Clark Gable

Clarkgable

Il 16 novembre 1960 moriva Clark Gable, l’unico e solo incontrastato King of Hollywood.
La sua carriera, il successo e il suo declino furono sempre decretati da figure femminili.
Il primo incontro fortunato e’ con l’attrice Josephine Dillon, di 14 anni piu’ anziana, che sicura delle sue attitudini teatrali lo sposa e e lo trasforma nel gentleman dal contegno ineccepibile che Gable incarna nei suoi film piu’ celebri. Grazie a Josephine, Gable inizia recitare nel cinema, senza pero’ abbandonare il teatro.
Nel 1930 Clark Gable approda al suo secondo matrimonio, con una ricchissima signora, questa volta piu’ vecchia di lui di 17 anni che lo introduce nel jet set, Ria Langham.
Gli anni trenta sono quelli che vedono brillare piu’ luminosa la stella di Gable, ora sotto contratto alla MGM: l’attore e’ il compagno ideale della bomba sexy Jean Harlow, il loro film piu’ famoso dei sei girati insieme resta Lo schiaffo del 1932, diretto da Victor Fleming.


Loschiaffo


Il divo e’ protagonista di grandi successi come Accadde una notte del 1934 di Frank Capra, Gli ammutinati del Bounty o San Francisco, ma nulla e’ paragonabile al delirio suscitato da Via col vento del 1939, tratto dal romanzo di Margaret Mitchell, che scelse espressamente l’attore per la parte di Rhett Butler.


Via_col_vento


A quel punto nulla avrebbe potuto piu’ fermare la carriera di Gable se non una donna: se il Clark Gable degli inizi aveva sfruttando il suo fascino presso donne molto piu’ mature di lui che forse aveva sposato solo per interesse, ora non e’ piu’ cosi’: l’attore ha trovato la sua compagna ideale nella bellissima attrice Carole Lombard che sposa nel marzo del ‘39 nel pieno del trionfo di Gone with the wind.
Quando l’America entra nel secondo conflitto mondiale la Lombard si mobilita per raccogliere fondi; di ritorno da un viaggio di propaganda l’aereo su cui viaggia si schianta il 16 gennaio 1942. Questa tragedia segna anche la fine della carriera di Clark Gable, che parte volontario in guerra. Al ritorno riprende la carriera di attore ma non realizzera’ altro che lavori di cassetta, come Mogambo (1953) remake de Lo schiaffo: Gable interpreta sempre lo stesso personaggio ma questa volta a contenderselo al posto di Jean Harlow e Mary Astor ci sono Ava Garder e Grace Kelly.


MOGAMBO


Nel quarto matrimonio con una donna che ricorda molto l’indimenticata Carole Lombard, Gable sembra ritrovare un po’ di serenita’, beve meno e accetta il ruolo di Gay Langland ne Gli spostati per la regia di John Huston. Nel film e’ coprotagonista Marilyn Monroe che ha sempre creduto di essere figlia illegittima del grande attore.
Sara’ l’ultimo colpo d’ala di Clark Gable: l’attore morira’ due giorni dopo la fine delle faticosissime riprese, il 16 novembre 1960, a soli 59 anni.


Glispostati


Ogni cosa e’ illuminata

Attenzione! post con lieve presenza di spoiler

Jonathan, un giovane americano ebreo, decide di fare un viaggio in Ucraina alla ricerca delle origini della propria famiglia e di Augustine, la donna che aiuto’ suo nonno a sfuggire alla barbarie nazista.


Ognicosaèilluminata

L’esordio alla regia dell’attore Liev Schreiber parte come una commedia di satira sociale mettendo ironicamente a confronto le manie di un giovane occidentale e le necessita’ una famiglia ucraina che per vivere si e’ inventata un’attivita’ di guida per ricchi ebrei che vogliono ritrovare i loro luoghi di origine: alle scenette fa da contrappunto la presenza esilarante della cagnetta Sammy Davis Jr. Jr.; poi il film si
trasforma in una quest, inseguendo il luogo sempre piu’ misterioso di Trachimbrod, la “rigida ricerca” finisce nel luogo quasi magico dove sorge la casa della sorella di Augustine che conserva tutte le memore dello shtetl, il villaggio abitato da soli ebrei che venne totalemente distrutto dalla furia antisemita dei nazisti.
Il filo conduttore del film e’ la memoria, che e’ anelata dal giovane americano (del resto gli Stati Uniti sono la nazione con meno patrimonio storico) e respinta dagli ucraini: il giovane Alex spera solo nella chance che gli puo’ dare il futuro, mentre il nonno e gli altri anziani vivono nel tentativo di dimenticare quegli orrori incancellabili; la diversa posizione verso il passato e’ data dalle opposte paia d’occhiali che indossano Jonathan e il nonno di Alex: se il secondo rifugge la realta’ nascondendosi dietro occhiali scuri e fingendo di esser cieco, il primo sgrana i suoi occhi per veder tutto attraverso un enorme paio d’occhiali da vista.
Alla commozione della seconda parte del film partecipa anche l’incantevole bellezza dei luoghi che pure recano ancora gli sfregi della guerra e del nucleare.
Un film estremamente piacevole, tratto da un libro di culto che voglio legger al piu’ presto e faccio conto di trovare anche la bella soundtrack etno-rock.

I Guerrieri della notte

I_guerrieri_della_notte The Warriors
USA 1979 Paramount
con Michael Beck, James Remar, Dorsey Wright, Brian Tyler, David Harris, Deborah Van Valkenburgh
regia di Walter Hill

Calca smaniosa sabato scorso, al Torino Film Festival, per riuscire a vedere la ultimate director’s cut de I Guerrieri della notte, versione introdotta da un simpatico Walter Hill che e’ arrivato in sala accompagnato da tre rappresentanti dei Baseball Furies.
Il regista ha brevemente raccontato i suoi problemi di post produzione con la Paramount: dopo venticinque anni il film e’ finalmente come lo aveva pensato l’autore, con un prologo fumettistico che prendendo spunto dalla battaglia di Cunassa sancisce definitivamente il legame della pellicola con l’Anabasi di Senofonte. Gli inserti a fumetti scandiscono anche gli episodi del ritorno a casa dei Warriors: Hill nella presentazione ha messo le mani avanti dicendo che forse il pubblico non avrebbe amato questa nuova versione, personalmente l’ho apprezzata molto perche’ la dimensione del fumetto sottolinea ulteriormente l’epicita’ della narrazione. Inoltre il comic e’ sempre stato un elemento fondamentale del mondo underground giovanile di cui il film e’ diventato emblema.
Unico rimpianto: Hill avrebbe voluto la voce del grande Orson Wells ad introdurre il parallelo tra la coraggiosa avventura dei generali di Alessandro che tornano a casa ed il ritorno dei Warriors a Coney Island.

Partnerperfetto.com

Partnerperfetto.com Mannaggia a me ed alla mia passione per la commedia brillante che mi porta a vedere simili ciofeche! Credo senza tema di smentita che questa sia la piu’ brutta commedia su cui abbia mai avuto la sfortuna di posare gli occhi: non c’e’ mai una battuta od una situazione divertente nonostante il reiterato uso di bambini ed animali, del resto il povero terranova co-protagonista si chiama “Madre Teresa”, debbo aggiungere altro?
La satira dell’universo delle community virtuali per trovare un partner non funziona, neppure la scena in cui la protagonista va ad incontro galante e scopre che ad attenderla c’e’ suo padre, riesce a strappare un sorriso.
Oltre ad essere evidentemente negato per la regia, Gary David Goldberg dimostra di non aver capito i classici della sophisticated comedy: sacrilego trasformare il “Vero Amore” di Scandalo a Filadelfia, in un pedalo’ lacustre, assurdo reiterare la notte d’amore negata (espediente caratteristico delle pellicole di Mitchell Leisen) tra i protagonisti per due volte mentre la bella Sarah si concede ad un altro e non basta certo aprire e chiudere il film con delle pseudo interviste per resuscitare la magia di Harry ti presento Sally.

Lucas strikes again

Conquistawest E’ ormai assodato che George Lucas abbia costruito la doppia trilogia di Star Wars saccheggiando l’immaginario cinematografico precedente, non stupisce quindi che nel suo meltingpot di stili e citazioni finisca anche Cecil B. De Mille, il regista che ha fatto dell’epopea e delle produzioni grandiose il suo marchio di fabbrica: dando un’occhiata ai film di De Mille trasmessi lo scorso fine settimana da FuoriOrario si nota immediatamente che i titoli di testa de La conquista del West (1936) e La via dei giganti del 1939 fuggono in diagonale sullo schermo, dal basso verso l’alto come le didascalie che raccontano di quella galassia lontana lontana..


Laviadeigiganti

La presentazione di Dvd Fox Studio Classics

Paolo-limiti Lunedi’ 7 novembre a Milano, al cinema Apollo, si e’ svolta la serata di presentazione della nuova collana dedicata al cinema classico americano della 20th Century Fox che con l’uscita dei Dvd Fox Studio Classics festeggia quest’ anno i 70 anni di attivita’.
L’evento era presentato da Paolo Limiti, il rosso presentatore sfoggiava una capigliatura meno sgargiante del solito, non saprei dire se il fatto fosse dovuto alle luci o ad un inopinato cambio di tintura; la loquela invece era la solita ma probabilmente il nostro eroe andava a braccio e spesso nel tentativo di magnificare la grandezza della 20th finiva per perdere il filo.
Tra i diversi ospiti del conduttore, figurava Giancarlo Giannini che si e’ vantato di essere il colpevole che ha fatto pervenire il copione di Quattro passi tra le nuvole di Alessandro Blasetti alle major che da questa chicca del cinema italiano sono riuscite a tirar fuori l’orrido Il profumo del mosto selvatico, ma fra tutti spiccava la grande Anita Ekberg che non ha risparmiato battute velenose alle innumerevoli sosia di Marilyn li’ rappresentate dalla ex moglie di Limiti, Justine Mattera.
La serata si e’ conclusa con l’esibizione delle star nascente della musica italiana, Dolcenera che ha cantato tre brani: Love me tender, Bye bye baby e Aquarius, se l’interpretazione e’ stata piu’ che soddisfacente gli errori stavano negli spezzoni di film proiettati sullo schermo mai troppo inerenti alla canzone, tanto che mentre andavano le note di Bye bye baby, Marilyn si esibiva in Diamond’s Are A Girl’s Best Friend.

Auguri ad Alain Delon

Alaindelon

Sex-symbol europeo degli anni ‘60 e ‘70, il divo francese, nato nel 1935, vanta una filmografia di tutto rispetto: il suo terzo lavoro fu Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, girato nel 1960, che gli diede la fama internazionale; sempre per Visconti nel 1963 vesti’ i panni di Tancredi ne Il Gattopardo mentre l’anno precedente aveva interpretato L’eclisse di Michelangelo Antonioni.

Nel 1967 Jean-Pierre Melville lo chiama per Frank Costello, faccia d’angelo capolavoro del polar francese dove il protagonista in realta’ si chiamerebbe Jeff Costello, trasformato in italiano per “esigenze di dopiaggio”, il nome originale ristabilisce immediatamente il nesso con il capolavoro di John Woo, The Killer (1989) ispirato al film francese: il protagonista interpretato da Chow Yun-fat si chiama infatti Jeffrey.

Lesamourai Il capolavoro melvilliano apre una nuova stagione per Delon che diventa uno dei piu’ stimati interpreti del polar, il poliziesco francese accanto al suo rivale Belmondo e sotto la guida del grande divo Jean Gabin (Il clan dei siciliani, 1969) che con questo genere popolare rinvendi’ la sua carriera.

Gli anni’ 80 sono scevri di successi per il bell’Alain che nel 1985 decide di ritirarsi dalle scene, promessa non mantenuta con risultati scarsissimi se si esclude Nouvelle vague per la regia di Godard del 1990, sempre dello stesso anno e’ lo scadente Coreografia di un delitto che ricordo di aver visto in sala dove il povero Delon recita malamente la parte di un coreografo zoppo che uccide tutte le sue ballerine.

Gattopardo

Un compleanno preceduto dall’enorme polverone sollevato poco tempo fa dall’annuncio della depressione che lo ha colpito, tanto grave da fargli meditare il suicidio, anche se le ultime apparizioni in tv dalla DeFilippi e ad Alba come testimonial della Fiera del Tartufo ce l’hanno mostrato piu’ sereno, speriamo non solo apparentemente, quindi auguri, se non di una ripresa di carriera, almeno di una ritrovata serenita’.

Vai e vivrai

Nel 1984 Israele organizza il trasferimento in patria degli ebrei d’Etopia, detti Falasha, dopo averli raccolti in un campo profughi del Sudan. Una donna cristiana, anche lei profuga, fa passare il figlio come ebreo perche’ possa avere la possibilita’ di un futuro in Israele: inizia cosi’ l’avventura di Schlomo perennemente in bilico tra la nuova patria e nuovi affetti e le indimenticate origini.

Vaievivrai Dopo il successo di Train de vie il regista Radu Mihaileanu torna con un opera fiume, circa 2 ore e 20’ di durata, che attraverso le vicende di un ragazzo sradicato, disegna un affresco storico della storia israeliana degli ultimi vent’anni: la diffidenza mai sopita verso gli ebrei neri d’Etopia, le speranze di pace sfumate con la morte di Rabin, la presa di potere della destra che acuisce il conflitto con la Palestina sono raccontati con brevi ma significative pennellate. L’occhio del regista segue amorevolmente la crescita di Schlomo, le sue difficolta’ di integrazione, rese piu’ dure dal dover sempre vivere nella menzogna rinnegando le proprie origini per paura di essere scacciato da Israele per motivi religiosi.
Sono ben delineati i rapporti che il piccolo etiope costruisce con la sua famiglia adottiva e con il capo della comunita’ falasha che diventa un padre spirituale per il ragazzo e i momenti piu’ intensi sono quelli delle rivelazioni: molti dei protagonista nascondono a loro volta un segreto, come Schlomo, un peso terribile con il quale bisogna riuscire a convivere.
E’ un film ricco di umanita’, paradigmatico delle vicende degli sradicati di tutto il mondo con scene molto toccanti: piu’ che la prima doccia di Schlomo preoccupato nel vedere scorrere via un bene cosi’ prezioso come l’acqua, ho trovato estremamente commovente il rogo degli abiti: quelli che per gli operatori sono sono dei cenci pulciosi per gli emigranti rappresentano l’ultimo legame con la terra d’origine, il costume tipico, legame che viene ulteriormente spezzato nella scena della ricognizione anagrafica dove il nome proprio viene tradotto oppure storpiato nel nome che si portera’ nella nuova patria.
Una bella pellicola da non perdere, fosse solo per dovere civile.

La sposa cadavere

Victor e’ il rampollo di una famiglia di pescivendoli arricchiti, per interesse viene promesso in sposo a Victoria, ultima discendente di una nobile famiglia ormai spiantata, i due giovani si conoscono il giorno delle prove del matrimonio e tra loro e’ amore a prima vista, ma il ragazzo e’ troppo impacciato e rischia di mandare a monte le nozze. Per la vergogna si nasconde nel bosco e provando il suo giuramento matrimoniale infila l’anello in quel che lui crede essere un rametto ma che in realta’ e’ la mano scarnificata di una sposa cadavere cui si ritrova legato suo malgrado..

Lasposacadavere



La bellissima favola narrata da Burton si rifa’ agli inizi della letteratura gotica in epoca vittoriana, c’e’ una perfetta ricostruzione dei personaggi e delle atmosfere: la rigorosa etichetta, il protagonista timido e romantico, l’eroina coraggiosa che lotta per il suo sogno d’amore, la fanciulla sventata che paga con la vita l’illusione di un amore che va contro le convenzioni.
La scenografia e’ gotica nelle forme e nei cupi colori del mondo dei vivi riprende la grande stagione horror degli anni ’30, mentre il mondo dei trapassati ha i colori acidi degli horror che Roger Corman giro’ con Vincent Price.
Quello che rende il film un capolavoro assoluto e’ il passo avanti che Burton compie nella sua poetica: se e’ tenero il momento in cui grazie al regalo di Emily, la sposa cadavere, Victor ritrova il cane con cui giocava nell’infanzia (tema molto caro a Burton ed argomento del suo primo cortometraggio Frankeweenie) e’ assolutamente geniale il momento in cui i morti, tornati sulla terra si confrontano coi vivi e quello che dovrebbe essere un’occasione di terrore si trasforma in una festa con bambini che ritrovano i nonni e vecchie signore rinsecchite che rincontrano il grande amore sulle note di Via col vento, ma del resto come e’ possibile aver paura di quelli che fino a poco tempo prima erano i nostri cari?
Qui torna la riflessione sulla letteratura del terrore che se nel nostro secolo e’ stata dominata dalle nostre ansie e paure, nell’eta’ vittoriana nasce come risposta alle repressione delle passioni: quanti sono i reventans e le donne di Poe ritornate o resuscitate per troppo amore?
Notevole anche la qualita’ della tecnica a passo uno: la bellissima sposa cadavere si muove con un passo da mannequin, la mobilita’ dei volti dei pupazzi ha davo vita a personaggi buffissimi come il saggio Gutknecht: un vecchio scheletro dalle mandibole consunte e un lungo lichene come barba.
Passabile il doppiaggio italiano, per cui sono state usate le voci che normalmente doppiano gli attori che nella versione originale danno voce ai personaggi del film, per lo meno questa volta c’e’ stato risparmiato lo scempio di qualche comico.

Niente da nascondere

Niente da nascondere George, un giornalista che cura una trasmissione di successo in tv, inizia a ricevere cassette anonime che spiano le uscite di casa sue e dei suoi familiari: si innesca una spirale di paura che riporta a galla vecchi ricordi d’infanzia…

Il film si apre sull’inquadratura di una casa in un quartiere elegante di Parigi, la classica abitazione di chi ha una vita tranquilla e, presumibilmente, nulla da nascondere.
Con grande maestria il registra ribalta il significato dell’immagine e ci ritroviamo nel salotto, a guardare insieme ai protagonisti una cassetta che riprende la facciata della casa, perche’ il film e’ girato in grandissima parte in interni per indagare quel che di nascosto, come recita il titolo originale, si trova tra le pieghe dell’esistenza di un’apparentemente serena famiglia borghese.
Le poche immagini in esterna mostrano comunque spazi prospicienti le abitazioni o i luoghi dove lavorano/studiano (sarebbe piu’ esatto dire rifugiano) i protagonisti di questa storia che rassicurati ancora dal senso di protezione dato dall’abitazione che torreggia alle loro spalle possono mostrare i muscoli davanti la marciapiede di casa, dimenticando di esser gente che vive in un acquario, abituata a vedere il mondo dietro un vetro, che sia quello della finestra o quello della tv da cui arrivano le immagini raccapriccianti di un mondo in guerra che vogliono tener fuori dalla porta per concentrarsi sui piccoli drammi familiari, drammi che a volte sfuggono al controllo e riverberano l’orrore esterno dentro questi piccoli mondi chiusi.
Haneke crea un gelido film da camera alternando l’esasperante lentezza di inquadrature fisse ai piani sequenza, per arrivare a scene di forte intensita’ emotiva: lo spettatore viene catturato dalle disavventure del protagonista, forse aspettandosi che abbia da nascondere qualcosa di ben piu’ grave di quel che ha in realta’ ma accorgendosi alla fine che il fascino del film non sta nello scoprire la colpa ma nell’appassionarsi alla vicenda come dimostra anche il racconto a cena dell’amico che potrebbe essere la reincarnazione di un cane.