo alla berlina da soldati lavativi e codardi, mai pero’, quanto il loro comandante. Esilaranti le scene del trasferimento di Alexis con una folla di donne piangenti che accorrono per salutarlo, ironica precognizione di quel che, qualche anno dopo, si realizzo’ drammaticamente ai funerali di Rodolfo Valentino.
Altrettanto innoqua e’ la banda di predoni, comandata in verita’ dalla bella Rischka .
La passione che sboccia tra lei ed Alexis porta i terribili malfattori ad introdursi nel forte che sta festeggiando il fidanzamento tra il tenente e la figlia del comandante; i briganti si travestono e partecipano alla festa che si trasforma in un’orgia distruttiva, tra scambi di persona e continui furti.
Per quel che concerne il matrimonio, Lubitsch rappresenta chiaramente il suo pensiero mettendo in scena una cerimonia dove il legame tra i due promessi e’ sancito da una catena da forzati che lega i polsi dei due sposi.
Quando al bizzarro banchetto che segue le sue nozze, Rischka scopre dal foglio di giornale che fa da tovagliolo che anche Alexis e’ ormai convolato, scoppia in lacrime ed e’ commovente come il marito, che la ama veramente, forzi la catena per renderle la liberta’.
Ma quando la bella selvaggia si rende conto che anche la figlia del comandante e’ perdutamente innamorata di Alexis, fara’ di tutto per far disamorare di se’ il tenente e, riuscitaci tornera’ dal marito che nel fattempo ha sciolto metri di neve con le sue lacrime.
Se e’ chiaro il pensiero di Lubitsch sul matrimonio, molto piu’ complesse appaiono le sue idee sull’amore che pare funzionare solamente tra esseri simili e va conquistato con fermezza (il bislacco corteggiamento del predone a Rischka) e pazienza (la sopportazione da parte della moglie delle avventure sentimentali di Alexis).

Diebergkatzemascherino Oltre la scenografia di chiara matrice surrealista, la pellicola si distingue per l’uso originale del mascherino che fa da cornice al fotogramma: sono numerissimi e con le funzioni piu’ disparate, a volte puramente ornamentali, altre con il compito di dare enfasi all’immagine: la scalata al forte presenta un mascherino verticale che stringe l’immagine acuendone il senso di verticalita’, o addirittura con funzioni simboliche: le scene dei briganti hanno un mascherino a denti di pescecane con forte venatura drammatica che contrasta con la natura paciosa e smidollata della banda.

Il film, presentato a strade del cinema 2005 di Aosta, e’ stato musicato dal vivo dal gruppo fancese La Tendresse che ha fatto un’ottimo lavoro pieno di sfumature jazz che hanno sconfinato nel rock durante la simbolica cerimonia nuziale.
Coraggiosa ma interessante la scelta di rimanere in silenzio durante le scene della festa al forte, quando le immagini mostravano un’orchestra che suonava.

N.

  L’ennesima interessante coincidenza vuole che termini di leggere il romanzo di Ernesto Ferrero la  notte che precede l’inizio delle riprese cinematografiche (cioe’ oggi) del film diretto da Virzi’   e  tratto molto liberamente   dal libro: innanzitutto Martino Acquabona nel film sara’ giovanissimo  mentre nella narrazione e’ coetaneo dell’Imperatore malgrado all’inizio si  abbia la sensazione che sia un giovane idealista, ma N. e’ un testo molto  piu’ complesso di quello che appare dal suo scarno stile diaristico e benche’ di Napoleone vengano sottolineati tutti i peggiori difetti (molto dolorosi da leggere per una napoleonica per effetto pavloviano  come amo definirmi) alla fine il suo fascino rimane inalterato.
Virzi’  farà  invece “una rilettura ironico-patetica di Napoleone: una specie di fanfarone che fa un pò pena e un pò ridere ma suscita anche una specie di irresistibile attrazione".
Il suo Napoleone fanfarone sara’ interpretato da Daniel Auteuil e nonostante la bravura dell’attore non mi aspetto molto da questa caratterizzazione come non mi esalto’ nei panni del grande Corso, Marlon Brando, protagonista dell’insipido Desiree’.
Adoro invece le interpretazioni di Charles Boyer in Maria Walewska accanto a Greta Garbo e quella del grande ed unico Albert Dieudonne’ in Napoleon di Abel Gance; resto in attesa dell’imminente prova di Al Pacino nei panni di Napoleone relegato a Sant’Elena che amoreggia con una giovane britannica.


Chboyer

La nave delle donne maledette

La nave delledonnemaledette Italia, 1953
con Kerima, Ettore Manni
regia di Raffaello Matarazzo

Isabella, nobildonna spagnola, viene scoperta colpevole d’infanticidio la sera in cui si svolgono i festeggiamenti del suo fidanzamento, evento che avrebbe risollevato le condizioni economiche della famiglia. L’intrigante governante convince la cugina povera, Consuelo ad addossarsi la colpa per impedire che i suoi parenti benefattori finiscano sul lastrico: la ragazza accetta e viene condannata ai lavori forzati nelle colonie d’oltremare. Sulla stessa nave che conduce Consuelo al suo destino, sale la cugina con il marito che governera’ i possedimenti in terre straniere e il giovane avvocato che ha difeso la povera fanciulla ed e’ convinto della sua innocenza, non che perdutamente innamorato di lei..

Questa volta Matarazzo sposta l’azione in un tempo remoto perche’ il tema che va ad affrontare e’ troppo scabroso: una madre che si libera del neonato (nato gia’ morto) gettandolo in un pozzo.
La lontananza geografica e storica permette di creare anche un melo’ fortemente erotico, almeno per quegli anni perche’ le scene che al tempo suscitarono tanto scalpore e gli strali della censura oggi fanno un po’ ridere: ad un certo punto le forzate si ribellano e assaltano i marinai, ben presto la lotta a suon di schiaffoni si trasforma in baci appassionati, ma parte della ciurma non e’ stata ancora conquistata e allora le donne usano armi tipicamente femminili per convincerli ed e’ esilarante vedere il primo piano stralunato di un marinaio trasformasi nella soggettiva del suo sguardo, fisso su una parata di seni sovradimensionati (per giunta seminudi!) che avrebbero fatto la gioia di Russ Meyer!
L’azione ambientata in epoca settecentesca invoglia Matarazzo ad essere piu’ sadiano del solito e la virtuosa eroina subisce numerose angherie che culminano con la fustigazione imposta dalla cugina cattiva, che nel frattempo e’ diventata l’amante del capitano della nave.
Melodramma dalla forte carica eversiva che non salva nessuno dei rappresentanti delle classi ricche e parteggia apertamente per i derelitti, i poveri e gli ubriaconi; il film non si esime dalla solita catarsi finale tipica di Matarazzo che culmina nel rogo della nave da cui si salvano solo i puri, cioe’ Consuelo e l’avvocato che l’ ama.
Uno dei primo film italiani ad essere girato a colori, circola in televisione solo in una versione in bianco e nero.

Blueberry

Blueberry

Grandi stroncature per un film che a mio parere sta tranquillamente in piedi con la sua moralina new age, stemperata in una sana ironia, ed il colpo di scena finale.  Pellicola  che ha certamente  un grande fascino visivo grazie a una fotografia spettacolare  (con i paesaggi desertici messicani non poteva essere altrimenti) ed a particolarissime elaborazioni  digitali del “mondo degli spiriti”, che non sono piaciute quasi a nessuno ma che tutto sommato ci possono anche stare. Interessante e non banale anche l’uso del nudo integrale che pare richiamare L’origine du monde di Courbet.
Il difetto principale della pellicola sta nella sua superficialita: a meno di quarantott’ore dalla visione  mi dovrei sforzare per raccontare la trama e tutto cio che mi e’ rimasto in mente e’ qualche sprazzo di cielo azzuro: un film meno catastrofico di quanto si dica, ma drammaticamente piu’ banale.

Sylvia Sidney

Sylviasydney

Chi, come la sottoscritta, ama il cinema hollywoodiano degli anni ‘30, ricordera’  una bellissima attrice dal  volto tondo e gli occhioni chiari e tristi, protagonista di molti capolavori melodrammatici del periodo e poi praticamente scomparsa dalle scene.
Si tratta di Sylvia Sidney, al secolo Sophia Kosow nata l’8 agosto 1910 a NewYork in  una poverissima famiglia ebrea emigrata dalla Russia. Rimasta sola, viene adottata dal dottor  Sidney che la  aiuta a coltivare il suo  innato talento per la recitazione che la porta a debuttare a Broadway giovanissima e a  esordire sul grande schermo nel 1927, quattro anni dopo la Paramount la arruola nelle sue file per farne una stella di prima grandezza: nel 1931  gira  tre film di grande spessore: Le vie della citta’ per la regia di Robert Mamoulian, dove interpreta la figlia di un gangster che coinvolge l’onesto fidanzato, un grande Gary Cooper, nei traffici di famiglia, salvo pentirsi una volta arrestata e cercare di salvarlo; in Una tragedia americana per la regia di Joseph von Stemberg  interpreta la fidanzata povera che il protagonista non esita ad eliminare quando gli capita l’occasione di un ricco matrimonio, nel remake del 1951, Un posto al sole con Montgomery Clift il  ruolo che  fu suo venne affidato  a Shelley Winters.
Sempre del 1931 e’ Scene di strada capolavoro di virtuosismo tecnico firmato da King Vidor che racconta le vite di un intero palazzo inquadrando sempre  lo stesso pezzo di strada davanti al portone.
Nel 1936 e’ Katherine Grant, la fidanzata di  Joe Wilson  (Spencer Tracy) in Furia, il drammatico e crudo esordio americano di Fritz Lang.
In Sabotaggio diretto da Alfred Hitchcock ancora nel 1936, e’ la moglie dell’attentatore, non che sorella del bambino a cui viene affidata la bomba.
Nel ‘37 e’  accanto ad Humphrey Bogart in Strada sbarrata di William Wyler  ed anche la compagna di Henry Fonda, altro piccolo delinquente in fuga per Friz Lang nel suo Sono innocente.
Stanca di interpretare ruoli drammatici, Sylvia Sidney abbandona progressivamente il cinema a favore del teatro e a partire dalla  seconda meta’ degli anni ’50 la sua carriera e’ quasi esclusivamente televisiva; sara’ Tim Burton a rivolerla sul grande schermo per Beetle Juice (1988) nel ruolo di Juno e in Mars Attacks del 1996 nella parte della nonna di Richie.
L’attrice si e’ spenta a New york il 1 giugno 1999.

Licantropia

Licantropia
Foreste del Nord America, 1815: due misteriose fanciulle, dopo aver incontrato una veggente indiana che rivela loro una profezia, arrivano ad un avamposto commerciale sperduto nella foresta, decimato dalla fame e dagli attacchi notturni dei licantropi…

E’ passata quasi sotto silenzio l’uscita di questa produzione canadese, prequel di una serie horror, Ginger Snaps e Ginger snaps: Unleashed praticamente inedita in Italia. Il film invece. a mio parere, rivela qualcosa di interessante, ispirandosi ai capisaldi dell’horror classico: l’ambientazione in epoche passate, peculiarita’ della Hammer, famosa casa di produzione inglese che produsse i migliori horror degli anni ’50, ed i turbamenti sessuali tipici delle produzioni americane anni ‘40 targate RKO.
Il film si regge sulla complessita’ delle due sorelle, Ginger e Brigitte il cui mistero rimane inalterato per tutto il film: da dove vengono? e soprattutto e’ la loro bonta’ o cattiveria a farle sopravvivere al contagio?
Il loro femminino misterioso e potente (compassionevole?) si oppone al maschile prevaricatore e crudele degli abitanti del forte, creando una forte tensione sessuale.
Gli uomini dell’avamposto sono caratterizzati da boria e razzismo (l’ufficiale), repressione degli istinti e misoginia, rappresentati dal personaggio del reverendo, mentre il capo commerciale dell’avamposto e’ una figura estremamente romantica ma forse pusillanime: sposato con un’indiana da cui ha avuto un figlio, ha perso la sua famiglia per colpa dei licantropi, anche se e’ il segreto che nasconde la causa della maledizione che affligge il fortino.
Interessante anche la lettura politica che si puo’ dare del film: l’isolamento del forte che si sente attaccato da tutto cio’ che e’ esterno e sconosciuto, quando in realta’ nasconde al proprio interno il seme della maledizione, maledizione che, ci viene fatto notare, non e’ originaria della terra conquistata, ma e’ arrivata dall’Europa assieme ai conquistatori, e la soluzione del film in un’ aura di tolleranza, mentre i soldatini, simboli di guerra, bruciano nel rogo del forte, stigmatizzano chiaramente la sclerotizzata situazione politica mondiale.
La dualita’ tra maschile e femminile e’ sottolineata anche dalla fotografia che contrappone i colori freddi delle riprese in esterno a quelli caldi degli interni del forte, ma che purtroppo non e’ in grado di sorreggere la tensione, elemento che manca quasi totalmente nel film per colpa delle scelte registiche: anche l’uso del linguaggio attuale dell’horror, poco si adatta a un prodotto cosi’ diverso dai cliche’ che dominano il genere in questo periodo.
Va riconosciuto, invece, uno certo sforzo nelle le soluzioni trovate dagli effetti speciali: ipotizzando che la trasformazione in licantropi sia molto lenta e si competi nel giro di mesi, si preferisce mostrare gli stadi intemedi o alludere ai lupi mannari, piuttosto che mostrarli (anche perche’ questi, dove compaiono, lasciano molto a desiderare!)
Tra gli attori si segnala la prova di Katharine Isabelle nei panni di Ginger: la bellezza d’altri tempi del’attrice, che suggerisce un candore alla Lillian Gish, ben s’adatta alle inquietanti trasformazioni a cui il suo personaggio va incontro.

Gli ultracorpi di Nicole






Pare che Nicole Kidman sara’ la protagonista dell’ennesimo remake (siamo al numero quattro!) del capolavoro sci-fi di Don Siegel L’invasione degli ultracorpi firmato questa volta da Oliver Hirschbiegel (quello de La caduta, piu’ noto per aver diretto la serie televisiva del cane Rex).
Son perplessa perche’ Nicole Kidman ha certamente un grande talento per la commedia e credo che nella versione per il grande schermo del telefilm Vita da strega sara’ grandiosa, (se non altro il nasino e’ adatto all’uopo) pero’ non potrebbe mettersi in mano ad un agente serio e cercare dei copioni un po’ piu’ decenti?

Ida Lupino

Ida-Lupino

Il 3 agosto 1995 moriva Ida Lupino, uno dei personaggi piu’ complessi della Hollywood anni ’40: nata a Londra il 4 febbraio 1918 da un’importante famiglia di teatranti di chiare origini italiane, debutto’ sullo schermo  a quattordici anni e ben presto  si guadagno’ un contratto con la Paramount che la porto’ ad Hollywood.

Non divenne mai una stella di prima grandezza anche se si distinse per le sue capacita’  e lavoro’ in film importanti come Sogno di un prigioniero di Henry Hathaway (1935) o in tre lavori di Raoul Walsh: Artisti e modelle (1937) Strada maestra (1940) Una pallottola per Roy (1941) questi ultimi due girati accanto a Humphrey Bogart; Neve rossa di Nicholas Ray del 1951, Il grande coltello di Robert Aldrich del 1955 come Quando la città dorme firmato da Fritz Lang  e L’ultimo buscadero di Sam Peckinpah che fu la sua ultima apparizione sugli schermi nel 1972.

Ida Lupino merita di passare alla storia del cinema per essere stata una delle prime (e poche)  donne registe: la sua carriera inizio’ nel 1949, quando sostitui’ (non accreditata nei titoli di testa) il regista Elmer Clifton che si era ammalato, alla regia di Non Abbandonarmi di cui lei stessa aveva scritto soggetto.
I sette film diretti dalla Lupino, Never Fear ancora del 1949, Hard, Fast and Beautiful (1951), La grande nebbia e La belva dell’autostrada del 1953, La preda della belva (1954) e Guai con gli angeli del 1966 hanno sempre una grande attenzione per l’universo femminile e a parte l’ultimo che ha i toni della commedia, utilizzano i moduli noir o melo’ per analizzare storie di cui le donne sono protagoniste: donne stuprate, ballerine colpite dalla  polio, ragazze madri, il  tema della bigamia, sono gli argomenti dei film “anticonvenzionali” di Ida Lupino.
La sua carriera di regista , che svolse sempre in parallelo a quella di attrice continuo’ nei serial televisivi, infatti portano la sua firma  episodi di importanti serie come Alfred Hitchcock presenta, The Twilight Zone, Il fuggitivo o Vita da strega.

Addio a Sandro Bolchi

Se la televisione degli anni ’50 e ’60 riusci’ ad educare gli italiani lo deve anche all’opera di registi del calibro di Sandro Bolchi che credettero fermamente nella funzione pedagogica del media.
Gli sceneggiati diretti da Bolchi sono infatti tratti da grandi opere letterarie e la sua passione per il teatro fece si’ che chiamasse ad interpretarli grandi attori, come dimostra il cast de I fratelli Karamazov e in tempi relativamente recenti ho rivisto I Miserabili con un grande Gastone Moschin nei panni di Jean Valjeant.
Il suo lavoro piu’ celebre resta I Promessi sposi del 1967, che lancio’ la giovanissima Paola Pitagora e Nino Castelnuovo.

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