Ho visto finalmente il film di Almodovar, dopo averne sentito parlare benissimo o malissimo.
A me il film e’ piaciuto: sono folgoranti l’inizio e la fine, mentre ammetto che l’episodio del ristorante , che pure ha una sua ragion d’essere nell’economia filmica, deborda troppo e smorza il ritmo nella parte centrale.
Mi e’ piaciuta la declinazione tutta al femminile della famiglia (non certo una novita’ nell’opera almodovariana, anzi uno dei suoi tratti distintivi) ma questa volta e’ interessante il legame con il paese d’origine, quella terra della Mancha dove a causa del forte vento c’e’ il piu’ alto tasso di pazzia di tutta la Spagna: solo in paese simile, dove la follia e’ all’ordine del giorno si puo’ credere che la madre di Raimunda e Sole sia una revenant ed una donna puo’ vestire il ruolo del fantasma per espiare le sue colpe di moglie e di madre.
Il legame con un mondo arcaico, contadino dove le donne risolvono a modo loro questioni di corna e sesso e’ sottolineato dal look di Penelope Cruz che assomiglia in modo impressionante alla Sofia Loren degli anni ‘50; del resto tutto il film e’ un omaggio al cinema italiano degli anni d’oro: la Magnani compare addirittura in televisione in uno spezzone di Bellissima.
Nonostante ci sia il sangue, la carnalita’ (quell’imbottitura sul sedere della Cruz a volte era ridicola tanto era evidente la sua natura posticcia) il film di Almodovar non trasuda passionalita’, ma vira su tonalita’ leggere la natura grottesca e nera della vicenda; ma la distanza dai segreti del passato e’ implicita anche nel titolo: il ritorno, soprattutto quando implica il perdono, smorza l’intensita’ degli avvenimenti trascorsi.
Giustissima la scelta della giuria del Festival di Cannes di premiare l’intero cast femminile.
😉
😉
Ok, ero scettico. Ci vado. Mi fido!
Ok, ero scettico. Ci vado. Mi fido!
ci sono volte in cui mi sento più tonto del solito…era un’imbottitura!
ci sono volte in cui mi sento più tonto del solito…era un’imbottitura!
LG.. ma ci sei cascato?!? Il culone di Penelope stava benissimo nelle riprese di spalle, ma c’e’ una scena in cui lei e’ in sottoveste nera dove il tessuto si appoggia e disegna perfettamente l’imbottitura della guaina
angelocesare, quando mi date queste responsabilita’ mi viene sempre l’anzia.. 😉
gordo, deduco che approvi?
LG.. ma ci sei cascato?!? Il culone di Penelope stava benissimo nelle riprese di spalle, ma c’e’ una scena in cui lei e’ in sottoveste nera dove il tessuto si appoggia e disegna perfettamente l’imbottitura della guaina
angelocesare, quando mi date queste responsabilita’ mi viene sempre l’anzia.. 😉
gordo, deduco che approvi?
sarà che a me la Cruz mi infastidisce…insomma…non guardavo lì. Però è un dettaglio piuttosto importante, mannaggia
sarà che a me la Cruz mi infastidisce…insomma…non guardavo lì. Però è un dettaglio piuttosto importante, mannaggia
cmq credo che ne abbiamo parlato anche in qualche articolo o intervista, del posticcio..
cmq credo che ne abbiamo parlato anche in qualche articolo o intervista, del posticcio..
Continuo a pensare che quello che avrebbe voluto dire Almodovar, e che tu hai perfettamente estrapolato, sia più bello di quello che poi si vede effettivamente nel film. ;o) P.S. Anch’io sapevo del culone posticcio, l’ho letto in qualche intervista…
Continuo a pensare che quello che avrebbe voluto dire Almodovar, e che tu hai perfettamente estrapolato, sia più bello di quello che poi si vede effettivamente nel film. ;o) P.S. Anch’io sapevo del culone posticcio, l’ho letto in qualche intervista…
Sempre!
Inquadrata mentre camminava da dietro, pareva un fumetto comico. E la camminata artefatta caricava ulteriormente. Il chè mostra che, anche nelle piccole cose, Penelope la sua tela la tessuta maestralmente secondo quanto richiesto da Pedro.
E comunque è sempre più bella!
“…E tu
regina sai,
tu sai com’è che và…”
Sempre!
Inquadrata mentre camminava da dietro, pareva un fumetto comico. E la camminata artefatta caricava ulteriormente. Il chè mostra che, anche nelle piccole cose, Penelope la sua tela la tessuta maestralmente secondo quanto richiesto da Pedro.
E comunque è sempre più bella!
“…E tu
regina sai,
tu sai com’è che và…”
Volver, ovvero la Bellezza del Ritorno!
Volver, ovvero la Bellezza del Ritorno!
Un film di prodigi. Un film dove la grazia danza insieme alla morte per riconciliare i vivi. Un film dove la paura non riesce a sostenere lo sguardo di una realtà fatta di sudore, di canto e di ritorni. Un film dove “i fantasmi non piangono” e neppure i vivi, perché le lacrime più vere sono quelle nascoste nelle pieghe di una vita che deve (e vuole) trovare il modo di andare avanti ogni giorno. Volver è tutto questo. Eppure la materia trattata è incandescente. Ma Almodovar, abbandonando gli eccessi e le stravaganze, riesce a fare di questo magma incandescente, un sogno. E’ un film di resurrezioni e di resurrezione. Una resurrezione mostrata in punta di piedi ma di una forza travolgente e disarmante di cui sono incapaci le tante resurrezioni che un certo cinema, soprattutto negli ultimi tempi, ci ha mostrato. E’ un film dove il perdono e la speranza pronunciano sempre l’ultima parola ( divenendo parola ultima) sulla concretezza quotidiana delle vite narrate che, forse non alzano mai gli occhi al cielo, ma chiamano sempre la terra ( la realtà) col proprio nome. Le grandi domande dell’esistenza non sono mai apertamente poste, ma incarnate, vissute nella semplicità delle cose di tutti i giorni, e trovano risposte, probabilmente inaspettate, nell’abbraccio sincero che si dilata ad accogliere gli altri, l’ “altro”; anche quando si tratta dell’ “ospite inatteso”. In questo sta la forza straordinariamente rappacificante del film che mostra incesti, omicidi, tombe, legami spezzati, amori traditi, malattie incurabili, mentre in realtà non è di morte che parla ma di ritorno.
Non a caso “Volver” significa “Tornare”. E per tornare bisogna essere persone vive. I morti non solo non piangono, neppure ritornano. Il ritorno si coniuga con la vita, e là dove la vita ha fatto esperienze di morte si coniuga col “ritornare” alla vita. Tornare è riannodare legami, è riandare là dove si era partiti. E il punto di partenza è sempre una madre che ci ha tenuto in grembo, un padre anche se non ci ha saputo amare,una sorella, una figlia, una casa, una strada, un’ amica, un amore, un senso…Tornare è essere restituiti all’accoglienza del nostro inizio, è risorgere da quelle tombe che aprono il film e che non spaventano, non generano orrore, perché abbracciate da persone “vive” e da una pietas senza misura. Una pietà vera che riesce a vincere la paura perchè abita e riconcilia, senza sosta, la vita e la morte quotidiana dei protagonisti che si spendono e si offrono, ma senza mai tradire la realtà con rimozioni, censure, acrobazie psicologiche e meccanismi di difesa. Riuscendo così ad essere se stessi, fino in fondo.E’ bellissima ed emblematica la scena in cui, con l’aiuto dell’amica, Raimunda trasporta il cadavere del marito sulle rive di quel fiume che aveva amato più di ogni altro luogo, non per occultarlo, nasconderlo, ma per offrirgli una sepoltura degna e una lapide scolpita non “sul” marmo algido ma “nel” legno “vivo” di un albero, per non dimenticare. Ritorna solo chi non ha bisogno di dimenticare, il viandante e il mendicante, chi conserva la memoria di un inizio. Perché non è il ricordo che ha bisogno di accoglienza e di perdono ma la memoria e la ferita dell’assenza, il dolore bruciante di chi vuol ritrovare l’amore tradito, la bellezza smarrita dell’origine. Non è un melò Volver, ma un film solare dove tutto è sempre possibile, dove nessuno è solo, dove niente è irrimediabilmente perduto. Un film corale fatto di relazioni. Un film che esibisce un garbo e una naturalezza che sa di miracolo, che fonde sapori e odori antichi, che fa danzare il colore e il calore insieme al vento della Mancha. Il racconto è scandito da un equilibrio stilistico e da una perfetta armonia narrativa. Le inquadrature, straordinarie per naturalezza, contribuiscono a rendere credibile ciò che è paradossale ma possibile, e traducono in folgorante semplicità, una complessità sconcertante a pensarsi. E’ questo realismo magico dimentico del desiderio di immortalità dell’uomo moderno, quest’alchimia da favola, il segreto di un film che riconcilia fine e inizio, passato e presente, dolore e gioia, impossibilità e possibilità, assenza e astanza, con una leggerezza che desta stupore e trova corrispondenza e senso, in una realtà altra di cui forse solo l’arte sembra conservare memoria. Un film carnale e pertanto dal sapore sacro. Un film fecondo, perché, tanto per citare De Andre, “ dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Un film incredibilmente lieve e incredibilmente bello. Vero. Perfetto come un capolavoro.
Volver, ovvero la Bellezza del Ritorno!
Volver, ovvero la Bellezza del Ritorno!
Un film di prodigi. Un film dove la grazia danza insieme alla morte per riconciliare i vivi. Un film dove la paura non riesce a sostenere lo sguardo di una realtà fatta di sudore, di canto e di ritorni. Un film dove “i fantasmi non piangono” e neppure i vivi, perché le lacrime più vere sono quelle nascoste nelle pieghe di una vita che deve (e vuole) trovare il modo di andare avanti ogni giorno. Volver è tutto questo. Eppure la materia trattata è incandescente. Ma Almodovar, abbandonando gli eccessi e le stravaganze, riesce a fare di questo magma incandescente, un sogno. E’ un film di resurrezioni e di resurrezione. Una resurrezione mostrata in punta di piedi ma di una forza travolgente e disarmante di cui sono incapaci le tante resurrezioni che un certo cinema, soprattutto negli ultimi tempi, ci ha mostrato. E’ un film dove il perdono e la speranza pronunciano sempre l’ultima parola ( divenendo parola ultima) sulla concretezza quotidiana delle vite narrate che, forse non alzano mai gli occhi al cielo, ma chiamano sempre la terra ( la realtà) col proprio nome. Le grandi domande dell’esistenza non sono mai apertamente poste, ma incarnate, vissute nella semplicità delle cose di tutti i giorni, e trovano risposte, probabilmente inaspettate, nell’abbraccio sincero che si dilata ad accogliere gli altri, l’ “altro”; anche quando si tratta dell’ “ospite inatteso”. In questo sta la forza straordinariamente rappacificante del film che mostra incesti, omicidi, tombe, legami spezzati, amori traditi, malattie incurabili, mentre in realtà non è di morte che parla ma di ritorno.
Non a caso “Volver” significa “Tornare”. E per tornare bisogna essere persone vive. I morti non solo non piangono, neppure ritornano. Il ritorno si coniuga con la vita, e là dove la vita ha fatto esperienze di morte si coniuga col “ritornare” alla vita. Tornare è riannodare legami, è riandare là dove si era partiti. E il punto di partenza è sempre una madre che ci ha tenuto in grembo, un padre anche se non ci ha saputo amare,una sorella, una figlia, una casa, una strada, un’ amica, un amore, un senso…Tornare è essere restituiti all’accoglienza del nostro inizio, è risorgere da quelle tombe che aprono il film e che non spaventano, non generano orrore, perché abbracciate da persone “vive” e da una pietas senza misura. Una pietà vera che riesce a vincere la paura perchè abita e riconcilia, senza sosta, la vita e la morte quotidiana dei protagonisti che si spendono e si offrono, ma senza mai tradire la realtà con rimozioni, censure, acrobazie psicologiche e meccanismi di difesa. Riuscendo così ad essere se stessi, fino in fondo.E’ bellissima ed emblematica la scena in cui, con l’aiuto dell’amica, Raimunda trasporta il cadavere del marito sulle rive di quel fiume che aveva amato più di ogni altro luogo, non per occultarlo, nasconderlo, ma per offrirgli una sepoltura degna e una lapide scolpita non “sul” marmo algido ma “nel” legno “vivo” di un albero, per non dimenticare. Ritorna solo chi non ha bisogno di dimenticare, il viandante e il mendicante, chi conserva la memoria di un inizio. Perché non è il ricordo che ha bisogno di accoglienza e di perdono ma la memoria e la ferita dell’assenza, il dolore bruciante di chi vuol ritrovare l’amore tradito, la bellezza smarrita dell’origine. Non è un melò Volver, ma un film solare dove tutto è sempre possibile, dove nessuno è solo, dove niente è irrimediabilmente perduto. Un film corale fatto di relazioni. Un film che esibisce un garbo e una naturalezza che sa di miracolo, che fonde sapori e odori antichi, che fa danzare il colore e il calore insieme al vento della Mancha. Il racconto è scandito da un equilibrio stilistico e da una perfetta armonia narrativa. Le inquadrature, straordinarie per naturalezza, contribuiscono a rendere credibile ciò che è paradossale ma possibile, e traducono in folgorante semplicità, una complessità sconcertante a pensarsi. E’ questo realismo magico dimentico del desiderio di immortalità dell’uomo moderno, quest’alchimia da favola, il segreto di un film che riconcilia fine e inizio, passato e presente, dolore e gioia, impossibilità e possibilità, assenza e astanza, con una leggerezza che desta stupore e trova corrispondenza e senso, in una realtà altra di cui forse solo l’arte sembra conservare memoria. Un film carnale e pertanto dal sapore sacro. Un film fecondo, perché, tanto per citare De Andre, “ dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Un film incredibilmente lieve e incredibilmente bello. Vero. Perfetto come un capolavoro.
bela recensione, m.cristina; se non hai un blog di cinema ti consiglio di aprirne uno.. Fino a ieri sarei stata d’accordissimo con questa tua lettura, dopo alcuni fatti personali occorsimi negli ultimi giorni penso che spesso sia il caso di tagliare i ponti guardare avanti e dimenticare il passato..
LG, anche io non amo molto Penelope, ma qui do piu’ ragione al gordo, diretta magistralmente e una gioia per gli occhi!
Manu, forse Almodovar avrebbe dovuto osare ambientare la vicenda negli anni ’50: la lontanaza temporale avrebbe aiutato la dimensione surreale e poi la facile satira su tv e cellulari distraeva e basta
bela recensione, m.cristina; se non hai un blog di cinema ti consiglio di aprirne uno.. Fino a ieri sarei stata d’accordissimo con questa tua lettura, dopo alcuni fatti personali occorsimi negli ultimi giorni penso che spesso sia il caso di tagliare i ponti guardare avanti e dimenticare il passato..
LG, anche io non amo molto Penelope, ma qui do piu’ ragione al gordo, diretta magistralmente e una gioia per gli occhi!
Manu, forse Almodovar avrebbe dovuto osare ambientare la vicenda negli anni ’50: la lontanaza temporale avrebbe aiutato la dimensione surreale e poi la facile satira su tv e cellulari distraeva e basta
Un buonissimo film!
Ciao!
BenSG
Un buonissimo film!
Ciao!
BenSG
vero.. ciao bensg! 🙂
vero.. ciao bensg! 🙂
Un inno alla solidarietà, alla comprensione, alla forza, alla tenacia, al coraggio, alla determinazione, alla sensibilità delle donne (lo dovrebbero proclamare loro genio tutelare)!
Un inno alla solidarietà, alla comprensione, alla forza, alla tenacia, al coraggio, alla determinazione, alla sensibilità delle donne (lo dovrebbero proclamare loro genio tutelare)!
ecco forse meno appassionato di altri film “femminili” di don pedro, ma comunque affascinante.
sono cmq convinto che penelope avrebbe meritato singolarmente il premio.
ecco forse meno appassionato di altri film “femminili” di don pedro, ma comunque affascinante.
sono cmq convinto che penelope avrebbe meritato singolarmente il premio.