La bambola del diavolo

Labamboladeldiavolo The Devil-Doll
Usa 1936, MGM
con Lionel Barrymore, Maureen O’Sullivan, Frank Lawton, Rafaela Ottiano
regia di Tod Browning

Thedevildoll.1Fatto incarcerare ingiustamente per appropriazione indebita dai suoi tre soci, il banchiere parigino Paul Lavond riesce ad evadere dopo 17 anni dall’Isola del Diavolo, insieme a Marcel, uno scienziato pazzo che lo accoglie a casa sua. Qui Lavond scopre gli strani studi di Marcel che vorrebbe miniaturizzare gli esseri viventi perche le risorse della Terra siano piu’ che sufficienti per tutti. Quando Marcel muore, Paul si trasferisce a Parigi fingendosi una vecchia venditrice di giocattoli, e sfrutta i risultati degli esperimenti di Marcel per vendicarsi dei suoi ex soci.

Il penultimo film girato da Tod Browning prima di ritirarsi dal cinema e’ il suo ultimo capolavoro, immaginifico e ancora affascinante per gli effetti speciali delle persone e degli animali miniaturizzati. Il soggetto e’ opera dello stesso Browning che si ispiro’ al romanzo Burn Witch Burn di Abraham Merritt ma la vicenda di Lavond ricalca abbastanza chiaramente i punti salienti del Il conte di Montecristo: l’ingiusta accusa, la lunga detenzione, la fuga e la vendetta. Per la sceneggiatura Browning si avvale di collaborazioni eccellenti come quella di Eric von Stroheim.
La pellicola vanta punte di pura suspense hitchcockiana che sono valide ancora oggi, ad esempio gli attimi che precedono lo scoccare dei dieci rintocchi, quando scade l’ultimatum per l’ultimo socio rimasto, che all’ultimo momento non regge piu’ la tensione e confessa l’inganno ai danni di Lavond scagionandolo dalle accusa infamanti che avevano rovinato l’uomo e la sua famiglia. Le disavventure della figlia di Lavond costretta a fare la lavandaia di giorno e la cameriera in locali equivoci la notte, rappresentano il cote’ melodrammatico della trama che porta al lacrimevole happy end.
Lionel Barrymore offre una grandissima interpretazione e risulta credibile anche quando recita nei panni della vecchia signora, inquietante ogniqualvolta si toglie la parrucca e racconta le sue intenzioni con i pendenti che ornano le sue orecchie.
Notevole anche Rafaela Ottiano nel ruolo di Malita, la moglie dello scienziato che da vedova segue Lavond a Parigi per aiutarlo nella vendetta. Storpia e completamente perduta nella follia del marito tanto da tentare di uccidere il banchiere quando capisce che questi non continuera’ le ricerche sulla miniaturizzazione dopo aver compiuto la sua vendetta, e’ pettinata come la moglie di Frankenstein con la medesima ciocca bianca che parte dalla tempia.

The road

Theroad In un futuro apocalittico un Uomo e un Bambino attraversano le lande desolate di un pianeta dove ogni forma di vita sta scomparendo per cercare di raggiungere il mare e una speranza di vita migliore. L’Uomo e il Bambino sono padre e figlio, la madre si e’ lasciata morire nel gelo, incapace di accettare un mondo dove gran parte degli uomini hanno ceduto al cannibalismo pur di sopravvivere.

Una settimana infelice per l’uscita di questo film che omette di specificare quale sia l’evento catastrofico che ha distrutto il pianeta, ma inquinamento o esplosione nucleare, che importa? Tra l’oscena falla petrolifera americana e i deliri omicidi israeliani, il terribile futuro descritto dalla pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy non e’ poi cosi’ lontano.

The roadThe road ha alimentato di angoscia il mio pessimismo e non sono riscita a cogliere appieno il senso di speranza avvolta nella figura del Bambino, vero protagonista della pellicola che vediamo all’inizio del viaggio timoroso e completamente dipendente dal padre (un bravissimo Viggo Mortensen il cui volto sembra scolpito nel legno). Dopo la scoperta del rifugio con le scorte di cibo, la sua figura si fa piu’ autonoma rivelando uno spirito compassionevole e salvifico in netto contrasto con lo stato d’animo del padre, che la sua ossessione parentale rende sempre piu’ pessimista lasciandogli come unica via di fuga il rifugiarsi nei propri ricordi del mondo prima della catastrofe. Per raccontare questa evoluzione si ricorre a un mezzuccio, a un certo punto il padre si rivolge al Bambino con un aggettivo al femminile e il bagno rivela tratti femminei nel volto del ragazzo, l’attenzione dello spettatore si concentra sul Bambino pensando che forse la sua unicita’, che richiede cosi’ tante cure stia nel suo sesso, forse e’ l’unica ragazza sopravvissuta, ma alla fine scopriremo che non e’ cosi’.

Addio ad “Arnold”

Non ho mai amato molto i serial televisivi che nei primi anni ‘80 riempirono i palinsesti delle tv private nazionali, preferivo decisamente i cartoni e quindi non ho mai visto una puntata di A- Team o Magnum P.I.. Una delle poche eccezioni era la situation comedy Il mio amico Arnold, forse perche’ ci trovavo dei punti di contatto con Tre nipoti e un maggiordomo che mi piaceva molto; in entrambi i casi un ricco signore si trova ad adottare dei fratellini rimasti orfani, in Tre nipoti e un maggiordomo e’ uno zio scapolo che adotta i nipoti riuscendo a preservare la propria liberta’ grazie all’aiuto fondamentale del signor French, il maggiordomo; ne Il mio amico Arnold un ricco uomo d’affari con una figlia, si prende cura dei figli della sua governate di colore quando questa muore e dai ghetti di Harlem li porta a vivere in un attico della Quinta Strada con vista su Central Park.



Ilmioamicoarnold

Il mio amico Arnold (titolo originale Diff’rent Strokes) e’ stato un programma di sicuro successo internazionale ma sembra destinato ad entrare nel mito per un cupo destino che ha colpito i giovani protagonisti della serie.
Dana Plato, la bella Kimberly figlia naturale di Philip Drummond si e’ suicidata nel 1989 dopo aver finito la sua carriera in squallidi filmetti pornografici.
Todd Bridges che interpretava Willis Jackson ha avuto problemi con la droga e ha scontato alcuni anni di carcere.
Charlene Duprey, la dolce fidanzatina di Willis era interpretata da una giovanissima Janet Jackson, nome altisonante del pop che si porta dietro la tragedia di Michael.
E’ di ieri la notizia della scomparsa di Gary Coleman, il vispissimo Arnold protagonista della serie. L’attore se ne e’ andato a soli 42 anni per i postumi di un’emorragia celebrale, ma la sua vita e’ sempre stata caratterizzata dalla malattia, una forma di nefrite che ne ha impedito la crescita normale. A questi problemi di salute si sono aggiunte le questioni legali con i genitori adottivi che l’attore accusava di averlo defraudato del patrimonio ottenuto con il successo televisivo. Il rancore si e’ trasformato in aggressivita’ che ha portato Gary Coleman ad avere diversi problemi con la giustizia.

Shadow

Shadow Kevin, giovane soldato americano appena tornato dall’Iraq, si regala il viaggio che ha sempre sognato nel paradiso per bikers sulle Alpi, il Passo delle Ombre. Qui conosce la bella Angeline, con la stessa passione per le bici; tra i due sta per nascere l’amore ma la coppietta attira le attenzioni malevoli di due cacciatori fuori di testa che passano dalla caccia ai cervi a quella dei bikers. L’inseguimento porta i quattro ad addentrarsi in zone sconosciute del bosco su cui aleggiano fosche leggende..

Federico Zampaglione, ex leader dei Tiromancino, torna dietro la macchina da presa dopo l’esperienza fallimentare di Nero bifamiliare dimostrando di aver ben assimilato le regole del genere horror con la costruzione di una storia carica di tensione che nella valida spiegazione finale si trasforma in un j’accuse contro gli orrori della guerra.
Il regista fa affidamento sui topos classici del genere, dal bosco al casolare isolato dove abita il solito pazzoide sadico, che questa volta si fa ricordare per uno dei volti piu’ inquietanti visti sul grande schermo da tempo immemorabile, quello dell’attore svizzero Nuot Arquint.
Anche lo stile di ripresa dimostra una certa abilita’ passando dai concitati inseguimenti della prima parte della pellicola a soluzioni molto classiche, come l’omicidio fuori campo raccontato attraverso il dettaglio dell’arma e lo spruzzo di sangue sul terreno.
Per l’originalita’ con cui maneggia i diktat dell’horror, Zampaglione si candida a diventare il Rob Zombie italiano, seguendone l’esempio anche nel firmare l’aggressiva colonna sonora del film, ma la vera chicca venata di ironia e’ l’uso del classico La strada nel bosco durante la cattura notturna di Kevin.

Cose di questo mondo

Image001 Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema

5 – 19 giugno 2010

COSE DI QUESTO MONDO
l’attualità raccontata dal cinema documentario

un progetto di CineAgenzia

INGRESSO LIBERO

Le immagini e le vicende proposte dai film documentari si sono imposte negli ultimi anni come lo strumento più sensibile ed efficace per raccontare la complessità della realtà che ci circonda, in una sfida alla pigrizia dei media e ai limiti di visibilità della carta stampata, che spesso trova il suo alleato migliore nel web. Narrando vicende personali sullo sfondo di eventi epocali, o affrontando fenomeni che investono la nostra società nel suo complesso, i migliori autori di documentari diventano i giornalisti, gli analisti e gli storici del nostro tempo, offrendoci l’occasione di condividere testimonianze e sguardi dei quali c’è più che mai bisogno in un contesto informativo bloccato come quello italiano, che al cinema della realtà riserva poche preziose nicchie nei palinsesti e sugli scaffali di librerie, edicole e videoteche. Cose di questo mondo propone una programmazione dall’intensità e dai ritmi diversi da quelli di un festival, che possa essere seguita e restare stimolante nella sua ampiezza e varietà, spaziando tra situazioni (dal Congo all’Iran, dalla Colombia al Giappone, dalla Palestina alla Corea del Nord) e temi tutti urgentemente all’ordine del giorno: diritti umani, conflitti, politica internazionale, ambiente, libertà di espressione, finanza ed economia, senza dimenticare il futuro stesso dell’informazione, rispetto al quale ognuno di questi film rappresenta una ragione per essere ottimisti.

sabato 5 giugno, ore 21.00

Presentano Giovanni De Mauro (Direttore di Internazionale) e Sergio Fant (CineAgenzia)

Reporter

regia di Eric Daniel Metzgar. USA, 2008(90′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Il giornalismo tradizionale è in crisi: nell’era di internet i quotidiani rischiano l’estinzione, mentre sui blog trovano più spazio le opinioni che i fatti. Reporter racconta l’impagabile lavoro di un giornalista vecchia maniera: Nicholas Kristof del New York Times, due volte vincitore del Pulitzer. È stato lui ad attirare l’attenzione del mondo sulla crisi nel Darfur, ora la sua nuova sfida è trovare il modo di raccontare la catastrofica situazione politica e umanitaria della Repubblica Democratica del Congo.

domenica 6 giugno, ore 21.00

Letters to the President

regia di Petr Lom. Canada, Iran, 2009 (74′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Dopo mesi di attesa al regista ceco Petr Lom è stato concesso quello che a decine di altri (tra cui Oliver Stone) era stato negato: documentare l’attività del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Lom lo ha seguito nelle zone rurali del paese, dove Ahmadinejad raccoglie la maggior parte dei consensi e migliaia di persone attendono le sue visite per consegnargli lettere personali di richiesta d’aiuto. Un’immagine inedita dell’Iran, che rivela una complessità sociale, politica e religiosa che sfida la nostra comprensione.

mercoledì 9 giugno, ore 21.00

Unwanted Witness

regia di Juan José Lozano. Svizzera, Francia, 2008 (87′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Hollman Morris è un giornalista colombiano noto per il programma televisivo Contravía, in cui da 15 anni coraggiosamente testimonia in prima persona il conflitto interno e le violenze che sconvolgono il suo paese, con un’attenzione ostinata per le violazioni dei diritti umani. Malgrado abbia ricevuto all’estero numerosi riconoscimenti, in Colombia è sottoposto a intimidazioni che lo costringono, come un Roberto Saviano sudamericano, a vivere con la sua famiglia sotto costante protezione.

giovedì 10 giugno, ore 21.00

The Cove

regia di Louie Psihoyos. USA, 2009 (93′) – v.o. con sottotitoli in italiano

In collaborazione con Feltrinelli – Real Cinema

Ric O’Barry, ideatore della serie televisiva del delfino Flipper, oggi schierato in difesa di questi animali, riunisce un manipolo di attivisti, filmmaker e sub per infiltrarsi nell’impenetrabile baia di Taiji in Giappone e svelare un terribile segreto: l’amena cittadina è il centro di un crimine ecologico su scala mondiale. Questo capolavoro, che unisce giornalismo investigativo e avventura, ha ispirato una mobilitazione internazionale e scatenato conflitti diplomatici, e si è aggiudicato il premio Oscar 2010 per il Miglior Documentario.

venerdì 11 giugno, ore 20.30

Encirclement: Neo-Liberalism Ensnares Democracy

regia di Richard Brouillette. Canada, 2008 (160′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Anteprima italiana alla presenza del regista Richard Brouillette

Tessendo le opinioni e le analisi di numerosi intellettuali, tra cui Noam Chomsky, Ignacio Ramonet e Susan George, questo fluviale documentario traccia un ritratto complesso del neo-liberalismo, analizzando nel dettaglio i modi utilizzati per imporlo come ideologia economica dominante. Privatizzazioni, libero mercato, contenimento dell’inflazione: sono le parole d’ordine della propaganda che ha imposto una depoliticizzazione dell’economia, per affidarla nelle mani della classe finanziaria.

sabato 12 giugno, ore 21.00

Rachel

regia di Simone Bitton. Francia, Belgio, 2009 (100′) – v.o. con sottotitoli in italiano

La regista franco-israeliana Simone Bitton torna nei territori occupati per un’inchiesta commovente sulla morte di Rachel Corrie, la giovane pacifista americana uccisa da un bulldozer dell’esercito israeliano nel 2003, mentre stava tentando di impedire la demolizione di una casa palestinese nella Striscia di Gaza. Il documentario, che per la prima volta mostra le foto scattate quel giorno e i filmati delle telecamere di sorveglianza, è non solo un tentativo di individuare i responsabili, ma anche una riflessione sulla giovinezza e l’idealismo.

domenica 13 giugno, ore 21.00

Enemies of the People

regia di Rob Lemkin e Thet Sambath. Gran Bretagna, Cambogia, 2009 (93′) – v.o. con sottotitoli in italiano

I “campi della morte”, strumento di sterminio del regime dei Khmer Rossi cambogiani, restano un fenomeno pressoché inspiegabile per brutalità. Rompendo un silenzio durato 30 anni, in questo documentario parlano autori e complici dei massacri, dai semplici militanti fino a Nuon Chea, ideologo e numero due di Pol Pot. Il giornalista investigativo Thet Sambath, la cui stessa famiglia è stata sterminata, da un decennio raccoglie instancabilmente le loro testimonianze, per comprendere e raccontare la tragedia del suo paese.

mercoledì 16 giugno, ore 21.00

Shadow of the Holy Book

regia di Arto Halonen. Finlandia, 2007 (90′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Perché alcune delle più potenti multinazionali si danno così da fare per tradurre il Ruhnama, l’assurdo libro propagandistico del presidente-dittatore turkmeno Niyazov? C’entrano forse le pressoché illimitate risorse naturali del paese centro-asiatico e i faraonici progetti del suo leader? A metà tra un’inchiesta alla Michael Moore e un viaggio ai confini del mondo (e dell’economia globalizzata), l’incredibile storia di un libro diventa la denuncia dei crimini di una dittatura e delle responsabilità dei suoi complici.

giovedì 17 giugno, ore 21.00

Apology of an Economic Hit Man

regia di Stelios Kouloglou. Grecia, 2008 (90′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Siamo in un paese latinoamericano, un distinto signore statunitense racconta la sua storia di fronte a un pubblico in cui parola dopo parola salgono la rabbia e la tensione. Malgrado i rischi per sé e la sua famiglia, l’ex-agente CIA John Perkins ha deciso di confessare di essere stato per anni al servizio della rete segreta che ha incessantemente lavorato per mettere l’America del Sud in ginocchio e nelle mani degli USA, attraverso manovre economiche, privatizzazioni, crimini e colpi di stato.

venerdì 18 giugno, ore 21.00

Yodok Stories

regia di Andrzej Fidyk. Norvegia, Polonia, 2008 (75′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Si stima che più di 200.000 persone siano attualmente rinchiuse nei campi di concentramento della Corea del Nord, condannate a subire torture e fame, fino alla morte. Pochi sopravvivono, pochissimi riescono a scappare in Corea del Sud. Alcuni di loro hanno coraggiosamente deciso di unire le loro inimmaginabili esperienze, per raccontare attraverso un controverso musical di denuncia quello che hanno vissuto. Seguendone la produzione, il documentario raccoglie le loro drammatiche testimonianze.

sabato 19 giugno, ore 21.00

The Yes Men Fix the World

regia di Mike Bonanno, Andy Bichlbaum e Kurt Engfehr. USA, 2009 (85′) – v.o. con sottotitoli in italiano

Andy Bichlbaum e Mike Bonanno sono gli impareggiabili leader degli Yes Men, un gruppo di artisti-attivisti che prende di mira il mondo degli affari con scherzi memorabili che mettono a nudo l’avidità del capitalismo sfrenato. La loro strategia si basa su un uso geniale e provocatorio dei mezzi d’informazione: da un annuncio fasullo sulla BBC a un’edizione auto-prodotta del New York Times, ogni espediente è valido per svegliare le coscienze e mostrare come si possa “aggiustare il mondo”, salvandolo dagli eccessi del genere umano.

Si ringrazia Internazionale

informazioni:

Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 a, Roma

www.palazzoesposizioni.it

INGRESSO LIBERO SINO A ESAURIMENTO POSTI

Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card

Draquila l’Italia che trema

Draquila
Rimango sempre un po’ spiazzata davanti alle critiche che si fanno ad opere come quella di Sabina Guzzanti a cui si rimprovera principalmente il fatto di essere troppo di parte e particolarmente tendenziose. Qualsiasi film o opera letteraria, anche la piu’ fantasiosa (pensiamo alla saga di Harry Potter) esprime sempre un punto di vista e una morale, perche’ i “documentari alla Michael Moore” non possono farlo? Solo perche’ usano materiale di repertorio e non girato originale per sostenere la loro tesi? Da qui nasce l’accusa di manipolazione?
Viviamo in era in cui l’informazione drogata a livello internazionale ci ha portato alla guerra giurando e spergiurando sull’esistenza di fantomatiche armi di distruzioni di massa poi rivelatisi inesistenti; la crisi economica, sia la prima tornata americana che il rigurgito greco, nasce da informazioni falsate sui bilanci di banche e nazioni, pero’ ce la prendiamo solo con personaggi come Moore o la Guzzanti la cui posizione politica e’ piu’ che lampante, perche’ propongono un rovesciamento di prospettiva usando le stesse immagini servite per propagandare l’esatto contrario. Io penso che la bonta’ di questo tipo d cinema stia proprio nella capacita’ di elaborare un ragionamento che fili logicamente, a cui si puo’ credere o meno, quello sta alle convinzioni politiche di ognuno, ma che se non altro ricorda a tutti che il documento visivo, fondamento della cultura contemporanea, non contiene la verita’ assoluta e puo’ essere facilmente distorto.
Venendo allo specifico di Draquila certamente Sabina Guzzanti ha picchiato molto duro nell’attacco a Berlusconi accusato esplicitamente di utilizzare la Protezione Civile (o almeno i vertici dell’organizzazione) per attuare la sua deriva autoritaria. Sono accuse molto disturbanti anche per chi non ha mai amato Berlusconi, perche’ accettarle significherebbe scuotersi dal torpore che da anni incombe sul Paese, del resto come sostiene l’intervista finale, finche’ non ci torturano fisicamente e ci lasciano la nostra parvenza di liberta’ possiamo accettare (quasi) tutto.

Lontano dal paradiso

Far from Heaven
Usa 2002
con Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysber
regia di Todd Haynes



Lontanodalparadiso


La vita perfetta di Cathy Whitaker, serena casalinga dedita ai due figli e alla bella casa in un lussuoso sobborgo del Connecticut, si infrange quando, da premurosa mogliettina, porta la cena al marito Frank bloccato per l’ennesima volta in ufficio. La donna scopre che a trattenere il marito lontano da cosa non e’ il lavoro ma l’inconfessabile attrazione per gli uomini. Mentre Frank cerca inutilmente di curare la propria omosessualita’, Cathy trova conforto nell’amicizia con il colto ed aitante giardiniere di colore Raymond Deagan, ma nell’America perbenista della fine degli anni ‘50 questo legame e’ inammissibile…



Lontanodalparadiso


Gli argomenti tabù che i melo’ anni ‘50 non potevano raccontare, omosessualità e amore interraziale, sono al centro di questa perfetta ricostruzione d’epoca di Haynes, basata soprattutto sul doppio canovaccio di Secondo amore di Douglas Sirk dove una vedova ancora piacente si innamora del giovane giardiniere e la versione tedesca di Fassbinder (La paura mangia l’anima) dove la ricca vedova sposa Alì, un marocchino di 30 anni piu’ giovane.
Possiamo trovare ulteriori reminiscenze di altri melo’ anni ‘50, che vanno anche oltre Sirk, di certo Haynes riesce a compiere una grande operazione filologica di un periodo storico e di un genere cinematografico, tanto che alcuni frame sembrano originali dell’epoca. Anche lo stile di ripresa e’ fedelissimo al periodo storico: la panoramica dall’alto su Hartford, il luogo dove si svolge la vicenda, che scende fino alla casa dei protagonisti attraverso i rami dal fogliame brillante della lussureggiante “estate indiana” del Connecticut (e con un riferimento all’estate indiana si apre il romanzo da cui e’ stato tratto I peccatori di Peyton, film che inizia con il medesimo movimento del dolly).

Far_from_heavenAltrettanto caratteristico il taglio sghembo della fuga di Cathy dall’ufficio dopo aver colto sul fatto il marito a simboleggiare lo squilibrio creato dall’evento traumatico nella vita serena della donna.
Oltre ad essere un ponte con il passato Lontano dal paradiso ha anche una valenza anticipatoria: chi ha seguito la serie di culto Mad Men non potrà fare a meno di ricordare Don Draper quando compare in scena Frank Whitaker, interpretato da un ottimo Dennis Quaid, mentre la sempre magistrale Julianne Moore che per questo film vinse la Coppa Volpi a Venezia, interpreta un personaggio per certi versi simile a Cathy nel recente A single man di Tom Ford.

Roy Lichtenstein Meditations on Art

Rlichtenstein Visto che son sempre molto critica verso le mostre milanesi, questa volta mi corre l’obbligo di lodare la magnifica mostra che la Triennale dedica al pittore newyorkese.
Per i piu’ Lichtenstein e’ uno dei maestri della pop art, noto per i quadri che si ispirano ai fumetti (una delle sue opere rientra anche nella sigla citazionista di Desperate housewives). L’esibizione milanese non si limita ad essere la piu’ ampia retrospettiva italiana dedicata all’artista ma indaga il profondo legame tra l’autore e la grande pittura di inizio novecento. Come dice il titolo della mostra, tutta la carriera del pittore e’ stata una meditazione sull’arte per cui se e’ scontato che un giovane artista in cerca della sua strada si ispiri alle correnti artistiche che ama, diventa interessante scoprire che un autore di successo come Lichtenstein, dallo stile cosi’ definito e riconoscibile, abbia continuato fino alla fine a rapportarsi con stili e correnti artistiche apparentemente lontane dal suo mondo.
Le diverse sezioni analizzano le correnti che piu’ hanno suscitato l’interesse del maestro della pop art: Picasso e il cubismo, Mondrian, il surrealismo, il futurismo, l’espressionismo, Dali’, fino alla scoperta negli anni’ ‘80 della pittura paesaggistica giapponese. Ogni sezione e’ introdotta da didascalie che riportano il pensiero di Lichtenstein sul periodo artistico in esame.
Conclude la mostra un interessante documentario firmato da Christina Clausen, moglie del curatore Gianni Mercurio che e’ un ottimo compendio sulla vita e il percorso artistico di Roy Lichtenstein.

Roy Lichtenstein Meditations on Art
26 Gennaio – 30 Maggio 2010
Triennale di Milano

Switch over Lombardia e Piemonte occidentale

Monoscopiorai Ho accolto le visione delle “formiche” (espressione dialettale per l’effetto neve) al posto di RaiDue e Rete4 con una piccola stretta allo stomaco, una botta di malinconia che ha radici lontane nella chiusura di Carosello, tutto felicemente risolto quanso sul canale 166 del DTT e’ subito comparso Rai2 seguito a ruota da Rai4 e Rainews24 (ammazza che rete! nel breve tempo in cui ho memorizzato il canale le notizie vertevano tutte su azioni dell’opposizione, che quindi a quanto pare esiste anche in Italia). Purtroppo (per ora?) non vedo il televideo .
Un bello schermo nero e’ quanto trasmette il canale DTT di Rete4 e dell’intero bouquet free di Mediaset (a parte Mediashopping) ma credo dipenda dal fatto che il mio aggiornamento quotidiano dei canali e’ impostato alle 4 del mattino per cui prevedo di trovare questi canali domani; notando en passant quanto i tecnici Rai siano stati piu’ tempestivi dei dormiglioni Mediaset, sfruttero’ questo lasso di tempo per comporre la nuova tastiera del telecomando: se al tasto 4 abbino Rai4, e al numero cinque ora c’e’ La 5, Rete4 e Canale5 dove li piazzero’?

Vedere Robin Hood?

E’ strano come a volte nasca il desiderio di vedere un film, ad esempio io credevo di evitarmi tranquillamente il Robin Hood di Ridley Scott invece oggi mi e’ capitato di ascoltare parte dell’ntervista di Costanzo a Luca Ward a Bonta’ sua e cosi’ mi sono incuriosita della pellicola perche’ vorrei vedere l’effetto che fa Russel Crowe senza la sua storica voce italiana. Ward infatti non ha potuto doppiare l’ultima fatica della star neozelandese a causa del rovinoso tuffo d’arrivo all’Isola dei famosi cosi’ la voce italiana dell’ultimo Robin Hood e’ quella di Fabrizio Pucci.
Impressioni uditive a parte, Ward ha raccontato che Robin Hood e’ una sorta di sequel ideale de Il Gladiatore, la coppia Scott/Crowe ha sempre rifiutato di girare il seguito del celebre film ma il modello di Massimo Decimo Meridio si ripresenta a qualche secolo di distanza ed effettivamente anche il trucco dei due personaggi e’ identico il che ipoteca da subito la fedelta’ storica, mai stato uno dei punti di forza del buon Ridley.

Gustosa la chicca svelata da Ward sulla celebre frase de Il Gladiatore, la prima versione originale della frase era “Al mio segnale scatenate i cani” riferita al’uso di molossoidi da parte dell’esercito romano. Siccome nella scena gli animali non si vedono, Rossella Izzo direttirce del doppiaggio, cambio’ la frase. La nuova versione piacque cosi’ tanto a Scott da sostituirla all’originale canino.