Il mistero Von Bulow

Reversal of Fortune
USA 1990 MGM
con Glenn Close, Jeremy Irons, Ron Silver, Annabella Sciorra, Uta Hagen, Jack Gilpin, Christine Dunford, Christine Baranski, Michael Lord, Stephen Mailer, Alan Pottinger, Felicity Huffman, Keith Reddin, Fisher Stevens, Mano Singh, Gordon Joseph Weiss, Tom Wright, Mitchell Whitfield, Johann Carlo
regia di Barbet Schroeder


Reversaloffortune


Il 21 dicembre 1980 l’ereditiera Sunny von Bülow cade in un coma irreversibile;le accuse si concentrano sul marito, Claus von Bülow in procinto di divorziare dalla moglie. L’uomo viene processato e ritenuto colpevole di aver drogato e ridotto la moglie in fin di vita anche per l’episodio di coma del dicembre 1979. Claus Von Bulow si rivolge a un professore di legge di Howard, Alan Dershowitz e riesce a convincerlo ad occuparsi del suo caso. Dershowitz riesce a far ribaltare la sentenza pur non essendo mai veramente convinto dell’innocenza del suo assistito.



Il mistero von Bulow


Quella di Martha “Sunny” e Claus von Bulow è una storia vera: Martha von Bulow è morta nel 2009 dopo 30 anni di coma irreversibile, mentre Claus è scomparso nel 2019.
Le cause del coma dell’ereditiera non furono mai chiarite e il caso divise l’opinione pubblica per lungo tempo; il film di Barbet Schroeder s’ispira al libro che l’avvocato e accademico Alan Dershowitz scrisse sul caso: perché un giurista impegnato, di sinistra si è interessato a un caso mediatico come quello von Bulow? A Dershowitz interessava far cadere la sentenza perché basata su prove manipolate che se riescono a incastrare un personaggio del jet-set come Claus, possono avere un esito ancora più disastroso sui casi della povera gente, come i due giovani di colore che l’avvocato sta cercando di salvare dalla sedia elettrica quando viene contattato da von Bulow.
L’opera di Schroeder segue il medesimo principio, non è tanto interessato a costruire un legal thriller su un celebre caso mediatico ma sfrutta la notorietà della materia per realizzare un film celebrale che pone ragioni di etica (non solo legale) più che intrallazzare nel torbido di un caso alla “anche i ricchi piangono”.
Il film è algido e freddo come la vita dei protagonisti, belli e fortunati che nascondono sofferenze e solitudini dietro le mura di una magione pomposa.
Jeremy Irons ha vinto l’oscar per l’interpretazione del nobile Claus, ambiguo e antipatico con un gusto di humor nero per le battute spesso fuori luogo. Dopo la diffidenza iniziale Dershowitz inizia a provare una certa simpatia per lo strano personaggio ma il mutare dei sentimenti non appanna il suo senso di giustizia e dopo aver ribaltato il giudizio in appello lo lascia solo con gli eventuali dubbi della sua coscienza.
Il mistero von Bulow è una pellicola piena di citazioni, dai melodrammi di Douglas Sirk, a Viale del tramonto: è la voce off di Sunny a introdurci la storia dal suo letto d’ospedale come nel celebre film Billy Wilder era il cadavere di Joe Gillis che ci introduceva nello spaventoso mondo di Norma Desmond. Non manca un primo piano sul bicchiere come ne Il Sospetto e la struttura a puzzle che ci mostra le varie possibili versioni della storia rimanda a Rashomon di Kurosawa.

L’abbraccio mortale di Lorelei

Las garras de Lorelei
Spagna, 1973
con Tony Kendall, Helga Liné, Silvia Tortosa, Josefina Jartin, Loreta Tovar, José Thelman, Luis Induni, Francisco Nieto, Betsabé Ruiz, Luis Barboo, Ángel Menéndez, Sergio Mendizábal, Marisol Delgado, Victoria Hernández, María Vidal
regia di Amando de Ossorio


Lasgarrasdelorelei


In un paesino sul Reno una giovane donna viene uccisa la notte prima delle nozze. L’omicidio è talmente efferato, le è stato strappato il cuore, che si crede sia opera di una bestia feroce. La professoressa Ackerman, tra le dirigenti di un collegio femminile poco fuori al pese, chiede al sindaco che qualcuno pattugli il collegio e viene inviato l’aitante cacciatore  Sirgurd, che turba i sogni delle collegiali e della repressa Ackerman. Il mostro compie un altro omicidio e un vecchio musicista cieco inizia a rievocare la leggenda di Lorelei con il supporto di uno strano scienziato, il professor Vollander: saranno le prossime vittime. Intanto Sirgurd nei pressi di uno stagno incontra una donna misteriosa e seducente, quando il cacciatore s’immerge nel fiume per stanare il mostro scopre la grotta di Lorelei la sirena che si nutre di cuori umani e che si è innamorata di lui ma nonostante l’attrazione il cacciatore fa esplodere la grotta con la dinamite e poi ferisce mortalmente Lorelei mentre sta attaccando la Ackerman per gelosia.

Il regista spagnolo Amando de Ossorio abbandona momentaneamente la sua tetralogia sui Templari ciechi, a cui deve la fama, per realizzare questo film bizzarro che fa riferimento al mito dei Nibelunghi in particolare alla figura della sirena (ondina) Lorelei che con il suo canto ammaliava i marinai facendoli annegare.
La bizzarria del film, che lo rende divertente da guardare è la commistione di stili e riferimenti horror: le case a graticcio del paesino senza nome sul Reno, il paesaggio spettrale dello stagno dove appare Lorelei creano un’atmosfera gotica che rimanda a Nosferatu di Murnau in netto contrasto con la villa liberty che ospita il collegio femminile con disinibite fanciulle in fiore sempre in costumi da bagno succinti (per l’epoca).
La bellissima ondina per i suoi assassini si trasforma in un orrido mostro anfibio che deriva direttamente da Il Mostro della Laguna Nera, ancora atmosfere da mad doctor della Universal con il professor Vollander e i suoi studi sulla mutazione cellulare.
Per certi versi il film è anche un rovesciamento del mito della bella e la bestia, in questo caso il bello è il cacciatore Sirgurd e la bestia la mostruosa Lorelei. Il cacciatore è un duro solitario che anticipa gli eroi monolitici del cinema e la tv anni’80: arriva su una Harley fucile a tracolla con un abbigliamento che oggi risulta risibile: pantaloni a zampa stretti sul bacino, va a fare il bagno con il giubbotto di jeans sul villoso petto nudo e degli assurdi pantaloni a righe, insomma un divertente campionario di cattivo gusto per il truzzo perfetto dell’epoca.
Gli effetti speciali non sono curatissimi, le scene gore sono più concentrate a mostrare il seno martoriato delle vittime che a sottolineare l’atmosfera horror, un film che più probabilmente strappa una risata invece di un sussulto di paura ma che riesce ad essere interessante per chi ama il genere.

Albergo Nord

Hotel du Nord
Francia, 1938
con Annabella, Jean-Pierre Aumont, Louis Jouvet, Arletty, Paulette Dubost, Marcel André, Andrex, René Bergeron, Bernard Blier, Henri Bosc, Andre’ Brunot, Jane Marken, François Périer, Raymone, Claude Dauphin, Andre’ Lurville
regia di Marcel Carné


AlbergoNord


Pierre e Renée, una coppia di giovani amanti affitta una stanza all’Hotel Nord, alla periferia di Parigi per suicidarsi. Pierre spara alla ragazza ma ha un momento di codardia, proprio in quel mentre entra nella stanza Edmond, il vicino di camera che ha sentito lo sparo. L’uomo consiglia a Pierre di fuggire poi si prende cura della ragazza. Renée si sveglia in ospedale e poco dopo ha un confronto con l’amante che tenta inutilmente di scagionare. Guarita, la ragazza torna all’hotel per rivedere la stanza e i Lecouvreur, i proprietari dell’albergo. le offrono un lavoro. Ben presto Renée ha diversi corteggiatori, anche Edmond che le rivela il suo losco passato. Rifiutata ancora una volta da Pierre la ragazza decide di fuggire con Edmond ma all’ultimo momento torna ad aspettare Pierre che sta per uscire di prigione, Anche Edmond fa ritorno all’hotel ben sapendo che i suoi vecchi complici lo aspettano per ucciderlo.



Hotel du Nord


Dal romanzo omonimo di Eugène Dabit, senza la collaborazione di Prevert, Carnè realizza un film piacevole che procede per antitesi, con un’ottima attenzione ai personaggi secondari che trasforma la pellicola in un film corale.
Il film inizia con l’allegro pranzo per la Comunione a cui i Locouvrer hanno invitato tutti gli affittuari, residenti di lungo corso dell’albergo. Subito si contrappone la tristezza dei due amanti che si stanno avvicinando all’hotel decisi a farla finita perché poveri in canna.



Hotel du Nord


Renée rappresenta la purezza del primo amore, l’ingenuità della giovinezza e sogna un futuro ultraterreno con il suo amato, Pierre è più silenzioso si considera un vile perché non si spinge a rubare per poter vivere con la donna che ama.
Nella camera accanto vivono Edmond e Raymonde, una prostituta e il suo protettore, uomo dal passato losco in fuga da un regolamento di conti con i complici che ha tradito facendoli finire in galera. E’proprio lui a sentire lo sparo e intimare a Pierre di fuggire prima di chiamare polizia e rinforzi.



Hoteldu Nord


La storia di Renée, sfuggita alla morte, attira le attenzioni del quartiere e la ragazza così carina e dolce diventa presto la cameriera più apprezzata dell locale, anche qui in contrasto con Jeanne, la tuttofare che non disdegna le storie con gli ospiti, anche con Edmond, pur conoscendo bene Raymonde.
Poi c’è Ginette, la moglie del guardiano della chiusa che tradisce con un suo amico, Kenel che però ben presto s’invaghisce di Renée. Edmond da subito ha subito il fascino della ragazza con cui riesce a confidarsi e per lei rinuncia a lasciare Parigi con Raymonde,



Hotel duNord


Grazie alla magistrale interpretazione di Arletty quello della sguaiata Raymonde è il personaggio più riuscito del film, probabilmente ama Edmond, ne accetta le scappatelle e le botte, ma quando capisce che è innamorato di Renée rivela la sua vera identità a Nazarède, l’ex complice sulle sue tracce e si mette con Prosper, il guardiano che ha ormai capito i tradimenti della moglie Ginette.
Una giostra amorosa tra i vari personaggi che vivono nell’albergo che potrebbe avere i toni leggeri di una pochade se non fosse per il dramma della protagonista e la presa di coscienza di Edmond: i due decidono di fuggire insieme ma la ragazza non riesce a dimenticare Pierre, nonostante per tutto il film la grata del carcere abbia rappresentato la distanza tra i due, il vero amore alla fine vince mentre Edmond ormai stanco di fingersi qualcun altro va incontro al suo destino

Il segno della croce

The Sign of the Cross
USA 1932, Paramount
con Elissa Landi, Fredric March, Claudette Colbert, Charles Laughton, Ian Keith, Arthur Hohl, Tommy Conlon, Harry Beresford, Ferdinand Gottschalk, Vivian Tobin, Jeyzella
regia di Cecil B.DeMille



Ilsegnodellacroce


Roma 64 d.C. Nerone sfrutta l’incendio dell’Urbe per incrementare l’odio verso i cristiani. Il prefetto di Roma, Marco Superbo, si trova casualmente davanti a un alterco tra due delatori e due cristiani difesi da una ragazza, Marzia. Tra il prefetto e la fanciulla è amore a prima vista e Marco lascia liberi i cristiani, la notizia arriva a Tigellino che vorrebbe prendere il suo posto, e a Poppea l’imperatrice innamorata di lui. Tigellino fa torturare Stefano un giovane cristiano che vive con Marzia e scopre il luogo di una riunione catturando un centinaio di cristiani, Marco interviene ancora in difesa di Marzia e chiede per lei la grazia a Nerone ma Poppea si oppone. L’imperatore decide che la ragazza avrà salva la vita solo se abiura il cristianesimo ma Marzia è ben salda nella sua fede e Marco, per amore, la segue nel martirio.


Ilsegnodellacroce

Il primo film biblico sonoro di Cecil B.DeMille che segna il suo ritorno alla Paramount dopo la parentisi alla MGM, è un kolossal che ben interpreta lo spirito pre-code mescolando sapientemente il casto fervore dei cristiani alla lussuriosa decadenza dell’impero romano.
La versione che gira(va) nelle televisioni italiane è stata pesantemente censurata lasciando solo la storia d’amore tra Marco e Marzia e il misticismo religioso, eliminando tutta la parte dedicata a Poppea la celeberrima scena di Claudette Colbert nuda nel bagno di latte d’asina, il sensuale ballo lascivo di Ancaria durante il festino di Marco con il canto dei cristiani che soverchia le musiche romane e ridà forza all’intimorita Marzia, le scene più crude dei giochi al circo con le cristiane seminude ricoperte solo da una strategica ghirlanda di fiori in attesa di essere divorate dai coccodrilli o brutalizzate dal gorilla.


Ilsegno della croce


Lo stesso DeMille rimaneggiò il film nel 1944 operando una prima censura e facendo introdurre il film da una scena in cui due cappellani militari discutono sul primo cristianesimo; l’unica cosa interessante di questo aneddoto è che vedendo il film ho pensato spesso come DeMille anticipasse di un lustro le persecuzioni naziste nei confrondi degli ebrei.
Il regista conferma la magniloquenza del suo stile: alcune inquadrature riprendono la composizione di gruppi marmorei romani, la stessa scena iniziale di Nerone che suona la lira mentre Roma brucia si allarga a mostrare una scalinata su cui stanno impietriti dal terrore i suoi cortigiani riprendendo la spirale della Colonna Traiana e il sempre ubriaco Glabrio beve da un boccale che una fedele riproduzione di un rhyton a forma di testa d’ariete.
Nel cast spicca Claudette Colbert nel ruolo della sensuale Poppea che fa le prove per la Cleopatra del 1934, sempre per la regia di DeMille, mentre Charles Laughton con pesante trucco e naso greco, interpeta da par suo l’annoiato e timibondo Nerone.

La signora mia zia

Auntie Mame
USA 1958, Warner Bros
con Rosalind Russell, Forrest Tucker, Coral Browne, Fred Clark, Roger Smith, Jan Handzlik, Peggy Cass, Joanna Barnes, Pippa Scott, Lee Patrick, Willard Waterman, Yuki Shimoda
regia di Morton DaCosta


AuntieMame


Chicago 1928: rimasto orfano Patrick Dennis viene affidato alla zia Mame, eccentrica gran dama del bel mondo new yorkese che non ha problemi a riciclarsi in umili lavori dopo aver perso tutto nel crollo del 1929, ritrova la fortuna sposando un ricco petroliere del Sud che la lascia vedova dopo qualche anno. La tutela del ragazzo però, è condivisa con il bigotto banchiere Dwight Babcock che costringe Patrick a frequentare i collegi più rigorosi e a frequentare la zia solo nei periodi festivi. Il ragazzo col tempo impara ad apprezzare anche Babcock ma il legame con zia Mame sarà sempre fondamentale e la zia lo salverà dal matrimonio con la superficiale Gloria mostrandogli la vacuità della ragazza e dei suoi ottusi genitori.



La signora miazia


Il romanzo Zia Mame di Patrick Dennis uscito in Italia solo da pochi anni (circa un decennio) venne trasformato nel 1956 in una pièce teatrale che ebbe grande successo, gran parte del cast, regista compreso, furono protagonisti del film che replicò il successo in USA con diverse nomination agli oscar.



La signora miazia


La scelta di puntare sullo stesso regista che ha curato la regia teatrale trasporta anche nel film molta dell’atmosfera teatrale, soprattutto le chiuse dei vari episodi con lo schermo che si fa scuro mentre un occhio di bue illumina i protagonisti della scena. Una soluzione elegante ma che sottolinea la segmentazione degli episodi : il film racconta un ventennio partendo dal 1928 per concludersi nel 1946 con zia Mame che estende la sua influenza sul figlio dell’adorato Patrick.



Lasignoramiazia


Per quanto molto divertente e sorretto magnificamente dalla verve di Rosalind Russell  anche le quasi due ore e mezza di durata si fanno sentire.
Giganteggia la figura di Mame, donna indipendente ed eccentrica, fintamente svanita ma dal gran cuore: anche se povera in canna per la Grande Depressione sposa il suo petroliere solo per amore e pur non avendo mai visto prima il nipote decenne, quello per Patrick è amore materno a prima vista e, anche se da lontano, Mame segue passo passo le avventure del protetto intervenendo sempre per riportarlo sulla retta via, cioè fuori dall’influenza bigotta e omologata di Babcock. Liberarlo da una futura moglie snob e vana, dato che Patrick è obnubilato dall’amore, è più difficile che cavalcare all’amazzone un ombroso cavallo senza aver mai preso lezioni di equitazione, ma Mame non si scoraggia davanti a nulla e alla fine riuscirà a liberarsi del rischio di avere dei pessimi parenti acquisiti.



La signora mia zia


Il film è una gioia per gli occhi: i costumi che Orry-Kelly disegna per la protagonista sono stravaganti, colorati ma sempre elegantissimi e l’appartamento newyorkese di Mame è più che una scenografia: con tutte le trasformazioni che subisce nel corso degli anni diventa a sua volta un personaggio della commedia al pari della sgangherata combriccola di fedeli amici di cui si circonda Mame, dall’amica perennemente ubriaca a Ito, il maggiordomo orientale, da Nora la governante che ha accompagnato Patrick e non se ne è più andata a Agnes Gooch, l’insignificante stenografa a cui Mame insegna a vivere e l’aiuta nelle conseguenze dell’aver vissuto.

A Classic Horror Story

Italia 2021, Netflix
con Matilda Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Yuliia Sobol, Will Merrick, Alida Calabria, Cristina Donadio
regia di Roberto De Feo e Paolo Strippoli


Aclassic horrorstory


Federico usa un vecchio camper per fare carpooling verso la Calabria. In questo viaggio accompagna  Elisa, una ragazza che torna a casa per motivi molto personali e dolorosi, una coppia di stranieri -Sofia e Mark- che vanno a un matrimonio e Riccardo, un ombroso medico di mezz’età. A un certo punto Mark, completamente ubriaco pretende di guidare e per schivare la carcassa di un animale in mezzo alla strada, il camper finisce contro un albero. I viaggiatori si risvegliano però in una radura in mezzo al bosco lontano da ogni strada, vicino a un bizzarro chalet che ospita strani e orridi culti legati a  Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i leggendari cavalieri a cui si fa risalire la nascita delle mafie…



A classichorror story


Uno dei film più discussi del momento, produzione Netflix che ha avuto una distribuzione mondiale, A Classic Horror Story è proprio il genere di film che mi manda in solluchero perché rende difficile capire quanto sia un’operazione voluta e quanto sia ascrivibile alla povertà di mezzi della produzione.
La scena iniziale prima dei titoli di testa, rimanda subito al tipo di horror che ha dominato i primi anni ‘2000: la vittima che si risveglia ferita, distesa e legata in un ambiente squallido mentre si avvicina il killer per finirla ma da una crepa nel muro spunta un occhio che osserva, un dettaglio rivelatore dell’indirizzo metacinematografico che prenderà la storia. Non è difficile capire che le disavventure dei viaggiatori sono orchestrate ad arte: troppo segnali horror incombono sul viaggio, ad esempio il manifesto scarabocchiato di una pubblicità del latte.



Aclassichorror story


Chi fosse il deus ex machina io l’ho capito quando ha spinto i compagni di viaggio sul solaio dello chalet lasciando il povero Mark al suo destino ma il coglione muore sempre per primo e De Feo e Strippoli seguono pedissequamente tutti i topos dell’horror almeno fino al twist plot che non sorprende per la scoperta del killer ma per il segmento ironico molto tarantiniano del “dietro le quinte” che mi ha divertito tantissmo.
A Tarantino rimanda anche la vendetta di Elisa, l’unica sopravvissuta del gruppo: come Beatrix Kiddo riemerge dalla tomba la nostra eroina si sfila le mani inchiodate alla sedia a rotelle e da lì inizia la sua mattanza.



Aclassichorrorstory


I sottofinali si sprecano anche questo un classico del genere ma in ACHS ognuno è diverso dall’altro e mostra un orrore più realistico §§spoiler§§ del delirante aspirante regista che ha trasformato i tre cavalieri della mafia in maschere horror con il placet della madre, Carmela Casciello interpretata l’iconica Scianel di Gomorra.


Aclassichorrorstory


Come sempre l’orrore non è nella torma di gente che riprende con il cellulare, nel padre di famiglia che si diletta di snuff movie ma l’orrore vero sta nella vita dei protagonisti: la ragazza costretta ad abortire per non rinunciare alla carriera, il padre di famiglia che per lo stress del lavoro perso diventa violento, queste sì ordinarie storie di vita italiana.

Il mare d’erba

The Sea of Grass
USA, !947 MGM
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn, Robert Walker, Melvyn Douglas, Phyllis Thaxter, Edgar Buchanan, Harry Carey, Ruth Nelson, William ‘Bill’ Phillips, Robert Armstrong, Morris Ankrum, Trevor Bardette, Robert Barrat, James Bell, Charles Trowbridge, Russell Hicks
regia di Elia Kazan



TheSeaofGrass


1880: il colonnello Brewton, grande latifondista del New Mexico si sposa con Lutie (nella versione italiana Lucia) Cameron, una raffinata signorina di St. Louis. Nonostante la donna faccia di tutto per comprendere il marito e il suo duro stile di vita, le difficoltà della solitaria condizione femminile nella prateria hanno la meglio quando per uno scontro con i cow boy del marito, Selina, l’unica amica di Lucia, perde il figlio e rifiuta di continuare a vederla. Lucia se ne va a Denver dove incontra il giudice Brice Chamberlain, rivale storico del marito, i due trascorrono una notte d’amore e Lucia capisce di amare il marito da cui torna. Ben presto scopre di essere incinta di Chamberlain e nel delirio del parto si lascia sfuggire il segreto. Jim Brewton fa finta di nulla e accoglie il figlio come suo ma ben presto la verità viene fuori e Lucia è costretta ad andarsene rinunciando ai due figli. Per quanto si faccia per mantenere il riserbo, tutti in paese sanno chi è il vero padre di Brock, anche il ragazzo che morirà proprio per un insulto sulle sue origini. La morte di Brock riporta a casa Lucia che viene finalmente perdonata dal marito.



Ilmare derba


Il quarto film della coppia Hepburn -Tracy è un melodramma famigliare tratto dal romanzo omonimo di Conrad Richter e diretto dall’emergente regista Elia Kazan, al suo secondo film.
Per quanto ancora soggetto alle imposizioni della casa di produzione con grandi ricostruzione in studio degli ambienti, Kazan innesta l’uso di paesaggi naturali nel tentativo di utilizzare la natura come sottolineatura espressionista delle atmosfere filmiche che riprende Il vento di Sjostrom.



Il mared'erba


Attraverso la saga familiare dei Brewton, l’opera vuole raccontare un momento di mutamento storico, il passaggio dal latifondismo dei mandriani alla parcellizzazione della prateria in piccole proprietà per gli allevatori. Jim Brewton, detto il Colonnello si è conquistato il terreno lottando direttamente con gli indiani e si considera una specie di custode della prateria, difendendo anche i valori di quei nativi a cui l’ha sottratta, è disposto a lottare persino con le armi contro l’arrivo dei coltivatori, che non ritiene in grado di capire la grandezza della prateria, in parte Brewton ha ragione: dopo alcuni anni di ottimi raccolti, quando inizia un lungo periodo di siccità, i coltivatori si scoprono impotenti: hanno solo sfruttano il terreno senza pensare al futuro.
Nel declino ecologico e morale crescono i due figli di Lucia e Jim, allontanati dalla madre e con il marchio della nascita illegittima che da sempre pesa su Brock, un ragazzo che il padre cresce assecondandolo forse per ripagarlo dalla lontananza della madre.
Durante una partita di poker Brock uccide il rivale che faceva pesanti allusioni sulla sua nascita poi fugge non tanto per paura ma per salvaguardare l’onore del padre e viene mortalmente ferito durante uno scontro a fuoco con gli uomini dello sceriffo che lo stanno cercando. L’incontro con il padre in punto di morte è molto toccante, del resto le tematiche famigliari sono un punto centrale nell’opera di Kazan.



Il mare d'erba


Lucia scopre della morte del figlio dal giornale, in treno e fa ritorno a casa. Dopo vent’anni le convinzioni che hanno diviso la coppia si sono smussate e i due ritrovano la serenità perduta insieme a Sara Beth, la figlia rimasta.
Il mare d’erba è sicuramente un’opera giovanile, con tutte le debolezze del caso, pesa anche la transizione tra egemonia degli studios e la libertà ambita dalla nuova generazione di registi emergenti, resta la grande prova del cast guidata da un tris di stelle come Katharine Hepburn, Spencer Tracy e Melvyn Douglas.

Sette passi verso Satana

Seven Footprints to Satan
USA 1929
con Thelma Todd, Creighton Hale, William V. Mong, Sheldon Lewis, Laska Winter, DeWitt Jennings, Nora Cecil, Kalla Pasha, Harry Tenbrook, Angelo Rossitto
regia di Benjamin Christensen


7passiversoSatana


Il ricco rampollo James Kirkham è determinato a fare l’esploratore e scoprire una civiltà perduta nell’Africa nera; una sera la fidanzata, Eva Martins, gli chiede un favore: suo padre sta dando una festa in cui esporrà la sua ricca collezione di gioielli ma un professore tedesco amico di James non sembra chi dice di essere, la presenza di James è richiesta per smascherare l’eventuale truffatore. E di truffatore si tratta, con diversi complici che invitando James e Eva a recarsi alla polizia per denunciare il fatto in realtà li rapiscono e li portano nella misteriosa villa di Satana dove nulla è quello che sembra e anche il rapimento alla fine si rivelerà una burla

Il regista danese Benjamin Christensen che nel 1922 aveva diretto il caposaldo del cinema fantastico Häxan – La stregoneria attraverso i secoli, si trasferisce negli Usa e dirige alcune commedie mistery sulla falsariga de Il Castello degli Spettri di Paul Leni, di cui la più celebre è certamente Sette passi verso Satana, noto in Italia anche con il titolo La Scala di Satana.
Il colpo di scena finale, che non svelerò, mi ha strappato una risata quando si scopre in cosa consistono i tre anni di servitù verso Satana.
Per il resto il film rischia di scadere nella noia anche se Christensen conferma la grande abilità nel costruire atmosfere e situazioni che toccano direttamente l’inconscio. Il nano che mette più volte all’erta i due protagonisti ricorda il mondo lynchiano e nella sarabanda a cui alla fine si riduce il film spiccano diverse figure horror classiche del periodo: la figura della scimmione, interpretazione del lato belluino dell’uomo ricorre spesso nei film del periodo aprendo la strada al capolavoro di King Kong.
Se la scena dell’auto che corre su sfondo nero è inquietante a livello emotivo, quel che accade all’interno, la scoperta di James e Eva di essere in un auto blindata è inquietante per quanto riguarda la vita della protagonista, l’attrice Thelma Todd che nel 1935 sarà trovata morta in macchina all’interno del garage, si parlò di suicidio ma quella della Todd resta ancora una delle morti più misteriose di Hollywood anche se archiviata come possibile morte accidentale.
Il film era girato in due versioni muta e sonora, la seconda è andata perduta.
Su youtube si trova, con il titolo originale inglese una versione con le didascalie in italiano ma la copia è veramente di pessima qualità.

Emotivi anonimi

Les Émotifs anonymes
Francia 2010
con Isabelle Carré, Benoît Poelvoorde, Lorella Cravotta, Lise Lametrie, Swann Arlaud, Pierre Niney, Stéphan Wojtowicz, Jacques Boudet
regia di Jean-Pierre Améris


EmotiviAnonimi


Angélique Delange è una cioccolataia di grande talento la cui carriera è inficiata dalla timidezza patologica che l’affligge. Trova lavoro in una fabbrica di cioccolato sull’orlo del fallimento diretta da Jean-René Van Den Hugde anche lui impossibilitato a gestire i rapporti con gli altri per l’ansia.
Tra i due scoppia l’amore ma sarà più facile salvare la fabbrica dal fallimento che riuscire a gestire i propri sentimenti.



Emotivi anonimi


Una commedia sentimentale carina, più divertente che profonda: si ha l’ìmpressione che il regista, frequentatore a sua volta di gruppi di supporto per Emotivi Anonimi, si identifichi più con il personaggio maschile che con Angélique prendiamo ad esempio la scena la ristorante, forse la più esilarante del film con i continui cambi di camicia di Jean-René per porre rimedio a una sudorazione eccessiva, quando si accorge di aver indossato una camicia con le rouches l’uomo scappa per l’imbarazzo, la scena è molto divertente e proviamo anche tenerezza per il disagio dell’uomo che lo porta a fuggire calandosi dalla grondaia del ristorante. Se ci sta che il giorno dopo Angélique torni al lavoro fingendo indifferenza, resta l’incompiutezza data dal non sapere come la ragazza abbia reagito quando ha capito di essere stata abbandonata al ristorante alla mercè del sussiegoso maitre.



Lesemotifsanonymes


Anche il finale per quanto dolce è piuttosto prevedibile; un’opera che punta più a una dimensione favolistica nonostante i disturbi legati all’ansia siano attualissimi; anche l’idea di ambientare la vicenda nel mondo del cioccolato ha precedenti illustri da Chocolat a La fabbrica di cioccolato, guarda caso nome dell’azienda di Van Den Hugde.
Nonostante tutto il film si guarda piacevolmente grazie a un ottimo cast, sia per quanto riguarda i protagonisti che i personaggi di contorno.

Incontriamoci a Saint Louis

Meet Me in St. Louis
USA 1044, MGM
con Judy Garland, Margaret O’Brien, Mary Astor, Lucille Bremer, Leon Ames, Tom Drake, Marjorie Main, Harry Davenport, June Lockhart, Henry H. Daniels Jr., Joan Carroll, Hugh Marlowe, Robert Sully, Chill Wills
regia di Vincente Minnelli


Meetmeinstlouis


St. Louis 1903, mentre in città fervono i preparativi per l’imminente Exposizione mondiale, il tran tran di casa Smith, le scaramucce amorose dei tre fratelli maggiori,Rose Lon ed Esther e le marachelle delle piccole Agnes e Tootie viene sconvolto dalla decisione del padre di trasferire la famiglia a New York per avere migliori prospettive economiche ma visto l’impatto traumatico che il trasloco pare avere sui figli Alonzo si ricrede e decide di rimanere in città



Meetmeinstlouis


Incontriamoci a Saint Louis è il musical galeotto che fece nascere l’amore tra Vincente Minnelli e Judy Garland, regista e protagonista di questa graziosa pellicola che sfida dignitosamente il tempo.
L’opera è tratta da un romanzo di Sally Benson, 5135 Kensington composto da una serie di racconti nati originariamente per la pubblicazione sula rivista The New Yorker. Minnelli riesce a ricostruire l’atmosfera nostalgica della vecchia America in un momento di transizione verso l’era industriale come la grande fiera di Saint Louis del 1904, che celebrava il centenario dell’acquisto della Louisiana.
Le note nostalgiche come le foto sepiate che prendono vita in colori zuccherini, sono stemperate dal cast molto giovanile a partire da Judy Garland che dopo il successo de Il mago di Oz era la reginetta delle pellicole giovanilistiche per finire con la piccola Margaret O’Brien, già una stella in erba assai talentuosa ma forse un po’ troppo smorfiosa per replicare il successo della Garland. Nel film è protagonista di una delle sequenze più godibili, la notte di Halloween vissuta come una sequenza horror, subito smorzata dalle risate infantili.
Le vicende dei giovani Smith sono al centro del film, con la complicità del nonno, la madre e la burbera cameriera per cui al povero Alonzo Smith non resta che capitolare davanti alle schermaglie amorose dei figli più grandi e restare a vivere a Saint Louis.
Il dramma del probabile trasferimento si consuma tutto nel periodo natalizio e nonostante il tema natalizio occupi poco spazio nell’economia filmica, Incontriamoci a Saint Louis è considerato un classico natalizio grazie alla celebre canzone Have Yourself a Merry Little Cristmas interpretata da par suo dalla Garland.
Pur essendo un classico del cinema americano, in Italia il film è pocp noto perchè non uscì mai in sala ma venne recuperato solo nel 1980 per una rassegna su Judy Garland, la Rai commissionò il doppiaggio e a dare alla voce all’attrice c’è Anna Marchesini, molto brava: pur sapendo prima della visione che la voce era la sua mi sono dovuta concentrare per riconoscerla.