Ho ucciso Napoleone

Houccisonapoleoneloc Anita Petroni, manager in carriera che ha trascorso tutta la vita per diventare fredda ed anafettiva, proprio il giorno in cui raggiunge il successo professionale scopre di essere incinta del suo capo e il giorno dopo viene licenziata in tronco. Anita non si perde d’animo e manipolando il timido avvocato dell’azienda, realizza la sua vendetta anche grazie all’aiuto di altre donne disperate conosciute ai giardinetti: ma se avesse completamente sbagliato obbiettivo?

La regista Giorgia Farina mette un po’ troppa carne al fuoco di una commedia che ha anche delle trovate divertenti e il “club” delle disperate che si ritrovano ai giardinetti alla corte dell’ex segretaria di uno studio medico che grazie al ricettario smercia di tutto, dagli ansiolitici agli anoressizzanti è la perla del film.
Anche l’idea per uscire dal solito cliché tele/cinematografico della manager arrivista che si scopre un cuore d’oro non è niente male purtroppo viene a mancare un unico registro stilistico: se la commedia virata in fiaba dark grazie al look della protagonista ispirato alla Regina di C’era una volta con tanto di invettiva malefica in una notte di tuoni e saette è stato il motivo che mi ha portato in sala, dopo il colpo di scena tutto si falda, dallo stile narrativo ad alcuni snodi del plot che vengono tirati via.
Altrettanto confuse sono le tematiche del femminile sempre appena accennate e mai portate a fondo con coerenza. Il triangolo Anita, Paride (il suo capo e padre di suo figlio) e Biagio (l’avvocato che Anita sfrutta per la vendetta) è formato da tre elementi disfunzionali ma per tutti la spiegazione sta in un simpatico siparietto sulla difficile infanzia con genitori inadeguati e viene solo da chiedersi perché questi tre così segnati dal rapporto parentale ci tengano così tanto a essere a loro volta genitori, sì certo all’inizio è un figlio non voluto ma con il suo arrivo tutto si aggiusta perché che l’arrivo di un bebè sia sempre la soluzione deus ex machina è un cliché di cui il cinema italiano non si potrà mai liberare, ben più inamovibile di quello trito della donna che ha smesso di mangiare pasta da anni per mantenere la linea.

The road

Theroad In un futuro apocalittico un Uomo e un Bambino attraversano le lande desolate di un pianeta dove ogni forma di vita sta scomparendo per cercare di raggiungere il mare e una speranza di vita migliore. L’Uomo e il Bambino sono padre e figlio, la madre si e’ lasciata morire nel gelo, incapace di accettare un mondo dove gran parte degli uomini hanno ceduto al cannibalismo pur di sopravvivere.

Una settimana infelice per l’uscita di questo film che omette di specificare quale sia l’evento catastrofico che ha distrutto il pianeta, ma inquinamento o esplosione nucleare, che importa? Tra l’oscena falla petrolifera americana e i deliri omicidi israeliani, il terribile futuro descritto dalla pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy non e’ poi cosi’ lontano.

The roadThe road ha alimentato di angoscia il mio pessimismo e non sono riscita a cogliere appieno il senso di speranza avvolta nella figura del Bambino, vero protagonista della pellicola che vediamo all’inizio del viaggio timoroso e completamente dipendente dal padre (un bravissimo Viggo Mortensen il cui volto sembra scolpito nel legno). Dopo la scoperta del rifugio con le scorte di cibo, la sua figura si fa piu’ autonoma rivelando uno spirito compassionevole e salvifico in netto contrasto con lo stato d’animo del padre, che la sua ossessione parentale rende sempre piu’ pessimista lasciandogli come unica via di fuga il rifugiarsi nei propri ricordi del mondo prima della catastrofe. Per raccontare questa evoluzione si ricorre a un mezzuccio, a un certo punto il padre si rivolge al Bambino con un aggettivo al femminile e il bagno rivela tratti femminei nel volto del ragazzo, l’attenzione dello spettatore si concentra sul Bambino pensando che forse la sua unicita’, che richiede cosi’ tante cure stia nel suo sesso, forse e’ l’unica ragazza sopravvissuta, ma alla fine scopriremo che non e’ cosi’.

90210

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L’operazione di riesumazione del telefilm Beverly Hills 90210 e di richiamo del vecchio pubblico ormai over 30 e’ sottile: si (ri)comincia con l’arrivo in citta’ di una famiglia di buoni principi che proviene dalla provincia con due figli coetanei, stavolta non gemelli, il maschio di colore e’ stato adottato; la protagonista emo e’ la sorella di Kelly, la piccola Erin figlia del dentista padre di David e della madre di Kelly, Jackie Taylor sempre vittima dei fumi dell’alcol che la rendono oggettivamente simpatica nelle sue apparizioni con l’immancabile bicchiere in mano, unica ancora di salvezza in quel mare di melensaggini e buoni sentimenti che anche questa serie non ci risparmierà. 
Nel primo episodio c’e’ stata anche la fugace apparizione come anchor televisiva del giornale della scuola di Hannah Zuckerman-Vasquez, votata alla stessa sorte di bruttina intelligentona della madre Andrea, mentre il Peach Pit e’ ancora il punto di ritrovo della comitiva ed e’ ancora fermamente gestito da Nat; insomma i legami di sangue con i protagonisti precedenti sono ben saldi, ma questo non sara’ sufficiente per appassionare alle solite beghe sentimentali e familiari di questi nuovi sedicenni piu’ nevrotici ed anoressici dei precedenti e piu’ bruttini (impressionante la magrezza di Naomi ma ancor piu’ quella di Silver). Quel che veramente interessera’ il pubblico cui e’ indirizzata la serie sara’ l’evoluzione della vita sentimentale di Kelly che sta allevando da sola il bambino avuto da uno dei suoi due grandi amori e dopo quattro episodi di mistero fitto sul probabile padre, l’arcano viene svelato nella maniera piu’ ovvia: e’ Dylan il genitore tormentato che ha abbandonato Kelly e il figlio per girare il mondo! Prevedibile.. del resto il (troppo) buon Brendon non ne sarebbe mai stato capace!