L’odore della notte

L'odoredellanotteItalia !998 Filmauro
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Emanuel Bevilacqua, Giorgio Tirabassi, Little Tony, Alessia Fugardi, Francesca D’Aloja, Raffaele Vannoli
regia di Claudio Caligari

Ascesa e caduta di Remo Guerra, poliziotto, ben presto ex, che dalle borgate romane crea una banda che per anni terrorizza la Roma bene con violente rapine in villa.

Il secondo film dei tre diretti in oltre 30 anni da Claudio Caligari è spirato al romanzo Le notti di Arancia meccanica di Dido Sacchettoni ispirato a fatti veri di una banda di rapinatori particolarmente violenti che hanno terrorizzato Roma tra il 1979 e il 1983.
Dopo la morte del regista nel 2015 e l’uscita postuma di Non essere cattivo, anche i suoi due lavori precedenti sono stati rivalutati dato che formano una sorta di trilogia sulla vita tossica e/o violenta delle borgate romane indagando particolarmente il periodo che dai tardi anni’70 arriva agli anni ’90 dell’ultimo lavoro.




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L’odore della notte è forse l’opera più ambiziosa delle tre: non manca l’imprescindibile sguardo pasoliniano verso i ragazzi di borgata che possiamo riconoscere soprattutto nel personaggio di Giorgio Tirabassi, il rapinatore “che ci mette il cuore” e finisce per riciclarsi come barista del locale rilevato con i soldi delle rapine. All’eredità pasoliniana Caligari unisce una cultura cinefila internazionale che parte dal nichilismo di Pickcpocket di Robert Bresson e tramite Melville lambisce anche l’ondata di noir di Hong Kong dei tardi anni 80: quel cappotto così lungo e nero indossato da Remo ricorda gli spolverini di A Better Tomorrow, nella violenza della prima scena quando Remo, Maurizio e Roberto si trovano incastrati tra le auto dei ricconi e inseguiti dalla polizia con il lancio al rallenti dei soldi quando riescono a imboccare il raccordo vedo molto dello stile di John Woo.
Anche il noir americano è presente: Remo davanti allo specchio o che scalcia il televisore dopo aver puntato con la pistola le ballerine del balletto di Cicale di Heather Parisi richiamano Taxi Driver e l’ironia che pervade tutto il film ha un sapore tarantiniano: di culto a scena in cui Little Tony, nei panni di sé stesso, viene costretto a cantare Un cuore matto.
Non solo il noir contemporaneo è espressamente citato da Caligari ma mostra in televisione la famosa inquadratura di Assalto al treno del 1903 in cui il bandito spara direttamente alla macchina da presa (ergo allo spettatore), scena che viene ripresa nei titoli di coda con Mastandrea che spara in camera il titolo del film.




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Se l’ironico gioco citazionista non fu capito all’epoca di certo L’odore della notte è stato fondamentale per Romanzo Criminale la serie: basta pensare che nel film di Caligari si vedono le nozze di Maurizio e sempre Marco Giallini nei panni del Teribbile viene ucciso mentre si svolge un matrimonio in Romanzo Criminale. Sospetto, ma dovrei controllare, che la fontana dove muore il Freddo sia la stessa dove viene trovato moribondo Remo ferito da un poliziotto.
Se Non essere cattivo ci ha confermato il talento dei due protagonisti Luca Marinelli e Alessandro Borghi, anche ne L’odore della notte Caligari ha confermato la sua capacità di scovare talenti: Mastandrea, Giallini e Tirabassi sono attualmente tra gli attori più noti e quotati del piccolo e del grande schermo

La notte ha mille occhi

Night has a Thousand Eyes
USA 1948 Paramount
con Edward G. Robinson, Gail Russell, John Lund, William Demarest, Virginia Bruce, Jerome Cowan
regia di John Farrow




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Il mentalista John Triton si esibisce nelle fiere in compagnia della bella assistente e fidanzata Jenny e dell’amico Whitney Courtland che accompagnando al piano l’esibizione di Triton fornisce gli indizi per risolvere gli indovinelli ma il sedicente mago inizia a sviluppare veri poteri paranormali con delle visioni che anticipano il futuro. Ad esempio vede che l’amata Jenny morirà di parto dando alla luce il loro figlio quindi per salvarla decide di andarsene. Jenny sposa Whitney che nel frattempo è diventato un magnate del petrolio seguendo un consiglio di Triton, la donna muore comunque diparto dando alla luce  Jean, la figlia di Curtland. Dopo vent’anni Triton ha un altra visione relativa a Whitney e cerca di avvisarlo ma arriva troppo tardi, le sue visioni sulla giovane ereditiera in pericolo continuano e il veggente fa di tutto per salvarla, rischiando la galera e rimettendoci la vita.




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Dal racconto omonimo di Cornell Woolrich un interessante thriller dalle sfumature sovrannaturali che inizia con il tentativo di suicidio di Jean Curtland salvata dal fidanzato Elliott Carson che è stato indirizzato sul luogo da Triton, ai due giovani il veggente racconta, tramite una serie di flash back, come ha scoperto il suo potere che non si è mai rivelato utile per salvare qualcuno portandolo così all’isolamento fino a quando la famiglia dei suoi vecchi amici ha incrociato di nuovo la sua strada.




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John Farrow firma un noir incalzante che avvince lo spettatore: certamente Triton oppresso dal complesso di Cassandra difficilmente può essere l’assassino, più probabile puntare sul fidanzato troppo presente e forse il punto debole è di non aver dato indizi sul vero colpevole che puntava a rilevare le quote in scadenza dei pozzi petroliferi di Curtland, risoluzione del mistero un poco frettolosa ma quello che davvero funziona nel film è il senso di angoscia di Triton e il senso di oppressione del destino apparentemente ineluttabile di Jean Courtland.

Il castello di Dragonwyck

Dragonwyck
USA 1946 20th Century Fox
con Gene Tierney, Walter Huston, Vincent Price, Glenn Langan, Anne Revere, Vivienne Osborne, Harry Morgan, Connie Marshall, Jessica Tandy, Spring Byington
regia di Joseph L. Mankiewicz



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Miranda Wells, giovane figlia di agricoltori, viene invitata da un lontano parente della madre, il latifondista Nicholas Van Ryn, a trasferirsi nel suo castello come istitutrice e dama di compagnia della giovane figlia Katrine. Miranda è entusiasta del trasferimento e si invaghisce di Nicholas che pure è un desposta con i suoi mezzadri e intimorisce moglie e figlia. Poco tempo dopo la morte della prima moglie di Nicholas, l’uomo chiede a Miranda di sposarlo, il loro sembra un matrimonio felice fino alla morte del primogenito, fatto che Van Ryn non riesce ad accettare e in camera della moglie compare una pianta di oleandro, come era accaduto per la prima moglie ma il dottor Jeff Turner, da sempre innamorato di Miranda, riesce a sventare il secondo avvelenamento.




Dragonwyck


Dall’omonimo romanzo di Anya Seto, una cupa variante sul tema di Barbablù, sostenuta da un bianco e nero fortemente contrastato dove prevalgono i toni scuri come gli abissi dell’animo di Nicholas Van Ryn superbamente interpretato da Vincent Price, ben prima di diventare un’icona del cinema horror; il suo personaggio è roso dall’alterigia per la nobiltà delle proprie origini e non sarebbe mai disposto a rinunciare al suo diritto al latifondo che stride con i principi americani. Ossessionato dalla perfezione della propria genealogia esternato nel fastidio verso Peggy, la camieria zoppa e soprattutto ossessionato dall’idea di avere un figlio maschio per proseguire la stirpe, Van Ryn finisce vittima della droga dopo che neppure la seconda moglie riesce a dargli l’agognato erede.




Dragonwyck


Miranda Welles è una diciottenne che sogna di vedere il mondo e lasciare il
Connecticut, la sua ingenuità è compensata dagli insegnamenti puritani del padre, un intenso Walter Huston, che le permettono di non subire i modi scostanti della nobiltà newyorkese e le attirano le simpatie del Dr. Turner, il medico dei contadini di Van Ryn, da sempre in aperto contrasto con il proprietario terriero.




Dragonwyck


Se molto spazio è dato allo scontro di classe, l’aspetto gotico della trama è rappresentato dalla leggenda dell’antenata dei Van Ryn che ha maledetto la stirpe dopo che il marito le aveva strappato il figlioletto per allevarlo secondo le regole del casato: tutti i Van Ryn la sentono suonare l’amato arpicordo ogni volta che una tragedia si sta per abbattere sulla famiglia.




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Il castello di Dragonwyck avrebbe dovuto portare la firma di Ernst Lubitsch, che già malato, si limita alla produzione e lascia la regia all’esordiente Joseph L. Mankiewicz.

Il club dei mostri

The Monster Club
GB 1980
con Vincent Price, John Carradine, Donald Pleasence, Stuart Whitman, Richard Johnson, Barbara Kellerman, Britt Ekland, James Laurenson
regia di Roy Ward Baker




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Per risarcire lo scrittore horror Chetwynd-Hayes di essersi lasciato morsicare, il vampiro Eramus conduce il romanziere in un club di mostri allo scopo di raccontargli alcune storie che potrebbero essere utili al suo lavoro.
La prima è quella di Raven, un Shadmock (fischiamorte) che vive appartato in una grande villa facendo l’antiquario. S’innamora di Angela, la nuova segretaria ma la ragazza vuole solo derubarlo su consiglio del fidanzato e quando Raven scopre tutto emette il suo fischio nefasto.
Il secondo racconto riguarda la famiglia del vampiro  Lintom Busotsky che era stato un timido bambino avvicinato dai “mistici” il ramo della polizia che voleva estirpare il vampirismo. Tramite il piccolo Lintom, Pickering, il capo dei mistici, scopre dove si rifugia il padre del ragazzino e gli conficca un paletto nel cuore ma l’astuto genitore sfugge alla morte grazie a un giubbotto antipaletto(!) e riesce a vampirizzare il nemico.
Il terzo episodio riguarda i Ghouls, esseri che si nutrono di cadaveri, e vivono in un paesino isolato che un regista raggiunge cercando la location più adatta per un film dell’orrore. Lo aiuta Luna, una Hum-ghoul (figlia di un’umana e un ghoul) che vorrebbe vivere una vita normale ma la ragazza muore durante la fuga e anche il regista non riesce a sfuggire al destino.
Dopo quest’interessante serata il vampiro Eramus convince gli altri mostri ad accettare nel club Chetwynd-Hayes in quanto rappresentante della razza umana, la più violenta e omicida che abbia abitato il pianeta.




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Ultimo film prodotto dalla Amicus, una casa cinematografica inglese specializzata soprattutto in produzioni horror, come la Hammer. E’ anche l’ultimo film del regista Roy Ward Baker, noto regista di pellicole dell’orrore ma che ha firmato anche La tua bocca brucia, il film che ha rivelato le doti drammatiche di Marilyn Monroe.
Gli episodi de Il club dei mostri spaziano per temi ed atmosfere, The Shadmock punta sulla tristezza malinconica del protagonista di buon cuore vittima del suo orribile aspetto, The Vampires è sicuramente il capitolo più debole che gioca smaccatamente con l’ironia dei mostri dalla vita “normale”: la madre di Lintom non è una vampira ma una perfetta casalinga e al bambino viene accuratamente tenuta nascosta la vera natura del padre, come poi il ragazzino sia diventato a sua volta vampiro (ereditarietà?) non è dato sapere.




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L’ultimo episodio è sicuramente quello più interessante dove i toni horror sono quelli dominanti, c’è tanto di vecchio diario tra le braccia del prete inscheletrito che racconta come i ghouls si sono inpossessati del villaggio e il racconto è fatto tramite disegni di gusto vittoriano con la voce off del regista che legge il resoconto. L’impossibilità dell’uomo di sfuggire al villaggio maledetto nonostante sia arrivato fino all’autostrada e aiutato dalla polizia, dona al capitolo una nota inquietante.
I tre racconti sono legati dalle scene all’interno del club, un vero e proprio locale alternativo dove si esibiscono gruppi punk-rock (B.A.Robertson, The Viewers e The Pretty Things) con uno spogliarello che arriva a mostrare anche le ossa della ballerina. Forme di umorismo nero dai tocchi surreali.




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Il monologo di Vincent Price sulla mostruosità della razza umana è diventato abbastanza celebre anche se non aggiunge nulla di nuovo al tema.

Per favore… non mordermi sul collo

The Fearless Vampire Killers
USA 1967 MGM
con Jack MacGowran, Sharon Tate, Roman Polanski, Ferdy Mayne, Alfie Bass, Jessie Robins, Iain Quarrier, Terry Downes, Fiona Lewis
regia di Roman Polanski



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Il professore Abronsius ha rinunciato anche alla carriera universitaria per approfondire gli studi sul vampirismo e col fido, quanto pauroso, assistente Alfred sta attraversando la Transilvania a caccia di vampiri ma il rischio di congelamento lo costringe a fermarsi in una locanda completamente addobbata d’aglio. Abronsius intuisce di essere arrivato alla sua meta e quando Sarah, la bella figlia del locandiere Schagal che vive segregata in casa, viene rapita, il padre parte alla sua ricerca ma torna cadavere e dissanguato. La moglie non ha il coraggio di trafiggerlo con il paletto di frassino così Abronsius e Alfred seguendo il novello vampiro, raggiungono il castello del Conte Von Krolock dove Alfred ritrova Sarah di cui si era invaghito e trova il coraggio per salvarla ma la ragazza è già stata vampirizzata.



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Raffinatissima parodia dei film sui vampiri della Hammer a cui Polanski aggiunge il suo tocco personale riappropriandosi di un mito delle sue terre d’origine vista l’infanzia trascorsa in Polonia con i tocchi surreali dei congelamenti, il regista insiste molto sul gelo e la neve: credo che Per favore… non mordermi sul collo sia l’unico film di vampiri dove i foschi paesaggi transilvanici siano raggelati dalla neve invernale (il film è stato girato in Italia, nei dintorni di Ortisei) e resi quasi romantici dall’eterno plenilunio.



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La trama presenta tutti i topos classici dei film di vampiri: il villaggio tiranneggiato dal non morto, il castello avito, il conte elegante e seducente (in questo caso anche con figlio, il giovane conte Herbert con tendenze omosessuali) e ovviamente lo studioso antagonista del vampiro.
Polanski rilegge tutti i punti salienti secondo una comicità molto fisica, puro slapstick che sembra ispirarsi a Buster Keaton e per sé ritaglia il ruolo del timoroso Alfred, incapace di piantare il paletto nel cuore ai vampiri che dormono nella cripta ma pronto a tutto per amore della bella Sarah anche ad intrufolarsi con Abronsius al ballo dei vampiri che culmina con la scoperta dei tre “viventi” perché gli unici a riflettersi in uno specchio, rovesciando così l’uso di uno degli strumenti classici per scoprire i vampiri.



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Ad interpretare Sarah c’e Sharon Tate, la sfortunata moglie del regista uccisa dalla cricca di Charles Manson, Polanski la chiama a sostituire  Jill St. John imponendole però l’uso di una parrucca rossa.



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La componente formale del film del resto è molto rilevante, sia nell’uso del colore che nella composizione dell’immagine; ho notato anche riferimenti alla storia dell’arte: il nome Schagall del locandiere ebreo non può che far pensare al celebre pittore nonostante la grafia diversa, la galleria degli avi del conte Von Krolock presenta una serie di orride facce nelle vesti di celebri quadri, come il Ritratto di giovane donna di Rogier van der Weyden mentre nella locanda e tra i suoi avventori regna la stessa atmosfera di ottusa povertà de I mangiatori di Patate di Van Gogh.

5 bambole per la luna d’agosto

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Italia 1970 P.A.C.
con Ira Fürstenberg, William Berger, Edwige Fenech, Howard Ross, Teodoro Corrà, Ely Galleani, Maurice Poli, Mauro Bosco
regia di Mario Bava

In una lussuosa villa a picco sul mare su un’isola disabitata, sono riunite quattro coppie: tre ricchi imprenditori che vogliono convincere uno scienziato a vender loro la sua formula per una nuova resina industriale, le loro compagne, un cameriere e Isabel, una ragazzina figlia dei custodi assenti. Tra festini e tradimenti sentimentali, la trattativa procede a fatica e proprio quando lo yacht ha lasciato completamente isolati gli invitati, una serie di morti misteriose inizia a decimare gli ospiti della villa..

Variazione sul tema de i 10 piccoli indiani di Agatha Christie, con una trama piuttosto sfilacciata che richiede una spiegazione finale, peraltro piuttosto ironica, per far capire chi è l’assassino e il suo movente anche se non si capisce se la collaborazione con l’unico elemento estraneo al gruppo nasca prima della vacanza o si sviluppi sull’isola.
Pur nella trama un po’ assurda si può notare una certa critica sociale verso questi ricconi spinti solo dal denaro con mogli succubi usate come pedine per i loro interessi.



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Il regista è più interessato alla messa in scena che al plot ma per lo spettatore l’esperienza è comunque soddisfacente: il gusto per le immagini e la composizione di Bava rendono accettabile una trama risibile e comunque l’atmosfera di tragedia incombente è resa con maestria.



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Se il precedente Diabolik era una divertente messa in scena pop e fumettistica, 5 bambole per la luna d’agosto rappresenta un mondo più raffinato, gli interni della villa sono elegantissimi e al contempo claustrofobici, gli elementi decorativi, le biglie trasparenti, diventano un elemento per introdurre un delitto con l’espediente molto amato da Bava di seguirne la corsa giù per le scale, nel loro tragitto sembrano trasformarsi in bolle di schiuma, perfetta introduzione al cadavere che si trova in piscina.



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Il titolo apparentemente slegato dal film fa riferimento ai cinque cadaveri avvolti nel cellophane e conservati nella cella frigorifera: chissà se Lynch, estimatore di Bava ha pensato a questa scena per il ritrovamento di Laura Palmer, esplicita invece la citazione di Tarantino che nello Showdown at House of Blue Leaves di Kill Bill voll.1 fa spegnere la luce esattamente come fa il cameriere nel finto omicidio iniziale.

Secessioni Europee – Monaco Vienna Praga Roma – L’onda della modernità

SecessioniChiude domenica 21 gennaio la mostra che Palazzo Rovella, a Rovigo, dedica alle Secessioni Europee, indagando in particolare le esperienze di Monaco, Vienna Praga e Roma.
Monaco è la prima città dove lo spirito innovativo dei giovani artisti si ribella alla vecchia concezione dell’arte e nel 1893 organizza una sua esposizione in contrasto con l’associazione ufficiale degli artisti monacensi; animatore del movimento è Franz von Stuck, simbolista di cui sono esposte diverse opere, anche bronzi, tra cui spiccano Lucifero con i bozzetti preparatori e una Medusa. Peccato la presenza di un solo disegno dell’attrice Tilla Durieux che non rappresenta esaurientemente il ruolo della modella della celebre Circe.



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La Secessione Viennese è sicuramente la più nota delle esperienze mitteleuropee secessioniste perché identificata come l’espressione austriaca dell’art nouveau soprattutto per la sua filosofia d’investire tutti gli aspetti dell’arte e in mostra è l’unica sezione a presentare oggetti di design, soprattutto dell’immancabile Josef Hoffmann, le diverse opere di Gustav Klimt, dai manifesti (uno presente anche alla mostra sul Liberty di Trieste) ai dipinti, sono l’attrazione principale dell’esposizione che rivela anche delle sorprese come un dipinto di Koloman Moser, Venus in der Felsgrotte, di cui è più nota l’opera grafica con degli ottimi esempi in mostra, tra cui una copertina di Ver Sacrum. Un nucleo di opere di Josef Maria Auchentaller, rivelano, soprattutto negli smalti per fibbia, portapillole e portasigarette, il più squisito gusto art nouveau.



Josef Maria Auchentaller


Se lo spirito secessionista si espande nell’Europa d’inizio novecento attraverso gli scambi e contatti tra le diversi correnti secessioniste, la mostra di Rovigo cerca di indagare gli aspetti peculiari di ogni nazione, così della Secessione Praghese mette in luce i caratteri mistici legati alla tradizione occultista della capitale ceca: La messa di Astarte di Josef Vachal, Vampiro di František Kobliha, Evocazione di Rudolf Adámek, Fiamma Nera (Salomè) di Jan Konůpek, sono acune delle diverse opere che già dal titolo indicano i percorsi prediletti della Secessione Praghese.



PlinioNomellini RitrattoGraziaDeledda


La Secessione Romana (1912-1917) raccoglie le avanguardie artistiche che non si riconoscono nell’esperienza futurista, il manifesto è di Balla che ha già abbandonato la corrente fondata da Marinetti, in mostra troviamo la visione orientale di Galileo Chini, gli afflati simbolisti della Santa Lucia di Giulio Bargellini, il divisionismo di Nomellini nel ritratto di Grazia Deledda; io ho trovato incantevole Preludio lunare – Ricordo di viaggio di Mario Reviglione e la scultura Idolo di Attilio Selva.

Tutti i soldi del mondo

TuttiisoldidelmondoNel luglio del 1973 il sedicenne Paul Getty III, erede del ricchissimo magnate J.Paul Getty, viene rapito a Roma da alcuni esponenti della ‘ndrangheta allo scopo di chiedere un enorme riscatto al nonno che però si rifiuta di pagare. Inizia una trattativa al ribasso che culmina con il taglio dell’orecchio del ragazzo spedito a un giornale.

Pur essendo stata solo una bambina, ricordo perfettamente il clamore che suscitò il caso Getty e il taglio dell’orecchio del sequestrato ed è stata questa curiosità a spingermi in sala a vedere una pellicola destinata a passare alla storia per ben altri motivi, cioè l’improvviso cambio del protagonista quando il film era già in fase di montaggio per lo scandalo che ha coinvolto Kevin Spacey, licenziato in tronco e sostituito dall’ottuagenario Christopher Plummer.
Il nuovo protagonista rappresenta Getty con un’asciuttezza sicuramente interessante anche se resta da capire se sia dovuta al punto di vista dell’attore o alla fretta di rigirare le riprese e se la nomination agli Oscar di Plummer sia per effettivi meriti o voglia premiare la damnatio memoriae dell'(ora) impresentabile Spacey.
Di certo vedendo la vastità degli ambienti, l’enorme accumulo di oggetti d’arte, la morte davanti al caminetto e sapendo del grande lavoro di trucco su Spacey risulta evidente che il film doveva essere un tributo o quantomeno citare Quarto Potere e il solitario mistero del più ricco uomo del mondo, ma di questo, con l’eliminazione di Spacey non resta più traccia.
Che Tutti i soldi del mondo abbia uno spirito citazionista lo dimostra la scena iniziale che ricorda La Dolce Vita e anche se il rifiuto di pagare il riscatto da parte di J.Paul Getty è un fatto storico, il parente che si ribella alle pretese del rapitore è un tema caro alla cinematografia americana fin dagli anni ’50 con Il ricatto più vile interpretato da Glenn Ford, ispirazione per Ransom – Il riscatto girato da Ron Howard nel 1996, protagonista Mel Gibson.




Tutti i soldi del mondo


Tutti i soldi del mondo rimane un film inconcludente con momenti interessanti e altri decisamente mediocri: i contadini calabresi malavitosi rappresentati come in un film neorealista anni ’40 non sono credibili come rappresentazione dell’Italia anni ’70, per quanto arretrata (poi il delirio del ballo mentre Getty junoir brucia il grano.. vabbè sorvoliamo).
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Il film si è rivelato inconcludente anche nell’intento moralizzatore perché se il protagonista è stato cacciato sull’onda dello scandalo Weistein, a gennaio è uscita la notizia che la protagonista Michelle Williams è stata pagata circa mille dollari mentre il collega Mark Wahlberg si è portato a casa oltre il milione per rigirare le scene con Plummer, la giustificazione è stata attribuita a questioni contrattuali pregresse, resta comunque la palese ingiustizia della disparità di genere riguardo ai compensi, altro tema caldo di Hollywood che non pare scuotere la coscienza di Scott.
Per concludere degnamente questa fiera dell’ipocrisia non mi stupirei se tra qualche tempo quella vecchia volpe di Ridley ci propinasse la versione del film con Kevin Spacey, un po’ come le mille mila versioni che ha realizzato per ricordare ogni anniversario di Blade Runner.

American Psycho

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USA 2000 Lionsgate Films
con Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Chloë Sevigny, Reese Witherspoon, Josh Lucas, Samantha Mathis, Justin Theroux, Matt Ross, Cara Seymour
regia di Mary Harron

Patrick Bateman è uno yuppie ventisettenne che vive una vita vuota fatta di apparenze, abiti firmati e locali alla moda, sfogando le proprie frustrazioni ed invidie in una doppia vita di sadico assassino..

Dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, il film che ha lanciato la carriera di Christian Bale, perfetto nel ruolo del levigato uomo di successo, con una passione per la musica pop che nasconde una vena di sadica follia dietro la facciata di yuppie rampante, meticoloso all’inverosimile.
Bateman crede di poter controllare la rabbia sfogandola saltuariamente su esseri che considera inferiori come barboni o prostitute ma quando la sete di sangue sale e non riesce a controllare l’invidia per il successo di un collega, Paul Allen, che uccide, Bateman finisce nel mirino del detective Donald Kimball, che si occupa della sparizione del broker ..sempre che i delirii omicidi di Bateman non siano solo il frutto della sua fantasia malata, ultimo disperato tentativo di fuga da un mondo così superficiale che Bateman e gli altri broker di Wall Street diventano interscambiabili tra di loro.



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La gestazione del film è stata piuttosto complicata: inizialmente la regia doveva essere di Cronenberg, poi sostituito da Mary Harron che abbandona il progetto quando per il ruolo del protagonista si pensa a DiCaprio ma Leonardo, interessato ad altre produzioni, lascia il campo libero a Bale, prima scelta della Harron, anche sceneggiatrice della pellicola.



American Psycho


All’uscita American Psycho ebbe un’accoglienza controversa, visto oggi molta della carica violenta allora scandalosa ha perso mordente, mi sembra ancora valida, invece, la ricostruzione della New York notturna, campo d’azione del serial killer Bateman: vicoli e quartieri desolati, luci blu che restituiscono perfettamente l’atmosfera, se non altro cinematografica, degli anni ’80.
Mary Harron sa costruire bene le atmosfere alienanti facendo riferimento al cinema classico: corridoi vuoti e signorili tra Rosemary’s Baby e Shining, la fuga finale negli atri dei grandi palazzi che ricorda Il tempo si è fermato.
Buoni anche i tocchi di humor nero e l’uso sociologico della musica pop: sinceramente qualcuno oggi ricorda ancora Huey Lewis and The News?



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Pur non essendo un capolavoro, American Psycho è un film interessante, forse l’ultimo capitolo di una cinematografia che indagava il delirio individuale per tentare di sopravvivere a una società che fa sentire perennemente inadeguati: le paure del nuovo millennio sono radicalmente cambiate accelerando l’omologazione e paradossalmente svuotandola del suo valore, oggi i nuovi oggetti del desiderio tecnologico puntano ad appagare solo un piacere estetico materialistico e non sono più status symbol, cioè riprova del raggiungimento di una posizione socioeconomica agiata, ultimo retaggio, ormai deteriorato dall’edonismo reaganiano, del sogno americano che permette(va) di realizzarsi attraverso l’impegno e il lavoro.

La moglie del vescovo

The Bishop’s wife
USA 1947
con Cary Grant, Loretta Young, David Niven, Monty Woolley, James Gleason, Gladys Cooper, Elsa Lanchester
regia di Henry Koster



Cary and the bishop's wife


Il giovane vescovo Henry Brougham è talmente preso dal progetto della nuova cattedrale che deve difendere dalle manie di protagonismo della ricca signora Hamilton, da trascurare la moglie e la figlioletta, a soccorrerlo arriva un aiuto celeste, l’angelo Dudley che rischia però di innamorarsi dell’adorabile Julia, la moglie del vescovo.




The bishop's wife jpeg


Classico film natalizio con un inedito Cary Grant in vesti angeliche: leggenda vuole che il divo odiasse il ruolo e spesso fosse sul punto di abbandonare le riprese, di certo questo non traspare e Cary Grant resta sempre inarrivabile per fascino e classe anche quando suona l’arpa. La sua eleganza, la vena melanconica e l’estremo interesse per il genere umano mi hanno fatto pensare a Bruno Ganz ne Il cielo sopra Berlino.
Il film ha comunque delle debolezze dovute anche a rimaneggiamenti di sceneggiatura a cui partecipò anche Billy Wilder dopo il cambio di regia che passò da William A. Seiter a Henry Koster, entrambi onesti artigiani e non certo autori di prima grandezza, anche se Koster dimostrerà tutta la sua abilità nella commedia fantasy qualche anno dopo, nel 1950 con Harvey, la storia del coniglio invisibile.




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La moglie del vescovo, che riprende un po’ il tema de La vita è meravigliosa, non ebbe successo al botteghino così si puntò tutto su Cary Grant con una fascetta che diceva “hai sentito di Cary e della moglie del vescovo?” e il film fu rieditato come Cary and the Bishop’s wife.




Lamogliedelvescovo


La forza della pellicola sta comunque negli attori: davvero adorabile Loretta Young, della sua Julia si potrebbe davvero innamorare anche un angelo, tanto è trasparente e disponibile con gli altri e David Niven conferma il suo talento per la commedia nella scena della sedia che non si stacca; di spessore anche i caratteristi che interpretano il tassista Sylvester e il professor Wutheridge, vecchio amico dei Brougham.




Lamogliedelvescovo


Il film è l’ultimo lavoro del direttore della fotografia Gregg Toland “il papà” della profondità di campo per cui creò delle innovazioni tecniche per Quarto Potere e anche La moglie del vescovo presenta una ricchezza nella composizione che reca innegabilmente la sua firma.