La visita

Italia 1964
con Sandra Milo, François Périer, Mario Adorf, Gastone Moschin, Angela Minervini, Didi Perego, Paola Del Bon
regia di Antonio Pietrangeli



Lavisita


Pina e Adolfo, conosciutisi grazie a una rubrica per cuori solitari, finalmente s’incontrano: è il commesso romano che va a trovare la donna. Non ci vuole molto perché i due capiscano di avere ben poco in comune ma la disperata solitudine li porta a trascorrere la notte insieme per poi ritrovarsi la mattina ancora più imbarazzati.



La visita


La visita è un’altra perla dimenticata di Pietrangeli che ha in comune con il capolavoro Io la conoscevo bene l’uso della colonna sonora: le canzoncine spensierate degli anni ’60 evidenziano per contrasto la disperazione e la pochezza dei protagonisti.



Lavisita


Adolfo De Palma, in particolare, è davvero un essere mediocre, venale cinico e borioso, esasperazione di tutti i difetti della romanità e il film vuole essere anche uno spaccato tra città e provincia, realtà sociali le cui distanze si acuiscono durante il boom economico. Adolfo è partito per la visita alla papabile fidanzata di nascosto, millantando una scusa sul lavoro mentre Pina, impiegata al consorzio agrario, ha condiviso con tutto il paese l’imminente arrivo dello spasimante che viene accolto con troppa confidenza per i gusti snobisticamente distaccati del romano, scandalizzato soprattutto da Cucaracha, il matto del paese mantenuto senza problemi da tutta la comunità.



La visita


Indubbiamente il regista parteggia per la protagonista: in fondo Pina un amore ce l’avrebbe già, il camionista Renato che però è sposato con due figli, quindi, per mantenere la reputazione e sfuggire alla solitudine, Pina è costretta a cercarsi un compagno con la benedizione dell’amante anche se i loro addii hanno un velato strazio da amore vero ma quella era l’Italia dieci anni prima dell’entrata in vigore del divorzio.



Lavisita


Ottima prova dei protagonisti, bravo il francese François Périer ma insuperabile Sandra Milo che s’inbruttisce con un culone finto e il volto pesantemente truccato quasi una maschera felliniana alla Cabiria; esilarante la sequenza nella sala d’aspetto ad inizio film: tra i tentativi di raddrizzare il poster della Torre di Pisa e i soliloqui scoppiano a ridere alle spalle della culandra anche le due integerrime suorine; resta davvero toccante il volto rigato di lacrime della donna nella sera piovosa che porta Pina a proporsi nella rubrica per cuori solitari.

Addio a Sandro Bolchi

Se la televisione degli anni ’50 e ’60 riusci’ ad educare gli italiani lo deve anche all’opera di registi del calibro di Sandro Bolchi che credettero fermamente nella funzione pedagogica del media.
Gli sceneggiati diretti da Bolchi sono infatti tratti da grandi opere letterarie e la sua passione per il teatro fece si’ che chiamasse ad interpretarli grandi attori, come dimostra il cast de I fratelli Karamazov e in tempi relativamente recenti ho rivisto I Miserabili con un grande Gastone Moschin nei panni di Jean Valjeant.
Il suo lavoro piu’ celebre resta I Promessi sposi del 1967, che lancio’ la giovanissima Paola Pitagora e Nino Castelnuovo.

Ipromessisposi

Porzus o del doppiaggio

PorzusLa diatriba sul doppiaggio e’ solitamente rivolta alla traduzione di film stranieri, che tanti vorrebbero in sala con i sottotitoli e la possibilita’ di ascoltare le voci delle loro star preferite.
La visione dell’ultima parte del film Porzus venerdi’ sera pero’ mi porta a riflettere su una forma di doppiaggio ormai caduta in disuso: quello di rendere omogeneo il linguaggio di un film italiano.
Porzus narra (con molti demeriti) una tragica storia della resistenza in cui un gruppo di partigiani comunisti trucida altri partigiani di matrice cattolica. La storia viene rievocata da due sopravvissuti dei blocchi avversari che in tarda’ eta’ si rincontarano per una resa dei conti.
La vicenda si svolge sulle montagne del Friuli e benche’ le molte cadenze dialettali degli interpreti possano venire accettate, e’ abbastanza fastidioso vedere uno dei personaggi principali, Geko, comandante della Garibaldi, interpretato all’epoca della vicenda partigiana dal giovane Lorenzo Crespi dal forte accento meridionale e da anziano da Gastone Moschin che sfodera un impeccabile accento friulano.
GekoSono arrivata anche a pensare che Geko non fosse orginario di quei luoghi e poi vi sia rimasto dopo i tragici eventi che lo videro protagonista, giustificazione un po’ lambiccata per un film che tra i pochi meriti ha quello di una perfetta ricostruzione storica, ma la fedelta’ storica non passa anche attraverso il linguaggio?
Non e’ compito degli attori aver una dizione perfetta e all’occorenza imitare i piu’ diversi dialetti? Le suore da me lo pretesero quando alle medie mi fecero recitare una commedia di Goldoni! Esperienze personali a parte , essere doppiati in patria non e’ un demerito (soprattutto quando questo torna a vantaggio del film al cui servizio dovrebbe essere l’attore): accadde anche a Mastroianni in una delle sue prime apparizioni e, non vorrei sbagliare, venne doppiato da Sordi.