La moglie bugiarda

True Confession
USA 1937 Paramount
con
Carole Lombard, Fred MacMurray, John Barrymore, Una Merkel, Porter Hall, Edgar Kennedy, Lynne Overman, Irving Bacon, Fritz Feld, Richard Carle, John T. Murray, Tom Dugan, Garry Owen, Toby Wing, Hattie McDaniel, Eleanor Fisher
regia di Wesley Ruggles


TrueConfession


Ken Barrett è un giovane avvocato che vuole difendere solo gli innocenti così, per pagare i conti, la moglie Helen sfrutta la sua fantasia da romanziera senza successo raccontanto un mucchio di bugie, anche al marito. Ad esempio senza dir nulla al consorte, accetta l’impiego come segretaria privata di un individuo che si rivela un porco. Helen fugge alle avances lasciando cappello e soprabito e quando torna a riprenderli con l’amica Daisy trova la polizia e il cadavere del suo datore di lavoro. Accusata dell’omicidio, Helen decide di dichiararsi colpevole sicura che l’arringa del marito la salverà e lo trasformerà in un avvocato di fama. Tutto va secondo i piani della donna ma sulla nuova vita di successo pesa l’ombra dell’omicidio di Helen che non può svelare la propria innocenza fino all’arrivo di un criminologo pazzo, il vero omicida che vuole ricattare i Bartlett…



TrueConfession


La moglie bugiarda è un prodotto piuttosto strano nella produzione delle commedie brillanti e screwball del periodo lo dimostra l’insolita scena iniziale: non solo non siamo in un lussuoso appartamento dei quartieri alti dove di solito si ambientano le commedie anni ’30, ma il quartiere popolare è introdotto da una ripresa in esterni. Al di fuori degli studios sono anche ambientate gli esterni sul lago dove i Barlett hanno comprato una villa. A questo elemento piuttosto innovativo fa da contraltare una divisione degli ambienti che rispetta la derivazione teatrale del film per cui l’antefatto si svolge prevalentemente nell’appartemento dei Barlett, la parte centrale è ambientata in tribunale con il processo di Helen e la chiusa avviene nella nuova proprietà della coppia dove li raggiunge Charley Jasper, il criminologo pazzo che si vanta di essere il vero colpevole ma sinceramente io non sono riuscita a capire se fosse vero: il personaggio dipinto dia John Barrymore è così surreale, a tratti quasi chapliniano che non è chiaro se sia sincero.
Il tema verità menzogna è il nucleo centrale del film: la coppia dei Barlett è improbabile proprio per il loro rapporto con l’onestà: lui è un integerrimo professionista che vuole difendere solo gli innocenti facendo la fame, lei non si fa nessuno scrupolo a inventare qualsiasi cosa per ottenere ciò che vuole, sia allungare il conto dal macellaio, sia far lasciare il lavoro all’amica prima del tempo perché deve informarla delle sue novità. Un personaggio sulla carta odioso, quello di Helen Bartlett ma reso adorabile dall’interpretazione di Carole Lombard: quando si pianta la lingua nella gota è perché ne sta pensando una delle sue, un “tic” che la caratterizza in maniera divertente.
Una storia pazza e divertente che ha il suo culmine nella rappresentazione dell’omicidio fasullo in tribunale dove l’allestimento teatrale dell’appartamento del morto ha una valenza metacinematografica: una rappresentazione nella rappresentazione. Il falso trasformato in farsa dalla gag della porta che non si apre mai è l’emblema del film che rompe un altro connubio classico, quello della commedia con il thriller e alla fine non importa chi ha ucciso Otto Krayler, non è quello il tema del film che si rivela una satira graffiante dell’ascesa sociale: la bugia a fin di bene per pagare i conti fa un salto di qualità e diventa il mezzo per ottenere fama e successo.

5 tombe per un medium

Italia, 1965
con Walter Brandi (Walter Brandt), Mirella Maravidi (Marilyn Mitchell), Barbara Steele, Alfredo Rizzo (Alfred Rice), Riccardo Garrone (Richard Garrett), Luciano Pigozzi (Alan Collins), Tilde Till, Ennio Balbo (Edward Bell), Steve Robinson, René Wolf
regia di Massimo Pupillo (Ralph Zucker)



5tombe x1medium


Albert Kovaks, aiutante del notaio Morgan, sbrigando la posta mentre il Morgan è assente, apre una massiva che invita urgentemente il notaio a Bregonvile per redigere il testamento di Jeronimus Hauff. Il giovane vi si reca al posto del notaio e viene accolto dalla figlia di Hauff e la sua matrigna che gli rivelano che il dottor Hauff è morto da un anno. Intanto una serie di morti improvvise funesta il paese segnato dall’antica leggenda degli untori di peste del XV secolo: si sente nuovamente il carro dei monatti attraversare la cittadina anticipando la morte di qualcuno, e a morire sono gli amici più cari di Hauff che hanno firmato il suo certificato di morte, solo un testimone non è di Bregonvile ma per Kovaks non sarà difficile scoprirne l’identità…



5tombexunmedium


Una produzione minore del fiorente genere gotico italiano anni’60 che esemplifica tutti i difetti e i pregi del filone:
il cast con nome inglese per sfondare sul mercato estero, l’ambientazione straniera, in questo caso tedesca su uno sfondo prettamente italiano in questo caso la villa sorta sul vecchio lazzaretto quattrocentesco è il castello Chigi a Castel Fusano e i pini marittimi sono difficili da spacciare per flora teutonica ma come sempre, nella povertà dei mezzi spicca la fotografia e il luogo è reso inquietante grazie appunto all’ottima fotografia e ai suoni.
La produzione ricorda un po’ gli sceneggiati di stampo gotico che qualche anno dopo sarebbe approdata in televisione e ci sono soluzioni classiche già risibili al tempo: la vecchia che si fa il segno della croce quando Kovaks le chiede dove si trovi la sperduta villa Hauff ma l’idea degli appestati che ritornano dalle tombe per vendicare Jeronimus Hauff è originale e anche se si vede pochissimo degli elementi sovrannaturali della trama (soluzione sempre positiva) il carro dei monatti, le mani degli untori che riprendono vita lasciano il segno.



5 tombe per 1 medium


Anche gli effetti speciali non sono male per appartenere a una produzione a basso costo, interessante come sempre il cast che vanta l’icona del gotico italiano, Barbara Steele e Luciano Picozzi, altro caratterista votato al genere, spesso in ruoli di servo, in questo caso giardiniere, che conosce i segreti del padrone.

La maschera del demonio

Italia, 1960
con Barbara Steele,John Richardson, Andrea Checchi, Arturo Dominici, Ivo Garrani, Enrico Olivieri, Mario Passante, Antonio Pierfederici, Tino Bianchi, Clara Bindi
regia di Mario Bava



Lamascheradeldemonio


Nella Valacchia del XVII secolo la strega Asa Vajda e il suo amante Igor Javutic vengono debellati con un rito cruento ma in punto di morte Asa maledice a sua volta la discendenza della sua stessa famiglia che l’ha messa al rogo, rogo per altro non concluso per un improvviso temporale. Duecento anni dopo due medici russi finiscono incautamente nella cripta dove è sepolta la strega e l’attacco di un pipistrello fa sanguinare il polso del dottor Kruvajan che ha tolto la maschera del demonio che trafigge il volto di Asa. Le poche gocce di sangue bastano a risvegliare la strega che dopo aver sterminato tutti i principi Vojda vuole reincarnarsi nella principessa Katia, la discendente che ha le sue stesse fattezze.


The mask of satana


L’esordio alla regia di Mario Bava è un capolavoro del gotico italiano che non ha mai raggiunto -almeno in patria- la fama che gli spetta.
L’autore era un grande direttore della fotografia che ha collaborato a lungo con Riccardo Freda inventando gli effetti per far invecchiare davanti alla macchina da presa Gianna Maria Canale ne I Vampiri effetto che torna anche nel finale de La maschera del demonio quando la forza vitale passa da Katia a Asa e viceversa nel lieto fine. Bava si occupava anche di effetti speciali e se in Caltiki creò un mostro facendo bollire la trippa, gli occhi di Asa che si sta “rimpolpando” grazie al sangue del dottore potrebbero benissimo essere due tuorli d’uovo, dato l’ingegno del maestro!



Lamaschera deldemonio


Ispirato da un racconto di Gogol’, il film ha anche referenti nell’horror classico: Javutic che guida -al rallenti- la carrozza per andare a prendere il dottore prima dello stalliere inviato dai Vojda ricorda il viaggio per arrivare al castello di Nosferatu nel film omonimo di F.W. Murnau.



Blacksunday


Mi ha colpito come, pur essendo in fondo una storia di vampiri, il riferimento al vampirismo sia molto latente, si preferisce parlare di streghe e diavoli, quasi a voler togliere ogni componente affascinante che il cinema americano aveva dato al vampiro. Solo l’essenza puramente malefica di Asa e il suo amante potevano del resto giustificare la scena iniziale ambientata nel XVII secolo con le torture inflitte ai due diabolici amanti: la soggettiva della maschera chiodata all’interno mentre sta per essere indossata da Asa conserva ancora oggi il suo spirito orripilante.



La maschera del demonio


Un altro esempioo che distingue la cinematografia di Bava e il gotico italiano dalla tradizione americana è il viaggio di Sonia, la figlia della locandiera che deve andare a mungere la mucca vicino al cimitero dov’è(ra) sepolto Javutic: c’è una scena simile ne L’uomo leopardo di Jacques Tourneur quando Teresa Delgado, vittima del leopardo deve uscire dal paese per procurare la farina: se secondo l’idea di paura di Val Lewton è il buio e gli orrori che questo può nascondere a fare paura, Bava trasforma il tragitto di Sonia in un profluvio di simboli orrorifici: rami che arrivano in faccia, rospi ecc.. Un climax ascendente che non porta a nulla ma non fine a sé stesso tutto contribuisce a creare il registro di ambiguità su cui il regista vuole giocare: chi non ha creduto che la prima apparizione di Katia coi cani fosse quella di Asa (già) rediviva?

Luca

LucaUSA 2021, Pixar
regia di Enrico Casarosa

Luca è un essere marino che vive nelle acque della Liguria, un bravo ragazzino che fa il pastore all’allevamento di triglie della famiglia. I suoi genitori sono molto apprensivi e lo mettono perennemente in guardia dagli umani. L’attrazione per il mondo terrestre è però fortissima anche perché la razza a cui Luca appartiene ha la capacità di prendere le sembianze umane una volta sulla terra ferma, rivelando il vero aspetto solo a contatto con l’acqua. L’incontro con Alberto che vive su un’isolotto disabitato circondato da oggetti umani è l’occasione per Luca di scoprire il mondo che tanto lo attira e tanto inquieta i genitori. Gli incontri con Alberto si fanno sempre più lunghi per costruire una Vespa, e ben presto i genitori di Luca scoprono il segreto del figlio e intendono mandarlo negli abissi marini con lo zio Ugo. Luca e Alberto fuggono e si rifugiano a Ponterosso, il paese degli umani, in cerca di una vespa per viaggiare per il mondo. Incontrano Ercole, borioso ragazzotto che vince da anni la Portorosso Cup, una gara di triathlon per ragazzini e si alleano con Giulia, una coetanea impertinente che li accoglie in casa assieme al burbero padre Massimo e al gatto Macchiavelli che da subito ha capito la vera natura dei due ragazzi e li guarda con sospetto. Mentre i genitori di Luca arrivano a Ponterosso alla ricerca del figlio, i tre ragazzini si allenano per la gara e Giulia alimenta la passione di Luca per la curiosità verso il mondo parlandogli della sua scuola e regalandogli libri. Alberto, geloso del desiderio di Luca di andare a scuola invece che in giro in vespa con lui, rivela a Giulia la loro vera natura di mostri marini venendo scoperto da Ercole e dai suoi amici. Riusciranno i tre sfigati (come si sono soprannominati) a recuperare la loro amicizia e a vincere la gara?

L’ultimo film Pixar – Disney uscito all’invio dell’estate è un piacevole film di formazione che rievoca la gioia delle estati italiane a partire dagli anni ’50 fino agli anni ’80 con un pastiche cronologico di musiche che vanno da Gianni Morandi fino a Edoardo Bennato, locandine di film quali La Strada, Vacanze Romane, una fotografia di Mastroianni nei panni del Fefè di Divorzio all’italiana. La direzione di un autore italiano evita il più trito stereotipo del Bel Paese, grazie all’ambientazione piuttosto ben connotata nella fantasiosa Ponterosso alle Cinque Terre e il gioco funziona sia per gli italiani che non trovano troppo risibile l’immagine da cartolina all’americana, sia per gli americani che comunque ritrovano i simboli più cari dell’italianità: la pasta, il mare, la mitica Vespa.
Funziona anche lo sguardo ammirato sulle bellezze naturali: la scoperta della luce, del sole, le fantasie marine richiamano nei concetti ma anche nella colorazione e nello stile l’attenzione alla natura dei lavori di Miyazachi, e i protagonisti dotati di doppia natura, sia umana che anfibia richiamano il suo immaginario fantastico.
Tutti gli elementi di Luca sono la rilettura di un antecedente: Luca ed Alberto tutto sommato sono la versione maschile de La Sirenetta, il loro aspetto richiama Il mostro della Laguna Nera Alberto è in fondo un Lucignolo più di buon cuore e Luca un Pinocchio più volitivo.
Nonostante il rischio di dejà vu sia sempre incombente, Luca riesce a sorprendere per la sua freschezza che coinvolge tutti gli aspetti del film, dai personaggi, al tratto stilistico.
L’incontro tra mondi diversi che prima si temono poi si abbracciano fraternamente si presta a diverse letture: la scoperta e il timore del mondo tipico della preadolescenza e l’invito ad accettare l’altro da noi, il diverso, senza paura.

Macabro

Macabre
Usa, 1958
con William Prince, Jacqueline Scott, Jim Backus, Christine White, Susan Morrow, Philip Tonge, Jonathan Kidd, Dorothy Morris, Howard Hoffman, Ellen Corby, Linda Guderman, Voltaire Perkins
regia di William Castle



-macabro


Da quando la moglie è morta di parto mentre lui era assente e ubriaco, il dottor Rodney Barrett gode di una pessima fama nella cittadina di Thornton; il giorno del funerale della cognata, Nancy, che si terrà di notte perchè la donna era cieca, viene rapita anche la figlioletta del dottore: la piccola Marge è stata sepolta viva e il dottore ha poche ore per salvarla, lo aiuta Polly la sua infermiera da sempre innamorata di lui…



Macabre


Macabro è un giallo che si ammanta di elementi gotici: la bambina sepolta viva che “sta con i morti” viene ricercata ovviamente nel cimitero che si presenta secondo i topos più classici del genere horror: cancelli arrugginiti e la classica nebbiolina che si leva dal suolo. La ricerca si sposta poi nell’agenzia di pompe funebri e la spasmodica perlustrazione nelle casse è meno risibile della parte al cimitero, non fosse altro perchè più cronologicamente congrua all’ambientazione contemporanea.



Macabre


Non mancano i flash back che raccontano la fine di Alice e descrivono il carattere ribelle di Nancy, la sorella cieca. Le due donne scomparse prematuramente erano le figlie del cittadino più in vista, Jode Wetherby il vecchio malato di cuore non reggerà al presunto ritrovamento del corpo della nipotina sotto il cumulo di terra che serve per ricoprire la tomba di Nancy.



Macabro


Il finale riserva un colpo di scena piuttosto cinico §§spoiler§§ è lo stesso dottore che ha inscenato il rapimento della figlia e causato la morte della cognata per impossessarsi dell’eredità del vecchio suocero, sicuro che non avrebbe retto alla visione del bambolotto nella piccola bara.



Macabro


Il film presenta delle incongruenze e la recitazione, soprattutto del protagonista è un po’ sopra le righe. A favore del film c’è la brevità , circa 75 minuti e la profonda autoironia: a Castle interessa di più strizzare l’occhio allo spettatore anziché spaventarlo e se ne La casa dei fantasmi svela i marchingegni che muovono i fantasmi nel film ma anche nel genere cinematografico, in Macabro il gioco è riservato all’introduzione e al finale, elementi che fanno ricordare la pellicola ancora oggi: nel prologo la voce off garantisce un risarcimento milionario a chi morirà di paura durante il film, sono esclusi ovviamente i deboli di cuore. I titoli di coda, a cartone animato e rappresentano un corteo funebre, prima passano i morti con il nome dell’interprete e a seguire i nomi dei personaggi che restano vivi.

Crudelia

Cruella
USA 2012 Disney
con Emma Stone, Emma Thompson, Joel Fry, Paul Walter Hauser, Emily Beecham, Mark Strong, Kirby Howell-Baptiste, John McCrea, Kayvan Novak, Andrew Leung, Tipper Seifert-Cleveland
regia di Craig Gillespie


Cruella


Estrella è una bambina dalla forte personalità, caratterizzata da una una bizzarra chioma divisa in due bianca da una parte e nera dall’altra, questo le causa non pochi problemi a scuola a cui la bambina si ribella con veemenza. Dopo esser stata cacciata da scuola, la madre decide di trasferirsi a Londra ma durante una sosta lungo la strada, in un castello dove si tiene una festa sfarzosa che attira la curiosità di Estrella, la madre muore. La bambina è convinta che sia colpa sua e riesce a raggiungere Londra in maniera fortunosa qui stringe amicizia con altri due orfanelli e i tre crescono diventando abili truffatori, finché Jasper e Horace non decidono che la ragazza debba dimostrare il suo talento nella moda facendola assumere ai magazzini Liberty. Estrella attira l’attenzione della stilista Baronessa von Hellman diventando la sua assistente e scoprendo che la donna è implicata nella morte della madre e molto di più…

Prosegue la rilettura in live action delle grandi vilain dei classici Disney e il caso di Crudelia De Mon -o Cruella De Vil nell’originale- sembrava un caso particolarmente complicato: come rendere simpatica il personaggio grottesco e scarmigliato che voleva uccidere i cuccioli di dalmata per farne pellicce? La soluzione è semplice far scontrare Crudelia con qualcuno ancora più cattivo di lei e cioè la Baronessa von Hellman, che con un twistplot degno della migliore tradizione fiabesca (quindi disneyana) §§spoiler§§ si scopre essere la madre biologica della bambina che doveva essere eliminata dal suo aiutante ma appunto come nelle fiabe l’uomo incaricato dell’omicidio si dimostra più sensibile della genitrice e affida la piccola a qualcuno che la cresca in questo caso Catherine Miller, ex dipendente della Baronessa.
Ovviamente Crudelia non ha l’insana passione per le pellicce dei dalmata, anzi ha cani fin dalla tenera infanzia e sono i dalmata che diventano l’estensione della cattiveria della loro proprietaria, la baronessa che li ha addestrati a gettare gli ospiti non graditi dalla scogliera ma dopo esser entrata in possesso della fortuna della baronessa, Estrella regala due cuccioli di dalmata all’ex avvocato della baronessa e alla reporter Anita, il film si chiude mentre Roger canticchia al pianoforte Crudelia De Mon, la celebre canzone del cartone suggellando il legame con il classico Disney.
Punto forte del film è l’ambientazione nella swinging London degli anni ’60-’70: la musica e i costumi sopperiscono le debolezze della sceneggiatura e se l’ambientazione nel mondo della moda richiama Il diavolo veste Prada, Emma Thompson è bravissima nello spingere i toni caricaturali e allontanarsi dalla Miranda Priestly di Meryl Streep.

Dieci piccoli indiani

Ten Little Indians
UK, 1965
con Hugh O’ Brian, Shirley Eaton, Fabian, Wiilfrid Hyde-White, Leo Genn, Mario Adorf, Stanley Holloway, Daliah Lavi, Dennis Price, Marianne Hoppe
regia di George Pollock


10piccoliindiani


Dieci persone vengono invitate in un isolato castello in montagna, raggiungibile solo dalla funivia, benché alcuni di loro siano dipendenti del misterioso padrone di casa, nessuno lo conosce perché appena assunti attraverso un’agenzia. Mr. Owen non è presente ad accogliere gli invitati ma durante la cena parte una voce registrata che spiega il motivo della riunione: tutti i presenti sono colpevoli di omicidio. Poco dopo iniziano le morti ispirate alla filastrocca che si trova in ogni camera da letto e ad ogni omicidio uno dei dieci indiani del centro tavola viene trovato spezzato…

Seconda trasposizione cinematografica del più celebre giallo di Agatha Christie che arriva dopo 20 anni dal primo film diretto da  René Clair.
La seconda versione ne riprende il finale (ovviamente differente dal complesso meccanismo conclusivo del romanzo) ma cambia l’ambientazione: dall’isola sperduta si passa a un picco montuoso raggiungibile sono dalla funivia il cui cavo si spezza al terzo omicidio quando la cuoca Elsa Grohmann cerca di lasciare la magione isolando definitivamente gli ospiti di mister Owen.
L’ambientazione montana con i bianchi accecanti della neve esaspera il bianco e nero, il film ha un po’ il gusto di una riduzione televisiva puntando tutto sull’abilità degli ottimi caratteristi, fra tutti Stanley Holloway nei panni del detective Blore, mentre i due protagonisti che si salvano sono interpretati dall’aitante Hugh O’Brian e la bella Shirley Eaton. Macchina da presa puntata quindi soprattutto sui volti degli attori per scoprire il colpevole e spiare le ansie e i sospetti.

Soul kitchen

Germania, 2009
Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Unel, Pheline Roggan, Anna Bederke, Dorka Gryllus, Lucas Gregorowicz, Wotan Wilke Mohring
regia di Fatih Akin


Soulkitchen


Zinos Kazantzakis cerca di gestire una taverna in un quartiere periferico di Amburgo tra mille problemi: gli arretrati al fisco, la fidanzata che sta per trasferirsi a Shanghai, il fratello carcerato che gli chiede di assumerlo per poter allungare le ore di libertà condizionata. Quando assume Shayn Weiss, un cuoco borioso che si è fatto licenziare da un locale di lusso perché si è rifiutato di scaldare il gazpacho a un cliente anche la poca clientela del locale di Zinos se ne va e come se non bastasse Zinos si procura un’ernia cercando di spostare una vecchia lavastoviglie. Zinos vorrebbe lasciare tutto e andare a Shanghai da Nadine che inizia a sentire sempre più distante ma un vecchio “amico” che ora si è messo nel ramo immobiliare e punta al terreno su cui sorge il locale, gli manda gli ispettori dell’ufficio d’igiene per farlo chiudere invece Zinos la vive come una sfida per far sopravvivere il locale che in breve tempo prende quota. Zinos decide di affidarlo al fratello che ha una relazione con la cameriera Lucia e trasferirsi da Nadine ma mentre si sta per imbarcare vede la ragazza di ritorno dalla Cina per la morte della nonna e Illias perde il locale a poker con Neumann. Perso tutto, Zinos s’impiega come manovale ai magazzini generali e dopo qualche mese Nadine lo richiama per scusarsi del suo comportamento. Scoperto che il locale è andato all’asta, Zinos chiede un aiuto economico alla ex ora ricchissima per l’eredità della nonna e ricompra il Soul Kitchen

Il regista tedesco di origine turca Fatih Akın raggiunse la fama nel 2004 con il drammatico e intenso La sposa turca, successo rinnovato da questo film del 2009 che vinse il Leone d’argento a Venezia, all’epoca non lo vidi al cinema poco attirata dai trailer e recuperato oggi riconfermo il mio stupore per gli entusiasmi verso questa commedia, sicuramente carina e divertente ma che non si discosta per nulla dal genere della commedia d’integrazione molto diffusa nel decennio scorso, forse oggi un po’ in declino.
Un film furbo che strizza l’occhio al film disfunzionale del Sundance, genere a sua volta diventato un cliché: i parenti impossibili, il questo caso il fratello ladro e sullo sfondo della cena d’addio a Nadine, la classica madre tiranna del Sud Mediterraneo; l’arte di arrangiarsi, vedi l’apparecchiatura sui generis a inizio film dopo che l’infernale lavastoviglie ha rotto tutti i piatti.
Di certo si ride anche se il ritmo è un po’ discontinuo per la troppa carne al fuoco anche se bisogna riconoscere al film la capacità di portare a conclusione tutti gli elementi, anche i più assurdi che compongono l’intricata trama: persino l’orgiastica nottata dovuta a una spezia afrodisiaca di cui lo chef abusa nel preparare il dolce, tornerà utile per far finire in prigione il pessimo Neumann: la donna che si è fatto e abbandonato senza neanche salutare è un’agente del fisco per vendetta si mette sulle sue tracce spedendolo in galera e salvando così il locale di Zinos dalla distruzione.
Come l’incontro del taverniere Zinos che cucina precotti e il raffinato chef Shayn, il film mescola diversi tipi di comicità quella di grana grossa legata al sesso, l’humor nero della bara della nonna che si apre durante la sepoltura, la comicità fisica dell’avversario di Zinos all’asta che perde il lotto avendo ingerito un bottone invece delle sue solite mentine.
A tenere insieme tutto la musica, costante dei film del regista, si segnalano per originalità la scelta di Natalino Otto nella scena d’addio all’aeroporto quando Nadine parte e la versione rebetiko originale che ha ispirato Contratto per Karelias a Vinicio Capossela.

L’ululato

The Howling
USA 1981
con
Dee Wallace-Stone, Patrick Macnee, Dennis Dugan, Christopher Stone, Belinda Balaski, Kevin McCarthy, John Carradine, Slim Pickens, Elisabeth Brooks, Robert Picardo, Margie Impert, Noble Willingham, James Murtaugh, Jim McKrell, Sarina C. Grant, Daniel Núñez, Chico Martínez, Dick Miller, Kenneth Tobey, Meshach Taylor, Michael O’Dwyer, Wendell Wright
regia di Joe Dante



L'ululato


La giornalista Karen White fa da esca per la cattura di un serial killer, l’uomo viene ucciso ma la donna rimane scioccata da quanto ha visto e rimosso. Lo psichiatra che ha una trasmissione nella stessa rete televisiva le consiglia un periodo di riposo nella sua clinica sui generis, chiamata la Colonia, spersa sui monti. Tra gli strani personaggi che popolano la Colonia spicca Marsha una donna molto sensuale che da subito cerca di sedurre il marito di Karen. Intanto il corpo del serial killer scompare e i colleghi di Karen iniziano a sospettare che si tratti di un lupo mannaro, ben presto le ricerche lasciano intendere che il covo licantropesco sia proprio nella Colonia…



The howling


Un classico della cinematografia horror anni ’80 con ben sette seguiti, almeno fino a oggi.
La fama del film è dovuta anche agli effetti speciali: L’ululato batte di pochi mesi l’uscita di Un lupo mannaro americano a Londra e si assicura il primato della trasformazione licantropesca in diretta. La mano è sempre quella di  Rick Baker che lavorando al film di Landis che aveva un budget ben maggiore, si limita a supervisionare il lavoro dell’assistente  Rob Bottin autore effettivo degli effetti speciali.



LUlulato


La vicenda è stranota: come lascia intendere il nome della clinica, il luogo è in realtà una colonia di licantropi gestita dal professor Waggner e nonostante le note ironiche il finale è cupissimo visto che anche la protagonista non riesce a sfuggire alla maledizione del lupo mannaro.
Joe Dante rinnova il mito del licantropo ancorandosi bene alla tradizione cinematografica: alla tv non solo passa L’Uomo Lupo, ma lo spezzone che dice che chi viene ferito da un licantropo si trasformerà a sua volta è un fulcro del film, la citazione semmai è affidata al nome del professor Waggner che si chiama come il regista del film del 1941 e altri personaggi hanno nomi legati alla cinematografia dei licantropi.



The howling


I richiami passano anche dalle immagini dei libri della libreria esoterica al lupo cattivo dei Tre porcellini dei cartoon Warner, inserto questo molto azzeccato dato che passa in tv proprio mentre Chris riceve la telefonata di Terry che alla Colonia è alle prese con un vero lupo mannaro.
Toni giocosi e metacinematografici che fanno da contraltare a una critica molto precisa alla società dell’epoca l’esaltazione della violenza attraverso i media, dai peep shop dove avviene il primo omicidio di Eddie Quist al compiacimento di mostrare le immagini più efferate della redazione televisiva, fino alla morte in diretta di Karen ma l’omologazione e l’abitudine fa credere che l’incontro con l’orrore sovrannaturale sia solo l’ennesima trovata sorretta da un ottimo effetto speciale.

La danza delle luci

Gold Diggers of 1933
USA 1933, Warner Bros
con Warren William, Joan Blondell, Aline MacMahon, Ruby Keeler, Dick Powell, Ginger Rogers, Guy Kibbee, Ned Sparks
regia di Mervyn LeRoy


Ladanzadelleluci


1933, la Grande Depressione attanaglia anche il mondo dello spettacolo e una compagnia di ballerine è a spasso quando una di loro s’invaghisce di un giovane musicista (presunto) squattrinato. Brad non solo scrive le musiche del nuovo spettacolo ma si offre anche di sovvenzionarlo. Dovrà anche sostituire l’attor giovane (da 18 anni!) che si è infortunato la sera della prima. Si scopre così la sua vera identità di ricco rampollo bostoniano. Il fratello maggiore e il suo avvocato arrivano di corsa da Boston per cercare di dissuadere Brad dalla carriera musicale e soprattutto dal matrimonio con Polly ma il giovane rifiuta. Lawrence e Fanuel H. Peabody si recano allora dalla ragazza offrendole dei soldi perché rinunci alle nozze ma scambiano Carol, coinquilina di Polly, per la fidanzata di Brad. Inizia un gioco degli equivoci che finisce con tre matrimoni tra il bel mondo e le “equivoche” ballerine di Broadway.



Golddiggersof1933


Classica commedia sullo scambio di persona nemmeno troppo brillante nel ritmo nonostante il buon cast ma del resto la trama è solo un pretesto per i bellissimi numeri musicali firmati dal coreografo  Busby Berkeley.
Il primo numero è We’re In The Money appartiene allo spettacolo cancellato a inizio film per mancanza di fondi, canta Ginger Rogers, che ancora doveva incontrare Fred Astair, abbigliata con un classico costume pre-code di grosse monete.
Il secondo numero è Pettin’ in the Park che ha per protagonisti Brad e Polly (Dick Powell e Ruby Keeler) il numero più lungo e complesso che parte con i due innamorati che si conoscono su una panchina e finisce con uno scroscio di pioggia che porta tutte le ballerine a cambiarsi gli abiti fradici per uscire con un costume di latta che le preservi dalle avance degli uomini ma un bambino offre a Brad un apriscatole che permette di liberare la sua bella dall’armatura.



Golddiggersof1933


The Shadow Waltz è forse il numero più celebre con la sequenza dei violini fosforescenti che formano figure luminose nel buio della scena,
Joan Blondell e Etta Moten cantano Remember My Forgotten Man una sorta di blues che narra le vicende della Depressione: la gloria dei militari della Grande Guerra, il ritorno feriti e la vita da mendicanti alcolizzati un decennio dopo aver servito la patria.
Il cast è di tutto rispetto: Warren William,  the King of Pre-Code, per la grande fama che godette all’inizio degli anni’30 è il fratello snob che viene preso in giro da Carol per poi finire innamorati. Sua partner è Joan Blondell, altra gloria del precode, regina dei succinti pagliacetti di seta che non lasciano nulla all’immaginazione.
L’angelico volto di Ruby Keeler la rende l’interprete perfetta per la fidanzata ideale tanto che anche il borioso Lawrence crede che sia una ragazza di buona famiglia finita per disgrazia nel mondo perduto delle ballerine di fila.
I tocchi comici sono riservati ad Aline MacMahon e Guy Kibbee, la scaltra comica che seduce l’avvocato tontolone tenendolo lontano dalle sgrinfie di Fay, la ragazza arrivista, classico ruolo d’inizio carriera di Ginger Rogers