Lady in the water

Ladyinthewater Antiche creature del mare che un tempo consigliavano e guidavano gli uomini tentano di riprendere i contatti con l’umanita’: e’ la missione di Story una narf che si e’ rifugiata nella piscina di un condominio per incontrare uno scrittore di cui deve incentivare l’opera, ma esseri oscuri si celano nell’ombra per ucciderla ed impedirle di tornare al suo mondo, tocchera’ agli uomini proteggere la ninfa..

Il regista mette da parte i toni orrorifici per puntare su quelli piu’ lievi della fiaba in questo film che mi e’ piaciuto piu’ di The Village; il che non toglie che dopo l’exploit de Il sesto senso la teoretica shyamalaniana mi convinca sempre poco.
In quest’ultima fatica, il regista ritaglia per se’ il ruolo dello scrittore le cui parole cambieranno il mondo e gli costeranno la vita: quantomeno una visione un po’ presuntuosa del proprio compito! Non pago di incensarsi, l’unico abitante del condominio a cui fa fare una brutta fine e’ un critico cinematografico: che Shyamalan debba far pace con se stesso e il suo lavoro?
Conflitti esistenziali e qualche caduta di ritmo a parte, mi sono lasciata prendere dal gioco di capire quali fossero i ruoli i degli abitanti del condominio, su cui il critico aveva dato ovviamente indicazioni sbagliate, quando le attribuzioni erano in realta’ molto piu’ semplici(stiche) di quel che si potesse pensare.
La morale del film e’ altrettanto semplice: fiducia in se stessi e unita’ tra le genti (il condominio abitato da personaggi strani e di razze diverse e’ l’ovvia metafora del nostro mondo) per sconfiggere il male e la paura.
Fortunatamente tutta questa esilita’ e prevedibilita’ e’ sostenuta da grandi prove attoriali, in particolare Paul Giamatti conferma tutto il suo talento.

The village

N.B. questo post contiene spoiler in quanto non e’ una recensione ma uno sfogo contro un film e un regista sopravvalutati

Thevillage

Attendevo con ansia The village per vedere se i miei
sospetti su M. Night Shyamalan fossero fondati o meno e purtroppo hanno
trovato la peggiore delle conferme. Io credo che il regista di origine
indiana, considerato un novello genio della suspence abbia avuto la
fortuna di azzeccare il film d’esordio, l’indiscutibilmente buono Sesto Senso
e da allora viva di rendita proponendoci con un’ottima qualita’ della
fotografia il suo solito giochino di far credere una cosa e ribaltare
la situazione con il colpo di scena finale: in The village ci
propina la sua carta fino allo sfinimento inserendo continui flash back
che spiegano il colpo di scena un attimo prima che accada, il che
banalizza molto il film.

In ogni caso trovo che anche la storia non stia in piedi: sei ricco
come Creso e ti rifugi con i tuoi amici in una riserva controllata da
guardie che grazie alle tue conoscenze diventa addirittura no fly zone
e non ti viene in mente di farti lasciare una degna scorta medicinale
tutti gli anni dai tuoi scagnozzi?!?

La pellicola e’ stata osannata come un film politico dove la
metafora del villaggio isolato dal mondo allude alla situazione
americana. Dato che il film non prende nessuna posizione sulla vicenda
che illustra mi domando come si possa intendere questo un film
politico: se alludendo alla tragica realta’ napoletana di questi giorni
dico che “Napoli e’ una bellissima citta’, con un grosso problema di
delinquenza” ho fatto una semplice constatazione o un’affermazione
politica?

Quello che del film mi ha profondamente irritato e’ stata la
completa neutralita’ del regista che compare riflesso sulla vetrina dei
medicinali nel ruolo di una delle guardie che controllano il perimetro
del villaggio e che palesemente fa finta di non vedere il collega che
prende i medicinali; neutralita’ a cui assoggetta anche la
protagonista, la bella e talentuosa figlia di Ricky Cunningam, Bryce
Dallas Howard. Analizziamo la sua storia: scopre che le innominabili
creature che terrorizzano il suo villaggio sono una terribile
invenzione degli anziani del villaggio per mantenerlo isolato, cieca
attraversa un bosco rischiando di inciampare (nella migliore delle
ipotesi) ad ogni passo e viene aggredita dal suo migliore amico, lo
scemo del paese che ha gia’ ferito gravemente il suo promesso, deve
fare presto ad andare e tornare “dalla citta’” perche’ il fidanzato
potrebbe non resistere all‘infezione. E il film come si chiude? col suo
serafico ritorno con la medicina. Ora io fossi stata la cieca di
Sorrento e la muta di Portici messe insieme dopo aver portato il
medicinale mi sarei girata verso la mia famiglia (notare: non la
societa’ ma i genitori di questi giovani sono gli artefici dell’inganno
in cui vivono) che mi ha preso in giro per anni e avrei chiarito due o
tre cosette. Invece no il finale fa intendere un tranquillo ritorno
alla precedente normalita’ fittizia e i giovani spettatori che potevo
sentir ruminare i loro popcorn a due file di distanza hanno accettato
senza fiatare questo finale assurdo, evidentemente non trovando
offensiva quell’immagine di gioventu’ asservita.

Avvilente anche il ferimento a meta’ film di Lucius, l’unico
ragazzo che avrebbe potuto osare infrangere i divieti del villaggio:
cinematograficamente citera’ anche la scomparsa a meta film del
protagonista omaggiando Psyco,  ma il messaggio che ci arriva e’ quello che  chi non fa il bravo fa una brutta fine.

Altrettanto squallido far incarnare il male dal povero mentecatto,
anche se portato benissimo sullo schermo da Adrian Brody, sarebbe stato
piu’ consono alla vera natura umana far interpretare le pulsioni piu’
carnali (violenza e sesso) da un personaggio senziente invece che dare
la stupida illusione che il male arriva solo da quelli che non sanno
quello che fanno.

Un film che ho trovato tremendo nella morale che propugna e ancor
piu’ agghiacciante il fatto che quasi nessuno esca dalla sala indignato.