Before sunset

Before sunsetE cosi’ Jesse e Celine alla fine si sono rincontrati.. Che delusione!
Del resto che un grande amore debba cristallizarsi nel ricordo e non avere piu’ ritorni lo diceva gia’ Margaret Mitchell a proposito di Rhett e Rossella.

Recensione pubblicata su ImpattoSonoro

E’ arrivato sugli schermi il tanto atteso sequel di Prima dell’alba, piccolo film di culto del 1994 in cui due ragazzi, l’americano Jesse e la francese Celine si incontrano su un treno, lui deve scendere a Vienna dove ha il volo che lo riporta in America, lei decide di trascorrere con lui le poche ore che lo separano dalla partenza. Dopo una notte d’amore i due si lasciano con la promessa di ritrovarsi sei mesi dopo alla stazione di Vienna.
Before the sunset ci ripresenta i personaggi dieci anni dopo quella famosa notte: Jesse e’ diventato uno scrittore e su quell’incontro di gioventu’ ha basato il suo ultimo romanzo che sta presentando in Europa. Nella tappa parigina del tour promozionale rincontra Celine e ancora una volta ha poche ore da trascorrere con lei prima di prendere un aereo che lo riporti a casa.
Se il primo film era un racconto in stile rohmeriano di sorprendente freschezza, questo secondo episodio della storia d’amore di Jesse e Celine non si dimostra all’altezza del precedente.
I due protagonisti sono cambiati e presentano tutte le delusioni tipiche dei trentenni di oggi, insoddisfatti del lavoro e della vita privata, alle prese con un mondo alla deriva (sotterraneo ma presente lo scontro tra sentimento americano e posizione francese, quanto di piu’ agli antipodi in quest’ultimo contesto storico), risulta particolarmente irritante la trasformazione del personaggio di Celine, nevrotica e insopportabile con il suo giochino di far contare le dita che finisce sempre con un emblematico gestaccio.
Ci si accorge ben presto di essere di fronte ad un’operazione di puro intento commerciale: la sceneggiatura e’ opera di Linklater e degli stessi protagonisti, tre artisti di belle speranze nel 1994, quando usci’ il primo capitolo di questa vicenda, ma che non sono riusciti a concretizzare le loro carriere: la Delpy e’ ridotta a fare comparsate in telefilm come E.R., Ethan Hawke, dopo il fallimento del matrimonio con Uma Thurman, sfodera il fascino di un malato terminale e Linklater non e’ nuovo ad operazioni furbe come School of rock; ecco allora l’idea di riprendere il loro vecchio successo e ritentare la carta di un nuovo incontro tra Celine e Jesse, purtroppo nel film non succede assolutamente nulla, solo le confidenze dei due protagonisti, ma nonostante Parigi sullo sfondo non si sente piu’ l’anelito della Nuovelle Vague e di Rohmer: quella telecamera insistita sui protagonisti ricorda la ripresa di un qualsiasi banale reality show.

il mio problema con Shrek 2

A mille ce n’e’

nel mio cuore di fiabe da narrar

venite con me

nel mio mondo fatato per sognar

non serve l’ombrello

il cappottino rosso la cartella bella

per venir con me

basta un po’ di fantasia e di bonta’

Sono praticamente certa che Shrek 2 sara’ un film molto
piacevole, ma avro’ grossi problemi col gatto con gli stivali, a cui
nella versione originale presta la voce Antonio Banderas, perche’ come
tutti gli ascoltatori delle Fiabe sonore ricorderanno  l’astuto micio parlava franscese, parbleu!

finisce cosi’

questa favola e’ breve e se ne va

il disco fa click

e vedrete tra un po’ si fermera’

ma non preoccupatevi,

che presto un altra ne avrete!

FiabeSonoreGattostivali

Sky captain and the world of tomorrow

Skycaptain Riconosco che il film non sia molto entusiasmante al di la’ di meriti degli attori, ma se il bel Jude Law e’ credibile nei panni dell’eroe, Angelina Jolie e’ magnetica come sempre nelle poche scene in cui compare, e concordo con Murdamoviez sul ruolo che le avrebbe dovuto esser assegnato, l’odiosa Gwineth Paltrow ricorda Veronica Lake solo quando la inquadrano di spalle con la chioma bionda che esce dal Borsalino. Non nego di aver sperato per tutto il tempo che i robot la facezzero a pezzettini come non nego che queste righe siano FORSE un po’ di parte..

1939: mentre la giornalista Polly Perkins si trova ad indagare sulle strane scomparse di diversi scienziati, il suo ex fidanzato ed eroe dell’aviazione americana, Joe Sullivan, detto Sky Captain, deve fronteggiare l’attacco alla citta’ di New York da parte di enormi macchine robotizzate che hanno gia’ seminato il panico nel resto del mondo. Le loro strade sono destinate ad incontrarsi nuovamente per sconfiggere una grave minaccia all’intera umanita’.




Skycaptainandtheworldoftomorrow


Il film che passera’ alla storia per essere stato il primo in cui attori in carne ed ossa recitano su un set totalmente digitale, mimando cioe’ le scene che devono girare con alle spalle lo sfondo azzurro del cromaki sul quale verrano poi proiettate tutte le immagini degli oggetti elaborati al computer, vanta pochi altri meriti: se riesce a ricreare l’atmosfera dei film anni 40 con i toni cupi delle versioni colorizzate delle pellicole in bianco e nero, i tagli di luce sul viso, i toni fiammeggianti dei primi film a colori, le rotative in azione su cui si sovrappone l’immagine del titolo del giornale in uscita, purtroppo non riesce ad avvincere completamente lo spettatore.
L’intento che il regista si proponeva era chiaro: omaggiare tutta la storia del genere sci-fi dagli anni ‘30 ad oggi ma probabilmente gli e’ scappata un po’ la mano e non c’e’ una singola inquadratura in cui non scatti la sensazione di deja-vu.




Sky-Captain-and-the-World-of-Tomorrow


Gli omaggi piu’ evidenti sono alla saga di Star Wars a cui si ispirano quasi tutti i combattimenti aerei, il rapporto tra Sky Captain e Polly ricalca il secondo episodio di Indiana Jones, l’episodio nel Tibet, nella vallata nascosta di Shangri-La arriva da Orizzonte perduto di Capra, l’incontro con i dinosauri e’ un misto tra Il mondo perduto del 1960 e The lost world di Spielberg, ma ci sono anche battute rubate ad Alien, omaggi a King Kong, citazioni orientali (immancabile il gesto di sfida alla Bruce Lee) e persino quando la citazione non e’ presente l’evocazione e’ tale che la mente corre ad un film precedente: quando Sky Captain viene sfidato sulla passerella dall’esperta di arte marziali che gli mostra la sua abilita’ ci si aspetta che la freddi con un colpo di pistola come Indiana Jones.
Forse l’intento era alto e anche nobile e fatto con sicuro amore per questo genere cinematografico e per il cinema i genere, vista la scelta di affidare il ruolo del perfido Totenkopf che appare solo in ologramma o in qualche vecchia foto a una leggenda come lo scomparso Sir Laurence Olivier, ma il risultato e’ uno sterile centone che riesce a far presa solo sull’appassionato.

Cosi’ fan tutti

Cosìfantutti

Il bel mondo della cultura parigina visto attraverso gli occhi di Lolita, goffa ed insicura figlia di un grande scrittore di successo, magnate dell’editoria: in sovrappeso e bruttina vive un rapporto
contrastato col il padre egocentrico, risposatosi con una ragazza molto piu’ giovane di lui ossessionata dalla linea. Lolita viene avvicinata solamente da persone che vogliono arrivare per suo tramite al suo illustre genitore, e così è anche per Silvya, la sua insegnante di canto, moglie di uno scrittore di belle speranze ma squattrinato che decide di seguire il coro amatoriale della ragazza solo quando scopre da quali illustri lombi discenda. Silvya vivra’ sulla sua pelle l’avanzare dell’ipocrisia tipica della gente in vista quando il marito riuscira’ a sfondare.

Dalla premiata ditta de Il gusto degli altri, Jean-Pierre Bacrì e Agnes Jaoui, una divertente e cinica commedia che prende di mira molti degli stereotipi della societa’ attuale: l’ossessione per la bellezza, l’invidia del successo altrui e la disponibilita’ di accettare tutto pur di avere un posto al sole. Dialoghi graffianti interrotti sempre dalla suoneria di un cellulare che risulta ancor piu’ cacofonica in confronto ai brani d’opera che sono parte integrante della pellicola.

La riflessione piu’ amara che mi ha suscitato questo film e’ che trent’anni fa questa si sarebbe chiamata commedia all’italiana: last christmas i gave you my heart…

Viaggio allucinante



Ahime’, non sto parlando del capolavoro di Fleischer, grave mancanza
nella retrospettiva a lui dedicata dal TorinoFilmFestival, ma del
viaggio per andar a vedere L’altalena di velluto rosso.

Siamo partiti in tre: io, il mio catorcio d’auto senza airbag e la
mia simpatica miopia che di sera si monta la testa e vuole prendere il
sopravvento.

Per chi non conosce la Torino-Piacenza, sappia che e’
un’autostrada a due corsie con lunge file di camion talmente vicini che
a volte non capisci se si tratta di due camion distinti o di un singolo
autoarticolato.

Di mio ho gia’ una scarsa fiducia verso i mezzi pesanti, ma questo
viaggio e’ stato, ribadisco allucinante: ad ogni sorpasso di furgonato,
ma che dico.. di stationwagon! mi appariva la Beata Parietti
dall’occhio tumefatto vociferante di autotreni che si mettono per
traverso ma che "in quei momenti" non si sente nulla… potere dei
media! E pensare che quelle immagini io le ho viste solo a Blob

L’altalena di velluto rosso

The Girl on the Red Velvet Swing
USA, 1955, 20th Century Fox
con Ray Milland,  Joan Collins, Farley Granger
Regia di Richard Fleischer


L'altalenadivellutorosso

La vicenda narrata dal film proposto al TorinoFilmFestival nella rassegna dedicata a Richard Fleischer e’ la vera e scabrosa storia del famoso architetto Stanford White, autore del Madison Square Garden.
L’uomo, sulla soglia dei cinquant’anni si invaghisce di una giovanissima ballerina di Broadway, Evelyn Nesbit, che diventa la sua amante. Soverchiato dai sensi di colpa nei confronti della moglie, White lascia la ragazza che finisce tra le braccia di Harry Thaw, ricchissimo e sadico rampollo dell’alta societa’. Thaw sposa la fanciulla anche se e’ sempre piu’ roso dalla gelosia nei confronti di White tanto che arrivera’ a ucciderlo in pubblico durante uno
spettacolo al Madison Square Garden, a colpi di pistola. Thaw rischia la pena di morte ma verra’ giudicato insano di mente e rinchiuso in un manicomio criminale grazie alla testimonianza della moglie che dichiarera’ di essere stata sedotta dall’architetto.


TheGirlInTheRedVelvetSwing

Non e’ un gran melo’ quello che gira Fleischer, e probabilmente e’ invecchiato anche male: e’ molto verboso e dispiega tutta il kitch di cui gli studios potevano essere capaci per girare un film ambientato solo 50 anni prima (evito la descrizione della camera dell’altalena rossa!).
Quello che c’e’ di veramente interessante in questa pellicola e’ il modo in cui il movimento della macchina da presa rivela i moti sinceri dell’animo dei personaggi: il film racconta una storia scabrosa che fece molto parlare di se’, svoltasi sotto gli occhi del bel mondo new yorkese, e Fleischer riprende i personaggi sempre in maniera frontale, come se si trattase di una ripresa teatrale, quando la passione o un moto istintivo dell’animo prende il sopravvento ecco che la macchina da presa ci offre una visuale del tutto diversa, come se anche lei uscisse dalla convenzione: le oscillazioni sempre piu’ veloci
che seguono l’altalena quando scoppia la passione tra White e Evelyn, il carrello a stringere sul volto della ragazza durante la prima fase del processo in cui non vuole testimonare contro il suo primo amore, la ripresa dall’alto quando va a giustificarsi con la moglie di White ecosi’ via.
Il cast e’ buono, a parte la leziosa Joan Collins, (che infatti non e’ passata alla storia per le sue qualita’ di attrice) e questo e’ un
peccato dato che lei e’ il vertice di questo triangolo amoroso. Ray Milland e’ misurato ed elegante mentre Farley Granger aggiunge alla sua galleria di vilain disturbati (Nodo alla gola, Senso) la figura di un cattivo grezzo, senza mezze tinte.


Thegirlintheredvelvetswing

Una curiosita’: per chi fosse interessato alla vicenda di Stanford White, consiglio questo inquietante resoconto del viaggio sulle Alpi della coppia Thaw-Nesbit.

Ava indaga: Spazio1999

Rassicurata dalla programmazione della prossima settimana riportata da FilmTV
che promette la ripresa delle proiezioni del mitico serial da parte di
Rai3 dopo l’interruzione di lunedi’ 15 novembre, mi ritrovo a studiare
i pezzi del rompicapo che ho in mano.

Parlo sempre del caso L’ultimo tramonto, l’episodio che la
Rai avrebbe perso dopo la prima proiezione del 1976. Molte illazioni
erano state fatte all’epoca della trasmissione del telefilm da parte di
CanalJimmy che sostitui’ l’episodio mancante con la versione inglese
sottotitolata. In realta’ la Rai non ha perso la puntata, ma ne aveva
solo rovinato l’inizio infatti L’ultimo tramonto e’ stato
mandato in onda lunedi’ 1 novembre in un edizione mista: i primi 5
minuti sono in lingua originale sottotitolata per tornare poi alla
storica versione italiana.

La soluzione di questo mistero ne ha pero’ sollevato un altro: il
fatidico episodio era l’undicesimo nell’ordine di trasmissione storico  (rispettato anche da Canal Jimmy e dalla versione in DVD) , invece questo sito riporta  come ufficiale l’ordine seguito dall’attuale riproposta Rai.. chi ha ragione?

Le indagini continuano.. per ora ho scoperto che Martin Laundau e
Barbara Bain erano stati scelti come interpreti principali del serial
anche in ragione del fatto che tra loro c’era una relazione
sentimentale nella vita privata.

 

Auguri a Danny De Vito

PinguinoNel 1944 nasce uno degli attori più simpatici del cinema hollywoodiano, eccezionale Pinguino in Batman il ritorno di Tim Burton e che  sa manifestare una grandiosa vena di humor nero  nella sua attivita di regista: Getta la mamma dal treno, La Guerra dei Roses, Matilda & mitica e l’ultima fatica, purtroppo passata quasi inosservata in Italia con
una fugace apparizione nelle sale a fine della scorsa stagione, Duplex.

Per il mio affezionato pubblico devo anche ricordare che oggi compie 30 Claudia Pandolfi.

The village

N.B. questo post contiene spoiler in quanto non e’ una recensione ma uno sfogo contro un film e un regista sopravvalutati

Thevillage

Attendevo con ansia The village per vedere se i miei
sospetti su M. Night Shyamalan fossero fondati o meno e purtroppo hanno
trovato la peggiore delle conferme. Io credo che il regista di origine
indiana, considerato un novello genio della suspence abbia avuto la
fortuna di azzeccare il film d’esordio, l’indiscutibilmente buono Sesto Senso
e da allora viva di rendita proponendoci con un’ottima qualita’ della
fotografia il suo solito giochino di far credere una cosa e ribaltare
la situazione con il colpo di scena finale: in The village ci
propina la sua carta fino allo sfinimento inserendo continui flash back
che spiegano il colpo di scena un attimo prima che accada, il che
banalizza molto il film.

In ogni caso trovo che anche la storia non stia in piedi: sei ricco
come Creso e ti rifugi con i tuoi amici in una riserva controllata da
guardie che grazie alle tue conoscenze diventa addirittura no fly zone
e non ti viene in mente di farti lasciare una degna scorta medicinale
tutti gli anni dai tuoi scagnozzi?!?

La pellicola e’ stata osannata come un film politico dove la
metafora del villaggio isolato dal mondo allude alla situazione
americana. Dato che il film non prende nessuna posizione sulla vicenda
che illustra mi domando come si possa intendere questo un film
politico: se alludendo alla tragica realta’ napoletana di questi giorni
dico che “Napoli e’ una bellissima citta’, con un grosso problema di
delinquenza” ho fatto una semplice constatazione o un’affermazione
politica?

Quello che del film mi ha profondamente irritato e’ stata la
completa neutralita’ del regista che compare riflesso sulla vetrina dei
medicinali nel ruolo di una delle guardie che controllano il perimetro
del villaggio e che palesemente fa finta di non vedere il collega che
prende i medicinali; neutralita’ a cui assoggetta anche la
protagonista, la bella e talentuosa figlia di Ricky Cunningam, Bryce
Dallas Howard. Analizziamo la sua storia: scopre che le innominabili
creature che terrorizzano il suo villaggio sono una terribile
invenzione degli anziani del villaggio per mantenerlo isolato, cieca
attraversa un bosco rischiando di inciampare (nella migliore delle
ipotesi) ad ogni passo e viene aggredita dal suo migliore amico, lo
scemo del paese che ha gia’ ferito gravemente il suo promesso, deve
fare presto ad andare e tornare “dalla citta’” perche’ il fidanzato
potrebbe non resistere all‘infezione. E il film come si chiude? col suo
serafico ritorno con la medicina. Ora io fossi stata la cieca di
Sorrento e la muta di Portici messe insieme dopo aver portato il
medicinale mi sarei girata verso la mia famiglia (notare: non la
societa’ ma i genitori di questi giovani sono gli artefici dell’inganno
in cui vivono) che mi ha preso in giro per anni e avrei chiarito due o
tre cosette. Invece no il finale fa intendere un tranquillo ritorno
alla precedente normalita’ fittizia e i giovani spettatori che potevo
sentir ruminare i loro popcorn a due file di distanza hanno accettato
senza fiatare questo finale assurdo, evidentemente non trovando
offensiva quell’immagine di gioventu’ asservita.

Avvilente anche il ferimento a meta’ film di Lucius, l’unico
ragazzo che avrebbe potuto osare infrangere i divieti del villaggio:
cinematograficamente citera’ anche la scomparsa a meta film del
protagonista omaggiando Psyco,  ma il messaggio che ci arriva e’ quello che  chi non fa il bravo fa una brutta fine.

Altrettanto squallido far incarnare il male dal povero mentecatto,
anche se portato benissimo sullo schermo da Adrian Brody, sarebbe stato
piu’ consono alla vera natura umana far interpretare le pulsioni piu’
carnali (violenza e sesso) da un personaggio senziente invece che dare
la stupida illusione che il male arriva solo da quelli che non sanno
quello che fanno.

Un film che ho trovato tremendo nella morale che propugna e ancor
piu’ agghiacciante il fatto che quasi nessuno esca dalla sala indignato.

Breaking news

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BREAKING NEWS

NOTIZIE IN DIRETTA

di Johnnie To

Cina, 2004

Un uomo cammina in un vicolo, sale in un appartamento dove incontra
i suoi complici, scendono tutti insieme per salire in macchina e andare
a a fare una rapina; due poliziotti in borghese li stanno tenendo
d’occhio quando altri due poliziotti della stradale fermano l’auto dei
delinquenti perche’ ha fatto pochi metri contromano, inizia una
discussione a cui segue una sparatoria. Questo e’ l’incipit dell’ultimo
lavoro di Johnnie To raccontato con un geniale piano sequenza fatto di
dolly, carrelli e rotazioni a 360° della macchina da presa. Basterebbe
questa grande lezione di cinema a giustificare il prezzo del biglietto,
ma anche la storia che va a svilupparsi e’ notevole, infatti il
sequente scontro a fuoco tra poliziotti e banditi in fuga viene ripreso
casualmente da una troupe televisiva che monta un servizio in cui si
insinua sull’incapacita’ delle forze dell’ordine. I vertici della
polizia decidono di iniziare una grande caccia all’uomo sotto l’occhio
delle telecamere per riscattare il proprio onore, non verranno lesinati
montaggi manipolati e comunicati stampa fasulli, ma anche i banditi
sapranno usare alla perfezione l’arma dei media.

La storia ha un andamento circolare: inizia all’esterno, per la
strada poi la vicenda si trasferisce dentro un casermone della
periferia dove le azioni tra le strette rampe di scale prendono una
connotazione claustrofobica (molto interessante la messa in scena nella
tromba dell’ascensore) e si chiude con un finale ancora all’aperto.

To mischia i temi classici del poliziesco made in Hong Kong con
una feroce satira sull’influenza dei media, che trasformano
l’operazione di polizia in una partita a scacchi per accapparrarsi il
favore del pubblico.

Lo stile e’ asciutto e realista ma ironico: non mancano momenti e personaggi puramente comici.

Un vero capolavoro dell’action movie, ancora visibile oggi pomeriggio alle 13 al TorinoFilmFestival