Tratto dalla graphic novel di Steve Niles e Ben Templesmith, 30 giorni di buio e’ un classico film di vampiri che presenta tutti, o quasi, i topoi del genere, per non fare troppo spoiler accennero’ solo a quello dell’umano che confessa di esser stato morso e sentire i primi sentori della trasformazione; peccato che la tensione del film sia discontinua, perche’ la pellicola ha qualche buona intuizione: il bianco della neve e il buio della notte spezzati dal rosso del sangue e una volta tanto la tecnologia che solitamente poco si concilia con l’horror, aiuta ad aumentare la tensione, alludo ai telefonini e quant’altro il cui problema solitamente si risolve banalmente facendo scaricare la batteria, invece questi vampiri pur arrivando con una nave (rompighiaccio) guidati dall’ennesimo pazzo Renfield come i loro nobili antesignani, sono molto scafati in fatto di comunicazioni e procedono con determinazione all’eleminazione di tutti quegli strumenti che potrebbero mettere in contatto la sperduta cittadina dell’Alaska con il resto del mondo e ogni passo verso l’isolamento mentre la la lunga notte artica incombe, aumenta il senso di angoscia.
I vampiri che assaltano Barrow sono decisamente fascinosi, nel loro total look nero metropolitano un po’ rock band, romanticamente rassegnati alla disperazione ed al dolore, peccato solo che parlino una sorta klingor, ma io ho parteggiato molto piu’ per loro che per la banda di sfigati sopravvissuti che non ha la grinta della marmaglia di Planet Terror e sono resi insopportabili dalle schermaglie amorose tra la bella e il leader, lo sceriffo Eben, uno in cui in un mese di dura sopravvivenza non cresce il barbone ma resta una curata barbetta dei tre giorni.
Il finale dovrebbe essere commovente ma la mia attenzione era piu’ attratta da un problema astronomic-geografico: vabbe’ che siamo quasi al Polo, ma e’ possibile che il sole sorga esattamente dov’era tramontato 30 giorni prima?
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Planet terror
Se Tarantino ha girato un film à la grindhouse, Rodriguez nella sua parte di distico, rispetta molto piu’ il criterio di ricostruzione cinefila e ci restituisce interamente quel tipo di cinema; si parte con un fake trailer esilarante, Machete, che forse diverra’ davvero’ un film oppure no, di certo da solo vale il prezzo del biglietto e ci introduce degnamente nel mondo degli z movie.
Planet terror e’ puro divertimento splatter, qualche stomaco un po’ piu’ debole pare abbia accusato la visione di teste rosicchiate, budella esibite ed altre delizie simili, ma se siete cresciuti col gore anni ‘70-’80 questo film e’ un magnifico tuffo nel passato, grandguignolesco e ironicamente cinico.
La sceneggiatura non sembra essere il punto forte della pellicola, ma piu’ che un difetto oggettivo, io credo si sia trattata di una scelta voluta, che rientra nel recupero filologico del genere che non ha mai brillato per la verosimiglianza delle trame: davvero non posso credere alla caduta di sceneggiatura, se non voluta, di fronte a un materiale dalle battute cattive e fulminanti e cosi’ sfacciatamente ironico (qualche anno fa si sarebbero spese pagine di commento metacinematografico intorno al fatto che il personaggio interpretato da Tarantino, regista culto, venga ferito ad entrambi gli occhi); soprattutto se si pensa all’abile mossa di Rodriguez di aggiornare il topos classico che abbina lo zombie all’omologazione sociale, infarcendo gli eroi che li combattono di puro orgoglio latino, cosa che ha avuto sicuramente un grosso impatto sul pubblico americano, ma che anche da queste parti ha fatto il suo effetto: a me si e’ allargato il cuore vedendo le piramidi maya.