Zoran, il mio nipote scemo

Zoranlocandina Italia / Slovenia 2013
con Giuseppe Battiston, Rok Prašnikar, Robero Citran, Marjuta Slamič, Teco Celio
regia di Matteo Oleotto

Paolo Bressan è un alcolista bugiardo che il fallimento sentimentale e lavorativo ha incattivito. Un giorno riceve una richiesta d’appuntamento da un notaio sloveno in seguito alla morte di una zia. Convinto di ricevere un’eredità, Paolo si ritrova a dover accudire per alcuni giorni il nipote sedicenne Zoran che non ha altri parenti in vita oltre lui. Scoperta l’abilità del ragazzino con le freccette, Paolo decide di sfruttarlo e per poterlo fare chiede l’affido di Zoran..

Opera prima di Matteo Oleotto intrisa di alcol (la tagline era “una commedia ad alto tasso alcolico”) e di provincia friulana al confine con la Slovenia, dove scorrono ancora sotterranee le tensioni razziali (Paolo ad esempio rifiuta di parlare la lingua slovena e di partecipare al coro che recupera il dialetto); Zoran il mio nipote scemo è una commedia di chiara derivazione dalla commedia indie americana, quella che esce dal Sundance per interderci: il racconto radicato nel territorio, i protagonisti disadattati: se Paolo è cattivo Zoran è di un’ingenuità e di una timidezza disarmante resa ancora più buffa dal linguaggio arcaico imparato su due romanzi d’amore della nonna che risalgono all’inizio del secolo scorso.
Se i topos della commedia indie americana sono oramai diventati mainstream, vedi Little Miss Sunshine, Zoran conserva una certa originalità anche nel lieto fine con un sottile ribaltamento dei ruoli che imbriglierà Paolo in una nuova occasione di rinascita (suo malgrado, dimostrando che spesso, chi urla è più debole di chi sembra scemo).
Un film divertente e ben girato: mi ha colpito la fotografia di Ferran Paredes Rubio; Zoran il mio nipote scemo regala inoltre un’altra grande prova di Giuseppe Battiston.
Sylvain Chomet, l’autore di Appuntamento a Belleville e L’illusionista è il Guru delle freccette.

Zoran

Carnera – The Walking mountain

Carnera Italia 2007
con Andrea Iaia, Anna Valle, F. Murray Abraham, Paolo Seganti,
regia di Renzo Martinelli

La vita di Primo Carnera, dall’infanzia poverissima in Friuli fino al al 1934, anno in cui perse il titolo mondiale di Campione dei Pesi Massimi conquistato l’anno prima.

Un’occasione mancata per rivisitare la vita di un campione italiano piu’ mitizzato all’estero che in Italia: alcuni aspetti della vita rimangono confusi e si omette totalmente il rapporto tra Carnera e il regime fascista italiano nonche’ la sua attivita’ cinematografica (in Italia e ad Hollywoood), trasformando la sua esistenza in un’agiografia dell’orgoglio dell’immigrazione italiana che stringe i denti e sopporta ogni sacrificio come sottolinea la frase del boxeur posta all’apertura del film che piu’ o meno dice “ho preso tanti pugni in vita mia ma li riprenderei tutti pur di fare studiare i miei figli”; frase sicuramente dignitosa e rispettabile ma che da’ un taglio inequivocabile alla pellicola, senza contare che verra’ ripetuta per ben due volte nel corso del film!
Passata la didascalia il film comincia con una discesa vertiginosa sul ring del Madison Square Garden, in quel 29 giugno 1933 in cui Carnera conquisto’ il titolo mondiale e nei momenti che portano alla vittoria vediamo sporgersi tra le corde del ring Burt Young, ebbene si’ proprio lo Zio Paulie di Rocky che in questa pellicola ha un ruolo molto simile a quello avuto nella saga sulla boxe di Sylvester Stallone. Ci vuole un gran coraggio a mettere un personaggio cosi’ identificativo di un film in un’altra pellicola sul pugilato, calcolando che poi i metodi di allenamento del giovane Carnera sono molto simili a quelli di Rocky, ci si domanda perche’ il cameo dell’allenatore di Max Baer sia stato dato a Nino Benvenuti, sarebbe stato piu’ onesto chiamare Stallone!
Martinelli purtroppo non ha nessun timore di sfiorare il ridicolo, basta pensare alla messa in scena della prima notte di nozze tra il pugile e Pina Cosulich racchiusa nel primo piano delle scarpe ai piedi del letto, un’immagine melensa che potrebbe riportare a un’atmosfera d’altri tempi, peccato che l’immagine si stringa e la sproporzione tra le due paia di scarpe perda la sua valenza romantica e rischi di alludere a qualche aberrazione sessuale.
Anche se non salva la pellicola, va riconosciuta l’accuratezza della ricostruzione storica, perfetta nelle scenografie e nei costumi, sottolineata anche dall’introduzione di ogni nuovo capitolo della vita di Carnera con fotogrammi che sembrano immagini d’epoca, peccato che dopo un po’ l’escamotage si riveli noioso nella sua ripetitività’. Deludenti le scene di boxe: anche se nel suo precedente Vajont Martinelli si era distinto per gli ottimi effetti visivi, questa volta la qualita’ digitale e’ scarsa, le scene dei combattimenti risultano molto rigide, mancando totalmente di fluidita’.
Per quanto riguarda il cast, il film vanta nomi di tutto rispetto come quello di F. Murray Abraham nei panni del primo manager di Carnera, Mister See, Paul Sorvino e lo stesso Burt Young, mescolati a caratteristi italiani e volti protagonisti delle fiction di casa nostra: Anna Valle, Paolo Seganti: fa specie vedere un film dove si (ri)conoscono tutti gli interpreti a parte il protagonista, lo sconosciuto Andrea Iaia che non riesce ad accapparrarsi il merito a dare spessore alla figura di Carnera.

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Porzus o del doppiaggio

PorzusLa diatriba sul doppiaggio e’ solitamente rivolta alla traduzione di film stranieri, che tanti vorrebbero in sala con i sottotitoli e la possibilita’ di ascoltare le voci delle loro star preferite.
La visione dell’ultima parte del film Porzus venerdi’ sera pero’ mi porta a riflettere su una forma di doppiaggio ormai caduta in disuso: quello di rendere omogeneo il linguaggio di un film italiano.
Porzus narra (con molti demeriti) una tragica storia della resistenza in cui un gruppo di partigiani comunisti trucida altri partigiani di matrice cattolica. La storia viene rievocata da due sopravvissuti dei blocchi avversari che in tarda’ eta’ si rincontarano per una resa dei conti.
La vicenda si svolge sulle montagne del Friuli e benche’ le molte cadenze dialettali degli interpreti possano venire accettate, e’ abbastanza fastidioso vedere uno dei personaggi principali, Geko, comandante della Garibaldi, interpretato all’epoca della vicenda partigiana dal giovane Lorenzo Crespi dal forte accento meridionale e da anziano da Gastone Moschin che sfodera un impeccabile accento friulano.
GekoSono arrivata anche a pensare che Geko non fosse orginario di quei luoghi e poi vi sia rimasto dopo i tragici eventi che lo videro protagonista, giustificazione un po’ lambiccata per un film che tra i pochi meriti ha quello di una perfetta ricostruzione storica, ma la fedelta’ storica non passa anche attraverso il linguaggio?
Non e’ compito degli attori aver una dizione perfetta e all’occorenza imitare i piu’ diversi dialetti? Le suore da me lo pretesero quando alle medie mi fecero recitare una commedia di Goldoni! Esperienze personali a parte , essere doppiati in patria non e’ un demerito (soprattutto quando questo torna a vantaggio del film al cui servizio dovrebbe essere l’attore): accadde anche a Mastroianni in una delle sue prime apparizioni e, non vorrei sbagliare, venne doppiato da Sordi.