Il ponte delle spie

La cattura di una spia russa a New York nel 1957 getta gli Stati Uniti nell’isteria collettiva ma per garantire che il giusto processo a Rudolf Abel, la difesa viene affidata a James Donovan, un avvocato di punta di un grosso studio legale. Per Donovan il processo ad Abel non è solo una facciata ma si impegna a fondo per il suo assistito mettendo a rischio l’incolumità della propria famiglia. Quando il pilota di un U 2 americano che stava fotografando il territorio russo, viene catturato: Donovan, ancora una volta suo malgrado, diventa il negoziatore dello scambio tra le due spie ma proprio in quei giorni a Berlino Est si costruisce il muro e un giovane studente americano finisce nelle prigioni della DDR..

Pontedellespie

La prima inquadratura del film mostra il flemmatico Abel intento a dipingere il proprio autoritratto con l’ausilio di uno specchio: vediamo l’uomo di spalle e abbiamo di fronte le due rappresentazioni, così diverse tra loro. In questa inquadratura c’è tutto il significato del film: la doppia vita della spia, di chi la gestisce, di chi la deve condannare ma non troppo per poi avere in mano qualcosa da proporre in un possibile scambio. C’è la difficoltà della mediazione, della diplomazia che si nasconde dietro una sua teatralità.
C’è anche il registro stilistico della pellicola che dietro una perfetta rievocazione d’epoca parla del nostro presente, un film che sembra hitchcockiano ma in realtà è fordiano: l’uomo solo, sicuro di quanto ritiene giusto pronto a battersi per ciò in cui crede anche a costo di andare contro i propri interessi e la luce quasi divina che inonda le aule di tribunale deriva da Il giudice un film del 1934 di John Ford. Anche a quella luce viene dato un valore ambiguo nel film: se nella prima parte illumina Donovan nei momenti in cui esprime i suoi alti ideali, la ritroviamo anche a Berlino nello studio dell’avvocato doppiogiochista Vogel, perché anche lo strumento più nobile in tempi loschi si presta a usi pessimi.
Un’altra immagine che mi ha molto colpita è quella di Donovan sulla metropolitana mentre tutti stanno leggendo in prima pagina dei suoi tentativi per ricorrere in appello per conto di Abel e improvvisamente la gente inizia a riconoscerlo e a mostrargli il suo disappunto, questa scena mi è parsa una perfetta rappresentazione dei social media dove ogni notizia diventa l’occasione per esprimere il proprio disappunto senza mai riflettere o ragionare. Ancora una volta è l’uomo solo, che non ha neppure scelto quella situazione ma ci si è trovato per caso, a dover far affidamento sulle proprie convinzioni ed andare avanti, senza badare agli altri come dice espressamente Donovan al pilota Powers che dopo la prigionia russa si trova a dover affrontare il disprezzo dei suoi connazionali.
Pur così odiato, Powers va salvato per quello che potrebbe rivelare mentre lo studente Frederic Pryor, che ha avuto la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata del muro è una pedina sacrificabile ma non per Donovan che nella sua umanità riconosce il valore di ogni singola vita.
Il finale è un’ po’ appesantito dalla retorica dell’antiretorica con il rientro a casa e nella normalità dell’eroe per caso ma la pellicola riesce a instillare una lezione morale e a divertire al contempo.

Le vite degli altri

Lavitadeglialtri L’esordio del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck e’ davvero ottimo e mai statuetta come miglior film straniero agli Oscar fu piu’ meritata, avendo dato l’opportunita’ di una discreta distribuzione alla pellicola che altrimenti dubito saremmo riusciti a vedere.
La vicenda e’ ambientata a Berlino Est nel 1984 (quanto casuale la scelta di questo anno in un film che parla di controllo della societa’?) e il capitano Wiesler e’ davvero un perfetto elemento della STASI, la polizia segreta che controlla il paese: egli e’ convinto che anche le torture psicologiche siano per il bene della nazione, la sua fede nell’ideologia inizia a vacillare quando gli viene affidato il caso del drammaturgo Dreyman, messo sotto controllo per volere del viscido ministro della cultura Bruno Hempf che ha una relazione con la compagna dell’intellettuale, Christa-Marie Sieland, un’attrice costretta ad accettare le avance del ministro per poter continuare a recitare. Wiesler si accorge, e noi con lui, di quanto sia squallido e meschino l’abuso di potere, esercitato il piu’ delle volte per il puro piacere di umiliare gli altri o soddisfare i propri sfizi. Durante questa indagine il capitano ha anche modo di capire cosa spinge alcuni intellettuali a resistere ai soprusi del potere anche se questo li porta a rischiare la loro carriera e questo spinge Weisler a mettersi in gioco a sua volta.
C’e’ una chiara spaccatura nel film tra chi si vende per il potere: il ministro, l’ambizioso capo di Wiesler, persone che cadono sempre in piedi e chi si ribella: persone descritte senza retorica, anzi dipinte quasi come dei loosers senza appello, nel mezzo c’e il personaggio di Dreyman, che pur aiutando la resistenza non si espone piu’ di tanto e l’unica volta che compie un gesto forte, concreto trova sulla sua strada un angelo, anzi una persona buona che lo protegge.
Eccellente la ricostruzione storica della Berlino Est degli anni ‘80: oltre alle scenografie e agli oggetti d’epoca, anche la fotografia riesce a ricreare sapientemente l’atmosfera fredda e cupa di quel periodo. La pellicola e’ sempre compatta, non ci sono mai cadute di ritmo che resta sempre piuttosto teso (anche se si tratta di una tensione ben diversa da quella dei thriller americani). Ho trovato notevole anche la regia, mi ha colpito in particolar modo la messa in scena dello spionaggio: in tutta questa parte del film il regista gioca molto con il fuori fuoco, tenendo a fuoco solo la persona che parla a sottolineare ulteriormente l’attenzione morbosa dell’intercettazione che si concentra sul singolo dettaglio dimenticando il contesto.

Million dollar baby

Million dollar baby

Ovviamente chi va a vedere questo film non crede che Clint Eastwood si sia limitato a girare un Rocky in gonnella (ed infatti la campionessa mondiale dei pesi welter, ex prostituta di Berlino Est se lo sarebbe mangiato in un boccone, il buon vecchio Ivan Drago!) ma nemmeno si aspetta di essere sistematicamente lavorato ai fianchi per finire al tappeto alla terza ripresa con un bel pugno nello stomaco.
Diavolo di un Clint, che riesci a farci sorridere e nel contempo a far si’ che nessuno lasci la sala senza avere gli occhi lucidi (…va bene, occhi lucidi e’ un chiaro eufemismo, se devo prestar fede ai sospiri, i colpi di tosse e le tirate su col naso che rompevano il religioso silenzio della sala, personalmente ho dovuto boccheggiare due volte per evitare di scoppiare in singhiozzi).

Mia recensione


*questo post e’ dedicato a Tarcisio*