Il mondo dei replicanti

Ilmondoedeireplicanti Tecnologia nata per aiutare i disabili a condurre una vita normale, i surrogati umani in breve tempo diventano i sostituti dell’ intera umanita’: la gente se ne sta rinchiusa in casa a comandare da una poltrona il proprio facsimile robotico che affronta il mondo esterno sempre in forma smagliante e in grado di superare senza problemi qualsiasi incidente, ma un giorno compare un arma in grado di uccidere il repicante e la persona che lo guida da casa..

Piccolo film di fantascienza ispirato al fumetto The surrogates che stigmatizza i comportamenti del nostro tempo: l’ossessione per la forma fisica ed il rifugiarsi dietro la tastiera di un computer per simulare una vita piu’ interessante, nonche’ sicura, portandoli alle estreme conseguenze.
Se mi ha divertito il gioco citazionista dei classici della fantascienza, non mi ha convinto la mancanza di una motivazione valida per cui il 98% della popolazione mondiale se ne sta nascosto dietro un replicante. Se la spinta dell’agente Greer e sua moglie e’ lampante, si sono rifugiati in un mondo di plastica per sfuggire al dolore della perdita del figlio, continuo a non capire perche’ tutto il mondo si limiti a vivere spostandosi dal letto alla poltrona per connettersi con il proprio surrogato. Sicuramente una metafora di un mondo facilmente manipolabile dai media ma secondo me ci sarebbe voluto un elemento critico scatenate, che so un grosso attentato terroristico oppure un peggioramento della qualita’ dell’aria per cui sia consigliabile vivere rintanati. La mancanza di una causa valida non mi ha permesso di credere in quel presente dominato dal surrogato robotico.

Welcome

Welcome Bilal, diciassettenne curdo, ha lasciato Mossul a piedi per andare Londra a ritrovare la fidanzata. Il suo sogno d’amore si infrange a Calais dove scopre la difficolta’ dei clandestini di raggiungere l’isola britannica. Bilal decide allora di attraversare la Manica a nuoto e per farlo inizia a prendere lezioni nella piscina comunale di Calais da un bagnino che prendera’ a cuore la sua situazione…

Un film che entra nel cuore come una lama gelida lasciando lo spettatore disarmato davanti all’ingenuita’ e alla determinazione di Bazda, il ragazzino corridore che ha lasciato l’Iraq per amore e pensa di cavarsela attingendo al sogno velleitario, tipico del villaggio globale: diventare calciatore nel Manchester United.
Il regista Philippe Lioret illustra con il freddo distacco di un documentario la tragica situazione dei clandestini che si accampano sulle coste francesi nella speranza di attraversare la Manica ma soprattutto ci mette di fronte alla nostra solitudine incarnata nel personaggio di Simon (un intenso e dolente Vincent Lindon) bagnino cinquantenne con un passato agonistico alle spalle e un matrimonio appena fallito che ha davanti a se’ un futuro di solitudine fatto di cene monoporzione al tavolo di un pub o davanti alla tv. Simon non sa restare indifferente davanti all’ingenua determinazione di Bilal e fa quanto piu’ proibito, espressamente dalla legge francese ma tacitamente da tutta la nostra societa’: si lascia coinvolgere dalla vicenda del ragazzo curdo e minorenne (che avrebbe quindi tutto il diritto all’accoglienza) prendendosi cura di lui e consigliandolo come se fosse un figlio.
Non stiamo assistendo ad una fiaba a lieto fine e per quanto ci si possa illudere durante la visione, il finale sara’ amarissimo, in linea con il sarcastico titolo, quel Welcome che scriviamo sugli stuoini ma di cui non conosciamo piu’ il significato.

Sherlock Holmes

Sherlockholmes Al suo primo blockbuster Guy Ritchie rilegge in chiave contemporanea l’epopea di Sherlock Holmes che dismette la mantellina e il cappellino cn le orecchie rivolte all’insu’ della tradizione per trasformarsi in un dandy un po’ sgualcito molto piu simpatico del saccente detective che, a quanto pare, non godeva neppure le grazie del suo creatore, Arthur Conan Doyle. Anche l’onnipresente Watson si trasforma da spalla un po’ ottusa in un fedele amico bonario ma non succube del geniale compagno d’avventure.
Certo siamo davanti a un film di puro intrattenimento dove le scene d’azione corpo a corpo, declinate come le arti marziali orientali, caratteristica dei nostri tempi, non mancano ma il film, a mio parere, ha il pregio di far rivivere un certo spirito dell’epoca vittoriana che permetteva il felice connubio tra positivismo scientifico e la fede nel progresso con le pratiche della magia nera e dello spiritismo. Caratteristiche della seconda meta’ del XIX secolo che sono state alla base di molte opere letterarie tra cui si annoverano quelle di Conan Doyle.
Altra caratteristica della pellicola, non sempre data per scontata in film di casetta, e’ la presenza di attori che sanno recitare (oltre che essere fascinosissimi!). Robert Downey Jr sembra ricordarsi benissimo la lezione del Chaplin che gli procuro’ l’Oscar nel 1992 e sfodera un repertorio di mimica degno di Charlot, del resto la sua rinascita come divo di film di cassetta si deve proprio all’ironia con cui prende poco sui serio i suoi eroi campioni di incassi.

Il riccio

Il riccio Attenzione, spoiler!

Avevo letto a suo tempo il best seller L’eleganza del riccio e, pur apprezzandolo, avevo patito la grande delusione della morte della portieia alla soglia di una nuova felicita’.
Anche nel suo stile elegante il romanzo e’ pur sempre una favola moderna che invita a guardare oltre le apparenze e allora dinnanzi alla favola esigo il mio diritto al lieto fine altrimenti mi permetto di liquidare il grande exploit della narrativa francese come un’operazione furbetta infarcita di un certo classismo culturale per cui la brillante autrice, non sapendo come uscire dal crescendo sentimentale che aveva creato, ha pensato bene di far fuori la protagonista piu’ scomoda.
Questa premessa per dire che, con buona pace delle rimostranze di Muriel Barbery sulla riduzione cinematografica che Mona Achache ha liberamente tratto dal suo romanzo, preferisco il film al libro.
Mentre nel romanzo si intrecciano i punti di vista della dodicenne Paloma e della burbera Madame Michel, la portiera, la pellicola prende in considerazione solo il punto di vista della ragazzina trasformando il racconto in una storia di formazione: le pulsioni suicide della dodicenne troppo intelligente e disincantata si placano davanti alla morte di qualcuno che le e’ davvero caro.
Mona Achache risolve la vicenda con levita’ e raffinatezza stilistica sostenute da alcune scene animate davvero deliziose.
Inutile nascondere che il mio giudizio positivo viene sottolineato dalla magnifica location: il palazzo dell’alta borghesia parigina che nel libro si trova in Rue de Granelle, si e’ materializzato in un meraviglioso stabile art nouveau e l’appartamento di M.me Michel conserva anche un’adorabile tappezzeria d’epoca.

Moon

Moon Attenzione, spoiler!

Si prevedono tempi goduriosi per gli appassionati dei film di fantascienza, visto che l’anno appena concluso ha rivelato due nuovi talenti alla regia che hanno debuttato in questo genere. Distric 9 e Moon sono pellicole apparentemente distanti, un blockbuster di effetti speciali in pieno stile hollywoodiano quello del regista sudafricano Neill Blomkamp e un rarefatto film di chiara matrice europa per il britannico Duncan Jones.
Entrambi i film pero’ guardano alla fantascienza come rilettura filosofica dei nostri tempi ed in entrambe le pellicole il male e’ rappresentato dalle multinazionali senza scrupoli che in nome del profitto non esitano a sacrificare i propri dipendenti dandogli la caccia in Distric 9 o utilizzandone senza permesso il DNA per fare un clone in Moon.
Con un stile che procede per sottrazione, Jones ci racconta la lenta presa di coscienza di Sam Bell che svolge un lavoro estremamente solitario, unico umano che, con l’aiuto del robot GERTY, dirige una stazione mineraria sul lato oscuro della Luna. Il contratto dura tre anni e poi l’uomo potra’ tornare sulla Terra dalla moglie e dalla figlia, intuibilmente con un guadagno molto ingente. Pochi giorni prima della risoluzione del contratto Sam ha un incidente da cui si risveglia dopo qualche giorno di coma, il comportamento di GERTY e’ piuttosto ambiguo e in breve tempo Sam capira’ la propria vera natura: e’ l’ennesimo clone di un astronauta che ha lavorato per la compagnia mineraria Lunar quindici anni prima.
L’ambientazone asettica dell’astronave che ricorda la cara vecchia Base Lunare Alpha di Spazio 1999 e la compagnia di un enigmatico robot, vaga reminiscenza di HAL 9000 di 2001 Odissea nello spazio, mettono subito lo spettatore in una situazione di ansia mentre il regista continua ad osservare con distaccata indifferenza le dinamiche tra i Sam e GERTY nella terribile scoperta della verita’.
Grande prova d’attore per Sam Rockwell, davvero immenso nel reggere tutto il film da solo.

La principessa e il ranocchio

Laprincipessaeilranocchio

Tiana e’ una volitiva ragazza dl ghetto di New Orleans che lavora sodo per realizzare il suo sogno, aprire un ristorante; Naveen e’ un principe vanesio diseredato dai genitori ed interessato solo alla musica. Quando Naveen subisce un incantesimo che lo trasforma in ranocchio si fara’ baciare da Tiana ma siccome la ragazza non e’ una principessa..

Fantasmagorico ritorno della Disney alle origini del disegno puro in due dimensioni. Sfida o meno alle nuove tecnologie, di certo la piu’ grande casa di produzione di cartoni questa volta omaggia se’ stessa e i suoi classici: senza dilungarsi in elenchi bastera’ ricordare il gattino che compare nel prologo del film quando Tiana e la sua ricca amica Charlotte sono ancora bambine, il povero micetto potrebbe essere tranquillamente uno dei cuccioli de Gli Aristogatti.
Il film non e’ perfetto nel plot: la storia non brilla certo per spirito innovativo e i dialoghi sono un po’ troppo lunghi. Solitamente ritengo i balletti e le canzoni dei cartoon una parte noiosa e un po’ inutile invece questa volta, per la prima volta in vita mia , non vedevo che finissero i dialoghi e iniziasse una nuova sarabanda di musica e colori perche’ le parti coreografate sono la forza di questo film e fortunatamente ce ne sono tante e tutte diverse. Le mie preferite sono quelle che riguardano il mago woodoo Mr Facilier, anche perche’ il doppiaggio italiano e’ stato sostenuto ineccepibilmente da un bravissimo Luca Ward.

Cado dalle nubi

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Checco Zalone e’ stato un mattatore televisivo del 2009, indicato come colui che ha sdoganato la parolaccia in tv, inaspettatamente alla sua prima prova cinematografica Luca Medici trasforma la sua maschera di tamarro sboccato in un Candido piu’ composto che arriva dalla profonda provincia pugliese in quel di Milano per sfondare dome cantante dopo esser stato lasciato dalla storica fidanzata Angela.
Tra gaffes e sgrammaticature il buon Checco riuscira’ a conquistare una bella studentessa figlia di un padre leghista, convincere il cugino che lo ospita a rivelare la sua omosessualita’ ai genitori rimasti al paesello e vincere anche un talent show grazie anche alla sua intrinseca mediocrita’.

CadodallenubiUna storiellina esile esile che fallisce l’intento satirico sulla dicotomia tra provincia e metropoli, con un cast di estrazione prevalentemente televisiva ma che conferma la bravura di Dino Abbrescia che riesce a rendere credibile e misurata la figura un po’ macchiettistica del cugino gay. Di sapore televisivo anche il taglio fotografico sulla citta’ di Milano che pero’ si salva per una certa originalita’ puntano piu’ sul fuoriporta milanese (l’abbazia di Morimondo) che sui simboli classici della citta’.
Resta la capacita’ di far ridere e distrarre il pubblico con un prodotto leggero, esattamente quel che ci si aspetta (?) e che offre il cinema italiano che ha per protagonisti i comici televisivi.

Favole di uomini qualunque

L’uomo nero e Il mio amico Eric sono due film molto diversi tra loro però stranamente accomunati dall’elemento fantastico e dalla capacità dell’insignificante uomo qualunque di fare gesti imprevedibili che sanno capovolgere le situazioni. Si esce da entrambe le visioni con l’animo sollevato e allegro, carichi di un ottimismo alla Frank Capra, anche se nei tempi di tremenda omologazione che stiamo vivendo, totalmente rassegnati all’arroganza di qualsiasi forma di potere (culturale e criminale nelle due pellicole) l’idea della ribellione imprevista può essere affidata solo ai toni favolistici.



Luomonero

Il film di Sergio Rubini racconta una storia di aspirazioni frustrate nella Puglia di fine anni’60: il capostazione Ernesto Rossetti ha velleita’ pittoriche che si ispirano a Cezanne. I suoi sogni di gloria sono pero’ osteggiati da chi detiene il potere culturale nel paese: l’avvocato e il professore di storia dell’arte che tiene una rubrica di critica sulla gazzetta locale dove stronchera’ drasticamente la mostra del capostazione. L’uomo troppo preso dal tentativo di sfuggire alla mediocrita’ della vita di provincia e’ piuttosto disattento nei confronti del figlio, Gabriele, che dotato di estrema sensibilita’ vede il padre come l’uomo nero del titolo. Rubini sceglie il punto di vista del ragazzino per raccontarci la vicenda e la telecamera e’ spesso ad altezza di bimbo riprendendo la vita e fianchi degli adulti. Pur essendo una pellicola molto equilibrata nei suoi vari aspetti, L’uomo nero ha il suo punto di forza nella ricostruzione puntuale della vita meschina della provincia anni’60, anche nella ricostruzione cinematografica o linguistica, ad esempio non sentivo chiamare il Meridione Bass’Italia dalla fine degli anni ‘70!



Ilmio amicoeric

Il mio mio Eric e’ l’ultima fatica di Ken Loach sempre interessato ai problemi della working class. Eric Bishop e’ un postino in crisi depressiva: abbandonato dalla seconda moglie che gli ha lasciato in custodia i figliastri, in realta’ non riesce a dimentare la prima moglie Lily, che ha abbandonato appena ventenne con la figlioletta neonata. Dopo un breve periodo in una clinica psichiatrica Eric torna a casa dove trova il sostegno degli amici, ma soprattutto immagina di confidarsi con il suo idolo, il campione di calcio Eric Cantona. Seguendo i consigli del mitico e bizzarro King Eric, star del Manchester degli anni’ 90, Bishop riuscira’ a rimettere insieme i pezzi della sua vita e a salvare il figlio dai ricatti del delinquente del quartiere .
Anche se i tono sono quelli leggeri della commedia, Loach non rinuncia ai temi di denuncia a lui cari ponendo come sempre al centro del film una questione morale che il protagonista deve affrontare al di fuori delle leggi dello Stato. Questa volta a risolvere i dilemmi della coscienza Loach chiama in causa gli amici e le leggi del calcio, che nei suoi aspetti piu’ alti diventa metafora di vita, non mancando di denunciare anche l’imbarbarimento di questo sport, oramai non piu’ per famiglie.

La prima linea

Laprimalinea

Il regista Renato De Maria si ispira a Miccia corta il libro in cui Sergio Segio, una delle colonne della banda eversiva Prima linea narra l’assalto al carcere femminile di Rovigo per far fuggire la compagna Susanna Ronconi; nel film le fasi di preparazione per l’attacco al carcere si alternano ai ricordi dell’attivita’ terroristica della coppia.
Come risaputo, il film, prima di arrivare nelle sale e’ stato coinvolto in grosse discussioni che hanno portato il produttore Andrea Occhipinti a rinunciare al contributo statale. Adesso che la pellicola e’ uscita c’e’ stato un grosso passo indietro e gli uffici preposti hanno riconosciuto il valore culturale dell’opera, pero’ siamo troppo abituati ai presunti misunderstanding per credere che il pregiudizio sul film fosse relativo alla presunta esaltazione dei personaggi o che gli attori scelti fossero troppo belli per interpretare delle figure negative. Io credo che quello che intimidisse fossero l’affermazioni che all’inizio del film il personaggio di Segio fa guardando fisso in macchina e cioe’ che la lotta armata di sinistra in Italia e’ nata come reazione alle bombe di Piazza Fontana, (il cui quarantesimo anniversario cade domani) o Piazza della Loggia sulla cui matrice di destra si cerca di sorvolare ancora oggi.
La prima linea e’ sicuramente un film molto equilibrato, perfetto nella ricostruzione storica tanto da recuperare anche i manifesti dell’epoca ed e’ quasi educativo nel mostrare la desolazione di tanti giovani, in particolare i due protagonisti, Segio e Susanna Ronconi, che hanno buttato le loro vite nella follia della lotta armata che ne ha fatto degli anacronistici e patetici personaggi. Quanto queste vite distrutte da una scelta sicuramente snaturata vadano messe sul conto di quelle mani che per prime si macchiarono di sangue e’ qualcosa che solo il futuro ci potra’ dire, questi tempi non sono ancora pronti per riconoscere le colpe e pacificare gli animi della guerra civile del 43-45 figuriamoci se possono affrontare qualcosa di molto piu’ contemporaneo.

Planet 51

Planet51 Io credevo che il 51 del titolo fosse un esplicito riferimento all’area 51, invece il titolo puo’ essere riferito anche agli anni ‘50 perche’ il pianeta dove il capitano Chuck Baker atterra e’ una perfetta versione extraterrestre dell’America anni ‘50 in pieno delirio da invasione aliena.
Ecco tutto il film e’ un po’ cosi’: sai gia’ esattamente cosa aspettarti, un classico cartoon Dreamwork (ma diretto e realizzato dalle maestranze spagnole della Ilion Animation) dalla storia prevedibile che punta tutto sul citazionismo cinefilo esasperato, eppure trovi ancora qualcosa di fresco che riesce genuinamente a divertire, nella piu’ totale leggerezza.
Un grande merito in questo senzo, secondo me l’ha il personaggio di Rover, il pathfinder visto un po’ come il cane fedele dell’astronauta. L’oggettiva somiglianza con Wall.E poteva essere rischiosa invece il tenero pathfinder si permette addirittura uno sberleffo all’inarrivabile modello quando litiga con una creaturina aliena per il possesso di una roccia: la soluzione del conflitto va in direzione opposta al premuroso comportamento del robottino Pixar ed’ e’ estremamente liberatoria.