Eldorado

ll numero zero del programma radio e’ andato in onda con un discreto successo tra parenti ed amici, la scorsa settimana sono riuscita a fare avere una copia del programma anche a Carlo Leva, protagonista di parte del programma, quindi non restate che voi, diletti avventori del blog a cui rifilare i miei esperimenti radiofonici!!!
Eccovi dunque la creaturina mia e di Daniela, Eldorado, ancora divisa in cinque parti, rispettando i tagli pubblicitari (del resto non avrei saputo come unire i pezzi, se devo dirla tutta!)
ed in aggiunta, come nella migliore tradizione del supporto digitale un extra eccezionale: l’intervista integrale a Carlo Leva.
Buon ascolto!

Ascolta almeno l’inizio!

La parte dedicata a Carlo Leva

Non ti puoi perdere il piccione!

E ora che sei qui vuoi smettere?

Coraggio, non ti resta che il finale

L’intervista integrale a Carlo Leva

Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti

CappuccettorossoinsolitisospettiE’ noto che il cartone “moderno”, si fa amare dagli spettatori adulti parodiando il cinema che ha protagonisti in carne ed ossa; non si sottrae a questa regola neppure la rivisitazione di Cappuccetto Rosso fatta dai fratelli Edwards: l’idea geniale del cartoon in questione sta nel parodiare uno stile di sceneggiatura molto in voga negli ultimi anni, (anche se ha antecedenti famosissimi come Rashomon) in cui i protagonisti scompongono la storia raccontando ognuno la propria versione dei fatti.
L’inizio e’ sempre il medesimo: Cappuccetto Rosso, detta Rossa, va a casa della nonna dove trova il lupo che si cela sotto le sembianze della vecchina e insospettita comincia con le arcinote domande, quando la nonna legata salta fuori dall’armadio ed il boscaiolo armato di accetta irrompe dalla finestra.
A questo punto arriva la polizia della foresta che circondando tutta la proprieta’ con la famigerata striscia gialla del “scene crime” indaga: le prove sarebbero tutte contro il lupo ma l’ingresso sulla musica di Perry Mason del detective Nick detto Gambe (un ranocchio molto sciccoso in pieno stile anni ‘40) e’ il pretesto per ascoltare le varie versioni dei protagonisti ed alcune di queste sono davvero gustose.
La figura di Cappuccetto Rosso, nonostante l’aggiornamento nel look con i piu’ moderni jeans a zampa con perline sotto la mantellina, e’ forse l’anello debole della trama con le sue canzoncine in perfetto stile cartone prima infanzia; anche il colpevole e il giallo che sta mettendo il subbuglio nella foresta risultano piuttosto inconsistenti, il che non impedisce che la pellicola sia estremamente divertente, grazie ad alcuni dei personaggi secondari assolutamente fantastici: lo scoiattolo collaboratore del lupo letteralmente drogato di caffeina e soprattutto il caprone costretto a cantare country da 37 anni per colpa di un incantesimo.

Torino d’Argento : Il gatto a nove code

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Molto interessante l’evento Torino d’Argento che si e’ tenuto in citta’ martedi scorso, 06.06.06.
La manifestazione voleva indagare i rapporti tra Dario Argento e la citta’ di Torino attraverso un incontro con il regista e alcuni suoi collaboratori alla realizzazione de Il gatto a nove code, la proiezione del film stesso e una mostra fotografica che restera’ aperta fino all’11 giugno.
Purtroppo mi sono persa la conferenza, ma sono stata tra i fortunati che sono riusciti a vedere il film; mi sono guadagnata questo diritto arrivando davanti al cinema Massimo intorno alle 20 e facendomi un’oretta di coda (stazionavo all’angolo con Via Montebello), fortunatamente in compagnia di persone molto simpatiche conosciute nell’attesa che in questo modo e’ passata allegramente.


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Anche la proiezione e’ iniziata un po’ in ritardo perche’ il regista si e’ fermato a parlare con la folla che non e’ riuscita ad entrare (verso le 21 la coda risaliva mezza Via Verdi!); Dario Argento si e’ confermato persona molto disponibile anche durante la breve introduzione al film raccontando dei suoi progetti (il capitolo conclusivo delle tre madri!) svelando qualche retroscena che sta dietro alla scarsa distribuzione di alcune pellicole (Quattro mosche di velluto grigio) e ribadendo il suo grande amore per Torino.
Ilgattoa9code

Il gatto a nove code e’ il secondo lungometraggio realizzato dal regista, nonche’ il secondo capitolo della cosiddetta trilogia zoologica; girato nel 1971 il film risente molto dell’atmosfere del genere poliziottesco e non mancano sagaci tocchi d’ironia che verranno meno nell’Argento piu’ maturo.
Davvero ottimo l’utilizzo della citta’ e mi sono divertita a cercare di riconoscere alcuni scorci di Torino; a causa di una somiglianza che ho notato all’inizio del film ho provato a leggere tutto il film in una determinata chiave: quando Karl Malden e’ comparso sullo schermo mi ha ricordato in maniera sorprendente Ray Milland e allora mi sono chiesta se gli elementi fondamentali della trama, la genetica, la cecita’ oltre che all’uso di colori psichedelici non avessero qualche rimando a L’uomo dagli occhi a raggi x, girato da Corman nel 1963.
MillandmaldenRestando sempre in tema di citazioni impossibile non ricordare le intelligenti rivisitazioni hitchcockiane: la doccia e soprattutto i bicchieri di latte.

X-men – conflitto finale

Sono andata a vedere questo film perche’ nei suoi collegamenti telefonici da Cannes con Caterpillar, Ghezzi diceva che e’ il piu’ bello della serie


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Gli umani hanno trovato una cura per annullare i superpoteri degli X-Men e renderli innocui, ovviamente i mutanti non amano molto essere considerati come una malattia da curare: Magneto con la sua Fratellanza vede nella cura un pretesto per scatenare la guerra contro il genere umano, mentre gli allievi del dottor Xavier sono per una mediazione civile; a complicare le cose interviene la resurrezione di Jean Gray, divenuta onnipotente ma completamente instabile: con quali delle due fazioni si schierera’?

Xmen the last stand

Terzo e (forse) conclusivo capitolo della saga tratta dai fumetti Marvel, di cui va segnalato il cambio alla regia: dopo i primi due episodi diretti da Bryan Singer, l’opera passa nelle mani di Brett Ratner.
Lo spunto e’ interessante: l’idea della cura che pure e’ volontaria e non coercitiva, ha forti richiami con la reale condizione del diverso che nella societa’ contemporanea troppo spesso e’ visto con paura, vittima di un indebolimento degli ideali di integrazione razziale post 11 settembre: benche’ l’immagine sia trita, quando Magneto mostra qual’e’ il tatuaggio che lo marchia il brivido d’indignazione non manca.
Altrettanto positivo e’ l’uso degli effetti speciali affidati alla Weta Digital Ltd di Peter Jackson : anche se sono presenti a bizzeffe nella pellicola, sono al servizio della storia e non il punto di forza del film: belli e spettacolari riescono ad integrarsi nella vicenda, moderando i toni da giocattolone ultraesplosivo che caratterizza solitamente le trasposizioni di fumetti sul grande schermo (mi riferisco ad Hulk ed anche a Spiderman).
La trama e’ invece soffre di una certa dispersivita’, forse davvero troppi i personaggi in scena con una parata di star che vedono il proprio ruolo ridotto a poco piu’ di un cameo: e’ il caso di Halle Berry alias Tempesta e di Patrick “Picard” Stewart.
Piuttosto incomprensibile il significato della resurrezione di Jean Grey: il suo personaggio crea solamente un forte senso di aspettativa nello spettatore che attende una sua entrata in scena in grado di determinare le sorti del conflitto. ma cio’ non avviene e a parte qualche cupo sguardo lanciato quando la sua parte cattiva predomina, l’attrice ha ben poco altro da fare.
Nel complesso un film godibile che sapra’ accattivarsi i favori degli amanti del genere.

recensione pubblicata su ImpattoSonoro

Paolo Stoppa

Il 6 giugno 1906 nasceva a Roma Paolo Stoppa, piu’ noto per la sua attivita’ teatrale che cinematografica, anche se il suo curriculum cinematografico e’ lunghissimo: da La Corona di ferro a Miracolo a Milano, da L’oro di Napoli a Vanina Vanini da C’era una volta il west, alle diverse partecipazioni ai film di Toto’, per Stoppa c’e’ sempre una caratterizzazione possibilmente negativa, data la vocetta querula e lo sguardo vitreo.
Nel 1938 entra a far parte della compagnia del Teatro Eliseo di Roma, dove incontra Rina Morelli che sara’ la sua compagna di vita e di lavoro.
Nel dopo guerra sara’ determinante l’incontro con Luchino Visconti: sotto la guida del grande regista, la coppia Morelli-Stoppa dara’ vita a indimenticabili rappresentazioni del teatro contemporaneo americano, da Tennessee Williams ad Arthur Miller.

Gattopardo

Visconti lo vuole anche per i suoi film, in Rocco e i suoi fratelli, ma soprattutto ne Il Gattopardo: la fisicita’ Stoppa e’ perfetta per il ruolo di Don Calogero Sedara, il plebeo arricchito padre di Angelica; ma il ruolo cinematografico con cui viene maggiormente identificato Stoppa e’ pero’ quello di un Papa, Pio VIII, ne Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, del 1983.
Il primo maggio 1988 l’attore si spegne nella sua Roma.

Auguri a Stefania Sandrelli

Stefaniasandrelli

Il 5 giugno 1946 nasce a Viareggio l’attrice italiana che meglio ha saputo adattarsi all’evoluzione del media cinematografico.

La Sandrelli debutta a quindici anni, in seguito alla pubblicazione di alcune sue foto: dopo Gioventu’ di notte di Mario Sequi, la vuole Luciano Salce per Il federale, film campione d’incassi del 1961, segue l’incontro con Germi che sceglie Stefania Sandrelli come la protagonista del celeberrimo Divorzio all’italiana: il regista la richiamera’ nel 1964 per Sedotta e abbandonata, conclusione ideala del dittico sul concetto d’onore italiota.

Nel 1965 e’ protagonista di Io la conoscevo bene, crudo ritratto dell’Italia del boom dipinto da Antonio Pietrangeli che impone personalmente l’attrice diciannovenne non considerata al’altezza di questo ruolo.

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Nel 1970 e’ la strega che Brancaleone salva dal rogo in Brancaleone alle crociate secondo episodio delle mitiche avventure del cavaliere da Norcia.
Negli anni ‘70 la Sandrelli diventa l’icona del cinema d’autore italiano partecipando a due film di Bernardo Bertolucci, Il conformista (1970) e Novecento del 1976, a soprattutto interpretando Luciana Zanon, la donna amata da tutti i protagonisti di C’eravamo tanto amati di Ettore Scola nel 1974.

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Nel 1980 l’attrice fa parte del cast di un altro film di Scola, La terrazza, pellicola che fa un bilancio fallimentare della generazione degli anni ’60 di cui la Sandrelli era stata icona ed infatti la sua stella sembra appannarsi ma con un colpo di coda imprevisto l’attrice da nuova linfa lla sua carriera accentando nel 1983 il ruolo scabroso propostole da Tinto Brass ne La chiave.
Tra i film piu’’ importanti girati da Stefania Sandrelli negli anni ‘80 vanno ricordati Speriamo che sia femmina (1986) di Mario Monicelli e La famiglia di Scola girato nel 1987.

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Nel 1988 si segnala nel ruolo della madre in Mignon e’ partita, debutto registico di Francesca Archibugi: quello di madre piacente e ancora desiderosa di passioni e’ un ruolo che le rimane appiccicato nel cinema italiano, infatti negli stessi panni la ritroviamo nel 2001 ne L’ultimo bacio di Gabriele Muccino.

Sandrelli2000

Dagli anni ‘90 la Sandrelli diventa anche una delle protagoniste piu’ amate della fiction italiana: da Il Maresciallo Rocca a Il bello delle donne: fortunatamente restano le opere prime come Te lo leggo negli occhi (2004) di Valia Santella e il cinema internazionale con pellicole del calibro di Figli/Hijos (2001) dell’italo-cileno Marco Bechis o Un film parlato (2003) di Manoel de Oliveira a mantenere alta la credibilita’ dell’attrice che sicuramente ha ancora molto da dare.

..poi si domandano perche’..

Vetrate1Il 2 giugno mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa sui sessant’anni della Repubblica, magari manifestando il mio disappunto di donna che da 60 anni ha acquisito poco piu’ del diritto di metter una crocetta su una scheda, invece sono andata a una comunione, si avete letto bene: di venerdi’ e in una delle poche feste civili del Paese si celebrano le Prime Comunioni.. evvabeh!
Come se non bastasse la chiesa era brutta, una di quelle brutte chiese rifatte in malo modo dove all’interno si vedono le macchie di umidita’ che traspaiono dal cemento soprastante, e sul sagrato ci sono due assurdi leoni di fattura orientale che suscitano il mio piu’ vivo sconcerto, anche perche’ a cinquanta metri c’e’ una vecchia dignitosa chiesa che resta sempre chiusa; vorrei precisare che l’afflato mistico non mi viene solo davanti alla Cappella Sistina: ci sono certe piccole chiese di campagna senza affreschi , ad una sola navata, del piu’ comune similbarocco italiano dove l’anima ti prende il volo, basta che tu abbia un minimo di sensibilita’; invece le chiese moderne le trovo orripilanti, sempre.
Due settimane fa ho partecipato ad un Battesimo in un’altra chiesa sempre malamente rifatta: era a elle, neppure a croce latina, ma almeno li’ il prete aveva una certa umanita’, mentre il parroco della comunione era piuttosto suscettibile e ha sbattuto fuori in malomodo una signora con bimba urlante perche’ interrompeva la sua omelia, sottolineo: non la liturgia, ma il suo pistolotto, nel quale aveva inserito il medesimo aneddoto su Napoleone che trent’anni fa dissero anche la mia comunione: pare le nelle sue memorie il grande Corso sostenga che il giorno piu’ bello della sua vita sia stato quella della Prima Comunione: mi piacerebbe sapere se e’ il pezzo forte di tutte le celebrazioni delle zone dove Bonaparte ha messo piede!
Dopo pochi secondi dalla sfuriata, un cellulare ha squillato a lungo senza provocare la minima reazione nel celebrante: volevo quasi dar vita ad una rivolta facendo squillare il telefonino di tutti quelli che conoscevo, ma ho lasciato perdere. Pero’ la cacciata dell’infante urlante mi ha veramente irritata sara’ che il mio parroco diceva sempre che Dio ha uno strumento che trasforma gli urli o i canti stonati in voci angeliche, e per il fatto che son stonata e mi piace cantare quest’immagine mi ha sempre molto affascinata, poi d’estate con il portone aperto la Messa era accessibile anche ai cani, e non e’ una battuta.
Insomma all’uscita ho visto sul sagrato questa povera signora con la bimba che aveva un’aria molto affranta e mi ha fatto una gran pena: magari era la mamma di un bambino che stava ricevendo l’Eucarestia per la prima volta e non ha potuto neppure assistere.
Ma il prete piu’ nazi che abbia mai incontrato l’ho visto quest’estate al Santuario di Caravaggio. Il fatto e’ che son figlia di agricoltori e quindi d’estate non si andava in vacanza perche’ era il momento in cui mio padre aveva maggior lavoro, l’unico giorno di svago era il giorno di ferragosto che e’ la festa dell’Assunta e mia madre che era molto religiosa ci portava in pellegrinaggio per santuari. Adesso io ho un rapporto molto conflittuale con la religione, pero’ mi e’ rimasta questa tradizione di andare per santuari mariani il giorno di ferragosto; quest’ anno sono andata a Caravaggio: artisticamente non e’ che mi abbia impressionato piu’ di tanto ma dietro l’altare c’e’ una specie di conca (una v rovesciata.. il santo vaso.. il sacro femminino) dove la tradizione vuole che sia apparsa la Madonna: in quel punto si prova davvero un forte moto di spiritualita’ nonostante la messa, che io sentito solo in parte, fosse celebrata da un prete che ha scandito il credo con un tono da ultra’: credo nella chiesa..u-na! sa-nta ! romana cattoli-ka a-po-stoli-ka!
Poi di recente ho scoperto che ben due persone che conosco, frequentazioni delle scuole elementari, hanno ottenuto l’annullamento del matrimonio: basta andare in un apposito ufficio con due o tre testimoni che confermino che hai scoperto solo dopo il matrimonio che la tua ex dolce meta’ non vuole figli e visto che scopo del matrimonio e’ la creazione di una famiglia (non lo fo per piacer mio ma lo fo per piacere a dio) il matrimonio e’ sciolto..mah! io ero rimasta al gran putiferio sollevato dall’annullamento del matrimonio di Carolina di Monaco con Philippe Junot e sotto sotto ho sempre pensato che solo i regnanti potessero ottenere l’annullamento.
Ecco, tra gli scempi architettonici delle chiese moderne e questi esempi di preclara cristianita’ che trovi in giro, io non e’ che mi stupisco piu’ di tanto se poi la gente preferisce credere a Il codice da Vinci..

Marilyn Monroe

Se rifletto sulla nascita della mia passione per il cinema, il primo volto che mi viene incontro e’ il suo, la nuvola bionda e zuccherosa che e’ diventata un mito inossidabile. Perche’ Marilyn?
Forse perche’ da sempre subisco il fascino dei perdenti, di chi ha (apparentemente) tutto e lo butta via quasi senza curarsene.. forse perche’ anche io sono cosi’: molto piu’ fragile di quanto voglia apparire e un’abile devastatrice dei miei talenti.
Negli anni l’ammirazione adolescenziale dei pomeriggi passati ad imitare il suo sorriso si e’ trasformata in un senso di protezione verso la donna sicuramente fragile ed insicura che si e’ trovata a vivere una situazione molto piu’ grande di lei e completamente nuova nello starsystem: nessuna attrice prima di lei era stata cosi idolatrata , e l’isteria collettiva per i divi del cinema, iniziata proprio nell’anno della sua nascita, con la morte di Rodolfo Valentino si limitava ad esplodere per le morte premature: Rudy, Jean Harlow, Jimmy Dean…
Poteva una donna sola, su cui pendeva dall’infanzia la spada di Damocle della follia familiare, sfuggire ad un destino prematuro? Suicida o assassinata, non importa: da sempre muore giovane chi e’ caro agli dei.

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Marilyn Monroe – 01.06.1926/ 05.08.1962

Volver

Volver Ho visto finalmente il film di Almodovar, dopo averne sentito parlare benissimo o malissimo.
A me il film e’ piaciuto: sono folgoranti l’inizio e la fine, mentre ammetto che l’episodio del ristorante , che pure ha una sua ragion d’essere nell’economia filmica, deborda troppo e smorza il ritmo nella parte centrale.
Mi e’ piaciuta la declinazione tutta al femminile della famiglia (non certo una novita’ nell’opera almodovariana, anzi uno dei suoi tratti distintivi) ma questa volta e’ interessante il legame con il paese d’origine, quella terra della Mancha dove a causa del forte vento c’e’ il piu’ alto tasso di pazzia di tutta la Spagna: solo in paese simile, dove la follia e’ all’ordine del giorno si puo’ credere che la madre di Raimunda e Sole sia una revenant ed una donna puo’ vestire il ruolo del fantasma per espiare le sue colpe di moglie e di madre.
Il legame con un mondo arcaico, contadino dove le donne risolvono a modo loro questioni di corna e sesso e’ sottolineato dal look di Penelope Cruz che assomiglia in modo impressionante alla Sofia Loren degli anni ‘50; del resto tutto il film e’ un omaggio al cinema italiano degli anni d’oro: la Magnani compare addirittura in televisione in uno spezzone di Bellissima.
Nonostante ci sia il sangue, la carnalita’ (quell’imbottitura sul sedere della Cruz a volte era ridicola tanto era evidente la sua natura posticcia) il film di Almodovar non trasuda passionalita’, ma vira su tonalita’ leggere la natura grottesca e nera della vicenda; ma la distanza dai segreti del passato e’ implicita anche nel titolo: il ritorno, soprattutto quando implica il perdono, smorza l’intensita’ degli avvenimenti trascorsi.
Giustissima la scelta della giuria del Festival di Cannes di premiare l’intero cast femminile.

Grandi rientri

LioEh toi dis-moi que tu m’aimes…
La la la la la…

Cosi’ iniziava il piu’ grande successo della lolita della canzone francese dei primi anni ‘80, Lio.
La sua stella smise presto di brillare da questa parte delle Alpi, mentre in Francia l’attivita’ della musicista nonche’ attrice non si e’ mai interrotta, come testimonia anche il suo sito ufficiale.
Per i fan italiani che non l’hanno mai dimenticata si avvicina l’occasione di rivederla sul grande schermo: la cantante attrice partecipera’ al nuovo film di Catherine Breillat, la regista nota per aver sdoganato Rocco Siffredi con il pornosoft Romance del 1999.
Allo stesso filone apparterra’ Une vieille maitresse , la cui uscita e’ prevista per il 2007. La presenza nel cast, accanto alla ritrovata Lio, di Asia Argento e’ buona garanzia per un’uscita del film nelle sale italiane.