Frozen river – fiume di ghiaccio

Frozenriver

A pochi giorno da Natale Ray viene abbandonata dal marito, giocatore incallito che e’ fuggito con con tutti i soldi di casa. Mentre ricerca il marito la donna conosce Lila, una ragazza mohawk che fa contrabbando tra Canada e Usa sfruttando la sovranita’ del territorio indiano. Ray inizialmente viene coinvolta nei traffici di Lila suo malgrado ma poi trovera’ nel trasporto di immigrati clandestini una facile risposta ai suoi problemi economici.. 
 
Opera prima, Premio della Giuria del Sundance, con il forte placet di Tarantino, nonche’ vincitrice del nostro Courmayeur Noir in Festival, la pellicola di Courtney Hunt e’ un thriller anomalo, di rara finezza psicologica e tensione emotiva. 
Nei suoi 97 minuti , il film riesce a descrivere i rapporti sempre contraddittori tra popolazioni diverse: per Lila Ray all’inizio non e’ altro che una bianca da sfruttare per sfuggire ai controlli della polizia. 
Ray e’ una donna che lotta per sopravvivere con un lavoro part-time, due figli e un marito a cui aveva gia’ sparato in un piede perche’ si era giocato i soldi della spesa ed ora e’ fuggito con la caparra per la casa dei sogni: una villetta prefabbricata ma ben isolata dove i tubi resistono alle temperature polari della zona. 


Frozenriver

Le due donne, compari per caso, scoprono di avere ben presto molto in comune: anche Lila e’ senza un uomo perche’ vedova ed e’ madre, ma il figlio di un anno e’ cresciuto dalla suocera perche’ la ragazza non e’ ben vista all’interno della comunità. 
Inquietante, soprattutto in notturna, la grande distesa ghiacciata del fiume San Lorenzo, metafora di un mondo indifferente alle sorti degli altri: Ray e’ circondata da creditori pronti a portare via la merce se non vengono pagati e il datore di lavoro o la collega sono completamente apatici verso la donna,  come la comunita’ Mohawk lo e’ nei confronti di Lila a cui e’ stato tolto il bambino e che finisce per essere espulsa dalla comunita’. 


Frozen river

Appunto climatologico: il primo quarto d’ora puo’ essere davvero sconvolgente vendendo la Dodge Spirit filare sul ghiaccio senza mai sbandare con le sue ruote da neve, soprattutto se ci si ricorda la propria inabilità di due mesi fa nel percorrere le nostre strade ricoperte da comuni nevicate che ormai reputiamo eccezionali.

The wrestler

Thewrestler

Randy “the ram” e’ un wrestler di mezz’eta’ che cerca di rinverdire i fasti degli anni’ 80 attraverso squallidi incontri che sono solo l’ombra del suo glorioso passato fino a quando un problema cardiaco lo costringera’ a riflettere sulla sua esistenza.. 
La faccia triste dell’America si incarna in corpi sfatti, esibiti e doloranti, unico mezzo per sopravvivere a una vita di fallimenti e successi ormai appassiti. 
C’e’ lo spettro della mezza eta’ ad incombere su Randy e su Cassidy, il suo alter ego femminile, spogliarellista per necessita’ che sempre piu’ spesso si vede preferire le colleghe piu’ giovani, mentre il vecchio ariete deve convivere di nascosto dal ring, con gli occhiali fino al giorno in cui il suo cuore non gli presenta il conto per una vita sregolata fatta di antidolorifici e anabolizzanti.
Randy cerca di scendere a patti con la sua nuova condizione, ma l’incapacita’ di costruirsi una vita fuori dal ring lo riporta al mondo del wrestler, sport (?) assurdo dove tutto e’ fasullo e iperbolico, pantomima cruenta dell’eterno scontro tra bene e male tanto da prestarsi a una rilettura sarcastica di alcune battute di The passion di Mel Gibson. 
Con uno stile che sembra isprarsi al Dogma , soprattutto nell’uso della telecamera a mano, il regista ci racconta la drammatica storia di un individualismo esacerbato che ha il coraggio di vivere fino in fondo la vita che si e’ scelto, in bilico tra patetismo ed eroismo. La figura di Randy “the ram” si intreccia con quella di Mickey Rourke, l’attore che lo interpreta, fenice che ha saputo risorgere dalle ceneri di talenti e bellezza gettati al vento.

Saggezza popolare

E cosi’, il sire nostro che e’ in the sky, per giustificare la trovata dell’ampliamento del 20% di ogni villetta italica si rifa’ a un detto, che detto in francese fa tanto chic, (se l’edilizia va, si riprende tutta l’economia) ma resta il fatto che la risposta italiana alla crisi si basa su un detto, un proverbio, una vox populi per un populismo migliore. 

Del resto non c’e’ nulla di strano: mentre Berluska smonta sfacciatamente l’impalcatura di una democrazia, quel 27/28% di italiani che a rigor di sondaggi gli sarebbero sfavorevoli, guidati da quell’armata Brancaleone che e’ la sinistra italiana stanno alla finestra, quasi godendo degli astuti (?) colpi di mano del presidente del consiglio perche’ e' noto che piu’ in alto si sale piu’ rumorosamente e piu’ dolorosamente si cade o parafrasando l’antica saggezza cinese siediti sulla riva e aspetta che passi il cadavere del tuo vicino, in fondo nell’ultima dittatura le castagne dal fuoco un po’ son venute a togliercele e si sa che chi non conosce la storia e’ costretto a ripeterla

Frost/Nixon – il duello

Frost:nixon

Un capitolo fondamentale della storia americana (e dei media) raccontato con piglio sicuro da Ron “ricky cunningham” Howard: le interviste che il presentatore inglese David Frost fece a Richard Nixon, unico presidente della storia americana costretto a dimettersi in seguito allo scandalo Watergate. Nixon sarebbe riuscito ad uscire indenne dalla bufera dello scandalo se non si fosse tradito, forse per troppa sicurezza, durante una delle ultime interviste (in tutto erano cinque) concesse a Frost. 
Al solito la storia la fa chi non ha nessun interesse in essa: Frost non era certo spinto da un interesse politico o da un senso di giustizia, ma piu’ prosaicamente voleva ritrovare la fama che aveva perso negli Stati Uniti, di certo il suo fiuto mediatico gli permise di indovinare una mossa estremamente azzardata e cosi’ poco credibile per i tempi che dovette finanziarsela di tasca sua. Per Nixon la beffa arriva da un mezzo, la televisione, che gli risulto’ sempre ostile anche nella campagna contro Kennedy, dove il sudore del labbro superiore gli costo’ la sconfitta dovuta alla miglior presenza fisica del giovane candidato democratico. 
Ron Howard dirige con classe questa bella pellicola, dandogli mordente e un buon ritmo, facendo rivivere sullo schermo un’atmosfera anni ‘70 di solito meno conosciuta, l’eleganza molto classica del jet-set. 
Eccezionale l’uso della luce, calda e tipicamente californiana negli esterni mentre nel momento delle interviste l’interno della casa diventa buio come l’antro di una grotta, dove di solito risiede la coscienza. 
Bravissimi gli attori, in particolare Frank Langella che avrebbe meritato l’oscar per la miglior interpretazione maschile, ma ci accontentiamo del glorioso ritorno del Dracula piu’ sexy della storia del cinema.

Revolutionary road

Revolutionaryroad

Torna la coppia di Titanic (e c’e' pure Katy Bates): dopo aver rappresentato il grande amore romantico, la Winslet e DiCaprio mettono in scena le frustrazioni di un matrimonio degli anni’ 50, problemi matrimoniali che superano le contingenze del periodo, tanto che mi son ritrovata a pensare che forse anche Jack e Rose, se avessero coronato il loro sogno d’amore si sarebbero ritrovati a cercare di conciliare le ambizioni personali con la vita di coppia. Certamente gli States conformisti degli anni’50 sono la cornice ideale per sottolineare il conflitto interno alla coppia e il loro rapporto con gli altri, le reazioni degli amici al progetto dei Wheeler di partire per l’Europa sono impagabili: l’invidia mal celata quando il sogno sembra realizzabile e il sollievo manifesto (e manifestato) quando Frank decide di rinunciare per concretizzare la sua carriera all’interno dell’azienda. 
Per atmosfere e temi Revolutionary road richiama un serial di successo, Mad Man e quel che sconvolge di entrambi e’ la capacita’ di mostrare l’altra faccia del sogno americano (angosciosa l’andata al lavoro di DiCaprio, uomo in grigio omologato alla fiumana dei suoi simili) e far crollare miseramente quel detto che la fine degli anni’50 e i primi ‘60 rappresentano l’innocenza dell’America. 
La prova di Kate Winselt e’ superlativa: se la dimostrazione che un’ottima attrice sa essere sia bella che brutta, qui la Winslet passa dall’avere il fascino pericoloso di una femme fatale ad essere una donnetta distrutta moralmente che cede alla sciatteria, ma ovviamente l’Academy, da sempre piu’ attratta dalle recitazione fortemente caratterizzate fisicamente, l’ha premiata per The reader.

The reader – A voce alta

Thereader

Nella Berlino Est degli anni ‘50 il quindicenne Michael conosce la trentenne Hanna con cui inizia una relazione sentimentale caratterizzata dal fatto che il sesso e’ scandito dalle letture che la donna richede al ragazzo.
Dopo un’estate d’amore la donna sparisce e Michael la ritrovera’ solo otto anni dopo come imputata di un processo per crimini nazisti a cui lui assiste durante un seminario universitario. 
§§Achtung, spoiler!§§
Sgombriamo subito il pregiudizio che avvolge questa pellicola: non e’ che il film voglia gettare una luce favorevole sul nazismo, e’ che i protagonisti “non nazisti” di questa storia sono talmente glaciali e antipatici che la povera Hanna alla fine risulta molto piu’ umana di loro. 
Voler vedere in questa pellicola una metafora del nazismo e’ estremamente pretenzioso: il fatto che Hanna sia analfabeta non e’ una giustificazione del suo comportamento anzi, la vergogna per questo suo limite la portera’ ad assumersi le colpe delle altre sorveglianti (stronzissime come ci si immagina un nazista, sia pure ex) e sara’ l’unica a ricevere una condanna all’ergastolo. 
Ricondotto il film nei binari di una semplice storia di amore, quel che non continua a funzionare sono le colpe sottintese al personaggio di Hanna: Michael sara’ per tutta la vita un uomo dalla vita affettiva molto squallida, sia come figlio, che come padre, che come marito o amante e tutto questo solo perche’ a ventidue anni ha scoperto che la sua iniziazione amorosa e’ avvenuta con una kapo’ nazista? Va bene, siamo nell’ambito di quella seconda generazione tedesca che si deve confrontare con la scoperta degli orrori compiuti dai genitori, ma al povero Michael, vittima di questo crudele scherzo del destino bisogna comunque imputare una certa incapacita’ di reagire agli urti della vita! 
A complicare ulteriormente la vicenda c’e’ il senso di colpa di Michael che improvvisamente durante le udienza del processo si rende conto che Hanna e’ analfabeta (una volpe, io l’avevo capito dai trailer!) e invece di scagionare la donna inchiodata dalla presunta scrittura di un rapporto, lascia che venga condannata all’ergastolo e solo anni dopo iniziera’ a mandarle in carcere le registrazioni dei libri che le leggeva durante la loro estate d’amore. Con l’ausilio di queste cassette Hanna imparera’ a leggere (su un libro scritto in inglese, ma non stavamo nella Germania rosa dal senso di colpa per gli orrori nazisti ???) e cerchera’ di instaurare un rapporto epistolare con Michael che non e’ in grado di affrontare il proprio passato fino al 1988, quando la donna sara’ scarcerata per buona condotta  e l’uomo trovera' la forza per incontrare  il suo vecchio amore (una donna descritta come sciatta e quando ti aspetti la strega Bacheca ti trovi davanti una vecchina candida con l’occhio improvvisamente ceruleo.. mah! sara’ la cataratta..). 
Quello che piu’ mi ha sconcertato e’ che alla morte di Hanna Michael si faccia esecutore delle sue volonta’ testamentarie verso la sopravvissuta del lager ma che nell’incontro con la sostenuta ex prigioniera non riveli mai il segreto di Hanna (l’analfabetismo) che l’ha portata a pagare per una colpa piu’ grande di quella commessa e solo nel 1995 l’uomo avra’ il coraggio di raccontare tutta la storia alla figlia: sinceramente.. ecche palle, Michael!

Estasi

Estasiloc

Extase 
Cecoslovacchia 1933 
con Hedy Kiesler, Zvonimìr Rogoz, Aribert Mog 
Regia di Gustav Machaty. 
 
Eva fa tristemente ritorno alla casa paterna dopo il fallimento del matrimonio con Emil, uomo piu’ anziano di lei, distratto puntiglioso e molto probabilmente impotente. Un giorno la giovane donna conosce l'aitante ingegnere Adam e tra i due scoppia la passione ma il suicidio di Emil, che capisce di aver definitivamente perso la moglie, costringe Eva a fuggire dall’amato. 
 
Il film e’ celeberrimo per la famosa scena di nudo integrale di Hedy Kiesler, qui in versione paffuta prima di trasformarsi nell’eterea diva americana Hedy Lamarr, ma la pellicola riserva altri aspetti fascinosi che rendono interessante la visione ancora oggi. Innanzitutto l’uso limitatissimo del sonoro, soprattutto nella prima parte, che lascia ampio spazio alla tensione ed alle immagini fortemente simboliche girate con uno stile che oscilla tra Eisenstein e la Riefenstahl. 
La descrizione dei caratteri dei protagonisti e’ geniale: per raccontare la meticolosita’ di Emil, l’uomo viene mostrato mentre si mette a lisciare le frange di un tappeto. Emil e Adam sono completamente antitetici sia nell’aspetto fisico che nei comportamenti: mentre Emil uccide sadicamente gli insetti che lo infastidiscono, il nerboruto Adam mostra un’insolita delicatezza nell’aiutare un’ape a riprendere il volo grazie ai petali di un fiore. Gli insetti sono una chiara metafora di Eva, soffocata dalla vita cittadina a cui Emil la costringe e che invece rifiorisce nella tenuta agricola del padre grazie al contatto con la natura e alla passione fisica per Adam.
 
Estasinudo
L’amore sensuale e’ infatti il tema centrale dell’opera raccontato attraverso allusioni ben chiare: l’accoppiamento tra i cavalli, l’insistente lavoro dei macchinari che penetrano la terra. Ci sono  poi il famigerato bagno e la corsa  di Eva nuda, ma rimane molto piu’ interessante la sua presa di coscienza del desiderio in una notte ventosa che la porta, quasi suo malgrado, alla casa dell’uomo amato. Purtroppo l’esaltazione panica del sesso e della natura viene inficiata da un finale moralista: Eva si sente costretta dal senso di colpa ad abbandonare Adam quando scopre il suicidio di Emil, e qui i nomi biblici dei personaggi sottolineano come una volta di piu’ la donna che prende cio’ che vuole sia costretta a pagare lo scotto della sua scelta e mentre le immagini finali si soffermano su un Adam pensoso, nel montaggio viene inserito un fotogramma di Eva finalmente felice perche’ madre: non importa se quello rappresentato sia solo il sogni di Adam o il destino effettivo di Eva, il messaggio resta sempre quello di un femminile che raggiunge la sua pienezza solo nella maternita’.

Strappami le lacrime

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Se c'e' un film che mi fa piangere come una fontana e' Il Cucciolo terribile apologo sulla crescita e il compromesso che ho scelto da anni di non vedere mai piu', avendo segnato troppo la mia infanzia, che tanto tra l'orto e il cervo io scelgo il cerbiatto e la fame ancora adesso!
Ovviamente la pellicola in questione non poteva mancare nella lacrimosa rassegna del Palazzo delle Esposizioni di Roma. 
Vabbe', confesso: caragno anche davanti ad Incompreso..

Sei un tipo dalla lacrima facile? Le lacrime curano lo stress: ogni goccia produce infatti il cortisolo, una sostanza che allevia la tensione, e una serie di antidolorifici naturali. Piangere fa bene, è una valvola di sfogo delle emozioni e dei sentimenti che, se repressi, possono dar luogo ad ansie e depressioni.
Ecco allora una serie straordinaria di classici melò ad altissimo tasso emotivo, “filmoni” strappalacrime che si rivedono sempre volentieri, alla ricerca di un modo di esprimere l’emozione più pacato e pudico, rispetto all’assordante sguaiataggine televisiva. Una selezione delle pellicole più rappresentative delle esperienze commoventi nella vita, come l’amore infelice, l’infanzia difficile, l’accanirsi della sorte. Un esperimento che muove dal desiderio di sondare i sentimenti reali del pubblico, per vedere se nell’età dell’indifferenza, dell’aggressività spavalda, i grandi sentimenti, i grandi affetti, il gusto delle lacrime hanno ancora il loro incontrastato potere.
Vecchie atmosfere ma in linea con l’ultima moda: in Europa si stanno diffondendo i crying clubs, locali nati per superare lo stress da superlavoro, in cui è possibile piangere in libertà, magari guardando un film strappalacrime. Un’idea che arriva dal Giappone, dove spopolano i tears parties, feste nelle quali non si fa altro che piangere, da soli oppure in compagnia. Sembra uno scherzo, ma è proprio vero. Se l’uomo del terzo millennio è ancora così bloccato nell’espressione delle emozioni, da dover meccanizzare un atto così puro e privato come il pianto, espressione incontrollata dell’anima, il Palazzo delle Esposizioni offre una spalla a chi ama sciogliersi davanti ai film, con gusto e ostinazione, proponendo una serie incredibile di capolavori del melodramma.
Allora buona visione e pianto libero, i fazzoletti li offriamo noi.

26 febbraio, ore 21

Splendore nell'erba

di Elia Kazan. Con Natalie Wood, Warren Beatty. USA 1961 – v. italiana (124’)

L'amore tra due liceali, contrastato dai genitori e dalla loro repressione sessuale, porta la protagonista, una splendida Natalie Wood, alla follia. Forse il melodramma più intenso sul primo amore che sia mai stato fatto, rappresenta il capolavoro creativo di Kazan, uno degli studi psicologici più riusciti del suo cinema, un atto d'accusa contro la morale conformista e uno straziante inno alla giovinezza perduta. 

27 febbraio, ore 21

Lettera da una sconosciuta

di Max Ophüls. Con Joan Fontaine, Louis Jourdan. USA 1948 – v. o. con sottotitoli in italiano (90’)

La più bella storia d'amore impossibile mai raccontata da Hollywood, una passione mai ricambiata che consuma fino alla morte. Ophüls realizza il suo capolavoro romantico, uno dei più squisiti “film di donna” della storia del cinema, immerso in un clima magico e ossessivo. 

28 febbraio, ore 21

Le onde del destino

di Lars von Trier. Con Emily Watson, Stellan Skarsgård. Danimarca 1996 – v. italiana (158’)

Film dell’amore totale, dell’abnegazione, della fiducia nei miracoli che talvolta si fanno carne e sangue in cambio di una vita nuova. Capolavoro di Lars Von Trier, Gran Premio a Cannes nel 1996 e vincitore di numerosi altri riconoscimenti, è una storia indimenticabile in cui la fragile Bess – una strepitosa Emily Watson – si erge a figura di grande, stupefacente bellezza. 

1 marzo, ore 21

Anonimo veneziano

di Enrico Maria Salerno. Con Florinda Bolkan, Tony Musante. Italia 1970 – (94’)

Il lacerante addio di un musicista malato a sua moglie, ambientato in una Venezia indimenticabile e sognante, che fa da sfondo livido e decadente a questo incontro tra anime nude, dilaniate dalla paura e dal dolore. 

5 marzo, ore 21

Il cucciolo 

di Clarence Brown. Con Gregory Peck, Jane Wyman, Claude Jarman jr. USA 1946 – v. italiana (128’)

L’affetto di un bambino per un cerbiatto e il dolore del distacco fanno di questo classico hollywoodiano degli anni '40 un capolavoro perfetto, pieno di sentimentalismo, pur nella dura e faticosa realtà, che descrive una sorta di ritorno alle origini.  

6 marzo, ore 21

Incompreso – Vita col figlio

di Luigi Comencini. Con Anthony Quayle, Stefano Colagrande. Italia 1966 (105’)

Uno dei film più emozionanti del nostro cinema descrive con immensa delicatezza l’infanzia, vittima dell’indifferenza o dell’egoismo degli adulti, nel rapporto difficile tra un padre chiuso e il figlio tutto slanci e intime, segrete sofferenze. Un grave affresco dei sentimenti, delicato e coinvolgente.  
 
 
7 marzo, ore21

Volver – Tornare

di Pedro Almodóvar. Con Penelope Cruz, Carmen Maura. Spagna 2006 – v. italiana (120’)

Capolavoro tutto al femminile, magnifico e toccante, che esplora i temi dell'infanzia offesa, del desiderio crudele e delle pulsioni d'amore e di morte. Una storia magica di vivi e morti che convivono nella dimensione della memoria e degli affetti – tra Spagna arcana e melò classico – interpretata da attrici strepitose che ricordano Bette Davis, Anna Magnani, Sofia Loren anni Quaranta e Cinquanta. 

8 marzo, ore 21

Marcellino pane e vino

di Ladislao Vajda. Con Pablito Calvo, Rafael Rivelles. Spagna, Italia 1955 – v. italiana (90’)

Ancor oggi rimane il film spagnolo di maggior successo nel mondo, solo in Italia commosse undici milioni di spettatori con la storia dell’orfanello di cinque anni che parlava con il crocifisso e gli dava da mangiare un po’ del suo pane e del vino dei frati presso cui viveva. Un classico del genere edificante commovente e coinvolgente. 

13 marzo, ore 21

E le stelle stanno a guardare

di Carol Reed. Con Michael Redgrave, Margaret Lockwood. Gran Bretagna 1939 – v. italiana (110’)

La fame, la sofferenza, il diritto alla vita spingono un gruppo di minatori alla ribellione, alla violenza. Un capolavoro drammatico, aspro, robustamente delineato nelle psicologie dei personaggi, impregnato di succhi passionali che trascinano lo spettatore nel fondo di una miniera, tra l’ansia e la disperazione dell’attesa per la propria sorte. 

14 marzo, ore 21

Da qui al
l'eternità

di Fred Zinnemann. Con Frank Sinatra, Deborah Kerr, Montgomery Clift, Burt Lancaster. USA 1953 – v. italiana (118’)

Capolavoro intenso e coinvolgente, ambientato in un accampamento militare poco prima dell'attacco di Pearl Harbor, racconta gli amori, le umiliazioni, le rivincite e i tradimenti di cinque personaggi, interpretati magistralmente da alcune delle star più famose di Hollywood dell’epoca. Premiato con otto premi Oscar, è senza dubbio il migliore melodramma di guerra.  

15 marzo, ore 21

Uomini – Il mio corpo ti appartiene

di Fred Zinnemann. Con Marlon Brando, Everett Sloane, Teresa Wright. USA 1950 – v. italiana (85’)

Al suo primo film, Marlon Brando, si rivela già un attore straordinario, capace di trasmettere verità emotiva e autenticità al dramma di un soldato ferito in guerra, che attraversa le tappe della riabilitazione e del reinserimento nella vita civile. Fece sensazione all’epoca per la rappresentazione senza ipocrisie del problema sessuale. 

Si ringraziano per la collaborazione: Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, Fondazione Cineteca Italiana – Milano, Cineteca D. W. Griffith, Warner Bros. Entertainment Italia, Emme Cinematografica 
 
 

INFORMAZIONI

Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema

ingresso scalinata di via Milano 9 A, Roma

biglietto: intero € 4,00 – ridotto € 3,00 – abbonamento alla rassegna € 20,00

www.palazzoesposizioni.it

Operazione Valchiria

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L’ Operazione Valchiria e’ l’ultimo e il piu’ celebre dei 15 attentati (tutti falliti!) perpetrati dai vertici dell’esercito tedesco ai danni di Adolf Hitler. L’operazione, avvenuta meno di un anno prima della rovinosa caduta del Terzo Reich, non puntava solo all’eliminazione fisica del tiranno, ma contava di fargli seguire un colpo di stato che decapitasse i vertici delle SS operando una geniale modifica di una direttiva di difesa interna dello stato nazista. 
Preceduto da una serie di insinuazioni e pregiudizi su una forte ingerenza di Tom Cruise sulla direzione della pellicola, il film si rivela piu’ che dignitoso, sorretto da una buone dose di tensione, forse e’ un poco lunga la prima parta che narra come Stauffenberg perse un occhio e una mano durante un attacco aereo sul fronte africano. 
Un Tom Cruise misurato nella sua interpretazione, con ciuffo riccioluto e mascella volitiva fa rivivere i divi degli anni '50 e l’atmofera d’antan pervade tutta la pellicola nella costruzione molto classica della sceneggiatura e nella fotografia che riportano ai grandi film di guerra anni '50/'60 con il loro bagaglio retorico che non manca neppure qui e forse la pecca piu’ grave dell’opera e' il voler attribuire al protagonista sentimenti umanitari e contemporanei (compreso il ripudio dello sterminio degli ebrei) che molto probabilmente non appartenevano al personaggio storico, spinto piu’ dal desiderio di agire per il bene supremo della nazione anche a costo di eliminare un capo a cui aveva giurato fedelta’ ma che aveva fallito e stava portando la Germania alla rovina; ma del resto il film si apre con una didascalia che dice chiaramente che il film si ispira solo a vicende reali, abbandonando fin da subito la ricerca di una verita’ storica.