A volte anche un un brutto film di cassetta, scopiazzatura malfatta di un ben piu’ celebre lavoro di Hitchcok, La signora scompare, potrebbe dare una mano a raddrizzare una pessima situazione economico-sociale: se nessuno se ne fosse accorto, la pellicola in questione non e’ altro che un megaspot del nuovo Airbus 380 che a meta’ del prossimo anno iniziera’ a compiere normali voli di linea, che difficilmente faranno scalo in Italia dato che i nostri aeroporti non sono in grado di accogliere in tutta sicurezza questi giganti dell’aria che invece potranno tranquillamente scendere al nuovo aeroporto di Valona, Albania (la notizia la riportava di spalla, senza suscitare alcun scalpore, un trafiletto sulla rivista Touring dello scorso gennaio). C’e’ da meditarci su, traforando montagne, disegnando ponti o leggendo la mia recensione del film pubblicata su Impattosonoro e che ora potete leggere qui
Anno: 2005
Consiglio
Alla persona che e’ arrivata su questo blog con il refer rendere catastrofici eventi spiacevoli, direi di sapersi accontentare…
Addio a Pat Morita
In her shoes – Se fossi lei
Rose e Maggie sono due sorelle molto unite ma completamente diverse: tanto la prima e’ insicura del suo aspetto fisico ma rigorosa e affidabile, altrettanto la seconda punta tutto sulla sua innegabile bellezza ed e’ sventata in tutto il resto. Una breve convivenza tra le due provochera’ una rottura apparentemente insanabile che invece permettera’ di affrontare i fantasmi di famiglia…
Se fosse stato girato nell’epoca d’oro Hollywood una pellicola del genere avrebbe avuto per protagoniste Bette Davis e Miriam Hopskin: paragonare la prova della brava Toni Collette con la mitica Bette Davis e’ certamente spropositato, invece Cameron Diaz regge perfettamente il confronto con la bionda antagonista per eccellenza della Davis dando una buona prova di recitazione.
Sempre in bilico tra commedia e melodramma, il lavoro di Hanson si fa scoprire a poco a poco, prendendosi tutto il tempo per raccontare i complessi rapporti tra le due sorelle e le dinamiche della loro famiglia, prestando grande attenzione ad atteggiamenti tipicamente femminili che van ben al di la’ della passione per le scarpe: gustosissima la scena in cui Rose, per capacitarsi di esser finita a letto con un uomo che ritiene troppo bello per se’, lo fotografa con cellulare per poter aver una prova tangibile dell’evento. Di stampo piu’ melodrammatico il momento in cui Maggy riesce ad affrontare la sua dislessia grazie all’aiuto di un professore emblematicamente cieco, quindi non suscettibile alla sua avvenenza.
Con il procedere della storia il tema della bellezza si fa secondario rivelando problemi ben piu’ seri che hanno a che fare con la madre morta prematuramente e sofferente di un problema mentale, tutte le fisime delle protagoniste appaiono sotto una nuova luce: la paura di ereditare la malattia.
Anche l’ingresso in scena della nonna di cui le due sorelle non sapevano piu’ nulla e’ interessante, non solo per l’evolversi della trama, ma anche per una sottile satira sociale: se prima il montaggio alternato mostrava la differenti vite di Rose e Maggy ora il confronto e’ tra Philadelphia, citta’ attiva e fredda e l’assolata cittadina della Florida dai colori pastello abitata da soli anziani.
Da segnalare anche le figure di contorno che delineano un universo femminile molto composito (c’e’ anche una matrigna in perfetto stile Cenerentola!) che ha la funzione di far da contrappunto al plot con alcune delle battute migliori.
Suonala ancora
Il volume, uscito nel 1997 in Italia, lo si acquista per la curiosita’ verso l’autore Stephen Bogart, figlio di cotanti genitori, poi leggendo la quarta di copertina che riassume la trama si e’ ulteriormente intrigati dalla curiosita’, forse morbosa, di sapere se dietro la vicenda di quel R.J. Brooks detective, figlio di una bellissima diva di Hollywood troppo presa dalla sua carriera si nasconda qualcosa del vero rapporto figliale che l’autore ha con la celebre madre, Lauren Bacall.
Di certo anche Bogart jr. ci marcia intitolando il romanzo Suonala ancora battuta che solo a forza puo’ essere ritenuta valida per raccontare le gesta di un serial killer.
Il romanzo in se’ e’ piuttosto banale con la classica divisione tra la narrazione delle (dis)avventure del detective che non si esime dall’innamorarsi di una energica e bella donna con la quale si produce in strepitose (???) performance sessuali e il racconto in prima persona dei propositi malati del serial killer.
Sam stavolta poteva star fermo un giro.
The big white
Paul Barnell vorrebbe riscuotere la polizza sulla vita del fratello, scomparso da cinque anni, cosi’ da poter curare al meglio la moglie affetta da Sindrome di Tourette, ma in Alaska la riscossione e’ possibile solo dopo sette anni di morte presunta. Allora Paul si impossessa di un cadavere facendolo passare per quello del congiunto, ma un funzionario dell’assicurazione subodora la truffa ed i guai sono appena all’inizio..
E’ tutto bianco in questo film diretto da Mark Mylod: i paesaggi innevati dell’Alaska, gli uffici dell’assicurazione, le pareti di casa di Paul e quelle della sua agenzia turistica, ovviamente le sfumature di bianco sono innumerevoli, ad esser piatto e monotono invece, e’ il plot del film che dimostra tristemente come anche la commedia indipendente segua ormai dei cliche’ predefiniti: i personaggi strampalati, la truffa giustificabile, i gangster di buon cuore e pasticcioni, tutto e’ talmente prevedibile da risultare irritante: c’e’ qualche buona gag e qualche bella battuta ma si perde in un mare di noia.
Da salvare, almeno parzialmente il cast: se Robin Williams non e’ certo memorabile, Holly Hunter gioca bene con la (presunta?) Sindrome di Tourette, mentre Giovanni Ribisi nei panni del funzionario e’ al solito grandioso.
Mae West
25 anni fa, il 22 novembre 1980, se ne andava Mae West, irriverente sex symbol del cinema americano.
Nata a New York il 17 agosto 1893, fin dall’infanzia calca i palcoscenici del vaudeville; a vent’anni inizia a scrivere testi per se’ stessa e nel 1926 finisce in carcere per una settimana perche’ la sua commedia Sex offendeva il comune senso del pudore.
Al cinema arriva tardi, quasi quarantenne: con una particina del film del 1932 Nigth After Night si impone all’attenzione del pubblico. L’anno seguente esplode con Lady Lou tratto da una sua commedia teatrale, Diamond Lil.
Il successo delle sue commedie sfrontate ed irriverenti dalle celeberrime battute esplicite (È una pistola che hai lì in tasca, o sei semplicemente contento di vedermi?) salvano la Paramount dal fallimento ma attirano su di lei le ire della censura: per lei non basta il severo codice Hayes e viene creato il Sigillo di Purezza, nato dalle pressioni della “Lega Nazionale della Decenza”, ma soprattutto dall’odio del potente W. R. Hearst (pare che che la West non avesse risparmiato le sue velenose frecciate alla di lui compagna, Marion Davies).
Dopo aver girato nemmeno una dozzina di film Mae West abbandona il cinema e si dedica al teatro e al canto, ma la sua rapida incursione nel mondo della celluloide ha lasciato un segno indelebile: Dali’ disegnera’ il noto divano ispirato alle sue labbra mentre Wharol all’inizio della sua carriera creera’ un paio di stivaletti in stile Belle Epoque che portano il suo nome.
Resta da chiedersi come sarebbe oggi il mondo se Mae West avesse potuto continuare a contagiare il cinema con la potenza eversiva della sua gioiosa sessualita’ impermeabile ai canoni di bellezza: forse avremmo meno donne anoressiche e molte meno protesi al silicone, ma il suo genio andava oltre al sesso e alla bellezza: la leggenda che preferisco su di lei e’ quella che racconta che per soddisfare il suo famoso appetito sessuale un giorno avesse provato a portarsi in camera un bel maschione di colore, ma il portiere dell’albergo con grande imbarazzo la dovette fermare perche’ i negri non potevano entrare nell’hotel, senza scomporsi Mae West acquisto’ l’albergo e si porto’ in camera il prestante giovanotto: questo a casa mia significa essere una vera strafiga!
Elizabethtown
Drew Baylor e’ un disegnatore di scarpe che ha fatto perdere un milione di dollari alla compagnia per cui lavora disegnando un modello di scarpe orrendo. Dopo un brutale licenziamento a cui segue l’abbandono della fidanzata, viene a sapere che il padre e’ morto. Accantonati momentaneamente i propositi di suicidio, va ad Elisabethtown, paese d’origine del padre dove e’ accaduta la disgrazia per riportare a casa la salma ma l’incontro con i parenti e una simpatica hostess durante il volo finiranno per cambiare la sua vita.
Sicuramente il regista Cameron Crowe non sara’ un genio della cinematografia, ma i suoi film possono essere identificati come il lavoro di un buon artigiano la cui filmografia e’ caratterizzata da alcuni temi fondamentali: la musica, tratto dominante anche in Singles -L’amore e’ un gioco e Quasi famosi, il viaggio che era un tema portante di Quasi famosi e la necessita’ di uscire dalla dimensione estremamente competitiva del mondo del lavoro che rappresentava l’ossatura di Jerry McGuire.
L’impianto dell’ultimo lavoro e’ quello della commedia screwball con una protagonista intraprendente, Claire, che riprende la verve di certe eroine delle commedie sofisticate anni ’30 dove la “smart girl” di turno punta un compagno, solitamente un po’ svagato e riesce a conquistarlo; non ci sono viraggi al nero nonostante tutta la storia ruoti attorno alla morte del padre del protagonista, argomento che viene affrontato con delicata leggerezza.
Il film offre una divertente descrizione della provincia americana con la collettivita’ che si interessa totalmente alla vita del singolo, i rapporti familiari cosi’ stretti da risultare invadenti: comportamenti sconcertanti per il povero Drew che aveva dedicato gli ultimi otto anni della sua vita al suo fallimentare progetto lavorativo.
Si rileva qualche caduta di tono qua e la’ e qualche disomogeneita’ in alcuni punti dell’evoluzione della trama (soprattutto il viaggio in macchina attraverso gli States rimane troppo staccato dal resto) ma sono peccati veniali che non intaccano la bonta’ di questa intelligente commedia sostenuta da un ottimo cast: Kirsten Dunst e’ deliziosa, Susan Sarandon perfetta nella parte di una madre un po’ sopra le righe, mentre Orlando Bloom al suo primo ruolo in abiti attuali e non in costume (almeno da quando e’ una star) guadagna in espressivita’ e credibilita’.
The interpreter
Silvia lavora all’ONU come interprete, un giorno casualmente ascolta una conversazione dove si progetta l’omicidio del presidente di uno stato africano che a breve dovrebbe parlare alle Nazioni Unite. Dopo qualche titubanza la donna denuncia il fatto alla polizia ma le sue vicende famigliari la pongono tra i possibili sospettati.
Un film che a mio parere non strappa la sufficienza, benche’ alcuni aspetti del film si salvino, giustificando forse il prezzo del biglietto.
Di certo la cosa piu’ interessante e’ l’ambientazione nella sede dell’ONU: com’ e’ ormai noto questa e’ la prima volta che un cineasta ottiene il permesso di girare dentro l’edificio, e la grande sala delle conferenze riesce a emozionare lo spettatore per il valore simbolico del luogo; non manca il riferimento alla politica attuale su cui il peso dell’’organizzazione e’ ormai minimo ed il concetto e’ ben rappresentato dalla lettura dei nomi di vittime di genocidio che riecheggiano negli ambienti vuoti del palazzo di vetro.
Funziona anche il rapporto che si crea tra Silvia e Tobin, l’agente che deve proteggerla: uniti da due diverse sofferenze, entrambe lancinanti; fortunatamente la loro vicinanza non sfocia nella classica love story che avrebbe banalizzato ulteriormente una pellicola dalla trama gia’ traballante.
Purtroppo il thriller non funziona proprio, nonostante su tutto aleggi il fantasma di Hitchcock (o forse proprio per quello) e quando si ricerca il possibile assassino nella sala affollata di persone il pensiero va a L’uomo che sapeva troppo versione 1956.
Nel film di Pollack ci sono troppi personaggi e la trama troppo complessa, spesso perde anche di mordente e di tensione, mandando in confusione lo spettatore.
Un ‘occasione mancata, peccato.
Rock Hudson
Oggi Rock Hudson compirebbe 80 anni, invece se ne ando’ il 2 ottobre 1985, prima illustre vittima dell’AIDS, la sua morte fece molto scalpore perche’ attiro’ definitivamente l’attenzione su una malattia ancora poco conosciuta che fino a quel momento si pensava fosse relegata ai bassifondi della droga e dell’omosessualità.
C’e’ un bel saggio online che analizza a fondo la figura di Rock Hudson, della maschia cultura americana anni ‘50 di cui fu simbolo, delle ambiguita’ celate in molti suoi film e delle conseguenze che suscito’ la sua malattia tenuta nascosta fino all’ultimo a cui vi rimando; a me interessa ricordare che nonostante l’attore, sia arrivato al cinema per via del suo fisico imponente e affascinante (leggenda vuole che il nome Rock derivi dalla Rocca di Gibilterra) abbia poi lasciato opere di ottimo livello nella storia del cinema a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, soprattutto in collaborazione con Douglas Sirk.
Segnalo anche a sua partecipazione ai primi due dei cinque western che Anthony Mann girò con James Stewart: Winchester 73 e Là dove scende il fiume.
Il primo incontro col regista avviene sul set de Il capitalista del 1952, collaboreranno ancora nel mediocre Il Figlio di Kociss prima di creare i capolavori del melo’ La Magnifica ossessione (1954) e Secondo Amore del 1955, in questi due film il bel Rock Hudson fa coppia con la “bruttina stagionata”, nonche’ prima moglie di Ronald Reagan, Jane Wyman.
Per Sirk l’attore interpreta anche Come le foglie al vento nel 1956 e due anni dopo Il trapezio della vita.
Non va dimenticato che fu il protagonista de Il gigante (1956), noto per essere stato l’ultimo film di James Dean.
Il decennio successivo vede Rock Hudson specializzarsi nelle commedie romantiche, spesso accanto alla “vergine di ferro” Doris Day, da segnalare anche una leggerissima ma graziosa commedia del 1961, Torna a Settembre dove interpreta l’amante americano che non si vuole impegnare, della nostra Gina Lollobrigida.
Nel 1964 e’ protagonista dell’ultima commedia firmata da Howard Hawks, Lo sport preferito dell’uomo.
