Il giardino di limoni

Ilgiardinodilimoni

Quando Il ministro della Difesa israeliano decide di trasferirsi in una casa sul confine palestinese per la sua vicina araba iniziano i guai: il frutteto di limoni piantato dal padre e unica fonte di sostentamento per la vedova, dev’essere abbattuto per assicurare l’incolumita’ dell’importante vicino, ma la donna impugnera’ la decisione.. 
 
Il film denuncia l’assurdita’ della vita sotto assedio che assume sfumature kafkiane arrivando a dichiarare una piantagione di limoni un pericolo mortale, una situazione i cui risvolti ridicoli sono sottolineati dalle stupide domande dei test di allenamento per il giovane soldato che vuole fare carriera e che risuonano costantemente intorno torretta di guardia. 
A dar maggior peso alla pellicola e’ la situazione parallela delle due donne protagoniste del film, oltre a Salma, la battagliera vedova palestinese, c’e’ Mira, la moglie del ministro che si rende conto di essere una presenza ingombrante per la sua vicina e nell’evolversi della vicenda capira’ di avere accanto a un uomo ipocrita come politico e come marito.
Anche Salma per portare avanti la battaglia in difesa della sua proprieta’ si dovra’ scontare con l’ipocrisia maschile , quella della sua gente che non apprezza l’indipendenza della donna e quella dell’avvocato che patrocina la sua causa. Le due donne si guardano e si studiano da lontano fino ad incontrarsi solamente per scambiare un sorriso e una stretta di mano, muta sorellanza conscia di esser insufficiente ad abbattere muri fisici e mentali di odio e sospetto. 
Hiam Abbas, gia’ vista nel precedente film di Riklis, La sposa siriana , conferma la bravura e  l’intensita’ della sua recitazione.

Milk

Milk

New York, 1970: nel giorno del suo quarantesimo compleanno, Harvey Milk conosce Scott, l’uomo che sconvolge la sua vita e gli consente di fare un salto di qualita’ abbandonando il lavoro da assicuratore e uno stile di vita votato a non far notare la propria omosessualita’. Harvey e Scott si trasferiscono nella citta’ piu’ libertaria d’America, San Francisco dove vivere appieno il loro amore. Quando Milk si rende conto che neppure a San Francisco i diritti gay sono rispettati, decide di darsi all’attivismo politico  e farsi leggere come consigliere comunale.. 
Gus Van Sant ci racconta la vita di Harvey Milk nel piu’ puro stile biopic: e’ Milk stesso che rievoca la propria esistenza salvandola su alcuni nastri nel timore di essere ucciso, cominciando da quell’incontro che 8 anni prima ha cambiato la sua vita. 
Il film ha il grosso difetto del genere biopic, quel tono puramente descrittivo che pone sullo stesso piano la vita privata di Milk e quella politica dell’America anni ‘70 certamente fortemente intrecciate ma si crea una distanza tra spettatore e vicenda che non permette mai di partecipare ai fatti che si svolgono sullo schermo.
La mano del Van Sant che amo torna nelle scene finali con quelle geometrie apparentemente non intersecanti tra l’ingresso di Milk in municipio e la follia di White che vaga per i corridoi.
Se Sean Penn e’ sicuramente bravo, ancora piu’ stupefacente e’ la prova di Josh Brolin, maschera dei perdenti americani, dal Giorgino Bush di W di Oliver Stone, a questo consigliere comunale impazzito per le troppe merendine.

Michael Cimino: 70 anni per 7 film

Mcimino

***Il regista è scomparso sabato 2 luglio 2016 a 77 anni***

Nato a New York il 3 febbraio 1939, studia architettura ed arti figurative; nel 1962 inizia a girare documentari e spot televisivi. 
Clint Eastwood rimane colpito dal contributo di Cimino alla sceneggiatura di Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan e decide di farlo debuttare dietro la macchina da presa nel 1974 in Una calibro 20 per lo specialista
Il piu’ grande successo come regista di Michael Cimino e’ la sua seconda opera Il cacciatore (1978) capolavoro indiscusso della cinematografia, vincitore di 5 premi oscar, tra cui miglior film, nel 1979. 
L’enorme successo de Il cacciatore fa si che Cimino abbia carta bianca per la sua terza opera, I cancelli del cielo del 1980, western fluviale ed atipico “che contemporaneamente celebra e distrugge il mito della Frontiera” (Mereghetti). La pellicola fece fallire la United Artists e fa di Cimino un outsider che torna alla regia solo nel 1985 con L’anno del dragone. Il film non e’ esente da polemiche per lo spaccato cruento e senza speranza che offre delle metropoli americane, in particolare della Chinatown di NewYork. Resta forse l’opera piu’ visibile tra quelle di Cimino per la presenza di Mickey Rourke all’apice del successo, in Italia fu distribuito dopo Nove settimane e mezzo e ancora oggi gode di una buona distribuzione sui palinsesti televisivi.
 
Cimino1
Rourke e Cimino collaborano in 3 film e l’incontro avviene sul set de Il papa di Greenwich Village del 1984 da cui Cimino fu licenziato a meta’ lavoro per venire sostituito da Stuart Rosenberg. 
Nel 1987 Cimino gira Il Siciliano rileggendo assieme a Mario Puzo la vita di Salvatore Giuliano come un Robin Hood siciliano, con un improbabile Christopher Lambert nel ruolo del bandito, ma allora il divo anglo francese era la star del momento.. 
Nel ‘90 torna a collaborare con Mickey Rourke in Ore disperate remake dell’omonima pellicola del 1955 firmato da William Wyler.
 
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L’ultimo film di Cimino e’ del 1996, il bellissimo Verso il sole, storia di Brandon ‘Blue’ Monroe, un ragazzo navajo condannato per omicidio e malato terminale di cancro. Brandon sequestra un medico e lo costringe a seguirlo in una sorta di viaggio iniziatico nel deserto in cerca della guarigione. Pellicola dolente e toccante e praticamente invisibile al cinema o in televisione.
 
Versoilsole
Nel 2007 Cimino ha anche diretto un episodio del film collettivo Chacun son cinéma ou Ce petit coup au coeur quand la lumière s’éteint et que le film commence (To each his own cinema – A ciascuno il suo cinema) diretto da 33 registi che raccontano il loro rapporto con il cinema, inutile dire che il film non e’ stato distribuito in Italia ma solamente presentato al festival di Roma di quell’anno.

Attualmente Cimino sta lavorando una nuova opera il cui titolo e’ Man’s fate e, ispirandosi al romanzo di Andre’ Malraux, La condizione umana,  narra le vicende di alcuni Europei nella Shangai della rivoluzione comunista del 1923.

Australia

Australia

Il guaio di questo film e’ sostanzialmente un anno, il 1941. 
Luhrmann ha la necessita’ di iniziare ila pellicola con quel bel 1939 scritto in sovrimpressione che rimanda chiaramente all’uscita dei due film feticcio a cui la sua opera si ispira, Via col vento di cui vuole ricreare il clima epico sentimentale e Il mago di OZ, vero punto di riferimento per Australia, con la celeberrima Somewhere over the rainbow arrangiata in tutte le salse.
La parte di film che inizia nel 1939, cioe’ l’arrivo dalla brumosa Inghilterra di Sarah Ashley (plausi eterni a Luhrmann per l’innata capacita’ di rendere sempre al meglio la Kidman, qui adorabilmente simpatica) e la difficolta’ dell’altezzosa lady ad inserirsi nella rozza Australia, le scintille con l’indomabile Drover e la folle corsa con la mandria, questa prima parte dicevo e’ ottima e se il film si fosse concluso con il coronamento d’amore tra Mrs Boss e Drover saremmo qui ad esaltare l’ennesima prova dell’abilita’ del regista di creare ottimi film mescolando suggestioni del cinema del passato: impossibile non citare l’entrata in scena di Drover con un dettaglio degli occhi chiaro omaggio ai western di Sergio Leone e alla sua icona Clint Eastwood. 

Australia

Purtroppo il progetto di Luhrmann e’ piu’ ambizioso e vuole assolutamente raccontare il bombardamento di Darwin del 19 febbraio 1942, dopo che   l’attacco di Pearl Harbour  ha scatenato la seconda Guerra Mondiale nel Pacifico, resta dunque quel buco di 12 mesi da riempire attraverso la storia di un grande amore che si va logorando, ma il pubblico ha gia’ avuto la sua dose piu’ che soddisfacente di scontri tra i due sessi e a fatica segue le dinamiche di una famiglia cosi’ eterogenea, lei lady inglese, lui mandriano che si prendono cura di un piccolo aborigeno che vuole mantenere il legame con la sua cultura. Il buon senso avrebbe imposto una cesura o un salto temporale perche’ la composizione del film e’ gia’ azzardata di suo mettendo il momento tragico dopo il coronamento d’amore e anche se le scene del bombardamento sono ben fatte, la suspance intorno alla presunta morte di uno dei tre protagonisti regge, il bello del film si raccoglie tutto intorno a quel meraviglioso 1939.

Lasciami entrare

Lasciamientrare

Svezia, primi anni 0ttanta: Oskar, dodicenne vittima della banda di bulli della sua scuola, trova la forza di ribellarsi ai soprusi grazie all’amicizia con Ely, una strana bambina che va ad abitare nell’appartamento vicino al suo.. 
Nuova declinazione del tema del vampirismo che punta sull’angosciosa scoperta della mancanza di innocenza dei bambini che si affacciano all’adolescenza, sottolineando un tema attuale come quello del bullismo. Infanzie un po’ slabbrate che cercano una strada qualsiasi per sfuggire alla solitudine in cui li getta un mondo fatto di adulti disillusi o compresi nell’inseguimento delle lori illusioni (i genitori di Oskar, i beoni del quartiere).
 Il regista Tomas Alfredson compone immagini bellissime esaltando le fredde geometrie razionaliste dei sobborghi di Stoccolma, avvolte quasi sempre nelle gelide e scure notti svedesi rese irreali dal riverbero della neve a cui si contrappone la luce fintamente calda degli interni. 
C’e’ qualche breve momento di comicita’ involontaria come quella dei gatti che assalgono la neovampira, ma per il resto il film e’ lodevole soprattutto nel condurre la vicenda verso un presunto lieto fine lasciando solo intuire il destino amaro di chi vittima lo e’, forse, per predestinazione.

Perche’ ho tolto il blogroll

Visto che e’ una domanda che mi e’ stata posta piu’ volte in diverse sedi rispondero’ pubblicamente a chi e’ cosi’ interessato a codesta questione.
Ho tolto il blogroll perche’ buona parte dei blog segnalati era ormai inattiva da tempo e siccome molti  dei blog  in standby erano quelli con cui avevo rapporti piu’ stretti, davvero non avevo cuore a un repulisti lasciando solo i blog attivi con cui avevo effettuato solo uno scambio di link per educazione o per esplicita richiesta, per cui ho deciso di eliminare il blogroll la cui funzione del resto e’ sostituita da tempo dalla lettura dei feed aggiornati dei blog che realmente mi interessano.
Quindi si tratta di una motivazione puramente sentimentale, se poi qualcuno risente del calo di qualche decimo di punto su technorati (non credo davvero che li mio dis-link possa valere di piu’!) mi dispiace, ma al cuore non si comanda!

Valzer con Bashir

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Stranissima ma geniale commistione di linguaggi filmici per questa pellicola d’animazione che racconta in prima persona l’esperienza del regista come se si trattasse di un documentario: in sovrimpressione ci sono anche le scritte con il nome e la professione delle persone intervistate. 
La trama e’ semplice: Ari Folman si accorge, parlando con un amico, di non avere ricordi di quando era soldato in Libano, nel 1982; si confronta allora con amici e terapeuti per cercare di recuperare la propria memoria storica e quella di un’intera generazione costretta dagli orrori della guerra a rimuovere parte delle proprie esperienze, tipo quella di aver assistito alla strage nei campi di Sabra e Chatila che ospitavano profughi palestinesi. 
Una riflessione sulla memoria e soprattutto su certi quesiti sulla natura umana che sorgono quando ci si trova di fronte a massacri immani, una sorta di risposta anche alla Shoah, fantasma che agita il back ground del regista, figlio di deportati: chi non si e’ mai chiesto di fronte all’Olocausto come il popolo tedesco abbia potuto assistere senza fiatare ad un orrore simile? Valzer con Bashir risponde anche a questa domanda facendosi seguire passo passo i meccanismi di difesa che scattano nella mente umana di fronte all’indicibile. Che la mente dell’uomo non sia in grado di tollerare la strage e preferisca rimuoverla non e’ una passiva giustificazione di fronte agli orrori della guerra ma un drammatico monito per non doversi trovare a gestire qualcosa che la nostra intima natura non e’ in grado di accettare. 
Per questi motivi il messaggio che il fim porta, trascende di gran lunga l’attenzione che i media gli hanno dedicato additandolo come un anomalo miracolo pacifista proveniente da Israele, Paese che in questi ultimi tempi non si e’ certo distinta per spirito di fratellanza.
Piu’ interessante sarebbe riflettere come nazioni differenti della devastata area medio orientale riescano a toccare vette di eccellenza artistica attraverso un linguaggio filmico solitamente dedicato all’infanzia come il cartone animato, penso ovviamente a Persepolis dello scorso anno: anche in quel caso l’immagine e la parola erano insufficienti a raccontare l’orrore che andava sublimato attraverso la fantasia e credo che il finale di Valzer con Bashir, fatto di filmati di repertorio risulti cosi’ toccante proprio perche’ si arriva alla tragedia con gli occhi “vergini”, protetti dallo sguardo poetico e simbolico che solo l’animazione consente di realizzare.

Un matrimonio all’inglese

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Il giovane rampollo di una nobile famiglia inglese torna al castello avito portando da Montecarlo un’ingombrante sorpresa: la maliarda moglie americana dal passato burrascoso..
 
Per la serie debbo fidarmi esclusivamente del mio istinto va detto che i trailer de Un matrimonio all’ inglese non mi avevano entusiasmato e me lo sarei peso volentieri ma le critiche piu’ che buone e l’assoluta mancanza di alternativa del periodo post-natalizio, mi hanno portato a vedere questa pellicola che mi ha decisamente annoiato: se e’ indubbiamente ottima la ricostruzione storica, se e’ intelligente e graffiante il plot scritto da uno dei maestri della commedia inglese del XX secolo, Noel Coward, la sagacia delle battute si perde in un’eccessiva ridondanza stilistica (le innumerevoli immagini riflesse in ogni dove, dagli specchi ai pomelli delle porte!) e soprattutto non funziona l’amalgama tra la partitura comica e il lato tragico dei personaggi della disinibita moglie americana e il suo disperato suocero: se il regista, Stephan Elliott, ha detto che la commedia va dosata come una spezia e non come una salsa, perche’ ha rovinato la ricetta con densi e noiosi pistolotti sull’ammmore e la condizione umana?
Sopravvalutato.

La duchessa

Laduchessa

La diciassettenne Georgiana Spencer va sposa al ricco Duca di Devonshire con il compito ben preciso di dargli un figlio maschio. Il conte e’ un uomo prosaico tanto la moglie e’ raffinata e romantica quindi il loro matrimonio si rivela ben presto infelice anche per la lunga attesa del sospirato erede. Per consolarsi dell’insoddisfazione matrimoniale il duca non esita a prendersi come amante la migliore amica della moglie che vive sotto il loro tetto e l’allegra convivenza continua anche quando Georgiana scopre la tresca. La duchessa intanto ha ritrovato l’amore tra le braccia di uno spasimante dell’adolescenza a cui la lega lo spirito sognatore e l’interesse politico.. 
Tratto dalla biografia firmata da Amanda Foreman, un biopic su un’antenata di Lady D. (non per nulla chiamata Lady G.): esistono davvero molte analogie tra le due Lady di casa Spencer? Non cosi’ tante a mio parere, forse solo un certo spirito romantico e ingenuamente ribelle che non consente alle due donne di misurarsi con la probabilissima infelicita’ di un matrimonio di interesse che si fonda esclusivamente sulla necessita’ di continuare la dinastia. 
Il film di Saul Dibb permette di godere di una raffinatissima messa in scena fatta di elegantissimi palazzi e costumi sfarzosi; quando la pellicola vuole tentare la dnuncia della dura condizione femminile finisce un po’ nel ridicolo: dubito che le urla di una donna stuprata nella camera da letto di un piano nobile potessero arrivare fino al vestibolo del palazzo data la robustezza dei muri, ma qualora cio’ fosse possibile e’ ben difficile che sul volto di un lacche’ si dipingesse la pieta’ e il disgusto come avviene nel film.

Bolt – Un eroe a quattro zampe

Bolt e’ il cane protagonista di una famosa serie tv. I produttori del programma sono convinti che per ottenere il massimo della credibilita’ dall’animale, lui debba essere davvero convinto di avere dei superpoteri, ma un giorno Bolt si scontrera’ con la dura realta’..

Bolt

Anche la Disney si cimenta con il 3D nelle (poche) sale adibite in Italia a questo tipo di visione con una storia tipicamente disneyana nei contenuti e nel lieto fine: l’evoluzione tecnica del film non e’ quindi seguita da un’ evoluzione nella trama della pellicola che pure rivela qualche timido spunto innovativo.

Anche per chi non ha potuto vedere gli effetti in 3D (come la sottoscritta) la scena dell’inseguimento che fa il verso a tanti action movie, risulta godibilissima e ottimamente orchestrata, anche il salto narrativo che mostra il dietro le quinte e’ interessante, ma viene subito abbandonato in favore delle piu’ classiche (dis)avventure di Bolt per tornare dalla sua padroncina Penny.

Gli amici che Bolt trova nel suo viaggio di ritorno a Los Angeles rappresentano una velata critica al modo in cui gli esseri umani trattano i loro amici a quattro zampe: la gattina randagia Mittens e’ stata abbandonata durante un trasloco e Rhino e’ un grasso criceto videodipendente che vive in una palla.

Caruccio, ma si poteva fare di meglio.