Spider-Man 2

Entro subito in medias res e dico che a me, a differenza della maggioranza degli spettatori, il secondo episodio di Spiderman non è piaciuto per niente.
Cioè, si tratterebbe anche di un bel film d’azione dalle scene spettacolari, con un personaggio memorabile come Otto Octavius, scienziato geniale che vuole risolvere il problema energetico mondiale finendo vittima del suo sogno e della sua invenzione e che in un sforzo sovrumano sacrifica definitivamente se stesso per salvare il mondo: un personaggio degno della grande tradizione horror dei mostri dove il genio e’ vittima e carnefice al tempo stesso, ma purtroppo il protagonista è il supereroe “tentenna”, Spiderman interpretato dall’insignificante Tobey Maguire (nel primo episodio ho giustificato questa scelta per l’inespressività del suo volto adattissimo a recitare sotto ad una maschera).



Spiderman2

Il film gronda retorica e melassa in maniera irritante: quando la zia, traslocando dalla classica villetta in legno che esibisce la bandiera americana, attacca il pistolotto sulla necessita’ da parte del mondo di avere sempre e comunque degli eroi che sacrifichino se stessi per il bene della comunita’ ho raggiunto l’apice del disgusto e quando dopo aver salvato la metropolitana Spiderman stremato viene sollevato e fatto passare sopra la folla dalle mani dei passeggeri, sono stata urtata dal tono parodistico della ripresa che voleva certo avere una qualche sacralità, peccato che l’oggetto di venerazione indossasse lo
sgargiante costumino stretto al cavallo che neppure la rock star piu’ kitsch avrebbe mai ostentato!
Ma veniamo ora ad un’analisi del supereroe che Raimi ha portato sullo schermo: punto da un ragno geneticamente modificato (non ricordo se casualmente, ipotesi che aprirebbe uno sconfortante campo di discussione sulla fine della meritocrazia) l’insopportabile nerd Peter Parker improvvisamente riacquista una vista aquilina, acuisce i suoi riflessi e anche la sua struttura fisica ne esce con un certo guadagno, ma il nostro non riesce a conciliare le solite attivita’ di supereroe con la vita normale e per una serie di scrupoli che ci dobbiamo sorbire in ben due film rinuncia al ruolo di Spiderman badate bene! non ai superpoteri che, benché calino in ragione di quanto aumenti il suo stress, non gli vengono tolti: ora o si tratta di un buco di sceneggiatura o di un pessimo esempio di moralità.
Del resto questo Spiderman e’ vittima principalmente di scrupoli tipici di quest’epoca mediatica: non riesce ad accettare se stesso finché non riceve un’accettazione pubblica: all‘inizio di quest’ultimo episodio è ancora vittima della campagna nefasta scatenata contro di lui dal giornale per cui lavora lo stesso Parker, infatti viene considerato complice della rapina compiuta dal Dottor Octopussy, poi mentre salva la metropolitana perde (veramente si toglie) la maschera e c’è il riconoscimento, non solo della bontà del personaggio ma anche della sua identità, nel giro di poco la scopriranno anche la sua petulante fidanzata e tutti gli altri: sapere di essere un membro stimato della comunità ed essere riconosciuto come un supereroe, rende la vita improvvisamente piu’ piacevole, vero Mr. Parker?
Insomma io non sono mai stata una gran cultrice della letteratura dei supereroi, ma non ci vuole un genio per capire che gran parte del loro fascino sta nell’identità nascosta, nell’apparire fragili e nascondere un enorme potenziale, metafora del potenziale inespresso dell’umanità.
In ogni caso, quando l’amore trionfa e MaryJane, lasciato il promesso sposo all’altare decide di stare con Spiderman e mentre lui parte in missione contro il crimine lei lo saluta con un ”Vai Tigre” (!?!) per me si e’ chiusa definitivamente questa saga di Spiderman e me ne sono uscita senza attendere che scorressero tutti i titoli di coda.

Schultze vuole suonare il blues

Schultze vuole suonare il bluesSchultze Gets the Blues
Germania 2003
con Horst Krause, Harald Warmbrunn, Karl Fred Müller
Regia di Michael Schorr

Schultze, bonaccione e di poche parole, viene posto in
prepensionamento dalla miniera in cui lavorava, la sua vita ora
trascorre tra le bevute con gli amici e la filarmonica del paese, di
cui e’ maestro fisarmonicista, come fu il padre, con un repertorio a
disposizione composto prevalentemente da musica tradizionale tedesca a
base di polka.
Un giorno alla radio ascolta un brano di blues Zydeco e
improvvisamente inizia a suonare questo genere: ne e’ talmente
affascinato che quando sara’ scelto per andare a suonare in Texas nella
citta’ gemellata con il suo paese, iniziera’ un viaggio via fiume verso
le zone creole della Louisiana alla ricerca della sua nuova passione
musicale.

Film gradevole ma furbetto, costruito secondo gli assiomi del cinema nordico portato in auge dai fratelli Kaurismaki: dialoghi scarni, riprese fisse su esterni desolati contrapposti ad interni a tinte vivaci.
Il modello d’ispirazione vorrebbe essere Leningrad Cowboys go America, ma al regista Michael Shorr manca la gelida e folle ironia di Aki Kaurismaki.

Una nota geopolitica che mi ha incuriosito: nella sperduta
cittadina tedesca i mulini per la raccolta di energia eolica convivono
accanto a passaggi a livello manuali: in Italia questi sono automatici
da oltre un decennio (o forse due), ma di sistemi per raccogliere
energia alternativa neppure l’ombra.

Le chiavi di casa

Gianni parrebbe un uomo realizzato: un buon lavoro, una moglie e un figlio nato da poco, ma Gianni ha anche un altro figlio avuto quindici anni prima da una compagna morta durante il difficile parto che ha martoriato per sempre anche la salute del neonato, Paolo, il figlio che Gianni non ha mia voluto conoscere fino a quando si vede costretto ad accompagnarlo a Berlino per delle cure specialistiche.


Le chiavi di casa
Con questo film, Gianni Amelio sconfigge ancora una volta ogni pregiudizio di falso buonismo sul suo cinema e affronta con il pudore che gli e’ solito una storia difficile che sulla carta rischia di essere patetica, il regista non solo evita di scadere nel pietismo ma con il suo scabro studio, quasi entomologico, della quotidianita’ del dolore fa della storia di Gianni e Paolo una parabola della malattia in cui tutti noi possiamo riconoscerci: anche se non ci e’ capitata la sventura di dover assistere a una sofferenza cosi’ immensa da arrivare ad invocare la morte, tutti hanno versato quelle lacrime di rassegnazione e sconfitta di fronte a una realta’ che pensavano di poter sostenere.
LechiavidicasaCome ne Il ladro di bambini, il film e’ ambientato durante un viaggio in treno, mentre pero’ nel primo film la direzione era verso un luogo che avesse un calore familiare, ora il mezzo si muove verso una terra straniera, prima Berlino, poi la Norvegia, luoghi di cui nessuno dei due protagonisti conosce la lingua, a simboleggiare i balbettii di un rapporto che si deve costruire. Dei due protagonisti il piu’ debole sarebbe, a rigor di logica, il figlio, ma il cammino che il padre deve ancora fare nell’accettare il proprio dolore e’ molto piu’ complicato, anche il dolore passato: il racconto della drammatica nascita di Paolo e’ uno tra i momenti piu’ intensi della pellicola.
Ottima l’interpretazione del cast, soprattutto quella di Charlotte Rampling che ha un ruolo direi di guida nella discesa nell’inferno della sofferenza, padrona di una serenita’ non scevra di terribili angosce.
Una particolarita’: il libro che il personaggio interpretato dalla Rampling legge, Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, e’ quello da cui Amelio ha tratto la sceneggiatura di questo film.

The terminal

The Termina

Viktor Navorski e’ in volo verso gli Stati Uniti, quando il suo paese, Crachosia, e’ oggetto di un colpo di stato. Sbarcato al JFK di New York l’uomo si trova a non avere piu’ un documento valido ne’ per entrare ne’ per uscire dagli USA e rimane confinato all’interno dell’aeroporto in attesa che la situazione politica della repubblica di Crachosia si chiarisca. Ci vorranno nove mesi e nel frattempo Viktor riuscira’ a costruirsi un’esitenza fatta di umanita’ e amicizia anche in un non-luogo come un aeroporto.

Se nella sua opera precedente, Prova a prendermi, Spielberg analizzava in maniera sottile ma feroce il mito americano degli anni ‘60, in questo film rivolge lo stesso sguardo apparentemente leggero, ma disincantato sulle paure dell’America contemporanea, strangolata dalla burocrazia e timorosa di chi arriva da “fuori”, dimenticando che la sua forza poggia proprio su quegli emigrati che ha sempre accolto.
Ci sarebbe molto da dire sulla scelta di ambientare un film in un non-luogo e sul tema dell’attesa. Per non-luogo si intende, secondo la definizione dell’antropologo Marc Augè, uno spazio dove i flussi di passaggio umano non lasciano tracce o memorie di se’, come gli aeroporti o i centri commerciali. La societa’ post moderna trascorre sempre piu’ tempo in questi spazi spersonalizzati, in attesa di recarsi verso i luoghi dove si svolge la “vera” vita: casa , lavoro. Siamo sempre in attesa di qualcosa: che sia un visto, o un amore. Resi ciechi dalle aspettative e dai desideri non vediamo la realta’ (la vita?) che ci circonda.
Viktor Navorski si trova incastrato in un non luogo a causa di una falla del sistema, dapprima invisibile e insignificante come il posto in cui si trova, riesce ad entrare in contatto con quella realta’ invisibile (a chi lo agisce) che sta dietro al funzionamento di un aeroporto: si puo’ definire un film corale (con un cast in stato di grazia) dove tante storie si intrecciano come effettivamente avviene in un aeroporto ed e’ proprio attraverso gli occhi di questo novello Candide, interpretato da un grandissimo Tom Hanks, che (ri)scopriamo valori come l’amicizia,la fiducia e la capacita’ d’ingeniarsi: valori che hanno fatto grande l’America, ma Spielberg non vuole esaltare il mito americano, infatti Viktor non e’ per nulla intenzionato a restare negli States: vuole solo adempiere a una promessa e poi tornare a casa sua.
Spielberg si ispira chiaramente ai capolavori di Frank Capra, maestro del New Deal roosweltiano, ma l’ottimismo degli anni trenta e’ stemperato nella malinconica visione della vita moderna dove ci si incontra solo per un attimo per poi tornare ad inseguire i proprio sogni.

Mucche alla riscossa

In un Far West pacioso, il terribile bandito
Alameda Slim ruba tutte le mandrie mandando le fattorie sul lastrico,
e’ cosi’ che Grace, bella ma ruspante mucca da latte finisce ad “Angolo
di Paradiso”, una piccola tenuta dove la contadina Pearl non vende mai
i suoi animali.
L’ingombrante Peggy ha qualche difficolta’ a legare
con le altre due mucche del ranch, la svampita Maggie (doppiata da una
grande Marina Missironi) e soprattutto Miss Calloway, giudiziosa e
compita mucca che perde la trebisonda solamente se le toccano il suo
cappellino. Quando pero’ anche Angolo di Paradiso rischia di finire
all’asta le tre mucche metteranno da parte le loro rivalita’ e
partiranno alla volta della citta’ per prendere in mano la situazione.


Muccheallariscossa

Il nuovo cartoon firmato Disney segna il ritorno al disegno tradizionale, senza alcun uso di effetti computerizzati.
La storia e’ graziosa e divertente, e soprattutto  meno grondante del solito della tipica melassa buonista di matrice disneyana.
Il
film vuole essere una parodia del genere western e non viene
risparmiato nessun topos, in particolare i controcampi dei primissimi
piani degli occhi,caratteristica degli spaghetti western.
Esilarante Buck, il cavallo dello sceriffo con la fissa del kung fu, simpatica caricatura di Bruce Lee.
In conclusione una pellicola piacevole, di pura evasione, che riesce a mantenere quello che promette.

Fahrenheit 9/11

Fahrenheit

La visione di questo documentario provoca una ridda di emozioni, ed e’ stato difficile restare obbiettiva scrivendo la recensione per Impattosonoro .
Nonostante il quadro devastante (demagogico o meno) che viene fatto dell’America, bisogna ammettere che la tradizione libertaria di questo paese e’ sempre viva: stupisce infatti come poliziotti, agenti FBI, militari che probabilmente rifiuteranno il richiamo sotto le armi, esprimano tranquillamente la loro opinione davanti a una macchina da presa (nonostante i rischi con il Patriot Act) e la mente va subito ai ferrovieri italiani sospesi dal lavoro per aver esposto il degrado delle ferrovie Italiane a Report.

Il giudizio sul documentario di Moore dipende soprattutto dalla coscienza politica di ognuno: a seconda della vostra posizione sulla politica estera americana e il conseguente conflitto in Iraq troverete questo film un capolavoro o un’ accozzaglia di affermazioni demagogiche senza alcun fondamento: questo credo sia gia’ un punto a favore del film, cioe’ la capacita’ di non lasciare nessuno indifferente alla sua visione.
In ogni caso sono fatti innegabili che l’elezione di George W. Bush alla carica di presidente degli Stati Uniti e’ stata quantomeno controversa, che la famiglia Bush operi nel ramo petrolifero e che gli interessi che stanno dietro a questo terribile conflitto con tutte le sue aberranti conseguenze sono legate all’oro nero e soprattutto che l’esercito americano e’ costituito dai figli delle classi meno abbienti del Paese.
Da questi assunti Moore parte per costruire un documentario dove ci si indigna profondamente ma si ride anche molto.
Limitando il giudizio al solo aspetto cinematografico, ho molto apprezzato il montaggio che ricostruisce l’attentato alle Torri Gemelle con lo schermo nero e il solo sonoro a ricordare la tragicita’ di quei momenti. Poi la telecamera scorre (sono tutte immagini di repertorio) sui volti increduli che guardano verso l’alto e in seguito stacca su milioni di brandelli di carta che volteggiano nell’aria: un’immagine malinconica e poetica che sottolinea la fine di un mondo.
La pellicola cade nell’ultima parte che ricostruisce il conflitto iracheno dov’e’ troppo insistita la rappresentazione del dolore con i bambini nei fatiscenti ospedali dell’Iraq e le famiglie americane che piangono i loro morti: penso che questo sia da imputare ai problemi di distribuzione che hanno afflitto il film e al precipitare della situazione internazionale: Moore parla anche dei ragazzi giapponesi che furono rapiti questa primavera subito dopo i nostri quattro connazionali e dopo nemmeno un mese il film era gia’ proiettato a Cannes dove vinceva la Palma d’Oro, alle spalle non puo’ esserci stata che una confezione un po’ troppo veloce e tirata via che pesa sull’economia del film.

Catwoman

Parlando come gattofila devo dire che il film e’ poco soddisfacente nella ricostruzione etologica della vita felina: oltre a qualche svarione comportamentale (difficilmente un micio si ingozza senza valutare bene i bocconi) si cade sempre nel solito cliche’ del gatto inteso come animale inaffidabile. Detto questo l’ unico interrogativo che solleva il film e’: meglio Halle Berry o Sharon Stone?

Patience Price e’ impiegata in una ditta di cosmesi che sta per lanciare sul mercato un prodotto innovativo. Casualmente la ragazza ascolta qualcosa di cui nessuno sarebbe dovuto venire a conoscenza e viene uccisa, ma un gatto dai poteri soprannaturali la riporta in vita facendole dono dei suoi superpoteri: nasce cosi’ Catwoman, la donna felino che vive al di fuori delle leggi del bene del male per inseguire la sua liberta’. La sua prima missione sara’ scoprire chi l’ha uccisa.

L’ennesima decostruzione di un supereroe stavolta si rivela un flop, artisticamente parlando e anche al botteghino. Piu’ che un modello di riscatto femminile (vedere due donne che lottano per una crema di bellezza seppure dagli effetti devastanti, dopo KillBill risulta quasi anacronistico!) la pellicola sembra puntare sulla rivincita del ghetto americano: il “fidanzato” di Catwoman e’ un poliziotto ispanico che impegna il tempo libero nelle scuole piu’ povere e la partita uno contro uno a basket tra lui e Patience e’ simile per movenze e struscii a qualsiasi video R’n’B che passa su MTV. Anche l’antagonista cattiva della nera Catwoman e’ una bellezza tipicamente wasp come Sharon Stone: questa patina vagamente sociale non ha certamente beneficato un film dalla storia risibile. Halle Berry e’ sicuramente molto bella e affascinate nella tutina fetish, ma la sua sensualita’ e’ limitata dall’eccessivo riferimento ad atteggiamenti felini (neanche troppo esatti, a parte il movimento di rotazione del gatto durante la caduta, mostrato in qualsiasi documentario). Molto piu’ felini risultano gli occhi ghiaccio e le movenze della Stone, tanto che piu’ volte si pensa che anche lei appartenga alla categoria delle donne-gatto e uno scontro tra l’eroina e il suo doppio avrebbe sicuramente reso piu’ interessante la storia.

Two Sisters

Twosister

Il film coreano ha l’eleganza formale di cui
parla qualsiasi recensione, ma purtroppo questa non basta: il
meccanismo della vicenda e’ subito chiaro e forse l’eccesso di
personaggi rende confuso un plot di per se’ gia’ molto complesso. Il
ruolo chiave della matrigna e’ molto poco comprensibile, ma potrebbe
essere che questa liberta’ d’interpretazione sia voluta dal regista.
Qualche momento veramente spaventoso c’e’, anche se ormai pure l’horror
orientale ha il suo cliche’ in queste donne dai movimenti rallentati
con la testa china in avanti coperta dalla loro fluente chioma: tutte
emule della Masako di Ringu.

Senza svelare nulla della trama, devo dire che questo percorso nei
meandri di una mente malata mi ha ricordato moltissimo l’ultimo
capolavoro di David Cronenberg: Spider, interpretato da un grandissimo Ralph Fiennes nel 2002.

Sottolineati i difetti del film, invito chiunque avesse un
interesse o per il cinema orientale o per l’horror in genere ad andarlo
a vedere per motivi cosi’ dire civili, dato che quella gentaglia da
evitare che risponde alla sigla del Moige si sta scatentado con la
locandina del film, che a loro parere da un’ immagine poco rassicurante
della famiglia, notoriamente luogo di serenita’ e rifugio dai mali del
mondo: qui
la notizia. Posso solo dire che ho visto coi miei occhi 4 ragazzini
adolescenti che uscivano dal primo spettacolo sul punto “linciare”
(scherzosamente, of course) l’amica che aveva proposto il film perche’
non lo avevano trovato abbastanza spaventevole: c’e’ ancora da sperare
nelle giovani generazioni!

Laws of Attraction – Matrimonio in appello

Audrey Woods, tipica rappresentante del
modello “donna in carriera” e’ la piu’ brava divorzista di New York,
almeno finche’ non arriva in citta’ Daniel Rafferty, stazzonato
avvocato che pero’ non ha mai perso una causa. Il loro spirito
competitivo si trasforma ben presto in una complicata storia d’amore.


Lawinattracion

La commedia brillante americana e’ sempre divertente, anche quando
il congegno mostra la corda, come in questo caso. Julianne Moore e
Pierce Brosnan sono certamente in parte,anzi rivelano un talento per i
tempi comici poco sfruttato nelle rispettive carriere, ma i loro
personaggi sono un po’ troppo prevedibili: l’insicura ma bella e brava
protagonista che incontra un uomo affascinante che manda all’aria tutte
le sue fragili certezze.
Soprattutto la seconda parte, con la trasferta nella magica Irlanda
perde molto di mordente.
Esilarante invece la caratterizzazione della madre di Audrey,
interpretata da Frances Fischer: una cinquantenne che non si rassegna
la tempo che passa e vive tra labbra-party dove furoreggia il silicone
e continui ritocchi, che candidamente risponde alla domanda del futuro
genero: ”ma tu hai veramente 56 anni?” “alcune parti del mio corpo si’”.

I tre volti del terrore

Durante un viaggio in treno, tre passeggeri incontrano il
dottor Peter Price, un ipnotista che fara’ vivere ad ognuno di loro una bizzarra
avventura: il primo si ritrovera’ ad essere un tombarolo che dopo aver trafugato
una tomba etrusca subira’ la maledizione della licantropia.
La ragazza sara’
protagonista di un’inquietante seduta di lifting, mentre il terzo passeggero
sognera’ di una notte passata a campeggiare sulle sponde di un lago che nasconde
un’orrida creatura.


I3voltiterrore

Sergio Stivaletti, maestro degli effetti speciali torna alla regia dopo
M.D.C. Maschera di cera del 1996, con questo horror che si rifa’ alla
tradizione classica italiana e inglese (il titolo stesso, conferma il regista,
fonde i titoli di due grandi classici: I tre volti della paura di Bava e
Le cinque chiavi del terrore di Francis da cui e’ presa l’idea
dell’incontro sul treno come cornice agli episodi.)
Girato in digitale, il
film si salva per gli effetti speciali veramente notevoli che confermano,
qualora ce ne fosse stato bisogno, l’abilita’ di Stivaletti: impressionante
(soprattutto per chi ha avuto controversi rapporti con il dentista) la
trasformazione del lupo mannaro. Altro elemento che porta il film alla
sufficienza e’ il senso d’inquietudine che a volte corre lungo la pellicola,
come nel secondo episodio, dove ad inquietare non e’ tanto l’attualita’ del tema
, ma i simbiotici rapporti amicali tra donne.
Interessante la chiusa, che
rappresenta l’entita’ superna che presiede ai destini della Terra come un bimbo
di sei anni intento a disegnare.
In conclusione un film molto classico nei
temi, anche prevedibile negli sviluppi, ma che spicca in mezzo alla selva di
ragazzi che si perdono nei boschi americani (Adam&Evil, Wrong
Turn
) in questo inizio di stagione.