Wonder Woman 1984

USA 2020, Warner Bros
con Gal Gadot, Kristen Wiig, Pedro Pascal, Chris Pine, Connie Nielsen, Robin Wright, Gabriella Wilde, Kristoffer Polaha, Ravi Patel
regia di Patty Jenkins


Wonderwoman1984


L’amazzone millenaria Diana Prince nel 1984 nasconde la sua attività di eroina dietro i panni di un’esperta d’arte per la Smithsonian Institution di Washington, fa amicizia con una nuova assunta, Barbara Minerva e insieme indagano su un manufatto ritrovato in una gioielleria che riciclava oggetti d’arti rubati il cui tentativo di furto era stato sventato dalla stessa Wonder Woman. Come testimonia la scritta latina, la pietra ha il potere di realizzare di desideri di chi la tocca, Diana richiama in vita Steve, l’amato pilota della prima guerra mondiale, Barbara vuole diventare affascinante come Diana e Max Lord, un imbonitore televisivo fallito a conoscenza dei poteri del manufatto diventa la pietra stessa per nutrirsi dell’energia di tutti coloro di cui realizza i desideri. Ben presto il mondo è sull’orlo della catastrofe, del resto la pietra ha segnato la fine di tutte le civiltà con cui è venuta in contatto.
Rinunciando per prima al suo sogno d’amore Diana riesce a convincere il mondo a rinunciare ai propri desideri…



Ww1984

Il film si apre su un’episodio dell’infanzia di Diana quando la zia Antiope la priva della vittoria perché la ragazzina ha usato una scorciatoia: non si può essere eroi con l’inganno.
Anche la facilità con cui la pietra realizza i desideri porta solo scompiglio perché non c’è impegno e fatica e (guarda caso) tutti i desideri espressi hanno un fondo egoisitico persino quello involontario di Diana.
La morale del film si sposa anche bene ai gaudenti anni ’80 dove l’importante è la ricerca del proprio piacere senza curarsi delle conseguenze, peccato che il lunghissimo film (oltre 150 minuti) esasperi il concetto nella chiusa in un trionfo di melensa retorica.
Non ho visto il primo film ma di certo l’eroina non è molto simpatica in questa pellicola, altera e distaccata, solitaria e dedicata al culto del grande amore perso quasi 70 anni prima, non riesce a realizzare nemmeno una coppia romantica destinata sempre al sacrificio, difficile sviluppare un personaggio romantico con un protagonista maschile che per metà del film è stupito delle innovazioni tecnologiche scambiando una cyclette per una bici normale, e indossando tutti i look più assurdi del tempo.
Anche il potenziale del vilain si perde nella redenzione finale, più centrato il personaggio dell’antagonista di Wonder Woman, la sfigata dottoressa Minerva che non rinuncia fino all’ultimo alla prospettiva di essere ammirata e forte come Diana, anche se il desiderio avverato la sta inaridendo e la sta trasformando in Cheetah, donna ghepardo. Nel personaggio di Barbara Minerva vedo l’unica critica femminista del film: quanto costa a livello emotivo, per una donna, adattarsi agli standard richiesti dal mondo odierno!
Oltre alla bella scena iniziale della gara tra amazzoni, resta la puntuale ricostruzione d’epoca degli anni ’80 anche Alistair, il figlio sino americano di Lord, riprende il modello del simpatico bambino orientale che compariva in molte pellicole, si cita poi una battuta di un classico della filmografia degli anni ’80 che tutti abbiamo detto almeno una volta, quel “un caffè.. tè.. me” di Una donna in carriera che però era del 1988.
Della scena post credit è protagonista niente meno che Lynda Carter, la Wonder Woman televisiva che si rivela essere Asteria la mitica amazzone a cui erano dedicati i giochi che hanno aperto il film e la cui armatura d’oro è fondamentale per la novella Diana Prince per salvare il mondo: cosa ci riserverà il terzo film che dovrebbe essere ambientato in epoca contemporanea?

Un turco napoletano

Italia 1953, Lux Film
con Totò, Carlo Campanini, Aldo Giuffré, Isa Barzizza, Primarosa Batistella, Mario Castellani, Dino Curcio, Peppino De Martino, Christiane Dury, Franca Faldini, Giacomo Furia, Amedeo Girard, Guglielmo Inglese, Nicola Maldacea Jr., Enzo Turco, Anna Vivaldi, Vinicio Sofia, Anna Campori, Totò Mignone, Valeria Moriconi, Mario Passante, Edith Jost, Ignazio Balsamo, Liana Billi
regia di Mario Mattoli


Unturconapoletano

Felice Sciosciammocca, forzuto e donnaiolo, finisce in carcere prendendosi la colpa di un padre di famiglia ma quando capisce di essere stato condannato alla pena capitale accetta di fuggire assieme al compagno di cella, il borsaiolo Faina. I due evasi incontrano un turco che chiede indicazioni per Sorrento, scoperto che l’uomo non è conosciuto, Faina decide di tramortirlo e spacciare Sciosciammocca per il turco nella speranza di fare qualche soldo. Il turco era atteso da don Pasquale Catone, proprietario di una ricca bottega e gelosissimo della giovane moglie. Quando scopre dalla lettera di presentazione che il turco è un eunuco gli affida senza timore la moglie e la figlia con grande invidia di don Ignazio anche lui gelosissimo della moglie.
La figlia di don Pasquale dovrebbe sposare il nipote di Don Ignazio, Carluccio un gradasso detto uomo di ferro per la sua forza, la ragazza non ne vuole sapere e su consiglio del turco fa uno scandalo alla festa di fidanzamento rifiutandolo. Alla festa è presente anche il deputato che ha presentato il turco a Don Pasquale e ovviamente si accorge che Felice non è il vero turco ma avendo spacciato per sua moglie una ballerina francese ben conosciuta dal donnaiolo è costretto a reggere il gioco al falso turco. Sarà Faina che, scoperto che Felice non vuole dividere con lui l’ottima paga che riceve, per vendicarsi rivela la verità a Don Pasquale ma Felice salva la famiglia Catone dalla vendetta di Carluccio mettendo in fuga il bullo e riportando la pace in famiglia.



Ilturco napoletano

Il primo dei tre film tratti dalle opere di Eduardo Scarpetta a cui seguono Miseria e Nobiltà e Il medico dei pazzi girati entrambi nel 1954 a testimoniare il successo del trittico.
Totò innesta la sua vis comica fatta di improvvisazione e battute surreali su una struttura più solida degli esili canovacci da rivista che sono spesso i suoi film e il risultato si vede.
Che all’operazione sia data da subito una grande importanza lo si evince dalla grande cura nella ricostruzione storica di scenografie e costumi tanto che l’unico errore è evidente: il film si apre come una rappresentazione teatrale che dovrebbe andare in scena  il 24 febbraio 1904 al teatro San Carlino di Napoli, ma il teatro era stato demolito venti anni prima, nel 1884.
Nonostante il film sia la riproduzione di uno spettacolo, la pellicola non è certo un esempio di teatro filmato, molti movimenti di macchina nelle scene d’interni ed esteri girati en plein air con un gusto che restituisce la pittura di genere napoletana (scuola di Posillipo) di fine ottocento.
L’intro teatrale serve, sicuramente per ricordare la derivazione scarpettiana ma soprattutto per chiarire nel dialogo tra i due spettatori che si tratta di una pochade una commedia che fa ridere e la vecchia matrona preoccupata che l’opera potesse scandalizzare il figlio 24enne chiosa che quando si vuol far ridere si può scherzare su tutto, anche un tema così “scottante” per gli anni d’oro del gallismo italiano, quello dell’evirazione: man mano che si sparge la notizia della triste condizione del turco gli uomini hanno per lui un grande senso di compassione, forte sottolineatura dell’ipocrisia machista meglio avere la reputazione di grande amatore che passare del tempo in compagnia delle donne.



Unturconapoletano

Ipocrisia che torna nei personaggi di Carluccio e del deputato che si presenta con l’amante e scende a patti con
Sciosciammocca “per amor di patria” (tema che conosciamo bene ancora oggi).
Ovviamente le gag con il deputato fanno parte del repertorio classico di Totò non a caso ad interpretare l’onorevole Cocchetelli c’è Mario Castellani il celebre onorevole Trombetta della gag del treno di Totò a colori del 1951 (ricordiamo il primo film italiano a colori).

Tenet

USA 2020
con John David Washington, Robert Pattinson, Elizabeth Debicki, Aaron Taylor-Johnson, Clémence Poésy, Michael Caine, Kenneth Branagh, Dimple Kapadia, Himesh Patel, Fiona Dourif, Andrew Howard, Martin Donovan
regia di Christopher Nolan


Tenet

Un agente segreto americano, chiamato solo il Protagonista, partecipa sotto copertura ad una azione antiterroristica russa e infrange gli ordini per mettere in salvo il pubblico innocente sequestrato nel teatro dell’OPERA di Kiev venendo catturato e ingerendo una pillola di cianuro per evitare la tortura ma si risveglia in un luogo segreto dove scopre che l’operazione era un test che ha superato e ora è pronto per entrare a far parte di una sezione speciale che vuole combattere una terribile minaccia proveniente dal futuro dove si è scoperto come invertire l’entropia degli oggetti e farli muovere a ritroso nel tempo. Il protagonista si reca a Mumbai per scoprire chi rivende i proiettili a entropia invertita, qui prende contatti con l’agente Neil che diventerà il suo braccio destro nel tentativo di fermare SATOR l’oligarca russo che ha immesso sul mercato i proiettili. Per entrare in contatto con lui sfruttano la debolezza della moglie, Kat che ha conosciuto il magnate vendendogli un falso Goya realizzato dal falsario Thomas AREPO. Sospettando l’inganno Sator minaccia la moglie di non farle più vedere il figlio e il Protagonista promette alla donna la sicurezza per lei e il bambino se lo aiuterà e in cambio farà sparire il falso Goya dal magazzino di massima sicurezza gestito dalla ROTAS all’aeroporto di Oslo.
La trama si fa ancora più complessa quando si scopre che la scienziata che ha scoperto il fenomeno dell’inversione ha diviso il logaritmo in nove blocchi per impedire la distruzione del mondo ma Sator, ormai malato terminale per aver trascorso la prima giovinezza in una città fantasma russa scavando materiale nucleare poi rivenduto ai terroristi del futuro, ha recuperato anche l’ultimo blocco del logaritmo per far terminare il mondo con la sua morte, in un delirio di onnipotenza…



QuadratodiSator

Nel film che avrebbe dovuto risollevare le sorti cinematografiche dell’estate pandemica del 2020, Christopher Nolan sviluppa la sua ossessione filmica per il tempo nel suo lavoro più personale, realizzato da solo senza il consueto aiuto del fratello Jonathan alla sceneggiatura.
Come sempre si tratta di una trama molto semplice complicata dalla destrutturazione temporale in questo caso arricchita dalla declinazione misteriosa (vogliamo dire alchemica?) del famoso Quadrato di Sator un quadrato palindromo dove le lettere formano una frase latina il cui significato non è ancora chiaro. Molto diffuso in epoca romana il quadrato si trova anche su diverse cattedrali per cui si pensa che alla frase sia stato attribuito un significato religioso.
Non credo però che il regista abbia voluto giocare con i significati della frase, Nolan sfrutta il mito del quadrato ma quello che gli interessa è la pura rappresentazione del testo le due parole ripetute in senso in verso che creano quella tenaglia temporale che tanta importanza avrà nella battaglia finale.
Del resto la critica stessa muove la stessa accusa il film, piacevole e intrigante ma superficiale.
A me ha divertito anche se quasi sempre nei lavori di Nolan soffro qualche lungaggine di troppo necessaria forse a chiarire i meccanismi temporali (però Terminator era del 1984, Fringe ha una decina d’anni e dobbiamo ancora star qui a spiegare i paradossi e i multiversi temporali?!?).
Se mi annoio nelle reiterate lezioncine mi esalto anche nella precisione con cui il regista riesce a fare intersecare i diversi mondi: la scena dell’inseguimento in autostrada che nell’inversione temporale spiega bene il ruolo della macchina che si frappone tra i duellanti.



Tenet

Oltre all’ossessione per il tempo, è nota l’idiosincrasia del regista per le riprese digitali che limita sempre al massimo, anche molte delle scene a ritroso sono state girate con il più classico dei metodi, riavvolgendo la pellicola e per chi, come la sottoscritta, ha passato decenni a smanettare con il videoregistratore il riconoscimento è lampante e forse è il vero atto d’amore che Nolan riserva nel suo film da tutti descritto come algido e impersonale, almeno nella descrizione dei personaggi.

Chi ha paura delle streghe?

The Witches
USA 1990 Warner Bros
con Anjelica Huston, Mai Zetterling, Brenda Blethyn, Rowan Atkinson, Jasen Fisher, Charlie Potter, Bill Patterson, Anne Lambton
regia di Nicolas Roeg


Chihapaura dellestreghe?


L’orfano Luke Eveshim accompagna in vacanza la nonna, ex cacciatrice di streghe che lo ha ben educato a individuare le acerrime nemiche dei bambini. L’hotel dove alloggiano è stato scelto dalla congrega di streghe inglesi per ospitare la Strega Suprema che espone il suo piano per liberarsi di tutti i bambini del regno con una pozione che li trasforma in topi. Luke ascolta casualmente il terribile progetto, viene scoperto e trasformato in topo come il suo amico Bruno. Nonostante la metamorfosi il ragazzino decide di trafugare la pozione e servirla al banchetto delle streghe affinché siano esse a diventare topi. Il piano riesce e Luke adattatosi alla nuova condizione topesca, progetta già di liberare l’America dale streghe quando l’intervento dell’ex assistente della Strega Suprema, che è diventata una strega buona lo trasforma nuovamente in un bambino

Dal romanzo per bambini Le streghe di Roald Dahl da cui è stato tratto anche l’omonimo film di Robert Zemeckis del 2020, l’incontro bizzarro tra il film per ragazzi e l’inquietante sguardo visionario di Nicolas Roeg.


Thewitches


Se la fiaba per bambini perde mordente nella seconda parte, lo sguardo del regista resta la cosa più interessante del film, riuscendo addirittura a infilare una citazione della carrozzina de La Corazzata Potemkin ovviamente con lieto fine come ne Gli Intoccabili del 1987.
Citazioni a parte, il regista riesce a creare un mondo angosciante grazie a inquadrature sghembe, primi piani degli adulti che incombono sui bambini e ancor più sui topi/bambini di cui il regista ripropone il punto di vista con soggettive rasoterra
Interessante anche la fotografia diafana, lontano dai colori vivaci dei tardi anni ’80 che crea una dimensione fuori dal tempo.
Molto del successo del film si deve anche all’interpretazione di Anjelica Huston che da lì a poco avrebbe interpretato Morticia ne La famiglia Addams del 1992. Altera e snob nella versione umana di Eva Ernst, si tramuta nella più laida vecchia strega grazie al trucco di Jim Henson chiaramente ispirato alla versione vecchia venditrice di mele della regina Crimilde nel classico Disney di Biancaneve del 1937.
Nel film compare anche il comico Rowan Atkinson in uno degli ultimi ruoli prima di diventare il per me insopportabile, Mr. Bean
Tra tante citazioni fatte dal film, mi viene da pensare che la scena del topo che crea scompiglio in cucina sia stata citata dal film Pixar Ratatouille.

Infedelmente tua

Unfaithfully Yours
USA 1948 20th Century Fox
con Rex Harrison, Linda Darnell, Rudy Vallee, Barbara Lawrence, Kurt Kreuger, Edgar Kennedy, Torben Meyer, Robert Greig, Lionel Stander, Al Bridge, Julius Tannen, Evelyn Beresford
regia di Preston Sturges



Infedelmente tua


Il direttore d’orchestra Alfred De Carter torna da una lunga tournée sempre più innamorato della bella e giovane moglie Daphne ma il cognato, August che ha frainteso una frase di De Carter alla partenza, ha messo un investigatore alle calcagna della cognata scoprendo un tradimento. Alfred non vuole nemmeno leggere il rapporto ma alla fine scopre che la moglie se l’intende con il suo giovane segretario. Durante un concerto ipotizza tre soluzioni: l’uxoricidio il perdono e la roulette russa con il rivale. Deciso a uccidere la moglie, per Alfredo non risulta facile mettere in atto il piano che nell’immaginazione sembrava così semplice e alla fine scopre che la moglie non lo ha tradito.



Unfaithfullyyours


Complessa commedia brillante di Preston Sturges che mescola toni noir e melodrammatici per finire in puro stile slapstick.
Anche la musica classica ha una grande importanza nel plot: è durante un concerto che il direttore valuta le opzioni per risolvere la propria situazione amorosa, l’overture della Semiramide di Rossini gli suggerisce l’uxoricidio, l’overture del Tannhäuser und der Sängerkrieg auf Wartburg di Wagner lo riduce a più miti consigli immaginando di lasciare libera la moglie di andarsene con l’amante mentre il poema sinfonico della Francesca da Rimini di Tchaikovsky lo spinge a tentare la sorte con il rivale rimanendo ucciso durante una roulette russa.
La cosa divertente è che De Carter non vorrebbe nemmeno leggere il rapporto dell’investigatore, lo straccia più volte ma il documento sembra ritornare e quando i direttore d’orchestra si reca direttamente dall’investigatore per far distruggere il documento originale, il detective Sweeney, melomane e suo grande fan, gli rivelerà il contenuto del rapporto convinto che l’uomo lo abbia letto.



Unfaithfullyyours


L’aplomb inglese e la cultura non possono più nulla verso il tarlo del dubbio che si insinua in Alfred ed ecco che l’artista si ritrova a meditare vendetta mentre dirige: la macchina da presa si stringe sul volto di Rex Harrison fino al dettaglio della pupilla e da lì entrare nella sua mente, la prima volta che accade, nell’ipotesi dell’omicidio di Daphne, lo spettatore resta interdetto non sapendo bene se è una fantasia o un fatto reale visto che la scena si apre su un orologio che segna la tarda ora del rientro, il meccanismo ripetuto le altre due volte non è più così efficace e infatti i due episodi sono molto più brevi.



Unfaithfully Yours


Alla fine, come nella miglior tradizione del melodramma operistico, prevale la gelosia e Alfred si precipita a casa per mettere in atto l’astuto piano per uccidere la moglie e far ricadere la colpa sull’amante ma purtroppo il piano si rivela molto difficile da concretizzare e Rex Harrison sfoggia un grande pezzo di bravura in gag molto fisiche dove mette a soqquadro l’appartamento per trovare il registratore su cui incidere le urla della moglie, il rapporto con la macchina è avvilente come in una comica di Buster Keaton, la registrazione sembra impossibile con le istruzioni manuali e quando alla fine Alfred registra la sua voce che riportata a 78 giri dovrebbe diventare più acuta e simulare le urla di una donna, diventa invece più bassa sembrando assurdi ruggiti animali.
A quel punto rientra la moglie e finalmente ci sarà il chiarimento che svela chi in realtà ha una tresca con il giovane segretario.

Quando l’amore è magia – Serendipity

Serendipity
USA 2001 Miramax
con John Cusack, Kate Beckinsale, Molly Shannon, Jeremy Piven, Bridget Moynahan, Eugene Levy, John Corbett, Lucy Gordon, Kate Blumberg, Mike Benitez, Pamela Redfern, Brenda Logan, Colleen Williams, Stephen Bruce
regia di Peter Chelsom


Serendipity


Pochi giorni prima di Natale Sara e Jonathan si disputano un paio di guanti in un grande magazzino newyorkese, finendo per bere qualcosa insieme ma entrambi sono fidanzati e Sara preferisce lasciar fare al caso: dissemineranno degli indizi che, se l’Universo vorrà, li faranno rincontrare. Passanno sette anni e i due non si sono più rivisti, entrambi sulle soglie del matrimonio non riescono a dimenticare quella bizzarra, per quanto innocente serata a New York ma improvvisamente le stelle si mettono in moto e finalmente scocca la scintilla tanto attesa.

Riscoperta (perché il termine è del letterato inglese Walpole) dalla moda new age dei tardi anni ’90 la serendipità è quel fenomeno per cui ci si imbatte in una cosa insperata mentre si pensa ad altro. Forse la lunga peregrinazione che l’Universo impone ai due innamorati è dovuta proprio al fatto che i due giochino con le forze dell’attrazione fingendo di abbandonarvisi ma poi facciano di tutto, soprattutto Jonathan, per agevolare l’incontro che dovrebbe essere fortuito, così i due protagonisti si sfiorano più volte senza mai incontrarsi, un po’ alla Sliding doors.
I tentativi di Jonathan di forzare la mano al destino danno vita a gustosi siparietti con l’amico del cuore e il burbero commesso di Bloomingdale’s, attingendo ai canoni della classica commedia brillante che ha sempre come supporto spalle comiche.
Il film ha una sua grazia che non si è persa nel tempo, battute brillanti, i protagonisti giusti e una New York da cartolina: il film uscì negli USA il 5 ottobre 2001, a meno di un mese dall’attentato alle Torri Gemelle che furono cancellate digitalmente dallo skyline della pellicola.

Come uccidere vostra moglie

How to Murder Your Wife
USA 1965 MGM
con Jack Lemmon, Virna Lisi, Eddie Mayehoff, Claire Trevor, Terry-Thomas Stevens, Sidney Blackmer, Jack Albertson, Max Showalter, Mary Wickes
Regia di Richard Quine


Comeucciderevostramoglie


Stanley Ford è un fumettista che vive in prima persona le avventura che disegna nei suoi fumetti e soprattutto è uno scapolo incallito almeno fino a quando non va a una festa di addio al celibato e completamente ubriaco si sposa con la bellissima straniera che è uscita dalla torta. Purtroppo liberarsi della moglie non è facile, le nozze sono state consumate e ben presto Stanley si ritrova senza il suo fedele maggiordomo e ingrassato per i manicaretti della moglie, decide quindi di ucciderla, almeno nei fumetti ma la donna, visti disegni, scompare nel nulla e l’estremo realismo che ha sempre caratterizzato il lavoro di Ford lo porta ad un passo dalla sedia elettrica…



HowToMurderYourWife


Il debutto americano della nostra Virna Lisi, di una bellezza sfolgorante, è una commedia gradevole con alcune trovate estremamente divertenti ma c’è comunque qualcosa che non funziona, qualche calo di ritmo che inficia lo spettacolo.
Jack Lemmon è bravissimo e trova un’ottima spalla in Terry-Thomas, il fidato maggiordomo misogino quanto lui che rifiuta di servire coppie sposate e si mette al servizio solo di scapoli impenitenti. Quella tra Ford e il suo cameriere è una vera bromance al limite dell’omoerotismo dissipato dal finale con l’arrivo della madre della signora Ford con cui Charles trova un inatteso punto in comune.
Il conflitto tra i sessi delle commedie brillanti anni ’30 si trasforma in una commedia che mette alla berlina i vizi del matrimonio dove le mogli sembrano prendere il sopravvento e costringono il sesso forte a subire tutte le loro bizze e desideri, ragion per cui il processo per uxoricidio di Ford si trasforma in un surreale apologo della libertà maschile alla fine del quale l’esaltata giuria si schiera a favore del reo confesso.
Per quanto estremo difensore della libertà maschile, Stanley sente la mancanza della bella straniera (il nome di battesimo della protagonista non viene mai proferito) che gli ha sconvolto la vita e sarà con gioia che la ritrova a casa, anzi in camera da letto ma prima di concedersi, da buon film dell’America puritana, la signora Ford chiede di riavere la fede nunziale.
Virna Lisi interpreta un’italiana nella versione originale ma in quella italiana diventa una greca per mantenere la mancata comprensione linguistica del personaggio. Bellissima e fedele agli stereotipi: cucina abbondante, fuga per chiedere consiglio alla madre, la gestualità e la propensione per il contatto fisico trasformano la donna in una persona sempre pronta a prendere l’iniziativa sessuale: va bene che la Lisi doveva essere una (delle tante) risposte a Marilyn ma quest’insistita sensualità è davvero troppa e poco credibile, soprattutto di fronte a un maschile -questo sì molto realistico!- che ambisce solo a starsene in santa pace e portare avanti hobby infantili in case confortevoli ma senza fronzoli.
Nonostante i difetti il regista si conferma autore di immagini iconiche: Virna Lisi che esce dalla torta fa il paio con Kim Novak che canta la sua nenia con il gatto Cagliostro in braccio in Una strega in Paradiso

So dove vado

I Know Where I’m Going!
GB 1945 Rank
con Wendy Hiller, Roger Livesey, George Carney, Pamela Brown, Walter Hudd, Duncan MacKenzie, Capitano C.W.R. Kmight, John Rae, Ian Sadler, Norman Shelley, Donald Strachan, Jean Cadell, Finlay Currie, Petula Clark, Margot Fitzsimmons, Anthony Eustrel, Alec Faversham, Catherine Lacey, Duncan McIntyre, Ivy Milton, Murdo Morrison
regia di Michael Powell e Emeric Pressburger



IKnowWhereImGoing


Joan Webster è un’ambiziosa e volitiva ragazza che sta per sposare un ricchissimo e attempato magnate. Le nozze si terranno su un’isola delle Ebridi di proprietà dello sposo e Joan affronta con grande determinazione il viaggio da Manchester a  Kiloran ma giunga senza problemi all’isola di Mull dovrà cedere alla volubilità del tempo scozzese che le impedisce di raggiungere la meta così vicina. Nell’attesa di arrivare a destinazione Joan conosce  Torquil MacNeil un ufficiale di marina anche lui diretto a Kiloran, la ragazza scopre che Torquil è il vero signore dell’isola che ha affittato al suo futuro sposo. Mentre il maltempo prosegue Joan si scopre attratta dal giovane ufficiale tanto da pagare un giovane isolano perché la porti a Kiloran nonostante il maestrale, anche Torquil sale sulla barca e riescono salvarsi dal gorgo di Corryvreckan ma non da quello della passione.


Sodovevado


Un film nato per caso, per l’impossibilità di ricevere il materiale necessari per girare in technicolor Scala al Paradiso, si è rivelato uno dei film più interessanti della produzione in bianco e nero del duo Powell&Pressburger che per diversi aspetti anticipa Narciso Nero: la fascinazione dei luoghi antichi e la vertigine della natura nel film del 1945 sono girati in chiave di commedia romantica mentre nell’opera del 1947 diventano il fulcro di un melodramma.
Se in Narciso Nero era il caravanserraglio alle pendici dell’Himalaya a suggestionare le suore messe ulteriormente in crisi dai vertiginosi dirupi, qui è il rudere di Moy Castle, interdetto ai MacNeil da una maledizione e il gorgo di Corryvreckan a rappresentare l’ineluttabilità delle forze naturali e delle vestigia storiche.


Sodove vado!


Un intreccio di leggende e tradizioni gaeliche ambientate nei luoghi originali descrivendo tutta la potenza della natura che fa da contrasto alla trama da commedia romantica con la bella protagonista raffinata e ambiziosa che scopre i valori di una ricchezza che va oltre al denaro, la nobiltà squattrinata -soprattutto in tempo di guerra- disposta a tutto per salvare il luogo che abitano, non solo Torquil ma anche Catriona che con la sua apparizione scarmigliata con i capelli, sempre sciolti e in questo caso fradici di pioggia, anticipa il lato femminile più passionale e selvaggio con cui Joan si dovrà scontrare per poi capitolare perdendo non solo l’abito da sposa nel gorgo, ma tutta la sua allure da signorina bene per cedere a un look più naturale che non può competere con la furia degli elementi; se non bastasse questo simbolismo il concetto è ancora ribadito in modo più metaforico dall’aquila addomesticata del capitano Knight che ha ragione di una volpe; per tacere del ritratto parodistico dei Robinson, gli unici degni di essere frequentati, secondo il fidanzato di Joan, che ricordo, non vediamo mai.



Sodovevado


La dimensione fantastica, anche se in modo latente è presente soprattuttto nel sogno di Joan durante il viaggio in treno che mi ha fatto ripensare a The elephant man in cui Wendy Hiller interpreta Madre Shead
Notevoli anche i titoli di testa: i crediti compaiono nei luoghi più disparati mentre la voce off illustra il carattere deciso della protagonista che si manifesta fin dalla più tenera infanzia.

Il cielo sopra Berlino

Der Himmel über Berlin
Germania 1987
con Bruno Ganz, Solveig Dommartin, Otto Sander, Curt Bois, Peter Falk, Bernard Eisenschitz, Teresa Harder, Hans Martin Stier, Elmar Wilms, Sigurd Rachman, Beatrice Manowski, Daniela Nasimcova, Bruno Rosaz, Scott Kirby
regia di Wim Wenders


Ilcielosopraberlino


Dalla notte dei tempi gli angeli vegliano sulla Terra, in particolare Damiel e Cassiel si aggirano su quella che è poi diventata la città di Berlino ascoltando i pensieri dell’umanità e cercando di consolarla. A Damiel inizia a pesare l’immaterialità e vorrebbe provare quello che tormenta, ma tiene vivi gli uomini, affascinato dalla bella ma solitaria trapezista Marion, troverà il coraggio di incarnarsi dopo l’incontro con il famoso attore Peter Falk che gli rivela di essere stato a sua volta un angelo.



Il cielo sopraBerlino


Di ritorno da una lunga parentesi americana, il regista tedesco gira questa favola metafisica ispirata alle  poesie di Rainer Maria Rilke.
L’indiscusso talento per rendere l’anima delle città di Wim Wenders, esalta la dualità di Berlino, la città divisa in due dal Muro anche negli anni bui della guerra fredda si conferma capitale di cultura come conferma la biblioteca di Stato, dove i pensieri degli uomini si trasformano in un canto celestiale che fa da contraltare alla musica rock degli scantinati di Nick Cave.
Ancora devastata dalla Seconda Guerra mondiale, le cui ferite vivono nella geografia della città (la ricerca di  Potsdamer Platz da parte del vecchio poeta) sia nella memoria (le immagini di repertorio) Berlino è il luogo ideale per mettere in scena la dualità tra angeli e umani gli affanni anche insensati dei secondi di fronte alla partecipazione distaccata dei primi, che in fondo così distaccati non sono se Damiel s’innamora di una donna e Cassiel resta profondamente turbato dal fatto di non esser riuscito a salvare un giovane suicida con il suo tocco pacificatore; forse alla fine della Berlino divisa dal muro che sarebbe caduto due anni dopo l’uscita del film, corrisponde anche una stanchezza degli angeli di rimanere solo osservatori distaccati e vince la voglia di partecipare alla vita, come già fatto dall’attore Peter Falk e tanti altri prima di lui.
Che a un sereno distacco sia preferibile l’odore, o meglio il sapore del sangue -prima esperienza umana di Damiel- forse è anche la risposta al quesito del vecchio poeta Homer, che vorrebbe scrivere un’elegia della Pace e si chiede cosa ci sia di così poco attraente in essa da portare gli uomini a stancarsene subito.



Ilcielosopraberlino


La dualità si riflette anche nella fotografia: il fascinoso sepia del mondo visto dagli angeli contrapposto al mondo a colori dell’essere umano: seconda cosa compiuta dal Damiel incarnato è farsi dire il nome dei colori.
La prima parte pervasa dal dolore della città, in un bianco e nero sepiato che rimanda a molti classici del cinema fantastico, e non solo, è sicuramente un capolavoro, la seconda a colori è inferiore per la perdita di magia non tanto fotografica, ma perché tutto è finalizzato all’incontro di Damiel e Marion.

La bella brigata

La belle équipe
Francia 1936
con Jean Gabin, Charles Vanel, Viviane Romance, Raymond Aimos, Jacques Baumer, Fernand Charpin, Micheline Cheirel, Charles Dorat, Raymond Cordy, Marcelle Geniat, Charles Granval, Raphaël Medina
regia di Julien Duvivier


Labelleequipe


Cinque amici spiantati vincono la lotteria e invece di dividersi il guadagno decidono di usarlo per aprire un locale. Trovano un rudere sulle rive della Senna e iniziano a restaurarlo in prima persona ma ben presto il gruppo si sfalda: Giacomo parte per il Canada perchè si è innamorato di Ughetta, la fidanzata di Mario, che è un esule spagnolo costretto a lasciare la Francia perché senza documenti e Ughetta lo segue, Tintin muore cadendo dal tetto. Rimangono Gianni e Carlo che riescono ad aprire il locale ma proprio il giorno dell’inaugurazione, Gina, la donna amata da entrambi, causerà un diverbio mortale tra i due amici.



Labelleequipe


Una delle opere più celebri del Cinema del Fronte Popolare: il film si apre su meravigliose composizioni floreali, ma non siamo nel bel mondo, piuttosto al bancone di lavoro di umili operaie che realizzano fiori finti, è il compleanno di una di loro, Ughetta e poco dopo arriva il suo fidanzato ma non per festeggiare, la avvisa che la polizia è sulle sue tracce: l’incipit del film rovesciando completamente situazioni e immagini lascia presagire che nulla andrà come dovrebbe, fino ad arrivare allo scontro mortale tra Gianni e Carlo, i due amici rimasti della Bella Brigata.
Il finale fu cambiato preferendone uno che rinsaldava l’amicizia virile, svergognando Ginette che aveva fatto di tutto per mettere i due amici l’uno contro l’altro: la solidarietà era un tema più congeniale allo spirito del Fronte Popolare, il finale originale è stato poi ripristinato e conclude degnamente il senso di sfaldamento che percorre la pellicola.
Ginette, ex compagna di Carlo, è una poco di buono, si ripresenta dall’uomo quando viene a sapere della vincita e pretende qualche migliaio di franchi per onorare le vecchie promesse d’amore. Carlo cede, senza dire nulla agli altri. Quando un forte temporale rovina parte dei lavori, gli altri amici scoprono la mancanza di parte del denaro di riserva, Carlo confessa di averli prelevati ma non ha il coraggio di chiederli indietro alla donna, è Gianni ad andare da Ginette e l’incontro sarà fatale e rischia di mandare a monte l’impresa, così i due amici decidono di comune accordo di lasciare Gina, per vendetta la donna si presenta all’inaugurazione e dopo essere stata rifiutata da Gianni, fomenta Carlo che accusa l’amico di aver rovinato la brigata costringendo Giacomo ad allontanarsi, denunciando Mario e incolpandolo anche della morte di Tintin, per impossessarsi dei beni di tutti; la gelosia e le accuse infondate portano Gianni a sparare all’amico.



La belle equipe


Una conclusione definita spesso melodrammatica ma gli altri capolavori del Fronte Popolare non hanno certo un lieto fine e tutto sommato la ricchezza che distrugge l’amicizia è un tema molto vicino agli ideali comunisti della corrente cinematografica, lo sottolinea anche l’introduzione del personaggio di Jubette verso la fine del film: il vecchio proprietario ha prestato cinquemila franchi ai tre compagni ora mancanti, tutto all’insaputa degli altri e praticamente si ritrova socio di maggioranza della proprietà anche se Carlo e Gianni lo scacciano in un impeto di solidarietà.
Stilisticamente il film si fa ricordare per i movimenti di macchina a cui corrisponde l’ariosità e la bellezza naturale delle scene en plein air.