Film e telefilm

Ho visto il mediocre Timeline, se non avete voglia di trascinarvi
fino alla recensione,
posso sunteggiare il tutto in un: ma mille volte meglio La Freccia Nera,
sceneggiato del 1968 che lancio’ l’allora giovanissima Loretta Goggi, replicato
in questo periodo il sabato e la domenica mattina alle ore 7 su
Rai1.

Vi lascio con la sua
trascinante sigla

Sibila il vento la notte si appresta
e la nera foresta minacciosa
si fa
passa ma trema se senti un fruscio
perché è il segno d’addio
che
la vita ti dà
lascia la spada se il cuor non ti regge
perché questa è la
strada
che da noi fuorilegge
ti porterà

lala lalala la

la
freccia nera fischiando si scaglia
è la sporca canaglia che il saluto di

vieni fratello è questa la gente
che val meno di niente perché niente
non ha
ma se il destino rovescia il suo gioco
nascerà nel mattino una
freccia di fuoco
la libertà

la la lalalala
lala


Timeline

Timeline Gli studi archeologici di una remota zona della Dordogna vengono sovvenzionati da una holding americana che pare conoscere molto bene, forse troppo, il sito di Castelgard, luogo di una battaglia cruciale tra inglesi e francesi durante la Guerra dei Cent’anni. Il professore che dirige gli scavi vuole approfondire lo strano interesse che la compagnia ha per il luogo e si trovera’ catapultato nel medioevo, grazie alla macchina che la ITC ha involontariamente inventato e che ha aperto un varco temporale con la Francia del XIV secolo. Tocchera’ a suo figlio e ai suoi assistenti andare a recuperarlo.

Tratto dal romanzo di Michael Crichton, che segue pedissequamente, il film ha una regia piuttosto anonima e televisiva, anche la prova attoriale non va mai al dila’ della sufficienza; nonostante questo, la storia, che nel libro risultava piu’ emozionante, riesce, in qualche modo, a tener desta l’attenzione dello spettatore: sara’ il fascino del medioevo, sara’ il clangore della battaglia o il romanticismo dell’amore che supera il tempo (temi tutti appena accennati e mai approfonditi) ma l’operina riesce nel suo intento d’intrattenere lo spettatore, almeno per una sera d’estate.

pubblicato su ImpattoSonoro

la donna perfetta

Donna20perfettaMoulin Rouge!
mi aveva decisamente convinto della bravura di Nicole Kidman, quest’ultima
commedia ne conferma le capacita’.

Joanna Eberhart si occupa con successo della direzione di un network televisivo, fino a quando un uomo, vittima di uno dei suoi sadici reality show, non compie una carneficina. Licenziata, la donna cade in una profonda depressione e per tentare di salvare almeno il suo matrimonio, si trasferisce nel Conneticut, nella ridente cittadina di Stepford. Il paese sembra il luogo ideale dove far crescere i figli: tranquillita’ e assenza di violenza ma le donne della citta’ sono tutte incredibilmente perfette ed accondiscendenti; mentre Joanna cerca di adattarsi a questo modello, nota l’improvvisa trasformazione della sciatta Bobbie, famosa scrittrice anche lei arrivata di recente, in una curata casalinga maniaca della pulizia. La realta’ e’ che a Stepford le donne sono sono tutte condizionate tramite un microchip per essere delle mogli ideali. Joanna accetta la trasformazione per amore del marito, ma il doppio colpo di scena e’ alle porte.



Remake de La fabbrica delle mogli del 1975, il film e’ una scoppietante commedia che ha il suo punto di forza nei dialoghi scintillanti (alcune battute sono veramente fulminati) e in un cast femminile perfetto: Nicole Kidman riesce a trasformarsi da nevrotica donna di successo in una algida Barbie, Bette Midler e’ spumeggiante come al solito e Glenn Close e’ strepitosa nel ruolo della first lady di Stepford.
Mostra un po’ la corda l’ideale femminino di donna servizievole e casalinga perfetta, probabilmente non proprio adeguato ai nostri tempi.
Anche l’happy end finale e’ forse un po’ troppo mieloso, non avrebbe guastato un po’ piu’ di humor nero, ma nel complesso il film resta una commedia piacevole e divertente.

La Casa Dei 1000 Corpi

Quattro ragazzi in giro per la provincia americana con l’intento di scrivere una guida delle stranezze locali vogliono approfondire la leggenda del Dottor Satana, un dottore pazzo che pensava di creare una razza di superuomini da folli trapianti chirurgici. Sotto la pioggia battente nella notte di Halloween caricheranno una bella autostoppista che li condurra’ tra le braccia dell’orrido personaggio.


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Il plot e’ quello tipico dell’horror americano, debitore principalmente a Non aprite quella porta di Tobe Hooper, ma la regia di Rob Zombie, star del metal alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, lo trasforma in una miscela psichedelica di tutti i topos del genere gotico, dal classici della Universal degli anni ‘30, a Roger Corman, agli Z-movie dove il gore si fonde col sexy e il trash, trasmessi nelle maratone della Tv via cavo americana. Non manca la citazione delle nocche tatuate del predicatore Harry Powell, l’oscuro protagonista de La morte corre sul fiume interpretato da Robert Mitchum nell’unica prova registica del grande Charles Laughton.
Il film, soprattutto all’inizio resta a lungo in bilico tra horror e commedia, spiazzando lo spettatore, per trasformarsi poi in una discesa negli inferi della perversione , sempre con un occhio all’ironia.
Un referente e’ sicuramente Alice nel paese della meraviglie, infatti l’unica ragazza che (forse) uscira viva dall’allucinante esperienza viene vestita come la protagonista del cartone della Disney e fugge lungo i cunicoli di un mondo sotterraneo fatto di raccapricciante follia.


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Notevole anche l’uso di diversi tipi di fotografia, che sottolineano la continua alternanza tra gioco e splatter: dal bianco e nero ai colori acidi, dalle sovrimpressioni alle riprese in negativo.
Forse non un capolavoro assoluto, ma una sana sferzata a un genere che ultimamente stava languendo.

La casa dei 1000 corpi

Dopo aver visto La casa dei 1000 corpi la domanda nasce
spontanea: chi e’ questo Rob Zombie che con la sua prima regia e’ riuscito a
scuotere un genere che ultimamente stava boccheggiando?

Il nostro e’ una rock star
del heavy metal, leader del gruppo White Zombie i cui brani sono entrati
anche nella sound track di Matrix, un gruppo che, cito alla lettera,
rappresenta una generazione di ragazzi cresciuti guardando alla televisione i
serial dell’orrore ("Night Of The Living Dead", "Gilligan’s Island"), passando
ore al cinema a rivedere i film di George Romero, leggendo riviste come
"Fangoria"
e il leader sembra aver imparato bene la lezione.
Clikka il
faccione di Capitan Spaulding per andare alla recensione.

Aurora

Nuova uscita sugli schermi, in versione restaurata per il
primo film americano di F.W. Murnau.

Sunrise: A Song of Two Humans
1927, USA
con George O’Brien Janet Gaynor, Margaret Livingston
regia di Friedrich Wilhelm Murnau


Una donna di citta’ fa perdere la testa a un uomo, un contadino conosciuto in una localita’ di villeggiatura.
La passione spinge l’uomo alla rovina e cede quasi all’idea di far annegare la
moglie. Ma proprio durante il macabro viaggio in barca egli capisce il suo
errore e cerca di riconquistare la compagna di sempre, che intuite le sue
intenzioni aveva cercato di sfuggirgli. I due si ritrovano in citta’ e la
giornata passata quella che ai loro occhi sembra quasi un luna park, vede il
rinascere il loro amore, ma durante la traversata di ritorno sul lago una
tempesta sorprende la coppia..


Aurora

La trama, in mano a qualsiasi altro regista avrebbe potuto rivelarsi banale, ma Murnau la trasforma in una sinfonia sulla natura umana dove i toni mutano dal tragico al comico, al sentimentale.
La pellicola e’ molto piu’ che avvincente e alla fotografia di
tipo espressionista si unisce un senso naturalistico delle immagini dove gli
elementi o gli animali fanno da prodomo alle situazioni: da antologia le
impronte appaiate nel fango dei due amanti che hanno gia’ tramato il
delitto.
Un film che tra gli innumerevoli pregi ha quello di fondere
perfettamente la tradizione filmica europea: l’espressionismo tedesco, il primo
piano tipico della scuola russa, e quella americana, fatta di gustosi siparietti
che fanno da contrapunto alla trama

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

 
Harrypotter_recensione_dvd_t5_1Il terzo anno di studi ad Hogwarts si apre in un clima di tensione: un pericoloso mago e’ fuggito dalla prigione di Azkaban e le sue malevole intenzioni sembrano rivolte contro Harry Potter, ma nella saga fantastica del piccolo mago nulla e’ mai come sembra e in questo episodio Harry scoprira’ chi e’ veramente coinvolto nella morte dei suoi genitori.

La pellicola diretta da Alfonso Cuarón e’ la migliore delle tre finora prodotte.
Il regista messicano scelto per realizzare il piu’ oscuro dei film tratti dai
volumi dedicati ad Harry Potter, non ha creato una fiaba dark dal consueto
immaginario gotico, ma ha realizzato una fantasia degna di una casa degli orrori
al luna park, dove il soprassalto e’ sempre mischiato al gioco ed alla
sorpresa.

La scena piu’ bella e piu’ emblematica del registro filmico e’
quella del passaggio sull’autobus fantastico Nottetempo, che viaggia a folle
velocita’ nelle strade di Londra salvo inchiodare davanti alle vecchiette che
attraversano la strada e restringersi per passare tra due bus che procedono
appaiati, guidato da un flemmatico vecchietto che ha per navigatore un’assurda
testolina wodoo parlante.
Anche la scuola di Hogwarts non e’ piu’ vista come
un severo collegio inglese: i quadri parlanti che portano alle varie case
assumono in certi momenti il ruolo di coro e i sussiegosi fantasmi si sono
trasformati in una masnada caciarona che corre lungo il salone dove gli allievi
dovrebbero studiare.

Il cast si fa sempre piu’ ricco ed interessante,
oltre all’arrivo di Michael Gambon, che sostituisce degnamente il compianto
Richard Harris nei panni di Albus Silente, e quello del sempre strepitoso Gary
Oldman
nel ruolo di Sirius Black, si segnala il gustoso cameo di Emma Thompson
che da vita a Sibilla Cooman, la bislacca docente di Divinazione. David Thewlis
fa una misurata interpretazione di Remus Lupin, l’insegnante di Difesa contro le
Arti Oscure con cui Harry stringe un rapporto quasi figliale.

Il prossimo
capitolo della saga Harry Potter e il calice di fuoco sara’ diretto da
Mike Newell, il regista di Quattro matrimoni e un funerale: probabilmente
per sottolinearne il tono da commedia rosa: infatti inizieranno i primi palpiti
amorosi per Harry ei suoi amici.

The day after tomorrow

Surriscaldati dall’effetto serra i ghiacci polari si
sciolgono, immettendo grosse quantita’ di acqua dolce in mare ed alterando cosi’
i delicati equilibri delle correnti marine. Questo processo e’ la causa del
crescendo di enormi tornado che agiscono anche sulla terra ferma, fino ad una
terribile tempesta che sconvolgera’ il pianeta gettandolo improvvisamente in una
nuova era glaciale.


Thedayaftertomorrow

Si e’ soliti dire che la
validita’ di un film si capisce fin dai primi minuti ma l’assioma non e’ valido
per l’ultima fatica di Emmerich che inizia con una piccola stazione scientifica
divisa in due dallo spaccamento dei ghiacci antartici (in chilometri di pak,
proprio al centro della base doveva avvenire il fenomeno?), propone i soliti
lungimiranti scienziati che non vengono minimamente presi in considerazione,
famiglie che si ritrovano nella prova della catastrofe imminente. Sembra tutto
gia’ visto ma L’alba del giorno dopo riesce ad elevarsi sopra la media
del filone catastrofico. La scena in cui New York e’ investita dalle acque e’
impressionante, forse non solo per la magnificenza degli effetti speciali, ma
anche perche’ va a toccare l’archetipo del diluvio presente in tutte le culture
(confesso che come cinefila mi si e’ stretto il cuore anche quando il tornado ha
distrutto la scritta di Hollywood).
Questo film segna l’evoluzione del genere
perche’ per la prima volta l’uomo non riesce a superare la catastrofe
impegnandosi con tutte le sue forze, ma bensi’ sottomettendosi ad essa ed e’
geniale la scena in cui il Messico chiude le frontiere agli statunitensi che
vogliono attraversare il confine per sfuggire alla furia degli elementi: piu’
che semplice satira politica (il film e’ stato presentato come anti-Bush) forse
una presa di coscienza che le cose non sono immutabili: un ottimo messaggio per
un film che si propone solo come spettacolo di intrattenimento.

I diari della motocicletta

Idiaridellamotocicletta

Il racconto del viaggio che trasformo’ il giovane borghese, studente in medicina Ernesto Guevara de la Serna, detto Fuser (cioe’ Furioso Serna) nell’uomo che sarebbe diventato il comandante Che Guevara, rischia di mettere piu’ in luce le caratteristiche del suo compagno di viaggio e fedele amico Alberto Granado, colpa forse della scelta degli attori: e’ sicuramente piu’ carismatico Rodrigo de la Serna, interprete del guascone Granado che Gael Garcia Bernal che non sempre e’ all’altezza del magnetico personaggio a cui deve dar vita: piu’ volte nel film i dialoghi fanno riferimento allo sguardo onesto o alla faccia che ispira fiducia del giovane Guevara e cio’ non trova riscontro nell’immagine data dall’ attore

La fotografia e’ strepitosa, grazie alla magnificenza del paesaggio sudamericano: dalla pampa argentina alla cordigliera andina: i momenti piu’ sentiti del film sono quelli dell’arrivo a Cusco e sul Machu Pichu, nonostante un retorico contrasto tra la grandezza della civilta’ incaica e la tristezza della capitale scelta dagli spagnoli: Lima. Non avendo letto i diari di Che Guevara, non so quanto egli nel suo viaggio abbia subito il fascino della civilta’ precolombiana, di certo porre l’accento piu’ sulle questioni razziali ed ecologiste che quelle politico economiche, rispecchia la filosofia del produttore americano, Robert Redford. Anche il documentario di Gianni Mina’, recentemente trasmesso da Rai3 e’ si concentra piu’ sull’influenza che a Lima il dottor Pesce esercito’ sui giovani viaggiatori, piu’ che sulle rovine Incas.

Ultima tappa del viaggio e’ il lebbrosario di San Pablo in Peru’ , dove lo spirito egalitario di Ernesto Guevara esce allo scoperto nel suo modo di approcciarsi ai malati senza protezioni: ai guanti che le monache rettrici del lebbrosario impongono ai dottori viene dato il valore simbolico di creare una barriera tra lebbroso e medico, barriera accentuata dal fiume che divide il lazzaretto in due: da una parte il villaggio dei malati, dall’altra le residenze dei medici e nel giorno del suo ventiquattresimo compleanno, il 14 giugno 1952, Ernesto Che Guevara attraversera’ quel ramo del Rio delle Amazzoni a nuoto per tuffarsi completamente nel mondo degli umili.

Monster

Con questa recensione inizia la mia collaborazione a impattosonoro

Monster

Lee e’ una prostituta di strada, dall’infanzia disagiata, che si da agli uomini sempre con la speranza che quello nuovo sia colui che le cambi la vita. Un giorno incontra Selby, una giovane lesbica e per Lee diventa l’unica ragione di vita, su cui proiettare i suoi sogni d’amore e di maternita’. Cercando di tirar su i soldi per una notte d’amore con lei, Lee incontra un cliente violento che la sevizia e cerca di ammazzarla: la donna lo uccide per legittima difesa. Dopo aver tentato di cambiare vita inutilmente (e follemente, dato che si presenta a colloqui d’assunzione per avvocati o professioni simili), torna sul marciapiede ma ormai persa nella sua follia inizia a uccidere i clienti, fino al tragico epilogo in cui sara’ proprio Selby la testimone chiave della sua condanna.




Il film di Patty Jenkins ispirato alla serial killer Aileen Wuornos non si puo’ dire completamente riuscito. Probabilmente il fatto di aver portato sullo schermo una storia cosi’ recente (la Wuornos e’ stata giustiziata nel 2002 dopo 12 anno nel braccio della morte) non ancora sedimentata, e’ il motivo per cui la storia risulta didascalica, indecisa se tratteggiare a pieno il ritratto disturbante di una donna psichicamente instabile o gettare uno sguardo compassionevole sulla sua vita presa ad esempio del fallimento del sogno americano: in un mondo di looser che vive ai margini della societa’, oppresso dal puritanesimo di facciata che spesso sfocia in esaltazione religiosa le piu’ deboli sono le donne, come testimonia la battuta dell’amica di famiglia che cerca di riportare Selby sulla “retta via” dell’eterosessualita’ ricordandole che quando avra’ bisogno di un tetto sulla testa sara’ disposta a fare l’amore anche con un uomo.
Sicuramente meritate le lodi per l’interpetazione di Charlize Theron,
stupefacente non tanto nell’imbruttimento ma nella gestualita’ sgraziata, quasi da bullo di periferia, supportata da una spalla di altrettanta bravura come Christina Ricci nel ruolo dell’enigmatica Selby.