MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO

Ugo Nespolo © Marilyn, Multiplo in serigrafia, cm 60X60  - 2011 Dedicata ad una stella la cui luce non si è mai spenta.  
S’intitola MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO la mostra allestita dal  26 maggio al 10 giugno 2012 nei locali dell’Ex Cinema Moderno, viale Po 15 a Crescentino (Vercelli), dove negli anni ’50 lo struggente splendore dell’attrice tante volte ha  illuminato il grande schermo. Non ci sarebbe  dunque spazio più adatto per ospitare l’eccezionale esposizione, frutto dell’appassionata ricerca di un collezionista, di oltre 500  immagini e di  un gran numero di riviste, cartoline, poster, locandine e documenti, alcuni unici e rari, legati alla vicenda pubblica e privata di una diva e di un donna indimenticabile.
Di speciale significato artistico e simbolico è l’opera di Ugo Nespolo, artista di fama internazionale e presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino, che ha voluto essere presente con un ritratto dell’attrice,  vera e propria icona del ‘900, a cui ha dedicato la personale Marilyn. Il sogno infranto.

MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO,  ideata, organizzata e curata da  CMT, Collezioni Mostre Turismo Onlus, gode del patrocinio del Comune di Crescentino, della Regione Piemonte, della Provincia di Vercelli, del Consiglio Regionale del Piemonte, del Museo Nazionale del Cinema di Torino ed è stata possibile grazie all’aiuto e alla collaborazione  dell’Associazione Culturale Onlus Elegguà e dell’Agriturismo Riso Greppi, a cui si deve la pubblicazione del catalogo.

Una fotografia del 1945  ci svela Marilyn diciannovenne.  
Si chiama Norma Jean Baker, è  ragazza dallo sguardo triste vestita in modo austero.  In altri scatti sorride sulla neve o sorregge un agnellino, apparentemente spensierata. Ha già alle spalle il naufragio di un matrimonio quando inizia la carriera di fotomodella. Apparirà scandalosamente sul primo numero di Playboy  e presto i suoi capelli castani diventeranno biondo platino. Sta nascendo la stella destinata a conquistare Hollywood ed il mondo.
E’ del 1948 una  rara fotografia  di Scudda Hoo! Scudda Hay! il primo film in assoluto di Marilyn. Niente più di una breve apparizione ma la sua straordinaria bellezza non può passare inosservata.
La mostra segue, passo dopo passo, la sua ascesa d’attrice,  proponendo scene memorabili di Niagara e Quando la moglie è in vacanza (il suo sorriso disarmante e compiaciuto nella celebre sequenza della gonna bianca, che si alza sulla griglia di areazione della metropolitana, è uno dei momenti più celebri della storia del cinema). E ancora, per citarne alcuni, Gli uomini preferiscono le bionde, Fermata d’autobus, A qualcuno piace caldo, tutti film che esaltano il fascino, la voce ed il talento di questa donna baciata dal successo e dalla fortuna, eppure drammaticamente sola.        

Marilyn RIVISTE Così, nell’esposizione, accanto alle immagini del trionfo sugli schermi, si susseguono quelle di una vita segnata da una disperata richiesta d’amore: il naufragio dei suoi matrimoni con Joe Di Maggio ed Arthur Miller, le tante avventure, gli eccessi impietosamente riportati dai rotocalchi, le storie intrecciate con i fratelli Kennedy, la sua tragica fine dell’agosto del 1962, ancor oggi avvolta nel mistero, che ha contribuito, tristemente, alla nascita del mito.  
  
I curatori, per ricordarla a 50 anni dalla scomparsa, bandendo ogni morbosità,  suggeriscono una visione ed una lettura della mostra cariche di tenerezza e delicata partecipazione.  Come spiega il critico d’arte Massimo Olivetti nella presentazione in catalogo: “Mito e sogno s’intrecciano, si confondono e si alimentano nella raccolta e nella rassegna di immagini che ripropongono attimi e momenti, che replicano all’infinito ogni pezzetto di Marilyn, del suo sorriso, del suo latteo candore, della sua sconfinata infelicità alla ricerca di un salvatore. A lei ed a noi è dedicata questa mostra, alla sua persona e alle nostre chimere. Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, custode dei sogni e dei miti in celluloide, ne ha colto il significato offrendo il patrocinio. Ed Ugo Nespolo, presidente del medesimo museo, lo ha affiancato, esponendo una sua opera dedicata a Marilyn.”

MARILYN MONROE
50 anni fa come oggi
IL MITO

26 MAGGIO – 10 GIUGNO 2012
Locali ex Cinema Moderno
Viale Po, 15
CRESCENTINO
(Vercelli)
Inaugurazione sabato 26 maggio, ore 16.30
Ingresso libero
Orari:
sabato e domenica: 9.30- 19.30 / 20.30 – 23.00
lunedì – venerdì: 15.00 -19.30 / 20.30-23.00

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione

Kesslercircus La mostra attualmente in corso alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino propone un’interessante riflessione sui media, in un epoca in cui siamo sovraesposti all’informazione visiva, non a caso a colpirmi di più sono stati le opere che non usavano il video come mezzo per indagare il rapporto mediatico.
Di sicuro impatto è l’opera di Hans Peter Feldman 12/9 Frontpage che raccoglie più di centocinquanta prime pagine di quotidiani di tutto il mondo del 12 settembre 2001, il giorno seguente l’attentato alle Torre Gemelle. A più di un decennio di distanza l’ossessiva rappresentazione del messaggio dai toni apocalittici crea un forte senso di oppressione e conferma definitivamente che quella data è uno spartiacque fondamentale nella storia dell’umanità.
Thomas Hirshhorn propone Ingrowth opera del 2009 che mi ha fatto fortemente riflettere: quattro manichini femminili che rappresentano le quattro virtù Fede, Speranza, Grazia, Verità mutilati da enormi fori e legate dalla treccia dei capelli una volta a modelli scientifici che mostrano l’interno del corpo umano, oppure a una serie di giocattoli che rappresentano degli eroi dei fumetti e per finire a foto di cronaca molto esplicite nel mostrare vittime di sparatorie e per questo rifiutate dai media. Di fronte a quest’ultima istallazione che dovrebbe far inorridire al solo pensiero mi sono accorta di non provare quasi emozioni perchè scene del genere sono proposte con una certa frequenza dal cinema horror e non solo. Sono diventata indifferente per troppa sovraesposizione a immagini raccapriccianti o il pensare che quelle teste spappolate siano COME quelle dei film è un’estrema forma di difesa?
Se l’opera di Hirshhorn mi pone delle domande mi ha angosciato il Kessler’s circus di John Kessler, ispirato alla celebre opera di Calder, Calder’s Circus: Kessler ripropone una fantasia di oggetti in movimento sotto una tenda da campo militare e i personaggi sono soldatini spesso mutilati che vorticano furiosamente ripresi ognuno dalla propria telecamera che ne riflette l’immagine su una serie di schermi posti ai lati dell’istallazione, una follia ipercinetica e tragica che arriva dritta allo stomaco, forse perchè riprende modelli legati all’innocenza dell’infanzia e del gioco.

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16, Torino
2 Febbraio – 13 Maggio 2012

La meraviglia della natura morta – Nature Redivive

Longonipanettone

C’è tempo fino al 19 febbraio per vistare le due belle mostre dedicate alla natura morta in quel di Tortona. Nella Pinacoteca della Cassa di Risparmio (Palazzetto Medievale) ha sede La meraviglia della natura morta che indaga il tema nella scuola lombarda a cavallo tra scapigliatura e divisionismo (1830/1910).
Si parte da un sontuoso mazzo di fiori di Hayez che teme l’horror vaqui e si arriva al lirismo liberty di Previati. Non manca una sezione dedicata a Pelizza da Volpedo e sinceramente il mio orgoglio di valcuronese si’ e’ compiaciuto nel sentire un visitatore alla cassa chiedere se ne nell’esposizione permanente della Pinacoteca, fruibile con il medesimo biglietto, fossero presenti altri quadri di Pelizza (ovviamente sì)
Le nature morte rappresentano un nucleo abbastanza piccolo nell’opera di Pelizza ma in esse traspare tutta la compassione per il mondo degli ultimi tipico del pittore, dalla piccola porzione di Carne fresca allo studio de L’appeso dove un pollo appeso diventa quasi una croce rovesciata.
Le opere piu’ curiose sono pero’ quelle che rappresentano la piu’ classica tradizione lombarda: la bella fetta di gorgonzola che domina La natura morta con piatto di Cesare Tallone, gioia di una borghesia che forse oggi sarebbe piu’ schizzinosa verso il gustoso formaggio mentre ancora oggi riconosciamo il lusso nella Natura morta di Mosè Bianchi che racconta una tavola sfatta dopo una cena importante, forse un cenone di Natale o di Capodanno,a giudicare dalla fetta di mandarino in primo piano.
Per la sottoscritta questa mostra passera’ agli annali per avermi fatto conoscere Emilio Longoni, i cui bonbon sono stati scelti per i manifesti dell’evento ma a rimanere impresso è Il panettone del 1882, archetipo di tutti i panettoni industriali classici, identico a 130 anni di distanza all’ultimo che abbiamo gustato poco piu’ di un mese fa.

Paolanizzolidesideratocanestracaravaggio

Fortunatamente e’ stata prorogata fino al 19 febbraio anche la mostra Nature Redivive promossa da Arcadia che sta compiendo un lavoro molto interessante sull’arte contemporanea, va ricordata la precedente Waste.
Nelle sale di Palazzo Guidobono si indaga il rapporto dell’arte contemporanea con il genere della natura morta o still life (c’e’ una piccola sezione dedicata al nordic still life contrappposto al più corposo nucleo di nature morte italiane)
E’ un’esibizione davvero sorprendente e lo si avverte dal brusio che si sente nelle sale, ben diverso dal mormorio compassato che di solito si tiene in un museo. A sorprendere e’ il fatto che la mostra scompagina l’idea che si ha dell’arte contemporanea dove la tecnica e’ secondaria, qui siamo davanti a capolavori di perizia manuale a partire dalle nature morte di Paola Nizzoli Desiderato che con la cera e la carta realizza delle composizioni che sfidano il vero, notevole la sua riproduzione filologica della Cesta di frutta di Caravaggio. Quasi tutte le opere esposte dimostrano una maestria nella fedelta’ visiva che rivaleggia con la fotografia il culmine si ha con le opere di Luciano Ventrone: per quanto ci si avvicini ai quadri la riproduzione e’ talmente perfetta da fare sempre dubitare che si stia osservando un dipinto!

Degas Lautrec Zando’

Degaslautreczando

Son tempi duri anche per i poli museali, soprattutto per quelli piccoli di provincia, metti ad esempio i Musei Civici di Pavia il cui compito e’ mettere in evidenza le opere della propria collezione e avere prestiti non eccessivamente esosi. Non resta che giocarsela su temi che attraggano il grande pubblico, come la Belle Époque, argomento abusato e allora lo si declina attorno al luogo che per eccellenza ha rappresentato la vita bohémienne del XIX secolo: Montmartre. Sulla locandina si stampa bene in grande qualche nome di richiamo (e almeno questa volta il percorso espositivo non esula dai tre nomi dei pittori indicati) e poi “si allunga il brodo” con foto d’epoca e didascalie dei locali che hanno creato il mito del luogo come il Moulin Rouge o Le Chat Noir e le biografie delle piu’ celebri mondaine, vedette dei cafe’ e modelle per gli artisti, come la Valadon che da artista e modella divenne lei stessa pittrice e fu la madre del pittore Maurice Utrillo.



Al circo Fernando



Le Scuderie di Pavia ci hanno abituato da tempo a supporti audiovisivi che approfondiscono quanto esposto, questa volta il video (con un pessimo contrasto!) era un montaggio poco ragionato di scene relative alla Belle Époque con foto d’epoca e l’immancabile inserto della danse serpentine di Loie Fuller e inserti di vita circense che includono anche fotogrammi di Freaks. Sicuramente la sezione finale dei disegni dedicati alla vita circense che Toulouse Lautrec realizzo’ nell’ultimo periodo della sua esistenza e’ quella piu’ degna di nota: dalla tragica allegria forzata delle esibizioni circensi traspare tutta la cupezza che avvolse il pittore negli anni di vita abbrutita dall’alcol.
Comunque un po’ poco per una mostra che non prevede neppure sconti convenzionati con le piu’ usali associazioni culturali e turistiche.

DEGAS, LAUTREC, ZANDO’
Les folies de Montmartre

Scuderie del Castello Visconteo
17 settembre – 18 dicembre 2011
Pavia

Anish Kapoor: Dirty Corner

Nel video che accompagna la sezione della mostra alla Fabbrica del Vapore e’ lo stesso Anish Kapoor a confessare la sua fantasia infantile di inventare una pittura (io l’ho intesa come vernice) in grado di nascondere le cose e a sostenere che in un certo senso la sua arte cerca di inseguire ancora quel sogno infantile che ha a che fare con la suggestione, la magia, qualcosa di molto ludico ed e’ proprio questo aspetto giocoso dell’arte di Kapoor che emerge dalla mostra milanese dedicata all’artista angloindiano.
Sara’ che alla Besana si e’ rotta la pompa idraulica che faceva girare My Red Homeland, l’enorme ruota di cera rossa di cui quindi ho solo letto la grande suggestione ipnotica senza averla potuta sperimentare, le altre sculture esposte alla Rotonda, superfici lucide, concave o convesse che riflettono realta’ distorte come le sale da specchi deformanti delle giostre richiamano soprattutto questo aspetto ludico perche’ esposte in uno spazio chiuso, anche se le colonne della Rotonda creano bellissimi effetti dentro gli specchi, non hanno la stessa forza straniante che le opere acquistano negli spazi aperti, siano prati o onde marine che si infrangono sulla spiaggia.
Dirty Corner, l’opera site-specific che l’artista ha creato appositamente per la cattedrale della Fabbrica del Vapore insiste sul valore ludico dell’esperienza per cio’ che avviene prima di poter entrare all’interno della struttura lunga quasi 60 metri, dove si viene completamente avvolti dal buio, e’ necessario infatti firmare una liberatoria che automaticamente sposta l’attenzione su un inesistente rischio del percorso: credo non si debba firmare una liberatoria neppure per salire per le montagne russe piu’ spericolate di un parco divertimenti, bisogna farlo per visitare un oggetto d’arte? Visto che la liberatoria e‘ in inglese, probabilmente e’ un’idea dello stesso Kapoor per stimolare ulteriormente lo spettatore creando un certo timore verso l’opera: l’idea di essere avvolti completamente dal buio, l’impossibilita’ di vedere interamente dall’esterno l’oggetto in cui si penetra non permettendo cosi’ di formarsi una proiezione mentale di cio’ che si dovra’ attraversare. Tutte suggestioni molto forti che portano a vivere l’esperienza artistica con lo spirito goliardico con cui si affrontano le giostre piu’ pericolose. Ovviamente il percorso si puo’ ripetere e la suggestione, almeno nel mio caso e’ stato piu’ intimista (anche perche’ non avevo piu’ alle spalle i bambini urlanti del primo tragitto) oppure si puo’ anche decidere di non entrare nel tunnel, come mi pare che sia successo a una coppia che si teneva per mano bloccata a pochi passi dall’imboccatura, ultimo frammento visivo di un intenso pomeriggio a contatto con le opere di Anish Kapoor.

Dirty corner01

Anish Kapoor
31 maggio – 9 ottobre 2011
Rotonda di via Besana
Via Enrico Besana 15, Milano

Dirty Corner
31 maggio 2011 – 8 gennaio 2012
Fabbrica del Vapore
Via Procaccini 4, Milano

Melozzo da Forlì

MelozzodaForlìcard La mostra forlivese ha il pregio di inquadrare con chiarezza l’opera di Melozzo da Forlì tra il rigore geometrico e prospettico di Piero della Francesca e le mollezze manieriste. L’umana bellezza delle opere di Melozzo supera la ieraticità metafisica delle opere di Piero e apre la strada alla dolcezza solenne di Raffaello. Il confronto delle opere di Melozzo con gli altri artisti coevi presenti nel percorso espositivo sottolinea molto bene l’importanza e il ruolo del maestro forlivese e mostra con precisione come il rinascimento si trasformi in manierismo, quando il virtuosismo diventa l’unica via per superare la perfezione naturalistica dei capolavori rinascimentali e pur non essendo nella stessa sala salta agli occhi l’innaturalezza della posa dell’angelo dell’Annunciazione di Signorelli i cui panneggi riprendono lo stile di Botticelli presente in mostra con il piccolo capolavoro de Il Ritorno di Giuditta a Betulia.



Botticellisignorelli


Il prologo alla mostra è dato da un apparato che ricorda la mostra dedicata a Melozzo nel 1938: nel quinto centenario della nascita, la città onora Melozzo come il più valente esponente del rinascimento romagnolo con una mostra di grande richiamo (non dimentichiamo che il duce era nativo di Predappio, nella provincia forlivese) che conferma nel nuove teorie critiche che superavano il concetto romantico ottocentesco che si aveva del pittore, celebre per i suoi boccoluti angeli musicanti.
Melozzoda forli' Nella sezione che esplica le influenze che Melozzo ha sugli artisti del novecento, spicca un Angelo musicante (1932) di Achille Funi che attira l’attenzione per come l’angelo imbraccia lo strumento: lo maneggia come un basso e lo sguardo è perso verso l’alto a seguire la musica, una vera icona rock. Ecco da dove nasce l’attuale fortuna degli angeli musicanti di Melozzo (citati anche nello spot radiofonico di Jack Folla): l’ideale di Bellezza del pittore deriva dall’idea neoplatonica che del Bello aveva Marsilio Ficino: la bellezza esteriore come specchio di una bellezza interiore e nel mondo contemporaneo solo l’esaltazione della musica riesce a trascendere la bellezza estetica.


Melozzo da Forli’
L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello
Forli’ Musei San Domenico
29 gennaio – 12 giugno 2011

L’Africa delle meraviglie

L'Africadellemeraviglie Credo che questa sia una delle mostre piu’ intelligenti che mi sia capitato di vedere: la semplificazione del tratto che l’arte del novecento ha operato, ha sicuramente adeguato il nostro senso del bello al primitivismo dell’arte africana suscitando un certo interesse per i manufatti del continente africano. La mostra allestita al Palazzo Ducale di Genova pero’ non vuole fare un excursus delle varie esperienze artistiche che contraddistinguono le diverse culture africane, confrontare i Dogon con Baule, tanto per fare un esempio. La mostra curata da Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano propone al pubblico opere africane presenti in collezioni italiane, l’indagine allora si sposta dal compendio storico geografico al cercare di capire cosa stia alla base del collezionismo in genere e in particolare in un settore artistico che non ha una grande tradizione in Italia per il il nostro radicatissimo senso estetico classico e per i scarsi rapporti che la nostra nazione ha avuto in passato con le popolazioni subsahariane. Accanto ai manufatti in mostra ecco allora le videointerviste ai piu’ grandi collezionisti privati di arte africana che raccontano le loro motivazioni intrigando lo spettatore anche con la visione degli interni delle loro abitazioni arredati con uno stile che ci e’ assolutamente familiare ma arricchito e distorto dalla presenza di oggetti completamente alieni alla nostra quotidianita’.
Anche il sottolineare in maniera insistita che si stanno guardando opere africane che pero’ trovano la loro ragion d’essere in Italia, decontestualizza in un certo senso l’oggetto che non rappresenta piu’ il reperto di un certo periodo storico o di una certa area geografica ma diventa pura espressione artistica su cui e’ possibile proiettare le proprie fantasie, ecco allora che la sottoscritta puo’ associare una maschera dalle lunghissime orecchie di legno dipinto di bianco al Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie e probabilmente il rimando nasce dalle emozioni disordinate che opere cosi’ insolite mi suscitano, simili a quelle che mi procura la lettura del racconto di Carroll.
Lodevole anche il fatto di aver distaccato parte della mostra al Castello D’Albertis, sede del Museo delle Culture del Mondo, dando cosi’ l’occasione di visitare il bellissimo edificio neogotico che domina le alture genovesi voluto dal capitano della marina mercantile come scrigno per le sue raccolte di oggetti esotici, ricordi dei suoi viaggi attorno al mondo.

L’Africa delle meraviglie. Arti africane nelle collezioni italiane
31 dicembre – 5 giugno 2011
Palazzo Ducale, Castello D’Albertis
Genova

Bestie

Bestie Il filatoio di Caraglio mi aveva abituato a mostre molto belle con punti di vista molto intriganti su temi quali Chronos o Il velo; da qui il mio disappunto per l’attuale percorso espositivo Bestie, Animali reali e fantastici nell’arte europea dal Medioevo al primo Novecento che non ha riservato nessuna sorpresa. Prevedibili le sezioni, animali mitologici, fantastici, con particolare attenzione ai mostri, la simbologia cristiana relativa agli animali, il mito della caccia, l’esotismo con l’ovvia deriva nelle Wunderkammer, l’indagine scientifica e gli animali domestici.
Le opere in mostra andavano da opere di grande valore (Depero, Giambologna..) a realizzazioni di artisti minori messe li’ con una certa approssimazione dato che di alcune opere non era neppure indicata la data di realizzazione. Eppure, proprio tra le opere minori si nascondeva l’elemento piu’ originale, un dipinto di gusto nord europeo (mi pare perche’ non ricordo e non sono in grado di rintracciare l’autore) che rappresenta Latona che trasforma in rane i contadini che le impediscono di abbeverarsi a una fonte e nel quadro vediamo azzimati contadini in colletto bianco con la testa di rana. Un tratto divertente e curioso che non ho ritrovato nella sezione degli animali domestici, la piu’ deludente in quanto avrebbe potuto rivelarsi la piu’ suggestiva dato l’argomento solitamente poco indagato.
Presumo che la scelta di operare un percorso espositivo meno complesso che in passato dipenda anche dalla difficolta’ del momento presente e probabilmente la scelta ha pagato (benche’ io abbia trovato meno spettatori che in precedenza) visto che l’evento e’ stato prorogato e la chiusura passa dal 5 al 12 giugno 2011.

Bestie
Animali reali e fantastici nell’arte europea dal Medioevo al primo Novecento
Il Filatoio
Via Matteotti, 40 – Caraglio (Cuneo)
26 febbraio – 12 giugno 2011

Damien Hirst – For the love of God

Fortheloveofgod La leggenda vuole che il titolo di quest’opera nasca dall’esclamazione di sconcerto pronunciata da mamma Hirst alla confidenza del celebre figlio sul nuovo progetto che stava per realizzare nel 2007. Mi diverte pensare che se Damien Hirst fosse stato delle mie parti la madre sarebbe sbottata in un Oh ssignur si car!, esclamazione estremamente pertinente all’opera d’arte contemporanea piu’ costosa del mondo. Trovo ancora piu’ esilarante che il provocatore per eccellenza dell’arte contemporanea confidi alla mamma i propri progetti artistici e dall’augusta genitrice gli deve derivare gran parte del suo mordace talento visto quanto e’ pertinente all’opera e alle sue interpretazioni la semplice esclamazione di una mamma sbigottita.
La lettura dell’opera e’ lampante (e fulminante quando ci si trova davanti al manufatto): la rilettura della Vanitas in chiave contemporanea con il teschio tempestato di diamanti emblema di una societa’ che rifugge l’idea della morte pur giustificando lo sterminio di massa in nome della ricchezza: quindi per l’amore di Dio Denaro o della dea dell’eterna giovinezza. Eppure solo alla sua terza esposizione pubblica l’opera stessa trascende, nella sua eccezionalita’, la fama del suo celeberrimo autore e diventa divinita’ essa stessa, come dimostra l’allestimento fiorentino. Il teschio e’ esposto a Palazzo Vecchio e il numero di spettatori venuti a vederlo rivaleggia con quello di coloro che visitano le bellezze rinascimentali della citta’.
Si entra nel salone dei Cinquecento e si accede allo studiolo di Francesco I, decorato da pannelli a tema alchemico e sopra la porta che fa passare lo spettatore nell’ambiente dove si trova l’opera di Hirst , c’e’ giustamente un quadro che rappresenta la ricerca dei diamanti. Il pubblico e’ invitato a sostare qualche minuto nello studiolo con la possibilita’ di godere nell’attesa del gioiello realizzato per Francesco de’ Medici, ma gli spettatori sono distratti, sfogliano di malavoglia l’opuscolo che illustra i quadri dello studiolo e fremono perche’ la tenda si sollevi e si possa accedere finalmente al sancta sanctorum dell’arte contemporanea, la Camera del Duca Cosimo completamente rivestita di nero dove troneggia in divina solitudine il calco in platino di un teschio umano del XVIII secolo con denti veri, tempestato da 8.601 diamanti che danno all’opera un valore economico inestimabile. C’e’ chi e’ colpito dalla perizia del montaggio delle pietre, chi riflette sulla vanita’, la sottoscritta e’ rimasta stupita dagli inaspettati riflessi multicolori emessi dai diamanti: diavolo di un Damien, non solo ha riletto la vanitas secentesca in chiave contemporanea ma concettualmente ha aggiornato la danse macabre medievale con un’inattesa stroboscopica!

Damien Hirst – For the Love of God
Firenze, Museo di Palazzo Vecchio
26 novembre 2010 – 1 maggio 2011