Il Trono di Spade stagione 8

Gameofthrones

Solitamente non mi faccio prendere dall’”hype” per film o serie tv prevedendo, con un po’ di logica, che quando le aspettative sono così alte non possono che essere deluse ma stavolta sono stata risucchiata dal vortice per la stagione più attesa della storia della tv, penso dai tempi di Twin Peaks, che ha lasciato scontenti tutti, in primis la sottoscritta che non avendo mai retto gli Stark dalla prima stagione non può certo ritenersi soddisfatta per l’elezione a re dei 6 regni di Bran lo Spezzato e tantomeno per l’indipendenza del Nord sotto il dominio dell’odiosissima Sansa trasformatasi da uccelletto insopportabile per la sua ingenuità a donna manipolatrice come la madre in grado di ottenere quello che vuole alle spalle dell’”amato” fratellastro.
Il destino glorioso di Arya Stark, a cui non va neanche un appellativo per aver ucciso il Night King, si riduce nel corso delle restanti tre puntate facendola girare a vuoto sui luoghi degli eventi più drammatici, accollandole la responsabilità della morte in perfetto stile pompeiano delle due povere donne madre e figlia che aveva intenzione di proteggere, segno che l’eroina della battaglia di Winterfell stava perdendo il glorioso tocco, così alla fine la giovane guerriera parte per terre inesplorate col solo scopo di ammorbarci in futuro con qualche spin-off.
Se tutti i personaggi hanno subito un’evoluzione nel corso delle stagioni, l’unico giuggiolone si conferma Jon Snow sempre fermo al suo malinteso senso di lealtà il cui soggetto però cambia più velocemente di quanto lui comprenda le conseguenze dei suoi gesti.
La morte della mia adorata Daenerys non mi ha sconvolto più di tanto, era un destino ormai così necessario e nelle mani di un unico possibile assassino che alla fine ho trovato quasi romantico lo stile “un bacio e una pugnalata”, a commuovere è la reazione di Drogon che compie l’unica cosa sensata fedele allo spirito della serie: l’unico modo per rompere definitivamente “la ruota” è distruggere il trono e in fondo ha senso che la forza di compiere un gesto così estremo, impossibile alla brama di potere umana, lo compia un animale fantastico che incarna la purezza del progetto originale di Daenerys, ma quanto sarebbe stato glorioso se invece di incendiare la città la Madre dei Draghi avesse distrutto il trono liberando tutti dal suo pesante giogo! Si è preferito invece fare impazzire la protagonista della saga, tra l’altro per un motivo stupido: la causa scatenante è il rifiuto di Jon Snow ma la verità è che una donna sola, senza la protezione di una famiglia -leggi Cersei e Sansa- non ha nessuna possibilità di governare neppure in un fantasy.
Purtroppo le figure femminili che tanto spazio avevano avuto nelle prime stagioni tornano vittime di un sessismo strisciante e se abbiamo avuto momenti in cui la battaglia era tra quattro regine, si mette ben in chiaro che quest’epoca di follia è colpa dell’amore non corrisposto di Robert Baratheon (quindi implicitamente di una donna, Lyanna Stark) e il ritorno alla normalità , addirittura il passaggio verso una monarchia non più ereditaria, può avvenire solo sotto il governo di un uomo e pensandoci bene questo revisionismo è iniziato con le accuse al serial di essere troppo esplicito sessualmente e non rispettare il corpo delle donne, che amara ironia su cui riflettere anche nella realtà.



Tronodispade


Fa veramente incazzare che il povero Drogon, l’unico vero eroe di quest’ultima puntata, rimanga solo e disperato in volo per chissà dove con il corpo di Daenerys tra gli artigli mentre Jon Snow oltre la frontiera ritrova amici e pure l’affetto del metalupo ballerino, nel senso che è comparso e scomparso dalle varie stagioni senza nessuna logica. Ma del resto è logico che il Night King non venga scalfito dal fuoco di Drogon ma ucciso da una singola stilettata di vetro di drago che manda in frantumi anche tutta la sua armata di morti?
Sorvoliamo consolandoci con la fine dignitosa riservata alla migliore vilain della serie: Cersei muore tra le braccia dell’amato Jaime, la linea narrativa dei Lannister è forse la migliore per complessità e finezza psicologica dei tre fratelli, anche se il Folletto, per la cui sorte ho tremato in tutte le stagioni, alla fine diventa quasi antipatico per il suo adattarsi alla realpolitik.



Trono di spade


Il problema di questa ottava stagione è stata ovviamente la brevità che ha reso impossibile capire, addirittura intuire a volte, l’evoluzione dei personaggi: da trasposizione televisiva di un ciclo di romanzi di successo si è trasformata in un book trailer delle future uscite dei volumi mancanti rimandando alla pagina scritta la complessità delle spiegazioni, un passo piuttosto azzardato che dovrà fare i conti con la delusione del grande pubblico che ha imparato a conoscere le Cronache del ghiaccio e del fuoco attraverso la tv: basterà la promessa di un finale diverso, già ventilato in queste ore, per richiamare gli appassionati di GoT?
Stilisticamente Il Trono di Spade si conferma una produzione grandiosa nonostante le sviste delle ultime puntate, vedi il bicchiere Starbucks ma ho davvero apprezzato il montaggio, quando Tyrion bacia la mano di Sansa e poi si alza, lo stacco su Jon che sta affrontando il drago zombie è così perfetto da lasciare interdetti anche alla seconda o terza visione.

La congiura degli innocenti

The Trouble with Harry
USA 1955 Paramount
con Edmund Gwenn, John Forsythe, Mildred Natwick, Mildred Dunnock, Shirley MacLaine, Royal Dano, Parker Fennelly, Leslie Wolff, Jerry Mathers, Ernest Curt Bach, Dwight Marfield, Philip Truex, Barry Macollum
regia di Alfred Hitchcock


Lacongiuradegliinnocenti

Nei boschi di un paesino del Vermont giace un cadavere, tutte le persone che lo ritrovano pensano di essere colpevoli della sua morte: il vecchio capitano di marina in pensione crede di avergli sparato accidentalmente mentre era a caccia, la ex moglie da cui si era ripresentato lo ha accolto con una bottigliata in testa che ritiene fatale, la matura zitella lo ha colpito con una scarpa perché pensava che l’uomo attentasse alla sua virtù. Il cadavere viene sepolto e dissepolto più volte, addirittura lavato, alla fine il medico del paese certifica che la morte è avvenuta per cause naturali e il cadavere può essere riportato nel luogo del decesso per allertare la polizia.


Thetrouble withharry

Un film che all’uscita non fu molto apprezzato soprattutto in America la cui provincia era messa alla berlina infarcita di un humor nero tipicamente inglese.
Divertente la critica alla pittura contemporanea con la classica scena del quadro astratto che viene appeso a rovescio, il bislacco pittore Sam Marlowe (il cognome del famoso detective) non resterà per sempre un incompreso che espone i quadri nell’emporio del paese, un giorno si ferma un collezionista che acquista tutte le sue opere; intanto i tre che si credono colpevoli non esitano a confidarsi tra loro e al pittore i presunti omicidi e lo fanno con un candore assoluto pari ai cerimoniosi rapporti di buon vicinato che intrattengono tra loro, del resto anche la cronaca ci insegna che i colpevoli, o presunti tali, sono delle brave persone: salutano sempre.


TheTroubleWithHarry

Lavorando su uno dei suoi temi portanti, il senso di colpa, Hitchcock ci dice che la morte, è un fastidio, per cui tra una sepoltura e l’altra tra i quattro protagonisti scatta addirittura l’amore mentre il medico che alla fine scioglie l’intrigo, fin dall’inizio inciampa letteralmente sul cadavere ma preso dalla sua lettura nemmeno se ne accorge: il morto è un problema solo per gli assassini o i presunti tali.


La congiura degli innocenti

Lo stile di regia è piuttosto lineare, il regista si affida alla fotografia di Robert Burks che rende ancora più scintillante i rossi e i gialli dell’”estate indiana”, colori brillanti in contrasto con la cupezza della vicenda che ci viene raccontata.
La congiura degli innocenti è il film con cui inizia la collaborazione tra Hitchcock e il compositore  Bernard Herrmann.

Passione d’amore

Passionedamore

Italia 1981
con Valeria D’Obici, Bernard Giraudeau, Laura Antonelli, Massimo Girotti, Jean-Louis Trintignant, Bernard Blier, Sandro Ghiani, Saverio Vallone, Gerardo Amato, Alberto Incrocci, Francesco Piastra, Rosaria Schemmari
regia di Ettore Scola

Torino 1862, il capitano di cavalleria Giorgio Bacchetti ha una relazione con una donna sposata, Clara ma viene distaccato in una postazione di montagna dove gli ufficiali, per sfuggire alla noia si riuniscono nella casa del colonnello della guarnigione. Unica e misteriosa donna dell’avamposto, è Fosca parente del colonnello che vive con lui conducendo una vita molto ritirata a causa della sua salute cagionevole.
Quando Bacchetti incontra Fosca come tutti prova ribrezzo per la sua bruttezza ma si sforza si esserle amico e la donna s’innamora di lui. Rifiutata la sua salute peggiora così il medico della guarnigione consiglia il capitano di fingere un po’ d’interesse per la donna. Bacchetti accetta e tra lui e Fosca si crea un torbido legame per cui il giovane capitano arriva a lasciare l’amata Clara per Fosca, affascinato dalla forza dell’amore che la donna gli dimostra, abbandonando per lui ogni dignità e sfidando anche le regole sociali.



Passioned'Amore


Dal celebre romanzo dello scrittore scapigliato Igino Ugo Tarchetti, Scola tra un film che trascende il tema dell’amour fou nella dimensione gotica.
Quando la pellicola uscì fece molto scalpore l’imbruttimento a cui si era sottoposta la protagonista Valeria D’obici che vinse un David Di Donatello e altri premi per la sua performance.



Passioned'amore


La bruttezza di Fosca va oltre la magrezza e la malattia nervosa in cui è caduta dopo una delusione d’amore, nelle fattezze della donna si può ravvedere il Nosferatu di Murnau e in fondo Fosca è una di quelle persone che vengon definite “vampiri psichici” per la capacità di assorbire l’energia di chi li circonda. La costruzione stessa del film avvalora la tesi: è Giorgio stesso a raccontare la sua storia con Fosca dopo alcuni anni e solo alla fine vediamo il protagonista/narratore ormai anche lui ridotto all’ombra di sé stesso, avventore di locali malfamati dove racconta il bizzarro amore che lo ha devastato.



Passione d'amorel


Tutto nel film sottolinea l’atmosfera orrorifica: a parte i pochi momenti con Clara, il tempo è sempre uggioso, i discorsi tra ufficiali sono intollerabili per la loro ripetitiva acuità, le rovine di un castello fanno da sfondo delle poche passeggiate e del duello tra Giorgio e il colonnello, Fosca stessa è una presenza spesso evocata che si fa notare per la sua assenza dovuta agli improvvisi attacchi di malattia fino alla ferale apparizione.

Maria Antonietta

Marie Antoinette
USA 1938, MGM
con Norma Shearer, Tyrone Power, John Barrymore, Robert Morley, Anita Louise, Joseph Schildkraut, Gladys George, Henry Stephenson, Cora Witherspoon, Marilyn Knowlden, Alma Kruger, Henry Daniell, Scotty Beckett
regia di W. S. Van Dyke



Maria Antonietta


La vita di Maria Antonietta romanzata in funzione della love story tra la regina e il conte Axel von Fersen. La ragazzina sprovveduta che arriva quindicenne dall’Austria si trova di fronte l’impacciato Delfino, i primi anni di matrimonio senza nessun peso a corte fronteggiando la sferzante ironia di Madame du Barry portano Maria Antonietta all’esasperazione e la trasformano in una donna fatua fino all’incontro con Fersen.
Dopo l’ennesimo litigio pubblico con la du Barry, Maria Antonietta sta per essere ripudiata e rispedita in Austria e tutti i suoi amici l’abbandonano tranne Fersen che si fa avanti proprio in quel momento ma il re muore la notte stessa e Maria Antonietta si ritrova regina e Fersen la lascia ai suoi doveri di sovrana a cui Maria Antonietta si applica con impegno, ma le pessime condizioni economiche della nazione e le calunnie dei suoi nemici che imbastiscono anche lo scandalo della collana, rendono la regina odiata dai francesi. Dopo la Rivoluzione, sarà il conte Fersen a organizzare il tentativo di fuga dei sovrani e riuscirà a vederla ancora un’ultima volta prima che la regina venga ghigliottinata.



Marieantoinette


Uno dei film più costosi della storia del cinema memorabile per la sua opulenza: costumi ricchissimi, parrucche elaborate, mobilio d’epoca fatto arrivare dalla Francia (si chiese persino di girare a Versailles!) e addirittura una partitura musicale di alcuni minuti che anticipa i titoli di testa (overture) divide i due tempi (entr’acte) e chiude il film.
Anche la regia di W. S. Van Dyke II è altisonante con ariosi carrelli che sottolineano la vastità degli ambienti, le numerose comparse dei balli e delle scene di massa inerenti alla rivoluzione, quando la scenografia si fa più contenuta si punta tutto sul pathos della drammatica fine degli ultimi sovrani Capetingi.



Dubarry


La pellicola fu l’ultimo progetto del tycoon  Irving Thalberg, scomparso nel 1936 durante l’organizzazione del film, a interpretare Maria Antonietta c’è la sua vedova, la diva Norma Shearer: se è ovviamente fuori parte nei panni dell’adolescente sprovveduta, l’attrice riesce a disegnare tutta la parabola della sovrana e spicca nella seconda parte nella trasformazione da magnifica regina a povera condannata a morte, praticamente irriconoscibile; la sua performance ricevette una nomination agli oscar e le fece vincere la Coppa Volpi a Venezia.
Per il ruolo di  Luigi XVI si era pensato a Charles Laughton abbastanza restio ad accettare la parte che andò quindi a Robert Morley, la somiglianza fisica e la recitazione contenuta si dimostrano apprezzabili.
Per il ruolo di Fersen la MGM si fece prestare un divo di punta della Fox, Tyrone Power: la parte è abbastanza marginale anche se l’assunto del film è proprio il grande amore ostacolato tra Maria Antonietta e il conte, il cast è del resto notevole per molti dei ruoli sempre molto secondari rispetto a quello della Shearer praticamente sempre in scena, fortunatamente con perizia.

L’implacabile condanna

The Curse of the Werewolf
GB 1961 Hammer Film
con Clifford Evans, Oliver Reed, Yvonne Romain, Catherine Feller, Anthony Dawson, Richard Wordsworth, Warren Mitchell, Ewen Solon
regia di Terence Fisher


L'implacabilecondanna


Un mendicante arriva al castello di un nobile il giorno del suo matrimonio, per salvarlo dalle gradevolezze del marito, la sposa lo accetta come schiavo ma ben presto il poveraccio viene rinchiuso nella torre del castello e dimenticato; ad occuparsi di lui resta solo la figlia muta del carceriere e quando la ragazza rifiuta le avance del vecchio padrone viene rinchiusa in cella assieme al vecchio che la violenta. La donna uccide il marchese e fugge nel bosco dove viene ritrovata dopo alcuni mesi dalla governate del signor Corledo. Accolta in casa, la donna partorisce dando la luce un figlio proprio la notte di Natale, (presagio funesto) e strani fenomeni si manifestano il giorno del battesimo del piccolo Leon che ben presto rivela di essere un lupo mannaro…



Thecurseofwerewolf


Il solo film sui lupi mannari della Hammer s’ispira al romanzo The Werewolf of Paris di Guy Endore;
perché L’implacabile condanna resti l’unica pellicola sui lupi mannari della celebre casa di produzione inglese lo spiega l’andamento molto lento del film che pur sviluppando un’idea originale della licantropia, fatica a trovare una sua peculiarità stilistica: quando si capisce la natura del piccolo Leon avviene mostrando dei canini da vampiro, anche le scene della folla inferocita all’inseguimento dell mostro richiama Frankenstein se non addirittura il Gobbo di Notre Dame visto che la morte della belva avviene in una torre campanaria.



Thecurseofthewerewolf


A differenza de L’Uomo Lupo della Universal, la cui idea nasce dallo stesso romanzo di Endore, Leon non è afflitto da una maledizione ma la sua licantropia è congenita ed ereditaria, una tara morale nata dal vizio e dall’ignoranza: il mendicante che lo genera finisce dimenticato in galera perché si permette un augurio malizioso al marchese e alla sua sposa che si stanno ritirando per consumare la prima notte di nozze.
La madre di Leon è una povera ragazza destinata a subire ma che non esita a ribellarsi uccidendo il marchese che pensava di averla domata facendole passare una notte in cella, la fuga la vita randagia nel bosco non possono che esasperare gli istinti animaleschi della fanciulla e in Leon la licantropia emerge quando il ragazzino assaggia involontariamente il sangue di uno scoiattolo che il guardacaccia del paese aveva ucciso nel tentativo di insegnargli a sparare.



L'implacabile condanna


Lo stesso parroco del villaggio a cui Don Alfredo racconta le sue apprensioni sul ragazzo, spiega la licantropia come un fenomeno curabile con l’affetto quindi l’amorevole presenza di Don Alfredo tiene a bada il lato belluino di Leon che esplode quando il suo amore per la bella Cristina viene frustrato dato che il padre di lei, nonché suo datore di lavoro, vuole che la figlia sposi un possidente, l’alcol e l’eccitazione sessuale di una notte trascorsa in un postribolo porteranno Leon ad uccidere anche l’amico Josè e a far scoprire a tutti la sua “vera” natura.
Ad interpretare il licantropo c’è Oliver Reed al suo primo ruolo da protagonista, anche se entra in scena a metà film, dato che la pellicola si dilunga a raccontare la genealogia del mostro e la trasformazione avviene solo nella sequenza finale, l’attore,co,unque, grazie allala prestanza fisica, il collo sempre incassato tra le spalle possenti, riesce a rendere l’idea di una rabbia perennemente e faticosamente trattenuta.



L'implacabile condanna


Il film è ambientato in Spagna solo per poter utilizzare il set già pronto per un film sull’inquisizione che non venne realizzato.

L’isola del diavolo

Strange Cargo
USA 1940 MGM
con Joan Crawford, Clark Gable, Ian Hunter, Peter Lorre, Paul Lukas, Albert Dekker, J. Edward Bromberg, Eduardo Ciannelli, John Arledge, Frederick Worlock, Bernard Nedell, Victor Varconi
regia di Frank Borzage



Strange cargo

André Verne è appena uscito dalla cella d’isolamento ma si dice pronto a tentare nuovamente la fuga dalla colonia penale dell’Isola del Diavolo. Riesce a intrufolarsi nella camera di Julie, una chanteuse di un locale malfamato ma la ragazza lo denuncia alle guardie che lo stanno cercando. Nonostante questo a Julie viene dato il foglio di via e pur di sfuggire alle viscide attenzioni di  Msr. Pig finisce per incontrare di nuovo Verne che sta raggiungendo degli altri galeotti che hanno tentato la fuga. Nel gruppo di fuggitivi c’è il misterioso Cambreau, un carcerato che nessuno sembra conoscere ma che in breve tempo diventa l leader del gruppo: sa sempre cosa sta per accadere e mette i galeotti di fronte alle loro responsabilità nei momenti più drammatici.



Strange cargo

Uno strano film dove l’avventura si mescola con il tema cristologico pervadendo la pellicola di un vago senso di mistero e senza mai scadere nel ridicolo, unico merito riconosciuto alla pellicola.
Cambreau è una figura che appare all’improvviso coprendo uno dei tanti tentativi di fuga di Verne, forse più che una figura messianica è l’angelo custode del protagonista, visto che la misteriosa figura fa di tutto perché lui e Julie non si macchino di colpe indelebili come l’omicidio mentre alcune figure secondarie sembrano volutamente lasciate al loro destino, penso al giovane Dufond.
Peter Lorre è solo un nome di richiamo e viene sotto utilizzato, Msr. Pig è un losco figuro che vivacchia ai margini della colonia senza che il suo compito sia meglio definito, da sempre invaghito di Julie riesce quasi ad averla con il ricatto: avendo capito che Verne non è annegato in mare, come pensano i poliziotti, promette a Julie che il suo amato Verne sarà libero di andarsene, a patto che lei resti con lui



L'isola del diavolo

A funzionare piuttosto bene è il lato sentimentale della vicenda con i dubbi reciproci di due cuori induriti da scelte sbagliate, ovviamente gran parte del merito è nella chimica tra i due protagonisti che avevano girato insieme ben otto film, L’isola del diavolo compreso, che è rimasto negli annali proprio per esser la loro ultima interpretazione insieme.

Alice nel Paese delle Meraviglie

Alicenelpaesedellemeraviglie

Alice in Wonderland
USA 1951 Walt Disney
regia di Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson

Durante una noiosa lezione di storia, impartita dalla sorella maggiore, Alice si distrae con suo gattino Oreste e quando vede passare un frettoloso Bianconiglio decide di seguirlo dentro una tana, cadendo letteralmente in un mondo fantastico dove incontra una serie di strani personaggi che la guidano nel suo viaggio surreale.

Ispirato ai due romanzi di Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, il cartoon è l’opera più originale di Walt Disney che alla figura di Alice si era dedicato fin dagli esordi. Il progetto della pellicola fu accarezzato a lungo e accantonato per dedicarsi a opere che decretarono il successo della casa d’animazione americana e solo nel 1945 Walt Disney ritenne che fosse arrivato il momento per cimentarsi con il classico di Carroll. Fantasmagorico e surreale, con una vena anarcoide, Alice nel paese delle meraviglie risultò comunque in anticipo sui tempi e non ottenne un grande successo al botteghino, fu riscoperto all’avvento della cultura hippy che vedeva nell’avventura della ragazzina un viaggio lisergico ovviamente la conformista Disney cercò di prendere le distanze da questa lettura, resta il fatto che ancora oggi per apprezzare il cartone conviene mettere da parte la razionalità (soprattutto se si guarda la versione con il doppiaggio originale in cui la vocetta querula della protagonista è particolarmente odiosa) e abbandonarsi al piacere delle creazioni fantastiche che ci hanno regalato figure indimenticabili come il Brucaliffo, Lo Stregatto e i non compleanni del Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile.

La visita

Italia 1964
con Sandra Milo, François Périer, Mario Adorf, Gastone Moschin, Angela Minervini, Didi Perego, Paola Del Bon
regia di Antonio Pietrangeli



Lavisita


Pina e Adolfo, conosciutisi grazie a una rubrica per cuori solitari, finalmente s’incontrano: è il commesso romano che va a trovare la donna. Non ci vuole molto perché i due capiscano di avere ben poco in comune ma la disperata solitudine li porta a trascorrere la notte insieme per poi ritrovarsi la mattina ancora più imbarazzati.



La visita


La visita è un’altra perla dimenticata di Pietrangeli che ha in comune con il capolavoro Io la conoscevo bene l’uso della colonna sonora: le canzoncine spensierate degli anni ’60 evidenziano per contrasto la disperazione e la pochezza dei protagonisti.



Lavisita


Adolfo De Palma, in particolare, è davvero un essere mediocre, venale cinico e borioso, esasperazione di tutti i difetti della romanità e il film vuole essere anche uno spaccato tra città e provincia, realtà sociali le cui distanze si acuiscono durante il boom economico. Adolfo è partito per la visita alla papabile fidanzata di nascosto, millantando una scusa sul lavoro mentre Pina, impiegata al consorzio agrario, ha condiviso con tutto il paese l’imminente arrivo dello spasimante che viene accolto con troppa confidenza per i gusti snobisticamente distaccati del romano, scandalizzato soprattutto da Cucaracha, il matto del paese mantenuto senza problemi da tutta la comunità.



La visita


Indubbiamente il regista parteggia per la protagonista: in fondo Pina un amore ce l’avrebbe già, il camionista Renato che però è sposato con due figli, quindi, per mantenere la reputazione e sfuggire alla solitudine, Pina è costretta a cercarsi un compagno con la benedizione dell’amante anche se i loro addii hanno un velato strazio da amore vero ma quella era l’Italia dieci anni prima dell’entrata in vigore del divorzio.



Lavisita


Ottima prova dei protagonisti, bravo il francese François Périer ma insuperabile Sandra Milo che s’inbruttisce con un culone finto e il volto pesantemente truccato quasi una maschera felliniana alla Cabiria; esilarante la sequenza nella sala d’aspetto ad inizio film: tra i tentativi di raddrizzare il poster della Torre di Pisa e i soliloqui scoppiano a ridere alle spalle della culandra anche le due integerrime suorine; resta davvero toccante il volto rigato di lacrime della donna nella sera piovosa che porta Pina a proporsi nella rubrica per cuori solitari.

Le 5 schiave

Marked Woman
USA 1937 Warner Bros
con Bette Davis, Humphrey Bogart, Lola Lane, Isabel Jewell, Jane Bryan, Eduardo Ciannelli, Mayo Methot, Rosalind Marquis, John Litel, Raymond Hatton
regia di Lloyd Bacon



Markedwoman


Prendendo possesso del Club Intime, il boss Johnny Vanning ha in mano l’intero racket dei locali notturni e anche alle cinque entraîneuse del locale non resta che accettare la protezione del boss. Una notte Mary viene riaccompagnata a casa da un cliente che le confida di aver pagato con un assegno scoperto i debiti di gioco, la ragazza lo consiglia di lasciare in fretta la città ma l’uomo viene ritrovato morto con in tasca il numero di telefono di Mary. Per sbugiardare il giovane procuratore  David Graham, l’avvocato di Vanning convince Mary a indicare come killer due membri della gang che in quei giorni erano in galera. A pagare lo scotto del falso processo sarà Betty, sorella minore di Mary arrivata in città a sorpresa proprio il giorno in cui la sorella è stata arrestata, scandalizzata dalla sua vita equivoca rifiuta di tornare all’Università e una sera finisce per partecipare a una festa organizzata da Vanning ma quando il suo accompagnatore allunga le mani oppone resistenza e Vanning la butta giù dalle scale impedendo che vengano chiamati i soccorsi. Mary denuncia la scomparsa della sorella e Vanning la fa picchiare e sfregiare ma la donna non si lascia intimidire e convince anche le sue colleghe a testimoniare contro il boss.


Marked


Duro melodramma della Warner liberamente ispirato alle vicende di Lucky Luciano che mette in campo le due star di punta: Bette Davis e l’emergente Humphrey Bogart ed è interessante confrontare la recitazione drammatica della Davis con quella trattenuta di Bogey, ricordando che per questo film Bette Davis vinse la Coppa Volpi a Venezia.


Le cinque schiave

La tematica del film sarebbe stata ottima per un film pre-code dove la violenza e i riferimenti sessuali erano espliciti, il Codice Hayes entrato in vigore nel 1934 porta invece una forte censura così le cinque prostitute diventano “hostess” e anche la scena dello stupro di Betty venne tagliata. Il film punta quindi sul realismo tanto che uno dei gangster di Vanning faceva veramente parte della gang di Lucky Luciano; il boss viene interpretato dall’attore e baritono italiano Eduardo Ciannelli, scelto proprio per una vaga somiglianza



Le5schiave

Nonostante la mancata esplicitazione il tema risulta ben chiaro e il film regge bene salvo smorzarsi nella retorica dell’arringa finale di Graham che pur ammettendo la dubbia moralità delle donne riconosce loro il merito di essere le uniche ad avere avuto il coraggio di schierarsi contro Vanning ben consce dei rischi che correvano. Finito il processo le cinque ragazze spariscono nella nebbia della città.


Le5schiave

Sul set nasce l’amore tra Bogart e Mayo Methot l’attrice che diventerà la sua prima moglie.

Crimen

Italia 1960
con Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Franca Valeri, Dorian Gray, Bernard Blier, Georges Rivière, Tino Scotti
regia di Mario Camerini



Crimen-


L’edicolante Quirino Filonzi e la moglie Giovanna stanno andando a Montecarlo per restituire il bassotto perso da una ricca olandese, sul treno Roma Montecarlo incontrano il commendatore Franzetti che vorrebbe comprare la bestiola per far contenta la moglie, sempre Franzetti sul treno dispensa consigli ai coniugi Capretti che vanno a Montecarlo per tentar la sorte per potersi mettere in proprio. Quando i Filonzi arrivano alla villa scoprono che la vecchia signora è stata uccisa e temendo di essere sospettati del delitto fuggono maldestramente e coinvolgono nelle indagini anche le persone conosciute casualmente in treno. Con molta pazienza il commissario di polizia riuscirà a districarsi tra le bugie dei sei italiani e una volta risolto il caso farà loro una bella paternale così, nel viaggio di ritorno i sei saranno gli unici a collaborare con la polizia per un omicidio avvenuto in treno ma ancora una volta le loro testimonianze saranno così contraddittorie da finire nuovamente tra i sospettati.



Crimen mangano


Mario Camerini, regista eclettico del cinema italiano, noto soprattutto per le commedie degli anni ’30 con Vittorio De Sica, si cimenta con Crimen nella nascente commedia all’italiana disegnando sei tipi d’italiani all’estero con i difetti più classici: Alberto Sordi è il commendator Alberto Franzetti che ha giurato alla moglie di liberarsi del vizio del gioco (è andato anche da Padre Pio!) e sul treno millanta di aver ritrovato la morigeratezza salvo la sera stessa giocare contemporaneamente a più tavoli senza esser neppure passato a salutare la moglie che ovviamente nel frattempo si è fatta un amante, notizia che non sconvolge più di tanto Franzetti quando intuisce che l’adulterio può tornargli utile per liberarsi dei sospetti dell’omicidio della vecchia signora.



Crimen


I Capretti sono due parrucchieri che vorrebbero mettersi in proprio e sono andati a Montecarlo per tentare la sorte con i loro pochi risparmi, il marito vedendo in azione Franzetti si attacca a lui per racimolare qualcosa mentre la moglie, che pure era restia all’idea di giocarsi i risparmi, finisce per vincere una bella cifra e perderla poco dopo. Marina Capretti è interpretata da Silvana Mangano, bellissima e molto brava nella parte della parvenu che appena entrata nel casinò vuole incontrare la principessa Grace e altri vip, ostenta una classe che non ha ma ha la forza di trascinarsi fino in bagno prima di urlare tutta la sua disperazione.



Crimen


Quirino Filonzi è un edicolante succube della moglie che con le sue pensate geniali finisce per inguaiarli sempre più più: esilarante la scena in cui Giovanna cerca di annegare il cagnolino e finisce per rischiare la vita.
La trama è un po’ sfilacciata, le coppie interagiscono poco tra di loro ma la pellicola sa regalare momenti gustosi, anche la parodia del thriller con la scoperta del cadavere funziona.
Lo stesso Camerini gira il remake (che dicono superiore) nel 1971: Io non vedo, tu non parli, lui non sente mentre è dimenticabile il remake americano del 1992, Sette criminali e un bassotto.