L’ufficiale e la spia

J’accuse
Francia 2019
con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Éric Ruf, Laurent Stocker, André Marcon
regia di Roman Polanski

Il tenente colonnello Georges Picquart assiste con una certa soddisfazione, essendo antisemita, al pubblico degrado del capitano Dreyfus, accusato di essere una spia. Anche per questo precedente Picquart diventa capo della sezione dei servizi segreti. Toccando con mano come funziona l’apparato, Picquart si convince che le accuse a Dreyfus sono state costruite mentre la vera spia continua la sua attività.
Georges Picquart diventa uno dei sostenitori della causa di Dreyfus e sono i risultati delle sue indagini che portano al famoso J’accuse di Zola e alla revisione del processo con il ritorno in patria di Alfred Dreyfus dopo 4 anni di deportazione sull’Isola del Diavolo.

Il film racconta i fatti che portano al celeberrimo editoriale J’Accuse di Zola che svela la macchinazione ai danni del capitano Dreyfus accusato con un processo sommario di essere una spia, soprattutto per lo spirito antisemita che permeava l’esercito francese.

L’ufficiale e la spia analizza la presa di coscienza di Picquart, superiore di Dreyfus che mette da parte i pregiudizi antisemiti e affronta i più alti gradi dell’esercito che gli consigliano di far finta di nulla: per Picquart l’onore dell’esercito viene prima di tutto e non può rischiare di essere macchiato da questa macchinazione mentre i suoi superiori ritengono che sia meglio mantenere lo status quo e salvaguardare la reputazione, più dei singoli che dell’istituzione.

Un percorso di consapevolezza dai risvolti filosofici, potremmo dire socratici, ma Polanski stempera la retorica con l’ultima scena. Dopo anni Dreyfus chiede udienza a Picquart, nel frattempo divenuto ministro della guerra, per perorare la sua causa: gli anni di ingiusto allontanamento dall’esercito non gli sono stati riconosciuti e la sua carriera si è fermata a un grado piuttosto basso ma questa volta il ministro rifiuta il risarcimento all’ufficiale.

L’opera ha un andamento marziale come l’ambiente di cui tratta, procede in modo lento e rigoroso nella ricostruzione degli eventi, la scenografia è altrettanto austera e cupa: non c’è nulla che rimandi agli sfavillanti anni della Belle Époque parigina, solo sul finale le atmosfere si fanno meno cupe e il trionfo (?) della giustizia porta anche a scene all’aperto sotto cieli meno caliginosi.

Ottimi gli interpreti: sempre perfetto Dujardin, quasi irriconoscibile Louis Garrel nel ruolo del Capitano Dreyfus.

Shadow

Shadow Kevin, giovane soldato americano appena tornato dall’Iraq, si regala il viaggio che ha sempre sognato nel paradiso per bikers sulle Alpi, il Passo delle Ombre. Qui conosce la bella Angeline, con la stessa passione per le bici; tra i due sta per nascere l’amore ma la coppietta attira le attenzioni malevoli di due cacciatori fuori di testa che passano dalla caccia ai cervi a quella dei bikers. L’inseguimento porta i quattro ad addentrarsi in zone sconosciute del bosco su cui aleggiano fosche leggende..

Federico Zampaglione, ex leader dei Tiromancino, torna dietro la macchina da presa dopo l’esperienza fallimentare di Nero bifamiliare dimostrando di aver ben assimilato le regole del genere horror con la costruzione di una storia carica di tensione che nella valida spiegazione finale si trasforma in un j’accuse contro gli orrori della guerra.
Il regista fa affidamento sui topos classici del genere, dal bosco al casolare isolato dove abita il solito pazzoide sadico, che questa volta si fa ricordare per uno dei volti piu’ inquietanti visti sul grande schermo da tempo immemorabile, quello dell’attore svizzero Nuot Arquint.
Anche lo stile di ripresa dimostra una certa abilita’ passando dai concitati inseguimenti della prima parte della pellicola a soluzioni molto classiche, come l’omicidio fuori campo raccontato attraverso il dettaglio dell’arma e lo spruzzo di sangue sul terreno.
Per l’originalita’ con cui maneggia i diktat dell’horror, Zampaglione si candida a diventare il Rob Zombie italiano, seguendone l’esempio anche nel firmare l’aggressiva colonna sonora del film, ma la vera chicca venata di ironia e’ l’uso del classico La strada nel bosco durante la cattura notturna di Kevin.

Ararat

Ararat

Ha la trama complessa delle decorazioni di un tappeto caucasico, con volute temporali e racemi che si perdono nel nulla, questo film che Egoyan dedica al genocidio armeno compiuto dai turchi nel 1915.
La scelta del regista e’ particolare: la pellicola non e’ un j’accuse, ma ci mette davanti agli occhi la vicenda nella sua complessita’mostrandoci che quasi 90 anni fa (il film e’ del 2002) in Anatolia sono state uccise un milione mezzo di persone con un’operazione di pulizia etnica che il governo e la popolazione turca non vuole (o non puo’?) ammettere ancora oggi, costringendo i sopravvissuti alla diaspora a dover continuamente giustificare la propria storia. Sul piano personale pero’, la storica dell’arte che ha dedicato la sua vita a preservare la memoria del suo popolo, non vuole ammetteredavanti alla figliastra che il padre di quest’ultima si e’ suicidato quando la compagna decise di lasciarlo; il regista armeno che sta girando un film sul genocidio, compie alcune forzature storiche per rendere piu’ coinvolgente la vicenda; l’attore di origine turca che interpreta il capo dell’esercito turco tenta una difesa delle ragioni del suo popolo.
Verita’ sempre nascoste, mezze verita’ che si sovrappongono, ma come conclude il doganiere dopo l’ultima giornata di lavoro prima della pensione, accettando finalmente l’omosessualita’ del figlio (un’altra frattura da riconciliare): “l’importante non e’ come si sono svolti veramente i fatti, ma quello che ti fanno capire.”
Una frase che si adatta perfettamente alla realta’ cinematografica: Ararat e’ infatti un film su un film, un tema che fa impazzire i critici cinematografici che possono sbizzarrirsi con le teorie sulla visione e sul cineocchio che pietosamente vi risparmio.
Un buon film, da recuperare assolutamente nella versione originale, dato che il doppiaggio ha ridotto alla sola lingua italiana le quattro che sono state usate nella storia, forse con l’intento di rendere meglio le incomprensioni tra i popoli?