Ratatouille

Come di consueto ad aprire la proiezione c’e’ un corto e Stu, anche gli alieni possono sbagliare (titolo originale Lifted) e’ esilarante nella versione fantozziana dell’alieno rapitore, poi ho gia’ lasciato il cuore sul protagonista del prossimo film, Wall.E il robottino, che mi ha intenerito quando ha sostituito la lampadina della “I“ del logo pixar con una a basso risparmio energetico.


Ratatouille

Venendo a Ratatouille, lo spirito che sta dietro al film e’ esternato all’interno della pellicola stessa, nella recensione finale che l’arcigno critico gastronomico fa della nuova conduzione dello storico ristorante Gusteau: quando ci si trova di fronte all’incredibile non tutti sono in grado di accettarlo, cosa che non e’ certo capitato al film, accolto con grandissimo favore da critica e pubblico eppure nella mente di ognuno di noi cosa c’e’ di piu’ antitetico di una pantegana e la raffinata cucina di un ristorante a cinque stelle? Il film riesce a conciliare gli opposti con i toni della fiaba (la bizzarra scoperta che il corpo di Linguini e’ manovrabile tirando le giuste ciocche di capelli) e con un colpo di coda finale che ricolloca il fiabesco nella realta’ ( il ristorante chiuso dall’ufficio d’igiene).
Dal punto di vista visivo la perfezione dell’animazione digitale prosegue a grandi passi: in alcuni momenti certi sfondi paiono davvero reali e la rocambolesca fuga nelle fogne e’ da antologia.
Nonostante tutta questa perfezione (o forse proprio per questa) non sono riuscita a perdere la testa per il “dolce Remy”: la maestria tecnica ormai non mi stupisce piu’ e dal punto di vista della sceneggiatura penso ci sia un calo da quando si scopre che Linguini e’ il vero erede; in ogni caso intravedo dietro a tutta la vicenda il sottile gioco intellettuale, che culmina nel rimando prustiano della ratatouille che pure resta il momento piu’ alto e quasi commovente del film.
Ecco.. sta a vedere che dopo non aver sopportato per anni il bieco sentimentalismo Disney ora mi manca!

In questo mondo libero..

InquestomondoliberoDopo la parentesi romantica di Un bacio appassionato e l’immersione nella storia irlandese con Il vento che accarezza l’erba, Ken Loach torna a raccontare una storia che descrive senza mezzi termini la realta’ dei nostri tempi: Angie e ‘ una ragazza madre trentenne, che seleziona lavoratori extracomunitari per una ditta di lavoro interinale, alle spalle ha una sequela di lavori da cui e’ stata licenziata e quando perde anche questo impiego, decide di aprire un’agenzia per conto suo.
Benche’ un po’ truzza nell’aspetto, Angie rispetta perfettamente vizi e virtu’ dell’europeo medio, in fondo ha buon cuore (si tira in casa una famiglia clandestina di iraniani che vivono in un tugurio) ma e’ disposta a qualsiasi bassezza pur di continuare a garantire la sicurezza del figlio e del resto in questo mondo libero ormai ciascuno di noi sarebbe disposto a scendere a qualsiasi compromesso pur di continuare a mantenere la propria sicurezza e quella dei propri cari, diritto sacrosanto ma che purtroppo ormai combacia esclusivamente con la sicurezza economica (Angie non paga gli operai ma compra la minimoto al figlio) ottenuta spesso sulla pelle degli altri e questo non ci rende troppo diversi dai malavitosi che tanto disprezziamo.

Giorni e nuvole

Giornienuvole

Il lavoro di Soldini e’ carino e anche interessante sotto certi aspetti, ben recitato e sostenuto da nervosi piani sequenza sullo sfondo di una Genova bella ma un po’ prevedibile. Dove il film mi sembra fallire miseramente e’ nella rappresentazione del tema della perdita del lavoro che puo’ colpire anche segmenti di borghesia che fino a quel momento si sentivano sicuri, e cioe’ nell’argomento portante del film; innanzitutto la vicenda che porta Michele a ritrovarsi senza lavoro e’ poco credibile o quantomeno molto arzigogolata: sarebbe il socio buono (ovviamente di sinistra) di una piccola impresa che si oppone ai licenziamenti dei dipendenti e altre manovre poco etiche e per questo motivo viene fatto fuori dai soci a cui non puo’ far causa perche’ ha dato la casa a garanzia di non si sa bene cosa, mi domando chi possa riuscire ad identificarsi in una storia cosi’ confusa, forse volutamente nebulosa per rafforzare il classico finale aperto che mai mi e’ parso cosi’ ottimista; visto che il protagonista e’ Albanese avrei trovato molto piu’ interessante se nei guai ci si fosse trovato un Perego, costretto a vendere il suv fiammante invece della barchetta understatement.
La famiglia di Elsa e’ Michele e’ messa a dura prova, certo si soffre e alcuni momenti della depressione del protagonista sono anche toccanti, ma la storia e’ raccontata in maniera blanda: sembra quasi che tutto sommato faccia bene questa doccia fredda, aiutera’ i due coniugi a crescere e maturare (lui sei anni prima le aveva fatto pure le corna!) in una Genova indifferente ed algida dove non c’e’ un extracomunitario, tantomeno un cravattaro tutto si ricompone sotto la meraviglia di un affresco quattrocentesco.. nel mondo dei sogni.

Elizabeth – the golden age

Elizabeththegoldenage Mi ero persa il primo capitolo della trilogia dedicata alla regina inglese, cioe’ Elizabeth del 1998 perche’ personalmente troppo legata all’immaginario hollywoodiano classico, in particolare alle due imprescindibili (anche per Cate Blanchett) interpretazioni di Bette Davis ne Il conte di Essex (1939) e Il favorito della grande regina (1955): in due film in cui il rigore storico latita la Davis riesce a restituire la furia volitiva di Elisabetta I, figura che dai film di Kapur esce un po’ troppo angelicata.
Questo secondo capitolo mi intrigava per l’episodio dell’Invicible Armada, affascinante esempio del potere del caso sulla storia umana, cosi’ ho recuperato anche il primo episodio.
E’ sorprendente vedere come anche a distanza di quasi 10 anni, ci sia una grande continuita’ di stile tra le due opere che hanno i difetti tipici dei film storici degli ultimi anni anni: grande rigore storico, perfezione formale e ottima fotografia, qualita’ tecniche a cui pero’ difficilmente corrisponde uno spessore emotivo: personalmente trovo particolarmente noioso la rappresentazione degli arrovellamenti di Elisabetta, divisa tra ragion di stato e desiderio di una vita privata.
La novita’ di Elizabeth, the golden age e’ il richiamo al problema attuale delle guerre mosse dell’integralismo religioso: il regista si muove abbastanza abilmente su un terreno cosi’ pericoloso senza forzare di implicazioni negative il furore cattolico di Filippo II, ne’ caricare positivamente la liberta’ di culto che Elisabetta concede, per quanto possibile, al suo popolo anche se quando la regina compare sul campo di battaglia di bianco vestita e con lunghi capelli rossi, perfetta immagine di una Walkiria, scatta subito l’identificazione con l’emblema della cultura occidentale, che combatte per la sua liberta’.
A salvare il film da una banale distinzione manicheista, interviene la chiave di lettura shakesperiana delle vicende storiche: la tempesta che distrugge l’Invincible Armada non e’ casuale, ma come in un perfetto dramma shakesperiano e’ il contrappeso della ubris spagnola che con un sottile lavoro di intelligence aveva simulato un attentato a Elizabetta facendo figurare come mandante Maria Stuarda che per questo motivo viene processata e condannata alla decollazione; la messa a morte di una regina cattolica diventa il pretesto per l’attacco spagnolo all’Inghilterra. Per essere stato il vero artefice della morte di Maria Stuarda (un po’ troppo stronza per i mie gusti, a cui e’ molto cara la Maria di Scozia del 1936 diretta da John Ford ed interpretata da Katharine Hepburn) il Regno di Spagna viene punito dalla collera divina che fa affondare la sua poderosa flotta, mentre risparmia Elisabetta e l’Inghilterra, esecutori materiali della pena di Maria Stuarda.
Notevole l’interpretazione degli attori: la Blanchett e ‘ superlativa e punta decisamente alla palma di migliore attrice sulla piazza, anche Clive Owen e’ sorprendente nel suo richiamare fisicamente Errol Flynn: forse se il film avesse osato una vena ispirata alle commedie sullo scontro tra i sessi nel rappresentare il rapporto tra Elizabeth e il suo pirata gentiluomo il film ne avrebbe guadagnato.

La giusta distanza

Lagiustadistanza La vita in un paesino sul delta del Po vista dagli occhi di un ragazzo poco piu’ che adolescente, Giovanni; quando arriva una nuova maestra, giovane e carina, l’ aspirante giornalista, assiste allo scompiglio che la ragazza, suo malgrado, porta tra gli uomini del paese e che culminera’ con il suo omicidio.

Sembra che il giallo sia la nuova chiave per leggere la provincia italiana, anche se il film di Mazzacurati starebbe in piedi lo stesso senza questo risvolto tanto e’ puntuale la sua descrizione della vita di provincia, di cui descrive con cura la galleria dei personaggi, interpretati ottimamente dagli attori.
Apparentemente la provincia di Mazzacurati vive in quieta integrazione con gli immigrati: il tunisino e’ proprietario dell’officina, la cinese sta al bar, il ricco sborone del paese si e’ scelto una moglie russa via catalogo che ora fa la bella vita; ma gia’ nella storia d’amore tra la maestra e il meccanico tunisino si vedono le crepe di questa apparenza: lui si innamora mentre per lei la storia e’ solo una parentesi esotica in attesa di partire per il Brasile dove l’aspetta un’attivita’ di cooperazione culturale. Intento nobilissimo, certo, ma e’ interessante come Mara trovi, superficialmente, delle analogie tra la sua scelta di viaggiare e l’emigrazione forzata di Hassan.
Quello scarto nel giallo,che arriva effettivamente troppo tardi nell’economia filmica serve solo a svelare definitivamente la precarieta’ di questa presunta integrazione: l’assassino non puo’ essere stato che Hassan, poco importa se le prove della sua colpevolezza sono facilmente smontabili, non interessa a nessuno farlo perche’ rientra nell’ottica del pregiudizio che accontenta tutti: il titolo del film che allude alla giusta distanza che il giornalista deve avere nei confronti di notizie che lo tocchino da vicino diventa quindi metafora di un modo di vivere in cui tutto va tenuto alla giusta distanza, collocato in categorie prestabilite.

italioti

Castellomi02 Ieri sono andata a Milano per vedere la mostra Cracking art, come al solito all’ultimo giorno e se ve la siete persa mi spiace per voi perche’ vi siete persi qualcosa di davvero piacevole e divertente.
Dopo la mostra era praticamente d’obbligo una visita al Castello Sforzesco, con tanto di macchina fotografica e cavalletto per immortalare le luci della sera; sono entrata al castello da un ingresso laterale, quello piu’ vicino alla Fondazione Mazzotta da dove arrivavo. Una volta nel cortile, sulla sinistra di questo ingresso ci sono alcuni reperti marmorei in esposizione e una simpatica combriccola di persone stava usando queste antichita’ come gradino per rialzare la seconda fila nella foto di gruppo, alle rimostranze della custode che ha gentilmente chiesto di scendere perche’ non si puo’ salire sui monumenti la risposta e’ stata “cinque minuti”, al che la custode ha fatto presente che si trattava di tombe e ancora una volta sono stati garantiti solo cinque minuti di vandalismo per finire il reportage fotografico.
I protagonisti di questa gustosa scenetta non era una banda di bulletti usciti dalla suburra, neppure un gruppo di provincialotti “gnurant”: gli abiti eleganti e l’italiano senza accento testimoniavano che non si trattava ne’ di baluba venuti giu’ dai monti con la piena o saliti dal profondo sud, erano proprio dei perfetti rappresentati dell’imperante razza italiota.

Sola me ne vo’

Mariangelamelato02_2 Sono rimasta un po’ delusa dal decantatissimo one-(wo)man-show di Mariangela Melato, che ha inaugurato la stagione teatrale di Alessandria.
Che lei sia molto brava non si discute, e’ lo spettacolo che ho trovato un po’ altalenante: l’inizio e’ geniale con lo scioglilingua milanese “ti ca ta tac i tac, tacam i tac a mi. Mi tacat a ti i to tac? ma tacati ti i to tac, ti ca ta tac i tac” che si trasforma prima in un balletto di tiptap e poi di danza contemporanea ritmato da battiti di mani ed esclamazioni.
La parte sulla solitudine l’ho trovata invece banalotta: mi sono annoiata io a sentire la storia trita e ritrita che gli uomini non sono piu’ quelli di una volta, che si fanno le cerette ecc.. , figuriamoci i poveri spettatori di sesso maschile in sala!
Lo spettacolo mi ha davvero divertito quando la Melato ha raccontato alcuni episodi del suo passato: dalla Fedra coi calzerotti rossi alla pelliccetta di velluto imitazione astrakan: si sentiva la partecipazione dell’artista e la sua grande abilita’ di tenere in mano il pubblico interagendo con chi nelle prime file anticipava sulla pausa il proseguo dell’episodio.
Ho adorato il pezzo sul comunismo e quando si sono spente le luci in sala e tutti abbiamo fatto un lungo silenzio su richiesta dell’attrice, forse il momento piu’ sentito di tutto lo show.
Mi stavo, ahime’, annoiando durante il monologo sull’amore che trovato un po’ di maniera, davvero non riuscivo a partecipare emotivamente e la mia attenzione era concentrata sulla recitazione molto teatrale: pause ed toni ad effetto, quando la Melato con grande signorilita’ ha interrotto il pezzo per l’ennesimo squillo di cellulare che ha funestato lo spettacolo, confessando di aver perso la concentrazione.
Uno spettacolo sicuramente interessante e piacevole, che pero’ non osa quanto avrebbe potuto, forse per soddisfare il grosso pubblico e del resto la tournée di quest’anno ha sempre due date in ogni citta’ e l’altro ieri, alla seconda serata alessandrina, c’era il pienone.

Dirt

Dirt Il primo pensiero vedendo la nuova serie di la 7, Dirt, va subito alla bagarre Vallettopoli-Corona che ha inaugurato l’estate italiana e ci si rende conto quanto questo paese sia provinciale nel suo perdersi dietro a una questione simile. Ben piu’ duro e’ il gioco al massacro gossiparo che viene mostrato nel telefilm, la protagonista e’ Lucy Spiller interpretata da Courtney Cox, la Monica di Friends che dirige con spietata freddezza due riviste di gossip, una piu’ patinata, Now e l’altra piu’ cattiva, Dirt appunto, dove finiscono tutti i peggio scandali dello star-system e nella prima puntata vediamo un attore in declino disposto a fare da informatore per la rivista spazzatura pur di avere buoni articoli su Now che rilancino la sua carriera.
Il serial ha lo stile patinato e un po’ trasgressivo delle serie cult di La 7: Sex and the city e The L world, ma questo nuovo telefilm sembra trovare un valore aggiunto nel personaggio di Don Konkey, paparazzo infallibile ma segnato dalla schizofrenia ed e’ proprio la rappresentazione visiva delle sue allucinazioni a dare un tocco surreale al prodotto.

Planet terror

Planetterror Se Tarantino ha girato un film à la grindhouse, Rodriguez nella sua parte di distico, rispetta molto piu’ il criterio di ricostruzione cinefila e ci restituisce interamente quel tipo di cinema; si parte con un fake trailer esilarante, Machete, che forse diverra’ davvero’ un film oppure no, di certo da solo vale il prezzo del biglietto e ci introduce degnamente nel mondo degli z movie.
Planet terror e’ puro divertimento splatter, qualche stomaco un po’ piu’ debole pare abbia accusato la visione di teste rosicchiate, budella esibite ed altre delizie simili, ma se siete cresciuti col gore anni ‘70-’80 questo film e’ un magnifico tuffo nel passato, grandguignolesco e ironicamente cinico.
La sceneggiatura non sembra essere il punto forte della pellicola, ma piu’ che un difetto oggettivo, io credo si sia trattata di una scelta voluta, che rientra nel recupero filologico del genere che non ha mai brillato per la verosimiglianza delle trame: davvero non posso credere alla caduta di sceneggiatura, se non voluta, di fronte a un materiale dalle battute cattive e fulminanti e cosi’ sfacciatamente ironico (qualche anno fa si sarebbero spese pagine di commento metacinematografico intorno al fatto che il personaggio interpretato da Tarantino, regista culto, venga ferito ad entrambi gli occhi); soprattutto se si pensa all’abile mossa di Rodriguez di aggiornare il topos classico che abbina lo zombie all’omologazione sociale, infarcendo gli eroi che li combattono di puro orgoglio latino, cosa che ha avuto sicuramente un grosso impatto sul pubblico americano, ma che anche da queste parti ha fatto il suo effetto: a me si e’ allargato il cuore vedendo le piramidi maya.