Vendicami

Vendicami

Sulle sparatorie di Hong Kong
una volta volavano le colombe
oggi vola la rumenta.
Manco
Gomorra.
.
Sara’ contento Berlusconi

L’ex malavitoso Costello, ora ristoratore a Parigi, si reca a Macao, al capezzale della figlia Irene, unica sopravvissuta alla mattanza della sua famiglia voluta da un boss della triade. Irene da’ al padre qualche indicazione sommaria sugli assassini e gli chiede di vendicarla. Per mantenere la promessa, Costello ingaggia tre killer incontrati per caso che lo aiutano nella sua missione, ma il massacro del genero e dei nipoti di Costello era stato ordinato dal capo dei tre sicari che il francese ha assoldato..

Qualsiasi riflessione sulla vendetta vi venga in mente, implica sempre l’attesa e la lucida determinazione nel tenere a mente il torto subito. Ma che accade se la persona che medita vendetta soffre di una lenta ma inesorabile perdita di memoria? Costello, che deve convivere con una pallottola nel cranio che gli sta spegnendo i ricordi, si affida all’effimero appunto scritto sulle polaroid e con un po’ di fortuna riconosce dei simili per senso dell’onore a cui delegare la propria ritorsione. Quindi e’ una doppia richiesta quella sottintesa nel titolo del film, quella della figlia e quella di Costello stesso che i tre killer cinesi porteranno a termine in nome di una fratellanza appena nata; Frères e’ il nome del ristorante di Costello ceduto ai tre compagni di avventura.
Johnnie To avrebbe voluto Alain Delon per fargli vestire ancora una volta i panni di quel Frank Costello, faccia d’angelo de Le samurai di Melville, chiudendo definitivamente il cerchio che lega il noir di Hong Kong al polar francese. Delon rifiuta il ruolo e To ripiega sull’ex bello e maledetto di Francia, un Johnny Hallyday distrutto dal Botox credibilissimo nei panni del vecchio malvivente alle prese con un’ultima missione prima di scivolare serenamente nella demenza (i disastri della chirurgia plastica avvantaggiano piu’ gli uomini che le donne, tanto per cambiare!).

L’eta’ dell’innocenza

L'etàdell'innocenza

The Age of Innocence
USA 1993Alexis Smith:
con Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Alexis Smith, Geraldine Chaplin, Mary Beth Hurt, Alec McCowen, Richard E. Grant, Miriam Margolyes, Robert Sean Leonard, Siân Phillips, Jonathan Pryce, Michael Gough, Stuart Wilson, Joanne Woodward
regia di Martin Scorsese

New York 1870. L’arrivo in citta’ della contessa Olenska tornata dall’Europa per sfuggire al suo pessimo matrimonio, getta scompiglio nel conformismo del bel mondo cittadino. A farne le spese sara’ soprattutto Newland Archer: il baldanzoso giovanotto, promesso sposo della cugina della contessa, cerca di proteggere la donna per salvare l’onore della famiglia della fidanzata ma finira’ per innamorarsi di lei.

L’etologia ci insegna che le pacifiche colombe sono gli animali più feroci nei combattimenti perché non conoscendo la violenza non hanno freni inibitori. Il bel mondo della New York della seconda meta’ dell’ottocento, proprio per la sua eleganza formale riesce ad essere altrettanto crudele e Martin Scorsese porta sul grande schermo il celebre romanzo di Edith Wharton con l’attenzione di uno studio etologico, descrivendo puntualmente la vita sociale, la finezza degli arredi dalle raffinate porcellane di un mondo che dovrebbe essere nuovo ma che e’ la copia piu’ austera e meno vitale della vecchia Europa dove pur malmaritata, la Olenska poteva condurre una vita interessante frequentando artisti di ogni genere.



L'etàdell'innocenza

Un discorso a parte merita l’imponente quadreria che contraddistingue ogni casa e i suoi abitanti. I sussiegosi ritratti di famiglia dei influenti Van der Luyden, il nudo scandaloso che domina uno dei salotti del lascivo Julius Beaufort fino al celebre quadro di Khnoppf che verra’ dipinto una quindicina di anni dopo gli avvenimenti raccontati e che simboleggia quanto l’anticonformismo della Olenska sia precursore dei tempi (crf la fondamentale scheda sul dizionario Mereghetti).




Ageofinnocence

Oltre che un magnifico spaccato storico che ha lanciato costumisti e scenografi come Dante Ferretti e Gabriella Pescucci, la pellicola racconta la presa di coscienza del proprio fallimento da parte del protagonista, quel Newland Archer che all’inizio della pellicola si crede superiore ai suoi simili perche’ guarda con simpatica condiscendenza l’eccessivo formalismo di cui sono schiavi e che lui si sente in grado di gestire. L’incontro con la Olenska lo mette di fronte a una persona che davvero osa sfidare il perbenismo imperante e Archer sarebbe pronto a seguirne l’esempio fuggendo con lei, ma solo molti anni dopo, ormai vecchio e vedovo, Archer scopre che tutta la sua vita e’ stata decisa da May, l’ingenua fidanzata poi moglie che l’uomo ha sempre creduto incapace di comprendere i meccanismi della vita sociale mentre fin dalla piu’ tenera gioventu’ May e’ stata in grado di tirarne sapientemente i fili tenendosi un fidanzato che era sul punto di perdere e condizionando anche la vita matrimoniale senza che lui se ne rendesse conto.




Ageinnocence

L’abilità manipolatrice della serafica May e’simboleggiata dalla scultura che immortala le sue mani e che la giovane si fa fare a Parigi in viaggio di nozze: il marmo troneggia ancora in casa Archer anche dopo anni che la donna si e’ spenta serenamente per malattia. Tutto il film e’ pervaso da un’attenzione delle mani per la loro impossibilita’ di mantenere la maschera sorridente del volto quindi furtive prese di mani, guanti slacciati per baciare i palmi, sognati abbracci, sono il sintomo nervoso e furtivo dell’insofferenza alle regole dei due infelici amanti.

Agora

La vicenda della filosofa e matematica alessandrina Ipazia, vissuta tra il 370 (ca) e il 415 negli anni in cui i cristiani prendono il potere nella citta’ di Alessandria. La sua influenza su Oreste, prefetto dell’impero romano che era stato suo allievo e suo spasimante e il fatto di non volersi convertire al cristianesimo le costano l’odio dei cristiani e di conseguenza la vita.

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Alejandro Amenábar dipinge un interessante ritratto di figura femminile votata allo studio e all’introspezione filosofica. Ho ammirato molto il lavoro di ricostruzione storica compiuto dal regista: la scelta di romanzare in parte la vicenda di Ipazia introducendo il personaggio di Davo, schiavo innamorato della sua padrona regala alla matematica alessandrina un destino piu’ delicato del cruento martirio che le fu’ in realta’ inflitto. Il non voler insistere sugli elementi piu’ sanguinosi della storia restituisce il gusto del mondo antico che pur essendo sicuramente violento e sgraziato, ama rappresentare solo gli aspetti piu’ armoniosi della vita mentre i dettagli improvvisi sui corpi deturpati dalla morte sono dei prodomi del mondo medievale che e’ ormai alle porte con i suoi secoli piu’ oscuri e il suo coraggio di rappresentare gli orrori e il disordine del mondo.
AgoràLa presa del Serapeo da parte dei cristiani e’ un altro momento di cinema molto intenso che culmina con un rovesciamento della inquadratura, raffinatissimo parallelo tra la rivoluzione politica e quella astronomica. Tutto il film e’ punteggiato dalla ricerca astronomica di Ipazia, che arriva ad intuire la rivoluzione newtoniana della forza di gravita’ ed il ragionamento sui fenomeni celesti e’ valido anche per gli avvenimenti storici: qualcosa nella visione superficiale dell’uomo distorce principi che sono perfetti e quindi anche il cristianesimo, portatore di valori ineccepibili, diventa il paravento per violenza e abusi di potere.
In una pellicola cosi’ acuta che pure sa mantenere sempre in primo piano la valenza discorsiva senza risultare quindi noioso e pesante, diventa davvero fastidioso il forzato parallelismo con lo scontro tra religioni (o meglio tra civilta’) dei nostri tempi. Come se non bastasse la banale identificazione dei costumi, parabolani e vescovo cattivo Cirillo in nero mentre i cristiani e il vescovo buono, ex allievo di Ipazia in bianco (ma i vescovi non dovrebbero portare gli stessi paramenti?) si insiste dando tratti mediorientali al fanatico Cirillo che con la sua interpretazione delle Sacre Scritture relega in posizione Agorasubordinata le donne, mentre i piu’ tolleranti Oreste e Sinesio, vescovo di Cirene, hanno i tratti tipicamente occidentali, anzi la bonta’ (!) del vescovo e’ sottolineata dal capello biondo e dall’occhio azzurro. Una caduta di stile davvero imperdonabile in un’opera che sa raccontare i tristi corsi e ricorsi della storia umana sotto l’occhio distante e indifferente delle stelle.

L’uomo nell’ombra

Luomonellombra Un ghost writer accetta di malavoglia l’ingaggio per finire la stesura della biografia dell’ex premier britannico Adam Lang: la paga e’ favolosa ma la morte misteriosa del precedente scrittore lascia intuire che non si trattera’ di un lavoro facile, soprattutto quando Lang viene inquisito per crimini contro l’umanita’. L’accusa e’ di aver permesso la tortura di cittadini inglesi sospettati di terrorismo.

Uno dei rari casi in cui la traduzione italiana e’ piu’ felice del titolo originale: L’uomo nell’ombra puo’ riferirsi a piu’ di uno tra i protagonisti del film andando ben oltre l’impacciato scrittore coinvolto in una storia piu’ grande di lui e lasciando intuire la perfetta struttura ad incastro di questo thriller politico ispirato alla vita di Tony Blair.
Meccanismo giallo che regge fino all’ultimo colpo di scena riuscendo sempre a sorprendere lo spettatore fino ad un geniale finale che avviene fuori inquadratura e ancora il dubbio: sara’ avvenuto quello che tutti immaginiamo o ancora una volta le cose saranno diverse da quel che sembra?
Avvolto perennemente in cupi toni di grigio, il film e’ una perfetta rilettura dell’ultimo decennio di storia e salta all’occhio anche la coincidenza tra la vicenda del protagonista con quella del regista: si deve decidere se farsi instradare o meno per subire un processo e la domanda che sorge spontanea riguarda la strana combinazione del ritorno in auge della brutta storiaccia di Polanski proprio durante l’ultimazione di questo film: potere della suggestione filmica?

Il grande inquisitore

Ilgrandeinquisitore The Witchfinder General
(titolo americano The Conqueror Worm)
GB 1968
con Vincent Price, Rupert Davies, Ian Ogilvy, Hilary Dwyer
regia di Michael Reeves

1645. Nell’Inghilterra squassata dalla guerra civile tra Cromwell e Carlo I, l’inquisitore Matthew Hopkins con l’aiuto dell’ancor piu’ sadico assistente John Stearne, mette a ferro e fuoco i villaggi in cui e’ chiamato, di solito per delazione, torturando e uccidendo presunte streghe e stregoni.
Sara, la nipote di un prete cattolico caduto nelle mani di Hopkins, si offre all’Inquisitore per risparmiare allo zio la morte; quando il perfido Stearne scopre la tresca, violenta Sara distogliendo cosi’ Hopkins dalle sue grazie e condannando a morte il prete. La ragazza e’ pero’ fidanzata con Richard Marshall, soldato di Cromwell che, venuto a conoscenza dei fatti, giura vendetta e, a rischio della diserzione, si getta all’inseguimento dei due uomini..

Il film e’ famoso per essere l’ultima opera compiuta del promettente regista inglese Michael Reeves che mori’ appena venticinquenne nel 1969, per abuso di barbiturici. Viene considerato uno dei migliori horror inglesi di tutti i tempi, ma certamente i dubbi che ancora aleggiano sul presunto suicidio del giovane regista, alimentano il mito.
Dalla pellicola sono quasi assenti l’elemento orrorifico e quello splatter, tendendo a creare un horror d’atmosfera che gioca con i timori ancestrali legati alla tremenda caccia alla streghe che devasto’ il Vecchio e il Nuovo Mondo per secoli. Resta la sensazione di angoscia dovuta alla concezione pessimista di una realta’ dove il male sovrasta e contamina tutto: nel finale Marshall infierisce a lungo con un’ascia sull’inquisitore e maledice il compagno d’armi che finisce l’uomo con un colpo di pistola perche’ gli ha tolto la sua vendetta.
L’opera puo’ deludere i fan di Vincent Price per la sua prova raggelata e contenuta, che pure ha ispirato il personaggio del giudice Frollo ne Il gobbo di Notre Dame targato Disney. E’ noto che l’attore fu imposto dalla casa di produzione ed ebbe un rapporto contrastato con il regista.
In ogni caso il film e’ invecchiato maluccio ma lo sorreggono ancora la perfetta ricostruzione storica e l’ottima fotografia che gioca molto sul contrasto chiaro scuro.

Il nastro bianco

Ilnastrobianco E’ una favola gelida quella che Haneke fa raccontare al suo narratore che rievoca, a molti anni di distanza, l’escalation di inquietanti incidenti rimasti senza colpevole, che sconvolsero un villaggio della Prussia dove, chi ci narra la vicenda era un giovane maestro.
Come anticipa dal prologo il narratore, mentre le immagini del ricordo emergono dal nero della memoria, quei fatti potrebbero servire a chiarire gli eventi che si svilupparono in Germania negli anni a seguire. E’ chiara l’allusione al Nazismo che prese piede subito dopo la Prima Guerra Mondiale.
Paolo Mereghetti nella sua recensione su Il Corriere della Sera, del 29 ottobre 2009 dice di trovare troppo riduttivo e meccanico il rapporto tra il rigido potere esercitato dalle figure maschili su quei bambini che daranno poi vita a una generazione i cui principi folli porteranno la nazione (e il mondo) alla distruzione.
A me pare che l’ambiguita’ del regista, la cui mancanza lamenta il Mereghetti, si concentri tutta nella figura del narratore che come lui stesso tiene a specificare, e’ un testimone parziale di alcune vicende che ha solo ricostruito e anche i ricordi sono, per sua ammissione, offuscati dal tempo. Perche’ la necessita’ di questa premessa se non per giustificare in qualche modo la ricostruzione di una realta’ in cui tutti sono cattivi tranne proprio la figura del maestro e della sua tenera fidanzata, Eva? Certo, il testimone per sua natura cerca sempre di edulcorare la propria posizione, ma dov’e’ l’influenza benigna dell’insegnante su questa infanzia votata alla perversione? Del resto il maestro non doveva essere un cosi’ alto senso della missione dell’insegnamento se al ritorno dalla guerra rilevo’ la vecchia e ben piu’ proficua professione paterna di sarto…
Ecco allora che tra le pieghe della testimonianza si cela un altro elemento che rende meno meccanicistico il rapporto tra coercizione e nazismo: l’incapacita’ di impedire l’innescarsi di questo processo da parte di chi ne aveva lo specifico compito.

Basilicata coast to coast

Basilicatacoasttocoast Una band di musicisti dilettanti che ha chiamato il gruppo con l’improbabile nome de Le pale eoliche, decide di attirare l’attenzione su di se’ attraversando la Basilicata a piedi per raggiungere il festival musicale di Scanzano Jonico. L’impresa viene seguita svogliatamente dalla giornalista di una piccola testata.

Liquidare la divertentissima commedia con cui Rocco Papaleo debutta alla regia come un omaggio della stralunata comicita’ dell’artista alla sua terra natia e’ davvero limitato. Ne’ si puo’ dire, visto che la traversata non andra’ a buon fine, che la pellicola si limiti alla banale morale che l’importante e’ il viaggio e non la destinazione. L’opera di Papaleo propone una riflessione sul fallimento. Se al personaggio interpretato dal regista piace pensare che un paese abbandonato dopo una frana causata ad un ampliamento della rete fognaria, abbia deciso di rifiutare il progresso, la stessa filosofia di vita si puo’ applicare ai membri della scalcagnata band e alla giornalista che documenta la loro avventura: sono tutti dei falliti che hanno rifiutato un confronto serrato con l’esistenza e si sono bloccati davanti alle difficolta’. Questo non impedisce che rappresentino un modello positivo perche’ il rifiutare gli schemi di un modello vincente permette di sviluppare la propria originalita’, il cosiddetto pensiero laterale, di cui la pellicola da’ prova diretta in una delle scene piu’ divertenti ed inaspettate viste sugli schermi in questi ultimi anni, l’arrivo dei briganti a cavallo con il casco in testa. In questa logica ben venga anche la messa in scena molto criticata dei culi nudi dei protagonisti: per un minuto e mezzo di tale rappresentazione (neppure consecutiva) una spettatrice che sedeva dietro di me ha inveito per dieci minuti buoni allo schifo piu’ assoluto e anche molti critici bollano le due scene di inutile volgarita’. Il bello e’ che se c’e’ un film comico italiano dove non c’e’ mai un doppiosenso o una battutaccia volgare e’ proprio Basilicata coast to coast, anzi Papaleo riesce a mostrare il preludio di un rapporto sessuale a tre con gioiosa naturalezza e dolcezza, evento quasi inconcepibile per il cinema italiano da sempre predisposto a mostrare morbosamente il sesso dal buco della serratura. Lo scandalo di quattro sederi maschili nudi nasce dal fatto che sono bianchicci e flaccidini, come natura vuole che tocchi a degli ultraquarantenni anche se uno di questi (Alessandro Gassman) pochi anni fa ha posato per un calendario supersexy che immagino non abbia schifato la spettatrice di cui sopra; ma temo che lei come tanti altri abbia dimenticato che, anche tacendo di photoshop, non si puo’ sempre stare in posa come il discobolo con le natiche ben spinte in fuori.

Addio a Raimondo Vianello

Delle tre vite televisive di Raimondo Vianello, la prima in coppia con Tognazzi, la seconda in Rai con Sandra Mondaini e la terza, sempre in coppia con la moglie, a Mediaset, ho amato certamente di piu’ la seconda, anche perche’ all’epoca degli sketch con Tognazzi non ero ancora nata.

Raimondo

Mi cullo quindi nel ricordo dei meravigliosi varieta’ prodotti dalla Rai negli anni’70: Tante scuse, Di nuovo tante scuse, Noi… no, nella brillante ironia con cui la coppia Vianello Mondaini si faceva beffe della cultura alta: ricordo alcune scenette ispirate a Bergman introdotte dalla didascalia Scene da un matrimonio sovrimpressa sull’immagine di un rubinetto che colava, i famigerati “pistoni” di Noi … no! sulla musica di Brecht. Al loro sguardo sarcastico non sfuggiva pero’ neppure la cultura piu’ popolare e come dimenticare la parodia di Buonasera dottore, vista da casa di lui oppure il terzetto di E io tra di voi, celebre canzone di Charles Aznavour.
Sono cresciuta sulle note di Tarzàn e mi ricordo perfettamente la sigla finale di Di nuovo tante scuse, in cui Sandra e Raimondo si correvano incontro ma l’abbraccio finale non c’era mai.
Lascio come omaggio visivo la sigla iniziale di Di nuovo tante scuse che racchiude la concezione dell’amore di questa grande coppia unita nella vita e nell’arte. Il consiglio e’ pero’ quello di perdersi nelle pagine di Youtube dedicate a Raimondo Vianello e ricordarlo con un sorriso

Fuggiamo insieme

Fuggiamoinsieme Once Upon a Honeymoon
USA 1942
con Cary Grant, Ginger Rogers, Walter Slezak
regia di Leo McCarey.

Vienna 1938. Katherine Butt-Smith, un’arrampicatrice sociale americana (il cui vero nome e’ Kathie O’Hara) sta per sposare il barone Franz Von Luber. La notizia suscita molto scalpore perché’ il promesso sposo e’ sospettato di appoggiare l’ascesa di Hitler. Il giornalista radiofonico Pat O’Toole viene incaricato di scoprire i veri intenti di Von Luber e si mette a seguire la coppia nelle tappe del viaggio di nozze, che, guarda caso, son le stesse dell’espansione del Terzo Reich; ovviamente, fin dal primo sguardo scoppia l’attrazione tra Pat e Kathie.

Commedia brillante coniugata con la propaganda antinazista dagli esiti non proprio riuscitissimi. Tutto si svolge mentre un orologio che ha per lancette la svastica nazista segna inesorabilmente il tempo e se i numeri comici sono perfetti (del resto Leo McCarey e’ un genio indiscusso del settore e la coppia di protagonisti non e’ da meno) il film si perde nei numerosi passaggi attraverso le varie nazioni attraversate dalla coppia in luna di miele. La vicenda diventa ancora piu’ macchinosa quando Kathie, capita la vera natura del marito, si finge morta e sfrutta il nome da ragazza, O’Hara, anziche’ quello usato per conquistare il marito. Dopo aver raggiunto a fatica Parigi con Pat, la donna viene convinta da un agente del controspionaggio a tornare dal marito per spiare le sue mosse. In fin dei conti il film racconta di una donna che da bieca arrampicatrice sociale si trasforma in persona piu’ sensibile dopo aver preso coscienza degli orrori della guerra, prima aiutando una cameriera ebrea a fuggire poi tornando da marito per spiarlo, aiutando cosi’ il suo Paese. Di certo la pellicola avrebbe guadagnato se fosse rimasta concentrata su questo tema ma la necessita’ della propaganda bellica costringe il film a dilungarsi sugli orrori del conflitto, con la caduta di stile dei due protagonisti scambiati per ebrei e salvati all’ultimo minuto dalla deportazione. Dopo tante disavventure, un finale in puro stile screwball con un Cary Grant eccezionale che deve informare il capitano della nave della caduta in mare del vilain e per farlo deve interrompere una partita a carte. La scena e’ filmata da dietro un vetro, dal punto di vista di Kathie, per cui e’ una pura, geniale comica muta.

Happy family

HappyFamily Ezio decide di improvvisarsi autore e inizia a scrivere una sceneggiatura riguardante due famiglie milanesi molto diverse tra loro, una alto borghese l’altra dalle reminiscenze hippy, costrette ad incontrarsi perche’ i figli sedicenni, appena messisi insieme, hanno deciso di sposarsi..

Debbo ammettere che il trailer del film non mi aveva convinto molto, invece dopo pochi minuti dall’inzio della proiezione mi si e’ stampato in faccia un sorriso soddisfatto che durato quanto la pellicola, tanto mi son fatta ammaliare dalla leggerezza dell’ultimo lavoro di Salvatores. Forse a causa della sua parentesi noir avevo dimenticato la sua capacita’ di sorridere su temi importanti: in questo caso, come proclama Ezio in un monologo, l’attenzione del film e’ sulla paura. Tutti i protagonisti, autore in primis, sono spaventati da qualcosa, timori gravi oppure paure minime.
Piu’ di questo sottotesto che regge una trama sinceramente esilina, quello che colpisce della pellicola e’ la riflessione sulla creativita’. Andando oltre all’ovvio rapporto autore-personaggi pirandelliano, e’ proprio l’esilita’ della trama che sottolinea la valenza autoriale. In fondo il tema della famiglia e’ connaturato al cinema italiano e questa vicenda di famiglie allargate e un po’ strambe e’ caratteristica del nostro tempo e la stessa trama avrebbe potuto avere tagli diversi a seconda della volonta’ autoriale: si poteva mettere l’accento sulla vicenda di Marta e Filippo, i due adolescenti desiderosi di convolare a nozze creando un film giovanilistico alla Moccia; mettendo in primo piano la vicenda dei due trentenni avremmo avuto una commedia romantica mentre l’accento sull’amicizia tra Vincenzo e il papa’ di Marta avrebbe creato un film melanconico.
Il potere e’ nelle mani dell’autore che deve decidere quale piano prediligere. Un gioco di finzione sottolineato dalla inquadratura iniziale attraverso il modellino del teatro (ma che e’ un modellino ce ne accorgiamo al secondo sguardo, quando cambia la messa a fuoco) chiaro omaggio alla sceneggiatura teatrale di Alessandro Genovesi che sta alla base del film di Salvatores. Ci pensa poi la magnifica fotografia di Italo Petriccione a sottolineare che siamo in un mondo di finzione: Milano cosi’ bella e luminosa chi l’ha mai vista? Se poi non vi siete commossi sull’inserto in bianco e nero che accompagnava il concerto di Chopin.. beh allora siete senza cuore, ecco!