Chronos

ChronosIl Filatoio di Caraglio (CN) presenta fino al 9 ottobre 2005 un’interessante mostra sul concetto di  tempo, dall’eta’ barocca fino ai giorni nostri: opere classiche e  delle avanguardie convivono nelle medesime  sale cercando di analizzare la visione del tempo nell’eta’ moderna, un percorso affascinante   dedicato  non solo agli amanti dell’arte moderna.

L’analisi del tempo parte dal XVII secolo perche’ e’ in quel periodo che sotto la spinta della nascente scienza moderna e  della controriforma si sviluppa l’idea di tempo quale inalienabile motore dell’esistenza umana che conosciamo ancora oggi.
Robert MapplethorpeIl concetto e’ reso molto bene nella seconda sezione espositiva, "Vanitas" dove accanto al Ritratto di un medico,  di Fede Galizia, austero uomo in nero che reca in mano un teschio, c’e  la polaroid di Wharol Autoritratto  con teschio del 1978 che riporpone la stessa costruzione figurativa e l’elaborazione del tema torna nell’opera seguente, il celebre Self Portrait  (1988) di Robert Mapplethorpe dove il fotografo, ormai prossimo alla morte, brandisce un bastone da passeggio il cui pomello e’ un teschio, che sta in primo piano rispetto al volto dell’autore.
Non manca un sezione dedicata agli strumenti per misurare il tempo, dalle clessidre (particolarissimi i modelli in bachelite o vetro del XX secolo) alla collezione artistica  Swatch che nasce nel 1985, passando ai calendari tra cui spicca una stampa litografica del Calendario Rivoluzionario francese che appassionera’ molto gli amanti della storia; ma gli strumenti per misurare il tempo possono essere a loro volta rivisitati artisticamente: gli  orologi   allora divengono danzerini e  le  lancette si muovono a tempo di musica nel Temps/Danse di Charles Dreyfus mentre i biglietti augurali dell’anno nuovo creati da Boetti utilizzano i foglietti del calendario dell’anno precedente.
Elizabeth TaylorLa sezione dedicata la tema della giovinezza e della vecchiaia presenta una chicca per i cinefili, due ritratti firmati da Herb Ritts: se la giovinezza e’ rappresentata dal sognante profilo di una giovanissima Drew Barrymore (l’opera e’ del 1993) il ritratto di Liz Taylor del 1997 che dovrebbe rappresentare la vecchiaia non ha nulla della laidezza che nell’arte classica si attribuisce a questa eta’ femminile, piuttosto il suo bellissimo ed altero profilo ricorda la medaglionistica rinascimentale attribuendo alla diva la grandiosita’ di un sovrano o di un condottiero.
La mostra non manca di prendere in considerazione l’effetto che il tempo produce sul fisico umano: accanto a opere d’avanguardia che arrivano a studiare maniacalmente la pelle umana, c’e’ una sezione di autoritratti di Rembrandt che fu sempre ossessionato dal cambiamento che il tempo imprimeva al suo volto, tre opere di De Chirico dimostrano come il maestro della metafisica avesse la medesima ostinazione.
Di certo, tra le innumerevoli opere esposte quella che colpisce maggiormente gli spettatori e’ una video istallazione di Muzzolini: il giovane artista lavora sulle tagliole decontestualizzando la funzione crudele dell’oggetto, immergendolo in acqua e facendolo congelare, poi  l’autore filma il processo di scongelamento e lo spettatore che assiste alla performance scandita  dal  suono di una goccia che cade, viene coinvolto dall’evento prima cercando di intuire quale sia l’oggetto nascosto dal ghiaccio e poi cercando di prevedere il momento in cui la tagliola scattera’, ma come sempre il tempo e’ imprevedibile e prosegue inesorabile al dila’ delle nostre previsioni.

Sul filo della lana

Sulfilodellalana Un settore che fortunatamente non conosce crisi del nostro turismo e’ quello delle esposizioni temporanee i cui tempi sempre piu’ spesso vengono prorogati per il grande numero di affluenze.
L’ultimo periodo ha visto anche il confronto tra alcune mostre curate dai piu’ noti critici d’arte, sto parlando di Vittorio Sgarbi che si e’ (definitivamente?) riciclato come curatore di mostre quali Il male, esercizi di pittura crudele, a Stupinigi o Il ritratto interiore ad Aosta, piu’ qualche piccola mostra a carattere locale come quella su Bonzagni ad Acqui Terme. A lui si e’ contrapposto l’altro critico televisivo, Philippe Daverio, che ha accettato la sfida di organizzare una mostra piuttosto inconsueta per il tema scelto, Sul filo della Lana, in un museo defilato che sta tentando d’inserirsi nel circuito dei grandi eventi, il Museo del Territorio in quel di Biella, riuscendo a realizzare una delle mostre piu’ interessanti che abbia visto negli ultimi tempi.
Il progetto e’stato sviluppato in tre sedi museali dove si sviscerano diversi aspetti del tema: Il mito al Museo del territorio, La fantasia al lanificio Pria e Il lavoro alla Fabbrica della Ruota di Pray.
Il mito fa riferimento ad opere che si ispirano alla mitologia classica dove il filo o il vello sono spesso presenti e simboleggiano l’attesa o il tradimento per l’archetipo femminile (Penelope ed Arianna) temi che saranno ulteriormente sottolineati nella sezione dedicata alla fantasia, cioe’ all’arte moderna coi i lavori di matrice femminista di Clemen Parrocchetti Arsenico e molti rocchetti mentre l’archetipo maschile si lega all’usurpazione, da Giasone a Teseo arrivando fino al celebre ordine del Toson d’oro.
Nella sezione archeologia colpiscono non tanto i resti fossili della lavorazione della lana che risalgono al 25.000 a. C., ma piuttosto un pied de poule stupefacente nella sua perfezione che risale “solo” all’eta’ del ferro. Nell’excursus sulla lana nei tempi e nelle varie culture non si puo’ restare indifferenti di fronte ai tappeti afgani dell’epoca della guerra con la Russia dove la stilizzazione tipica dell’Oriente lascia il posto ad un triste realismo che fa tessere elicotteri incombenti su un villaggio.
La sala che piu’ mi ha toccato e’ quella delle Veneri della lana, un corridoio di raccordo tra diverse sezioni dove sulle pareti occhieggiano gigantografie di foto di moda fatte per Vogue negli anni 60-70 con le modelle in pose maliarde che dialogano con una compostissima matrona romana velata posta al centro della sala.
Nella sezione dedicata all’arte moderna che troviamo nel lanificio Pria oltre al lavoro di Clemen Parrocchetti di sicuro (ed allegro) impatto e’ The Blue Penguin’s bridge del Cracking Art Group.
Di particolare suggestione la Fabbrica della Ruota di Pray, un monumento fondamentale dell’archeologia industriale italiana in quanto la fabbrica tessile funzionava grazie all’energia scaturita dalla grande ruota che prendeva forza dalle acque del torrente ed era in grado di alimentare tutti i macchinari.
La prima grande sala offre una forte emozione sensoriale grazie all’allestimento che fa rivivere i suoni e le voci di coloro che lavorarono in fabbrica.
In quella attigua vi e’ un documento di sicuro interesse per i cinefili, un film che potremmo definire pubblicitario girato negli anni 10 che mostra il lavoro dell’azienda ed ha per chiaro referente i primi film dei Fratelli Lumiere, tanto da copiare l’uscita dalla fabbrica nella versione con il cavallo.
Sul filo della lana si segnala per esser una mostra multimediale non sono nell’allestimento, ma anche nelle presentazioni: alle solite didascalie si alternano inserti filmati dove Daverio con il narcisismo e l’ironia che lo contraddistingue spiega il percorso, inoltre a chi acquista il catalogo viene offerto un dvd di circa 27 minuti in cui il curatore illustra la mostra con lo stile della sua trasmissione domenicale Passepartout.
Altro dato da segnalare a proposito di questa mostra che chiudera’ il prossimo 11 settembre e’ la disponibilita’ dimostrata dal personale nell’interagire con il pubblico.

remainder

Domani sara’ la VI Giornata Europea della Cultura Ebraica. Per l’occassione saranno visitabili sinagoghe, cimiteri ed altre espressioni della cultura ebraica in 44 siti italiani e in 26 paesi europei.
Il tema guida di quest’anno sara’ Saperi e sapori per cui le manifestazioni saranno caratterizzate da mercatini e stand dove degustare i prodotti tipici della cucina ebraica.
Clikkate sulla locandina per andare al programma italiano dell’evento.


The island

TheIsland 2019: i sopravvissuti ad una contaminazione vivono in un bunker sperando di vincere la lotteria che gli permetterebbe di trasferirsi sull’unica isola terrestre non contaminata del pianeta, ma uno dei sopravvissuti, Lincoln 6-Echo, inizia ad avere dei sospetti su questo stato di cose, scoprira’ di essere “solo” il clone di un VIP..

Voglio togliervi tutte le illusioni: questo film non vuole riflettere su un tema scottante come la clonazione, ma e’ un solo un pessimo action movie che sfrutta l’argomento della biogenetica per far partire uno script piuttosto barcollante che si rifa’ un po’ a Matrix condito nella sempre verde salsa Blade Runner.
Disomogeneo nei suoi vari segmenti: la vita dentro il bunker, la fuga, il confronto con l’umanita’ e il ritorno, la pellicola vanta anche buchi di sceneggiatura notevoli: se Lincoln sa cos’e’ un insetto, come mai non conosce l’esistenza dei serpenti e con la sua compagna resta incantato a guardare un crotalo riuscendo per giunta ad evitarne il morso? Forse che i novelli Adamo ed Eva, non si lasciano buggerare dal serpente e riescono a fregare il loro creatore?
Com’e’ possibile che una famosa attrice/top model metta a soqquadro tutta Los Angeles tra inseguimenti ed esplosioni e nessuno la riconosca? ed in ogni caso la vicenda di Jordan 2-Delta rimane in sospeso (spero che questo non voglia presagire un sequel!)
Anche chi ama l’action movie piu’ disimpegnato rimarra’ deluso: le scene piu’ rocambolesche hanno tutte il sapore del dejavu: zanzarini spaziali che sbattono contro ostacoli non visti, inseguimenti in autostrada, veivoli che demoliscono l’intero piano di un palazzo..
Altra caratteristica del film e’ quella di essere l’apoteosi della pubblicita’: solitamente ci si limita alla sponsorizzazione di una o due grosse aziende che in cambio ricevono generose inquadrature dei loro marchi, qui e’ tutto un fiorire di loghi: addirittura per dimostrare che Sarah Jordan, la donna da cui e’ stata clonato il personaggio interpretato da Scarlett Johansson, fa parte dello star-system, si utilizza lo spot che l’attrice ha girato per Calvin Klein!
Pessima anche la scenografia, a parte gli interni di lusso delle abitazioni che sicuramente saranno stati fornita da qualche grande casa d’arredamento, e qualche interessante reperto di archeologia indutriale, il film si svolge in un futuro relativamente vicino, tra quindici anni: mentre l’abbigliamento, le auto sono pressoche’ identiche a quelle di oggi, treni e moto viaggiano sollevati da terra e la futuribile L.A. con i suoi treni che viaggiano su piu’ livelli riprende il modello ormai consunto di Metropolis.

Da evitare.

Pee-wee’s big adventure

Peewee
Usa 1985
regia Tim Burton

La cosa che Pee-wee ha piu’ cara al mondo e’ la sua bicicletta, quando gli viene rubata non esita ad attraversare gli States per ritrovarla; riesce a recuperla ad Hollywood, negli studi della Warner
che getta nello scompiglio, nonostante questo la major gli propone di trasformare la sua storia in un film.

Pee-wee Herman (Paul Reubens) era un idolo dei bambini americani negli anni ’80, nel 1985 e nel 1988 si tento’ di far approdare il suo personaggio sul grande schermo, ma la carriera di Reubens fini’ miseramente quando nel ‘91 fu beccato a masturbarsi in un cinema.
Il primo dei due film a lui dedicati merita un posto nella storia della cinematografia perche’ vede il debutto dietro la macchina da presa di Tim Burton che in quest’occasione incontra un altro esordiente: Danny Elfman, che diventera’ il compositore di fiducia di Burton.
Le sonorita’ di Elfmann sono gia’ riconoscibili e mature anche in Pee-wee’s big adventure (famosa la citazione delle musiche felliniane di Nino Rota) e anche lo stile di Tim Burton presenta in nuce tutte le sue peculiarita’, anche se il giovane regista non partecipa alla sceneggiatura. C’e’ l’omaggio alla cinematografia e al fumetto d’antan, quando, ad esempio, il desolato Pee-wee cammina nella citta’ dopo aver subito il furto e la sua ombra giganteggia sui muri come quella di un mostro della Warner degli anni ‘30 (e infatti bastera’ una sua occhiata per mettere in fuga un gruppo di ragazzini importuni)
Tipicamente burtoniano e’ sicuramente l’incubo di Herman a proposito del destino della bicicletta, ed i personaggi messi in scena durante la rocambolesca fuga attraverso gli studi della Warner potrebbero anticipare il mondo fantastico di Big fish; ma e’ certamente il personaggio interpretato da Reubens ad entrare di diritto nell’universo burtoniano, essendo cosi’ infantile ed ingenuo, anche se in Pee-wee Hermann si riscontra una componente di antipatia che non figura solitamente negli eroi di Burton, ma il finale al drive in, dove il protagonista ha invitato tutti gli strambi personaggi che ha incontrato nel suo vagabondare e dove finalmente ammette il suo sentimento per Dotty, riconcilia con la sua supponenza.

Kill?

Il romanzo di Roberto Vacca, acquistato dopo aver letto la segnalazione di KinemaZone e divorato in una notte, racconta le disavventure di Giacomo Elliot, promotore finanziaro che del tutto accidentalmente sventa un attentato a Silvio Berlusconi. L’uomo fatichera’ non poco a liberarsi dagli assidui tentativi di ringraziamento del premier e dei propositi di vendetta dei terroristi.
Vacca riporta in auge un genere ormai comparso, quello del panphlet: dietro la storia narrata con uno stile asciutto e secco, si nasconde un’ analisi dolorosa del nostro paese, rovinato dall’approsimazione e dalla presunzione di un potere che non riesce a guardare piu’ in la del proprio naso e del proprio interesse.
La piena proprieta’ linguistica di Vacca (non solo dell’italiano, ma anche dell’ingese, dello spagnolo e del latino) sottolinea anche l’approsimazione culturale e linguistica di una nazione che vorrebbe stare tra le piu’ grandi potenze del mondo: imperdibile il brano della correzione via telefono del linguaggio manageriale.
Il giudizio su Berlusconi e’ lapidario e raccapricciante, dubito che il Cavaliere o chi per lui l’abbia capito…

20 centimetri

Il trans Marieta non ha ereditato solo il nome del padre all’anagrafe, Adolfo, ma anche “un gioiello di famiglia” lungo venti centimetri che e’ il suo maggior cruccio: l’incolmabile distanza tra lei e la completa femminilita’. Altra caratteristica della nostra eroina e’ di soffrire di narcolessia e cadere addormentata nei momenti piu’impensati facendo stupendi sogni in technicolor ed in chiave musicale.



20centimetros


Il secondo lavoro di Ramon Salazar e’ uno strano ibrido tra musical e realismo che talvolta sfugge di mano al giovane epigono di Almodovar: in particolare ho trovato poco chiaro il finale, Marieta realizza il suo sogno, ma il presunto happy end lascia sconcertati perche’ i segnali sullo sfondo lungo tutto il film, animali squartati a mercato, maschere d’arredo tristi se non orrorifiche, la fine del personaggio interpretato da Rossy de Palma, facevano presagire una soluzione tragica o per lo meno fallimentare.
Nel complesso pero’ siamo di fronte a un’opera originale e divertente che ha nei momenti musicali i suoi punti di forza: si ripercorre la storia del musical classico americano, citando Marilyn, Cabaret e Grease per arrivare al videoclip facendo il verso a Marilyn Manson e cantando brani dei Queen, di Madonna e Sabrina Salerno, ma c’e’ anche Parole Parole di Mina in versione francese. Superbo e’ il sogno-videoclip sulle note di True Blue di Madonna: Marieta sfuggira’ la realta’ nella narcolessia ma il suo sogno d’amore e’ estremamente lucido: dopo le gioie del matrimonio, le incombenze della figliolanza, le frustrazioni sfogate sul cibo, le corna ed il recupero del sentimento in vecchiaia: una spietata analisi dell’amore al giorno d’oggi in poco piu’ di tre minuti!
Protagonista assoluta del film e’ Monica Cervera che canta balla, recita in vesti maschili.
Attrice gia’ vista in Crimen Perfecto dov’era l’orrido cesso che faceva le scarpe a Gabriel, e musa ispiratrice di Salazar che l’ha scelta anche per la sua opera prima Piedras e per il corto d’esordio Hongos, la Cervera sta dimostrando un grande talento: se e’vero che una brava attrice deve sapere anche esser brutta, questa donna non troppo piacente riesce anche ad esser bella, senza aver pero’ paura di mettere al servizio della macchina da presa il suo viso irregolare: quasi uno shock, visto dall’Italia, patria di attricette carine e siliconate e che esporta solo aldige bellezze mute (leggi Bellucci).


20cm

Se mi lasci ti cancello

Semilasciticancello Eternal Sunshine of the Spotless Mind
USA 2004
con Jim Carrey, Kate Winslet
regia di Michel Gondry

Ho acquistato il doppio dvd di The eternal sunshine of the spotless mind, poetico titolo (e’ un verso di Pope) orribilmente deturpato dalla traduzione italiana.
Il film mi e’ piaciuto molto per certi versi mentre non mi ha soddisfatto per altri. Ho amato molto la fotografia e la regia di Michael Gondry che e’ stato abilissimo nel rendere le atmofere surreali ed a tratti angoscianti dello script.
Ho trovato molto interessante la storia, anche se sono riuscita a sopportare a malapena il personaggio di Joel cosi noioso ed insicuro, di conseguenza la sua storia d’amore con la folle Clementine non mi ha convinto piu’ di tanto perche’ manca del tutto l’elemento giocoso. Anche il fatto che Joel cerchi di salvare il ricordo di Clem nascondendolo tra le memorie d’infanzia, se da una parte suffraga la teoria che una persona si innamora sempre di cio’ che gli manca, dall’altro dimostra che il protagonista non e’ altro che un povero sfigato, del resto anche se tutto il film si svolge nella sua testa, lui non fa che seguire , anche nel suo mondo piu’ intimo, le direttive di Clem.
All’antipatia del personaggio si unisce anche la scarsa considerazione che ho dell’attore che lo interpreta, Jim Carrey la cui prova per quanto osannata, mi e’ piaciuta poco perche’ trapelava lo sforzo compiuto dall’attore per trattenere la gigioneria che lo contraddistingue e credo che le scene d’infanzia siano state quasi obbligate per dargli modo di recitare sopra le righe come suo solito.
Mi e’ piaciuto molto l’innesto della storia di Mary, la segretaria della Lacuna: nel commento al film, regista e sceneggiatore sottolineano il contrasto tra la storia “tutto in una notte” del personale della clinica e i due anni d’amore di Joel e Clem, inoltre nella sezione delle scene tagliate c’e’ la versione integrale di quando Mary va a risentire il nastro della sua memoria perduta e scopre che il “buon” professore di sui si era innamorata l’aveva indotta ad abortire, peccato che questo particolare sia rimasto fuori dalla versione definitiva del film perche’ avrebbe sicuramente dato piu’ spessore alla scelta della ragazza di restituire i ricordi a tutti coloro che si erano serviti della clinica.
Questa sezione e’ forse la piu’ interessante del disco di extra: ci sono anche le scene con la fidanzata precedente di Joel, personaggio poi tagliato; la qualita’ del materiale girato avrebbe meritato una versione piu’ lunga del film perche’ le soluzioni proposte erano interessanti e molto spesso fortemente esaustive.
Poco soddisfacente invece il commento sonoro di Gondry e Kaufmann: innanzitutto anche la posizione all’interno del dvd lascia perplessi, non lo si trova nel menu’ principale ma tra le funzioni della scelta della lingua, poi si capisce chiaramente che i due erano molto disinteressati a questa operazione, soprattutto Charlie Kaufman: lo sceneggiatore parla pochissimo ed a monosillabi, ad un certo punto dopo un lungo silenzio Gondry gli ricorda che dovrebbero dire qualcosa.
Sinceramente come fruitori non se ne riceve una bella sensazione..

Il Re Scorpione

Rescorpione Stasera Canale5 trasmettera’ in prima visione per la tivvu’ generalista Il Re Scorpione, prequel assurdo del colossal piu’ brutto della fine del secolo scorso: La Mummia (1999) a cui era seguito un altrettanto deplorevole La Mummia – il ritorno (2001) la cui mancanza di originalita’ si rivelava anche nel titolo.
Il prequel si svolge in un epoca indefinita prededente al sorgere della civilta’ egizia, nella citta’ di Gomorra (!) ricostruita come neppure nei peggiori peplun teverini si poteva inventare, ed anche all’occhio meno allenato non possono sfuggire 4 colonne copiate papali papali da Cnosso.
Tra i vari demeriti del film c’era anche quello di voler lanciare nell’empireo cinematografico un campione del wrestling, The Rock (al secolo Dwayne Johnson), quale epigono dei vari Stallone o Scwharzenegger: l’attore si e’ rivelato una meteora dell’action movie e tenta di riciclarsi nella commedia come dimostra la sua partecipazione a Be Cool.
Pessime prove anche dal punto di vista dell’azione con scene che mancano di competenza: si va dai piu’ volgari colpi bassi a mosse pseudo marziali a la citazione de Il mio nome e’ Remo Williams dove il protagonista fermava le pallottole con le mani.
Mummia32 E pensare che l‘epopea de La Mummia e’ una delle piu’ gloriose della cinematografia horror di tutti i tempi: inizia nel 1932 con la prima versione di Karl Freund, dove Boris Karloff, reduce dal successo di Frankenstein da’ vita a Himotep, egizio incautamente riportato in vita dalla lettura di un antico papiro, con l’inganno si mette alla guida di una spedizione archeologica per ritrovare la tomba della sua amata e resuscitarla, ma al gruppo si unisce una donna che pare la reicarnazione stessa dell’antica principessa, mandando in confusione il perfido Himotep.
Da questo capolovaro prolifera una serie infinita di sequel e remake , di cui certo il piu’ famoso e’ quello prodotto dalla Hammer nel ‘59.
Mummia1959 In questa versione il protagonista e’ un sacerdote (interpetato da Christopher Lee) mummificato vivo per colpa del suo illecito amore verso una principessa del sangue, con il compito di vigilare sul sonno eterno del suo amore. Si risvegliera’ per salvare la tomba dell’amata dalla profanazione dei soliti incauti archeologi; il film diventa quasi un melo‘ fiammeggiante perche’ la somiglianza tra la figlia dell’archeologo e l’antica principessa causeranno l’imbarazzo della mummia che dopo aver seguito il suo amore redivivo fino a Londra, non trovera’ il coraggio di compiere la sua vendetta.
La versione del 1999 e’ solo una scusa per provare i nuovi effetti speciali consentiti dalla tecnologia digitale, la formula seguita e’ quella del film d’avventura con risvolti comici sulla scia di Indiana Jones ma il risultato e’ molto piu’ scadente: manca l’elemento basilare della sorprendente somiglianza tra la protagonista e la principessa morta e invece si introduce lo svarione storico delle 7 piaghe d’Egitto il cui numero viene pure aumentato..
L’incredibile successo del film ha permesso, purtroppo la realizzazione di un seguito dove la coppia di eroi prolifera: almeno nella serie de L’uomo ombra con Dick Powell e Mirna Loy in cui, con molta buona volonta’, e’ possibile trovare un precedente di queste avventure, i protagonisti si limitavano ad accudire un simpatico fox terrier di nome Asta!

Sean Connery

Seanconnery**L’attore è scomparso il 31 ottobre 2020**


Auguri a Sean Connery, uno degli attori piu’ affascinanti del cinema mondiale, famoso per esser stato il James Bond per antonomasia.
Nato ad Edimburgo, in Scozia, da una famiglia molto umile, Connery approda poco piu’ che ventenne al mondo dello spettacolo, il successo gli arride nel 1962 quando porta sullo schermo il famoso agente con licenza d’uccidere creato da Jan Fleming: indimenticabile la scena in cui si toglie la tuta da sub e sfoggia un perfetto smoking bianco, e altrettanto storico il nugolo di bond girl che lo circonda (tra tutte la stupenda Ursula Andress in bikini).
Sean Connery vestira’ sette volte i panni dell’agente segreto, ma riuscira’ a liberarsi con successo da questo ruolo anche perche’ negli anni (1962-1971 con un ritorno del 1983) in cui ha interpretato i film di 007 la sua carriera non si e’ mai limitata a quel ruolo, basti pensare che nel 1964 lavoro’ per Hitchcock in Marnie.


007licenzadiuccidere

Zardoz Gli anni ‘70 lo vedono impegnato in film di un certo spessore come Zardoz (1973) di Boorman, Il vento e il leone di John Milius e L’Uomo che volle farsi re di Huston, entrambi del 1975, Robin e Marian firmato da Richard Lester nel 1976.
Il decennio successivo Connery partecipa a produzioni piu’ di cassetta che decreteranno il successo del suo fascino a partire da Atmosfera zero del 1981 e il ritorno al ruolo di 007 con Mai dire mai.
Nell’86 e’ il nobile spagnolo maestro di Christopher Lambert in Highlander, l’ultimo immortale ed e’ il geniale Guglielmo da Baskerville nella trasposizione cinematografica de Il Nome della rosa.
Guglielmodab L’anno seguente gira The Untouchables – gli intoccabili di Brian de Palma e per il ruolo di Jim Malone vince l’Oscar.
La seconda meta’ degli anni ‘80 segna l’apice del suo successo che culmina nel ruolo del padre di Indiana Jones nell’ultimo episodio della saga, Indiana Jones e l’ultima crociata.
Meno significative le sue apparizioni negli anni seguenti, ma il vecchio leone di Scozia non demorde e si lamenta che Hollywood lo sta mettendo da parte.