Tabu’

Friedrich Wilhelm Murnau – Robert J. Flaherty, USA 1931, 75′

Sull’isola di Bora-Bora nasce l’amore tra la bella Reri e Matahi, quando la ragazza viene scelta dalla divinita’ come vergine sacra. Il giovane la rapisce infrangendo il tabu’ ma il destino sara’ ineluttabile.

Tabu L’opera nasce dalla collaborazione tra Murnau e Robert Flaherty che si unirono in quest’impresa per sfuggire alle logiche ferree dell’industria hollywoodiana, ma ben presto le opposte concezioni cinematografiche dei due portarono alla rottura e all’allontanamento di Flaherty dal set, ragione per cui il film, nel suo procedere rispecchia sempre piu’ la teoretica di Murnau, ribadendo l’impossibilita’ da parte dell’uomo di raggiungere la felicita’, come gia’ espresso nei precedenti capolavori Nosferatu e Aurora.
Questa volta non e’ piu’ la civilta’ a tentare il cuore ingenuo dell’uomo di campagna: anche nella natura piu’ paradisiaca ed incontaminata dei mari del sud, il male aleggia sul tentativo dell’uomo di realizzare i suoi sogni, incarnandosi nel potere della superstizione che portera’ alla morte i due infelici amanti.
Hitu, il grande sacerdote che perseguita la coppia fuggitiva per ristabilire la legge atavica non e’ che un’ altra declinazione del male incarnata da Nosferatu e la sua ombra campeggia sulle pareti della capanna dei due giovani come quella del principe delle tenebre si rifletteva sui muri di Brema.
Anche in questa sua ultima pellicola, (Murnau morira’ in un incidente stradale alla vigilia della prima del film) il regista tedesco si conferma maestro indiscusso dell’espressionismo: in particolare la battaglia con lo squalo e la morte di Matahi inseguendo la barca di Hitu, esercitano ancora oggi una potente scossa emotiva sullo spettatore.

Il terzo genio. Omaggio ad Harold Lloyd

Freshman
The Freshman
USA 1925 con Harold Lloyd, Jobyna Ralston, Hazel Keener
regia di Sam Taylor e Fred C. Newmeyer

Ieri sera si e’ inaugurata a Torino, alla presenza della nipote dell’artista, Suzanne Lloyd, la rassegna dedicata al comico americano, dimenticato per qualche tempo e che ora e’ al centro di una serie di progetti, tra cui una collana di dvd.
Il film che ha aperto la kermesse era The Freshman, La matricola o Viva lo sport! del 1925, in cui Harold Lloyd interpreta la parte di una matricola del college imbranata e pasticciona, che diventa lo zimbello di tutti, per poi trasformarsi in extremis nell’eroe della scuola.
Suzanne Lloyd ha precisato che il nonno teneva particolarmente a questo film, dato che era stato costretto ad interrompere gli studi prima del diploma, per cui c’e’ una forte immedesimazione dell’artista con il personaggio.
La pellicola si e’ rivelata ancora molto fresca e divertente, con gag esilaranti come quelle dell’abito solamente imbastito o quella del gattino.
Molto piacevole anche la musicazione dal vivo del divertentissimo Maestro Robert Israel ispirata a musiche originali degli anni ’20 e a brani d’opera: le gag erano sottolineate da fischi e altri suoni clawneschi, che accentuavano l’atmofera comica.




Vivalosport


Nessuna invenzione stilistica da parte della regia firmata da Fred C. Newmeyer e Sam Taylor, tutto e’ affidato al sapiente talento di Lloyd che dimostra di essere un ottimo attore comico, anche se non una maschera come Chaplin o Keaton, il che non e’ necessariamente un difetto.
Paragonandolo a comici piu’ noti, anche se a loro volta vittime attualmente di un periodo di oblio, Harold Lloyd mi fa pensare a Stanlio e Ollio: vedo lo stesso tipo di comicita’ preparata dove si iniza a ridere gia’ prima della gag vera e propria, pregustando quello che sta per succedere.
Del resto sia la coppia Laurel-Hardy che Harold Lloyd sono state stelle della scuderia di Hal Roach.
L’omaggio continua con altri film e cortometraggi (le care vecchie comiche!) molto interessanti, che saranno replicati nel fine settimana pasquale.


Il calendario della rassegna

Un chien andalou

Francia, 1929
con Pierre Batcheff, Simone Mareuil, Salvador Dalí
regia di Luis Buñuel


Un-chien-andalou

Primo film di Luis Bunuel, realizzato con i soldi della madre e la collaborazione fondamentale di Salvador Dalì, diventato da subito il manifesto dei surrealisti.
Famosissimo il prologo in cui un uomo (Bunuel stesso) arrota una lama con cui aprira’ l’occhio di una donna mentre una nuvola passa davanti alla luna: dichiarazione di intenti solo per questo film, quello di penetrare oltre l’occhio, o valido per tutta l’opera bunueliana?
Il film racconta una storia d’amore utilizzando il linguaggio e il
ritmo onirico: dimenticata la connessione logica ed il processo
temporale, viene utilizzato esclusivamente il linguaggio simbolico.
Personalmente sono stata molto colpita dalla mano da cui escono le
formiche, dall’uomo che traina i due pianoforti, ma soprattutto
dall’episodio, spiato dai due amanti, della ragazza in mezzo alla
strada che raccoglie la mano mozzata.
L’ultima scena che mostra i due amanti pietrificati sulla spiaggia, di
tipico stampo daliniano e’ stata tagliata in alcune versioni, forse con
l’intento di dare una parvenza di lieto fine.


Unchienandalou

Dopo oltre 75 anni il film mantiene intatto tutto il suo potere
spiazzante, e non c’e’ luogo migliore per rendersene conto che la
mostra Salvador Dali’
a Palazzo Grassi a Venezia, aperta fino al 16 gennaio: l’unico luogo da
dove i colti conoscitori del maestro spagnolo (mai sentito dei
commenti cosi’ saputi ad una mostra!) escono (o fuggono?) piuttosto
sconcertati e’ la saletta in cui il film e’ in rotazione.

C’era una volta il west

Italia, 1968

con Claudia Cardinale, Henry Fonda, Charles Bronson, Gabriele Ferzetti, Paolo Stoppa
regia di Sergio Leone


Ceraunavoltailwest
Il magnate delle ferrovie Morton ingaggia una banda di fuorilegge,
capitanata dal crudele Frank per sterminare la famiglia McBain, che
ostacola i suoi progetti. Il giorno in cui si compie il massacro arriva
in citta’ Jill, una prostituta di New Orleans che McBain aveva sposato
segretamente. Verra’ aiutata a difendere la proprieta’ che ha ereditato
da un individuo senza nome che ha un vecchio conto in sospeso con Frank
e dal bandito Cheyenne.

Capolavoro di Sergio Leone che  racconta la fine del mito della frontiera, costretta a cedere il passo al progresso.

I personaggi di questa vicenda hanno una levatura degna di una
tragedia greca: Morton, interpretato da un grande Gabriele Ferzetti e’
un magnate senza scrupoli disposto a tutto pur di realizzare il suo
sogno: portare la ferrovia dall’Atlantico al Pacifico, l’unica cosa che
gli difetta e’ tempo, dato che soffre di una grave forma di sclerosi
ossea che lo costringe in un busto e a camminare con le stampelle: trae
la sua forza fissando un quadro che rappresenta l’oceano, ma finira’
con la faccia in un rigagnolo melmoso. A Frank da vita uno stupefacente
Henry Fonda, che solitamente siamo abituati a vedere nei panni del
protagonista buono ed onesto e che in questa pellicola dipinge uno dei
vilain piu’ perfidi di tutta la storia del cinema, Cheyenne e’ il
burbero bandito dal cuore tenero: come Frank ha ceduto al denaro facile
di Morton, ed anche a lui questo peccato di ubrys costera’ la vita.

Si salvano solo “Armonica”, lo straniero senza nome interpretato
da Charles Bronson che suona la sua armonica per non dimenticare un
torto subito e alimentare la sua vendetta e Jill, la bellissima Claudia
Cardinale, l’unica donna, simbolo di coraggio e forza vitale: il film
si chiude su lei che sta creando la nuova citta’.
Sullo sfondo e’ sempre presente il Grand Canyon, a sottolineare l’omaggio al maestro del western, John Ford.

Alla classica dilatazione del ritmo, tipica di Leone, corrisponde
una dilatazione degli spazi, non solo quelli esterni, ma anche gli
interni degli edifici sono sviluppati con una profondita’ di campo
quasi teatrale: ci sono sempre almeno tre piani visivi su cui si
allineano i vari personaggi o semplicemente degli oggetti: quasi un
horror vacui in antinomia con le nude vastita’ del deserto americano.

Un gioco di contrasti: pieno/vuoto, campo lungo/primo piano (se
non dettaglio) che alimenta il senso del ritmo, la musicalita’ della
composizione visiva di Sergio Leone: indimenticabile la sequenza
iniziale dell’attesa del treno dove nella totale mancanza di dialoghi e
nella quasi immobilita’ degli attori tutto e’ affidato al rumore della
pala del mulino, della goccia che cade sul cappello e al ronzio della
mosca.

Ancora una volta le musiche sono di Ennio Morricone che crea  temi  distinti per ogni personaggio.

Un film indubbiamente penalizzato dal piccolo schermo, per cui se
vi dovesse capitare l’occasione, come e’ successo alla sottoscritta, di
vederlo in un cinema non perdetela assolutamente.


L’altalena di velluto rosso

The Girl on the Red Velvet Swing
USA, 1955, 20th Century Fox
con Ray Milland,  Joan Collins, Farley Granger
Regia di Richard Fleischer


L'altalenadivellutorosso

La vicenda narrata dal film proposto al TorinoFilmFestival nella rassegna dedicata a Richard Fleischer e’ la vera e scabrosa storia del famoso architetto Stanford White, autore del Madison Square Garden.
L’uomo, sulla soglia dei cinquant’anni si invaghisce di una giovanissima ballerina di Broadway, Evelyn Nesbit, che diventa la sua amante. Soverchiato dai sensi di colpa nei confronti della moglie, White lascia la ragazza che finisce tra le braccia di Harry Thaw, ricchissimo e sadico rampollo dell’alta societa’. Thaw sposa la fanciulla anche se e’ sempre piu’ roso dalla gelosia nei confronti di White tanto che arrivera’ a ucciderlo in pubblico durante uno
spettacolo al Madison Square Garden, a colpi di pistola. Thaw rischia la pena di morte ma verra’ giudicato insano di mente e rinchiuso in un manicomio criminale grazie alla testimonianza della moglie che dichiarera’ di essere stata sedotta dall’architetto.


TheGirlInTheRedVelvetSwing

Non e’ un gran melo’ quello che gira Fleischer, e probabilmente e’ invecchiato anche male: e’ molto verboso e dispiega tutta il kitch di cui gli studios potevano essere capaci per girare un film ambientato solo 50 anni prima (evito la descrizione della camera dell’altalena rossa!).
Quello che c’e’ di veramente interessante in questa pellicola e’ il modo in cui il movimento della macchina da presa rivela i moti sinceri dell’animo dei personaggi: il film racconta una storia scabrosa che fece molto parlare di se’, svoltasi sotto gli occhi del bel mondo new yorkese, e Fleischer riprende i personaggi sempre in maniera frontale, come se si trattase di una ripresa teatrale, quando la passione o un moto istintivo dell’animo prende il sopravvento ecco che la macchina da presa ci offre una visuale del tutto diversa, come se anche lei uscisse dalla convenzione: le oscillazioni sempre piu’ veloci
che seguono l’altalena quando scoppia la passione tra White e Evelyn, il carrello a stringere sul volto della ragazza durante la prima fase del processo in cui non vuole testimonare contro il suo primo amore, la ripresa dall’alto quando va a giustificarsi con la moglie di White ecosi’ via.
Il cast e’ buono, a parte la leziosa Joan Collins, (che infatti non e’ passata alla storia per le sue qualita’ di attrice) e questo e’ un
peccato dato che lei e’ il vertice di questo triangolo amoroso. Ray Milland e’ misurato ed elegante mentre Farley Granger aggiunge alla sua galleria di vilain disturbati (Nodo alla gola, Senso) la figura di un cattivo grezzo, senza mezze tinte.


Thegirlintheredvelvetswing

Una curiosita’: per chi fosse interessato alla vicenda di Stanford White, consiglio questo inquietante resoconto del viaggio sulle Alpi della coppia Thaw-Nesbit.

Breaking news

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BREAKING NEWS

NOTIZIE IN DIRETTA

di Johnnie To

Cina, 2004

Un uomo cammina in un vicolo, sale in un appartamento dove incontra
i suoi complici, scendono tutti insieme per salire in macchina e andare
a a fare una rapina; due poliziotti in borghese li stanno tenendo
d’occhio quando altri due poliziotti della stradale fermano l’auto dei
delinquenti perche’ ha fatto pochi metri contromano, inizia una
discussione a cui segue una sparatoria. Questo e’ l’incipit dell’ultimo
lavoro di Johnnie To raccontato con un geniale piano sequenza fatto di
dolly, carrelli e rotazioni a 360° della macchina da presa. Basterebbe
questa grande lezione di cinema a giustificare il prezzo del biglietto,
ma anche la storia che va a svilupparsi e’ notevole, infatti il
sequente scontro a fuoco tra poliziotti e banditi in fuga viene ripreso
casualmente da una troupe televisiva che monta un servizio in cui si
insinua sull’incapacita’ delle forze dell’ordine. I vertici della
polizia decidono di iniziare una grande caccia all’uomo sotto l’occhio
delle telecamere per riscattare il proprio onore, non verranno lesinati
montaggi manipolati e comunicati stampa fasulli, ma anche i banditi
sapranno usare alla perfezione l’arma dei media.

La storia ha un andamento circolare: inizia all’esterno, per la
strada poi la vicenda si trasferisce dentro un casermone della
periferia dove le azioni tra le strette rampe di scale prendono una
connotazione claustrofobica (molto interessante la messa in scena nella
tromba dell’ascensore) e si chiude con un finale ancora all’aperto.

To mischia i temi classici del poliziesco made in Hong Kong con
una feroce satira sull’influenza dei media, che trasformano
l’operazione di polizia in una partita a scacchi per accapparrarsi il
favore del pubblico.

Lo stile e’ asciutto e realista ma ironico: non mancano momenti e personaggi puramente comici.

Un vero capolavoro dell’action movie, ancora visibile oggi pomeriggio alle 13 al TorinoFilmFestival

Cose mai viste. Una serata con i Fratelli Lumière

FratelliLumiere

Evento specialissimo quello della prima serata di Ring! Festival della critica cinematografica, giunto alla sua terza edizione (finalmente sono comparsi anche i programmi). Se nel pomeriggio c’estato un sentito omaggio al regista Francois Truffaut, nel ventennale della scomparsa, la sera e’ stata dedicata ai Fratelli Lumière.
Thierry Fremaux, direttore del Festival del Cinema di Cannes e del prestiogioso Istituto Lumiere di Lione, ha mostrato una selezione degli oltre 1500 film che i Lumière
hanno girato o prodotto, mandando i loro operatori in giro per il mondo, nei primi 5 anni della storia del cinema.



Thearrivalofatrain

Non solo inventori, ma anche veri padroni del mezzo, i loro film di 52 secondi posseggono un senso della composizione dell’immagine perfetto e la capacita’ di drammatizzare gli eventi in pochi secondi.
Il cinema dei fratelli Lumière tocca molti dei generi che si svilupperanno nel corso degli anni, dal documentario al reportage, alla commedia al primo horror, cosi’ simpaticamente Fremaux ha definto L’arrivo del treno alla stazione di Ciotat e devo confessare che grazie alla geniale angolazione della ripresa, ancora oggi il treno, visto sul grande schermo, da’ qualche leggero brivido.



Uscitadalafabbrica

Come primo film della storia del cinema viene comunemente indicato L’uscita degli operai dalla fabbrica, ma di questa ripresa esistono tre diverse versioni, la piu’ conosciuta e’ forse la piu’ tarda, dato che i vestiti sono gia’ molto leggeri per risalire al marzo del 1895 e quasi nessuna delle persone riprese guarda in macchina, quindi c’e’ sicuramente un lavoro di regia a monte, le altre due versioni mostrano gli operai con abiti piu’ pesanti e dal portone della fabbrica Lumiere esce un calesse, in una versione tirato da un cavallo, nell’altra da due. Esiste poi un filmato del 1995 dove dalla fabbrica esce una rappresentativa di cineasti a simboleggiare come l’apertura di quel portone spalanchi al mondo le porte del cinema.
ThierryFremauxOltre alla qualita’del materiale mostrato, non poteva non colpire la personalita’ di Thierry Fremaux, una delle figure piu’ eminenti del cinema europeo che ha dimostrato tutta la sua passione per il mondo dei Fratelli Lumière, passando quasi due ore a commentare (tradotto da Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema Di Torino) ogni singolo film ad un piccolo pubblico di provincia e dimostrandosi sinceramente soddisfatto di esser riuscito a far apprezzare anche a noi l’arte dei
Lumière, lui che solitamente mostra questi montaggi a personaggi del calibro di Martin Scorsese.

Napoleon

Napoleon


Napoleon E’ in corso la 23° edizione de Le giornate del Cinema Muto, il  cui programma
e’ come sempre interessante, ma niente che si possa paragonare (almeno
per me) alla gloriosa edizione del 2001, quando l’evento conclusivo fu
la proiezione di Napoleon di Abel Gance (1927) nella versione
restaurata da Kevin Brownlow di 5 ore e 33 minuti, per l’importanza
della proiezione la manifestazione si sposto’ da Sacile a Udine, per
offrire un teatro adeguato alla rappresentazione.

Mi emoziono ancora a ricordare quello che qualcuno defini’ giustamente un grande orgasmo intellettuale.

Innanzitutto il film: un capolavoro assoluto della cinematografia
muta, potente ed evocativo, nonche’ estremamente innovativo nella
tecnica.

A seguire l’atmosfera da gran gala: proiezione con orchestrazione
dal vivo, spettacolo in quattro atti, inframezzati da due intervalli e
un buffet, poi un pubblico da parterre du roi: tra gli altri Enrico
Ghezzi a cui il mio moroso e’ andato a chiedere un autografo per la
sottoscritta, sempre troppo timida: dopo vari tira e molla abbiamo
finito per disturbarlo nel bel mezzo di una telefonata, con me a ruota
che porgo la mano per fargli i miei piu’ vivi complimenti e il maestro
del fuorisinc che mi scrive sul programma “questo non e’ un autografo”
e Tati Sanguineti con cui abbiamo condiviso il rovesciamento del
piattino dei formaggi a causa della folla accalcata al buffet.

Ma l’elemento piu’ emozionante e’ stata la visione del trittico, la
geniale innovazione di Abel Gance: per dare maggior respiro e
sottolineare i momenti topici di Napoleon il regista aveva
ideato un sistema che affiancava tre proiettori triplicando cosi’ lo
schermo per rendere ancora piu’ grandiosa l’epopea napoleonica: data la
necessita’ di un allineamento millimetrico delle pellicole il trittico
e’ stato utilizzato molto raramente e quando si vede il film in tv o in
vhs quello che viene visto e’ lo schermo tripartito, a Udine invece Napoleon
e’ stato apprezzato in tutta la sua maestosita’ e quando nelle sequenze
finali il sipario si e’ aperto per mostrare lo schermo triplicato, li’
e’ iniziata la mia esperienza visiva piu’ emozionante, per giunta
inaspettata perche’ nell’esaltazione di poter vedere TUTTO Napoleon in una sala cinematografica  non avevo minimamente preso in considerazione l’eventualita’ di poter vedere il trittico.


Napoleontrittico

Qui
trovate il resoconto della premiere londinese, il cui successo non si
discosta per nulla da quella di Udine, raccontata da Brownlow nel suo
libro, Come Abel Gance  ha realizzato Napoleon, edito da Il
Castoro, testo fondamentale per capire il film di Abel Gance e il
lavoro paziente e meticoloso che sta dietro a uno dei restauri piu’
accurato (ne esistono diverse versioni) di questa pellicola eccezionale.

Italia70: il cinema a mano armata

Il documentario e’ stato la punta di diamante della serata conclusiva del  festival  cinematografico di Gavi,
di cui e’ stato protagonista l’immarcescibile Claudio G. Fava con il
suo spirito caustico; anche Ottavia Piccolo, che nel corso della serata
ha ritirato un premio si e’ dimostrata persona squisita ed ironica.

CabiriaDa sottolineare come, con la donazione da parte dell’associazione
Museo Nazionale del Cinema di uno spartito originale delle musiche di Cabiria, composte da Manlio Mazza contenenti la Sinfonia del fuoco
di Ildebrando Pizzetti, il Museo del Cinema di Torino sia in possesso
di tutto il materiale concernente l’opera di Pastrone, dato che
recentemente ha acquisito anche l’eredita’ di casa Pastrone, scoprendo
materiali inediti sul film che rivoluziono’ la cinematografia mondiale
(ispiro’ D.W. Griffith per Intolerance): di queste scoperte il
direttore Barbera non ha voluto parlare ma il Museo sta lavorando
perche’ tutto possa essere pronto per creare uno degli eventi di Torino
2006.

Veniamo finalmente al documentario, che sara’ in rotazione su Sky
tutto il mese di ottobre, ad apertura di un ciclo sul genere
“poliziottesco” italiano.

Italia70Protagonista e’ Umberto Lenzi, maestro indiscusso dell’epoca che
racconta genesi e sviluppi del filone, recandosi anche sui luoghi che
trent’anni fa fecero da set ai suoi film.
Altri interventi importanti sono quelli di Enzo Castellari, noto
regista dell’epoca, di Ray Lovelock, attore oggi riciclato dalle
fiction ma che esordi’ in questi film, degli attori americani John
Saxon e Henry Silva che nei polizieschi italiani ebbero spesso ruoli da
antagonista per garantire la vendita sul mercato americano. Guest star
e’ Quentin Tarantino che spiega l’importanza che questi film ebbero
nella sua formazione.

Molto interessante e’ capire come nasce il genere: gli anni ‘70 sono
compresi tra la strage di Piazza Fontana e l’omicidio di Aldo Moro,
anni che videro il sorgere della lotta armata all’interno del Paese,
dove rapine e omicidi erano all’ordine del giorno e il cinema non fece
altro che ispirarisi a questa tragica realta’, questa genesi mi ricorda
quella del cinema horror americano che trovava le sue motivazioni piu’
profonde nella violenza della guerra del Vietnam come racconta il
documentario American Nightmare

La spericolatezza delle riprese, fatte di inseguimenti in mezzo
alle citta’, scene pericolose senza cascatori, di piccole bruciature
dovute alle cariche che simulavano le esplosioni di colpi di pistola,
ricorda invece gli action movie di Hong Kong, come sono raccontati
nella biografia di John Woo dove spesso la paura degli attori non era
solo simulata ma vissuta in prima persona.

Un documentario interessante, da non perdere che permette di conoscere meglio un filone del cinema italiano finora dimenticato.

Gavi Musica e Cinema


Logo2004

E’ iniziato domenica scorsa, con l’esibizione dei brani vincitori del concorso Internazionale di Composizione Lavagnino Giovani 2004, il festival Gavi Musica e Cinema, ora alla sua quarta edizione.
Intitolato alla memoria di Angelo Francesco Lavagnino, compositore
genovese nato nel 1909, che avvicinatosi al cinema nel 1947, si
ritrovo’ ben presto a musicare opere come Othello e Falstaff di Orson Welles, Un americano a Roma, Madame San Gene e gran parte del genere “film da viaggio” tipico della cinematografia italiana anni ‘50, tra i cui titoli va ricordato Continente Perduto di Moser, Gras e Craveri del 1955.

I prossimi appuntamenti prevedono stasera l’esibizione dei P-Fonix, gruppo a cappella che si esibira’ nello spettacolo Jazz Pop Rock e Cinema a Cappella.

Giovedi’ 9 settembre sara’ la volta dei Birkin Tree, gruppo folk irlandese che presenta lo spettacolo Remembering John Ford.

Sabato 11 Tanto pe canta’, spettacolo dell’Orchestra
Classica di Alessandria dedicato alla memoria di Nino Manfredi a cui
interverra’ lo sceneggiatore Furio Scarpelli

Giovedi’ 16 inizia la parte piu’ prettamente cinematografica del
festival con la proiezione pomeridiana dei corti della rassegna Parchi in campo, che ha l’intento di incentivare la conoscenza delle zone protette piemontesi, mentre la sera’ verra’ presentato il DVD Razmataz, regia e musica di Paolo Conte.

Venerdi 17 proseguira’ la proiezione dei corti e alle ore 18 verra’ presentato il libro di Giulia Carluccio Gi eccessi della visione, il cinema di Dario Argento.

La serata conclusiva di sabato 18 prevede la presentazione del volume di Stefano Della Casa Miracolo a Torino- fatti personaggi e storie del mondo del cinema.
La proiezione in anteprima assoluta del documentario di SkyTv Italia 70: il cinema a mano armata con la partecipazione del regista Umberto Lenzi.
La premiazione dell’attrice Ottiava Piccolo cui sara’ conferito il Premo alla carriera Maria Adriana Prolo
Come atto conclusivo ci sara’ la donazione al Museo Nazionale del Cinema di Torino dello spartito originale delle musiche di Cabiria.

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