Alice nel Paese delle Meraviglie

Alicenelpaesedellemeraviglie

Alice in Wonderland
USA 1951 Walt Disney
regia di Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson

Durante una noiosa lezione di storia, impartita dalla sorella maggiore, Alice si distrae con suo gattino Oreste e quando vede passare un frettoloso Bianconiglio decide di seguirlo dentro una tana, cadendo letteralmente in un mondo fantastico dove incontra una serie di strani personaggi che la guidano nel suo viaggio surreale.

Ispirato ai due romanzi di Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, il cartoon è l’opera più originale di Walt Disney che alla figura di Alice si era dedicato fin dagli esordi. Il progetto della pellicola fu accarezzato a lungo e accantonato per dedicarsi a opere che decretarono il successo della casa d’animazione americana e solo nel 1945 Walt Disney ritenne che fosse arrivato il momento per cimentarsi con il classico di Carroll. Fantasmagorico e surreale, con una vena anarcoide, Alice nel paese delle meraviglie risultò comunque in anticipo sui tempi e non ottenne un grande successo al botteghino, fu riscoperto all’avvento della cultura hippy che vedeva nell’avventura della ragazzina un viaggio lisergico ovviamente la conformista Disney cercò di prendere le distanze da questa lettura, resta il fatto che ancora oggi per apprezzare il cartone conviene mettere da parte la razionalità (soprattutto se si guarda la versione con il doppiaggio originale in cui la vocetta querula della protagonista è particolarmente odiosa) e abbandonarsi al piacere delle creazioni fantastiche che ci hanno regalato figure indimenticabili come il Brucaliffo, Lo Stregatto e i non compleanni del Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile.

Alice in Wonderland

Alice Kingsleigh e’ una ragazza diciannovenne decisamente troppo emancipata per l’epoca vittoriana: il giorno in cui il giovane lord Ascot la chiede in moglie, la ragazza decide di seguire un bianconiglio con l’orologio e si rituffa nell’avventure della sua infanzia che credeva essere solo un sogno…

AliceInWonderland

Tim Burton rilegge i personaggi di Alice nel paese delle meraviglie secondo la sua poetica: sono tutti freak con un lato oscuro ed anche i personaggi piu’ perfidi hanno un risvolto umano. Cosi’ non si puo’ non provare simpatia per la macrocefala Regina Rossa la cui crudelta’ nasce dal senso d’inferiorita’ verso la bellissima sorella, la leziosissima Regina Bianca. Anche nei nomi, Iracebeth e Mirana, la lotta tra le due sorelle regine richiama lo scontro tra Elisabetta I e Maria di Scozia, si intravede anche il quadro di un antenato ispirato al notissimo ritratto di Enrico VIII. Burton omaggia nella sua Regina Rossa Bette Davis, che vesti’ per ben due volte i panni dell’augusta sovrana ne Il conte di Essex e ne Il favorito della grande regina, fim che narrano i tormentati amori di Elisabetta con i suoi sottoposti, ripresi dalla passione che Iracebeth nutre per Stayne, il Fante di Cuori. E in fondo anche Anne Hathaway interpreta una regina Bianca che potrebbe ricordare la Maria Stuarda di Katherine Hepburn, esasperando le movenze che per un certo periodo fecero della Hepburn il veleno dei botteghini.
Johnny Depp, nei panni del Cappellaio Matto dimostra per l’ennesima volta la qualita’ della sua collaborazione con Tim Burton dando alla follia del cappellaio una vena drammatica perche’ la sua pazzia e’ frutto del dolore provocato dalla guerra e dalla distruzione.
Purtroppo la seconda parte del film trasforma il possibile ennesimo capolavoro in un‘opera minore. Man mano che la vicenda procede ci si discosta dalle peculiarita’ visive burtoniane, ad esempio mancano i suoi vertiginosi dolly verticali o a volo d’uccello, per sostituirle con un immaginario fantasy di mostri e scontri con armi magiche che hanno il sapore gia’ visto de Il signore degli anelli o Le cronache di Narnia e addirittura un retrogusto alla Harry Potter. Anche il finale cosi’ accomodante e la morale dell’essere quel che si e’, molto disneyana, tradiscono la teoretica burtoniana per sconfinare nel prodotto mainstream piu’ attuale testimoniato anche dalla canzone di Avril Lavigne piazzata in malo modo sui titoli di coda ad interrompere le musiche stranianti del fidato Danny Elfmann.
Andrebbe indagato se queste pecche nascono da pressioni della casa di produzione, in ogni caso possiamo accontentarci di quel che resta comunque un ottimo film firmato Tim Burton.