Vip mio fratello superuomo

Inizio non proprio felice per la rassegna cinematografica del Gavi Musica e Cinema Festival Internazionale “A. F. Lavagnino” con un capovolgimento del programma: al posto de L’armata Brancaleone alle ore 19 si e’ proiettato Vip mio fratello superuomo di Bruno Bozzetto; ad infastidire non e’ stato tanto il cambiamento di film quanto la sede scelta per la proiezione: sicuramente scenografico, il Forte di Gavi non offre pero’ un’acustica ideale all’interno dei suoi ambienti; spero che la proiezione notturna de L’armata Brancaleone nel cortile del Forte abbia avuto un esito piu’ positivo.

VipmiofratellosuperuomoOrecchie doloranti a parte, e’ stato un vero piacere rivedere Vip mio fratello superuomo.
Protagonista della vicenda e’ Minivip, stortignaccolo e debole rappresentante di una stirpe di superuomini, i Vip che da sempre veglia sul genere umano, combattendo il male con i loro superpoteri. La nascita di Minivip si deve ad una svista del padre che fraintendendo il suffisso “super” relativo al supermercato si sposa con un’anonima cassiera generando cosi’ due gemelli: Supervip, prototipo dei superuomini e Minivip dai poteri molto limitati. Frustrato dal senso di inferiorità verso il fratello, Minivip parte per una crociera e naufraga su un’isola dove la terribile Happy Betty con il suo entourage di scienzati e milizie tedesche e l’esercito di piccoli operai orientali, sta progettando dei missili-cervello che condizioneranno l’intero genere umano ad acquistare i suoi prodotti. Il supereroe in formato ridotto riuscira’ a sventare il terribile piano ed a trovare la donna della sua vita..

Se si pensa che il film e’ del 1968, non si puo’ far altro che ammirare l’acuta lungimiranza del cartonista italiano Bruno Bozzetto che in questo lungometraggio prende di mira il condizionamento al consumo imposto dalla pubblicita’ e dalla televisione, scenari che oggi si sono puntualmente avverati come quello del mito della prestanza fisica: il protagonista piccolo ed occhialuto ricorda la fisionomia di Woody Allen e del resto il film e’ una coproduzione italo-americana e furono gli americani ad imporre la figura del fratello perfetto Supervip: Bozzetto avrebbe voluto come solo protagonista Minivip, anticipando anche il topos del superoe con problemi che nei comics USA prendera’ piede solo negli anni ‘70.
A far ridere non e’ solo la satira: ci sono delle gag visive molto gustose come quella che gioca con l’assioma “pesce grande mangia pesce piccolo” con un divertentissimo colpo di scena finale.
Paolo Mereghetti nel suo dizionario sottolinea giustamente il debito che Gli incredibili ha nei confronti del film di Bozzetto, a partire dalla ripresa del costume dei supereroi.

Il sito di Vip mio fratello superuomo

Torino d’Argento : Il gatto a nove code

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Molto interessante l’evento Torino d’Argento che si e’ tenuto in citta’ martedi scorso, 06.06.06.
La manifestazione voleva indagare i rapporti tra Dario Argento e la citta’ di Torino attraverso un incontro con il regista e alcuni suoi collaboratori alla realizzazione de Il gatto a nove code, la proiezione del film stesso e una mostra fotografica che restera’ aperta fino all’11 giugno.
Purtroppo mi sono persa la conferenza, ma sono stata tra i fortunati che sono riusciti a vedere il film; mi sono guadagnata questo diritto arrivando davanti al cinema Massimo intorno alle 20 e facendomi un’oretta di coda (stazionavo all’angolo con Via Montebello), fortunatamente in compagnia di persone molto simpatiche conosciute nell’attesa che in questo modo e’ passata allegramente.


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Anche la proiezione e’ iniziata un po’ in ritardo perche’ il regista si e’ fermato a parlare con la folla che non e’ riuscita ad entrare (verso le 21 la coda risaliva mezza Via Verdi!); Dario Argento si e’ confermato persona molto disponibile anche durante la breve introduzione al film raccontando dei suoi progetti (il capitolo conclusivo delle tre madri!) svelando qualche retroscena che sta dietro alla scarsa distribuzione di alcune pellicole (Quattro mosche di velluto grigio) e ribadendo il suo grande amore per Torino.
Ilgattoa9code

Il gatto a nove code e’ il secondo lungometraggio realizzato dal regista, nonche’ il secondo capitolo della cosiddetta trilogia zoologica; girato nel 1971 il film risente molto dell’atmosfere del genere poliziottesco e non mancano sagaci tocchi d’ironia che verranno meno nell’Argento piu’ maturo.
Davvero ottimo l’utilizzo della citta’ e mi sono divertita a cercare di riconoscere alcuni scorci di Torino; a causa di una somiglianza che ho notato all’inizio del film ho provato a leggere tutto il film in una determinata chiave: quando Karl Malden e’ comparso sullo schermo mi ha ricordato in maniera sorprendente Ray Milland e allora mi sono chiesta se gli elementi fondamentali della trama, la genetica, la cecita’ oltre che all’uso di colori psichedelici non avessero qualche rimando a L’uomo dagli occhi a raggi x, girato da Corman nel 1963.
MillandmaldenRestando sempre in tema di citazioni impossibile non ricordare le intelligenti rivisitazioni hitchcockiane: la doccia e soprattutto i bicchieri di latte.

La fuga

Lafuga_1Dark Passage
USA 1947
regia di Delmer Daves,
con Humphrey Bogart; Lauren Bacall; Agnes Moorehead

Vincent Parry riesce a fuggire da San Quintino dove era stato incarcerato per un’ingiusta accusa di uxoricidio. Aiutato da Irene Jensen, Parry si sottopone ad una plastica facciale e con il nuovo volto va alla ricerca del vero assassino..

Film celeberrimo per la lunga soggettiva iniziale che permette di non vedere il volto del protagonista fin dopo l’operazione chirurgica e crea una forte identificazione nello spettatore, con momenti di grande suspance come quando vediamo le mani di Parry ritirarsi da quelle del poliziotto che fruga a tastoni sotto la coperta che nasconde il fuggitivo.
L’uso geniale della tecnica fa accostare Dark Passage a Una donna del lago, il film girato tutto in soggettiva fatto uscire dalla MGM nel 1946: in realta’ il soggetto di Daves e’ precedente al film di Robert Montgomery, ma Jack Warner non approvava l’idea che uno degli attori di punta della sua major, Bogart, comparisse de visu solo a tre quarti del film, cosi’ il film fu prodotto solo dopo il successo del film targato MGM; in realta’ la prova a volto fasciato che consente all’attore di recitare solo con gli occhi, conferma ulteriormente le grandi capacita’ attoriali dell’”impassibile” Bogey, qui al terzo film dei quattro girati accanto alla stupenda Lauren Bacall; ma menzionare anche la prova di Agnes Moorehead, perfida come non mai.


DarkPassage


La fuga ha delle componenti che fanno pensare ad una certa specularità con Detour di Ulmer, uscito nel 1945: se nel lavoro di Ulmer gli incontri causali facevano precipitare il protagonista in una spirale di disperazione, nell’opera di Daves incontri altrettanto causali, prima quello con la ragazza che vuole riscattare l’ingiusta morte del padre, poi quello con il tassista che porta Parry dal chirurgo, forniscono al protagonista un’occasione di riscatto; anche dagli incontri con figure negative come il truffatore che tenta il ricatto, Parry riesce a ricavare informazioni che lo aiutano nel suo percorso: per Daves non e’ il destino a dominare l’uomo, ma questi ha la forza per piegare gli eventi a proprio vantaggio.
Il regista costruisce una San Francisco labirintica e a tratti metafisica dove i cartelli di senso unico stanno ad indicare la strada piu’ ovvia che il destino ha scelto, mentre il protagonista corre sempre nella direzione opposta, fino a raggiungere in maniera rocambolesca e al limite del verosimile il sospirato happy end. Avrei preferito che il film si chiudesse sul sottofinale della telefonata tra i due innamorati: la scena in Messico nel bar in stile moresco e con Bogart in giacca bianca ricorda un po’ troppo Casablanca.

La caduta di casa Usher

La chute de la maison Usher
Francia 1928
con Jean Debucourt, Marguerite Gance, Charles Lamy
regia di Jean Epstein

La chute de la maison Usher

La rassegna che il Cinema Massimo di Torino dedica a Luis Buñuel, comprende anche il capolavoro di Epstein, a cui il maestro spagnolo collaboro’  come aiuto regista.
La pellicola si ispira molto liberamente all’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, tanto che c’e’ il lieto fine, e come dice una didascalia iniziale il film e’ ispirato  a motif, elementi delle opere di Poe.


La caduta di casa Usher

Epstein non e’ interessato alle valenze orrorifiche del racconto, ma lo sfrutta per creare un lavoro di alto significato simbolico, una riflessione sulla follia e sull’arte, carico di malinconia, valorizzato dalle tecniche cinematografiche scelte: all’uso  della  sovrimpressione, molto diffusa nella cinematografia degli anni  ’20, il regista unisce quello geniale del rallenti che contribuisce a creare un’atmosfera stranita e desolata: i tendoni che svolazzano nei corridoi dove il vento fa turbinare nugoli di foglie secche, gli scaffali che si sfaldano e i libri che cadono sono immagini che si fissano indelebilmente nella memoria dello spettatore.
Sublime.

I Guerrieri della notte

I_guerrieri_della_notte The Warriors
USA 1979 Paramount
con Michael Beck, James Remar, Dorsey Wright, Brian Tyler, David Harris, Deborah Van Valkenburgh
regia di Walter Hill

Calca smaniosa sabato scorso, al Torino Film Festival, per riuscire a vedere la ultimate director’s cut de I Guerrieri della notte, versione introdotta da un simpatico Walter Hill che e’ arrivato in sala accompagnato da tre rappresentanti dei Baseball Furies.
Il regista ha brevemente raccontato i suoi problemi di post produzione con la Paramount: dopo venticinque anni il film e’ finalmente come lo aveva pensato l’autore, con un prologo fumettistico che prendendo spunto dalla battaglia di Cunassa sancisce definitivamente il legame della pellicola con l’Anabasi di Senofonte. Gli inserti a fumetti scandiscono anche gli episodi del ritorno a casa dei Warriors: Hill nella presentazione ha messo le mani avanti dicendo che forse il pubblico non avrebbe amato questa nuova versione, personalmente l’ho apprezzata molto perche’ la dimensione del fumetto sottolinea ulteriormente l’epicita’ della narrazione. Inoltre il comic e’ sempre stato un elemento fondamentale del mondo underground giovanile di cui il film e’ diventato emblema.
Unico rimpianto: Hill avrebbe voluto la voce del grande Orson Wells ad introdurre il parallelo tra la coraggiosa avventura dei generali di Alessandro che tornano a casa ed il ritorno dei Warriors a Coney Island.

La caduta di Troia

LacadutadiTroia

Ieri prima giornata di Ring!, festival di critica cinematografica abbinato al premio Adelio Ferrero della citta’ di Alessandria.
Imperdibile l’evento serale, Yo Yo Mundi alla battaglia di Troia, spettacolo cinematografico-teatrale che ruota attorno alla musicazione del film di  Giovanni Pastrone, La caduta di Troia fatta dal gruppo acquese sulla copia appena restaurata. Data la brevita’ della pellicola, circa 33 minuti, la proiezione e’ stata integrata con letture di brani di derivazione omerica magistralmente interpretati da Franco Branciaroli e Federica Castellini.

Lacadutaditroia Il film di Pastrone e Luigi Romano Borgnetto,  del 1911, e’ noto agli storici del cinema per essere il primo in cui si tentano dei movimenti di macchina, inventando dei rudimentali carrelli laterali, ma visto dal vivo riserva molte altre sorprese che evidenziano il genio di Pastrone.
La prima scena mostra Omero che narra ai greci la guerra di Troia, quindi la vicenda che sta per andare sullo schermo e’ un flashback, ma quello che colpisce di piu’ nella prima inquadratura e’ la costruzione della  scena: Omero e’ assiso su una sorta di palco sopraelevato  sulla destra dello schermo e declama i suoi versi ad una folla di spettatori: rammentando che il film e’ del 1911 e che per molti anni a venire i classici del cinema americano presenteranno il protagonista al centro della scena, questa costruzione risulta estremamente interessante legata com’e’ alla composizione prospettica dei quadri rinascimentali.
La caduta di troiaPastrone si ispira molto alla composizione pittorica in questo film, nel tentativo di dare profondita’ e prospettiva a scenari che fino a quel momento erano stati solamente dei fondali teatrali: il suo rifarsi alla tradizione inventa alcuni  linguaggi cinematografici, come la profondita’ di campo, evidentissima nel quadro degli amori di Paride ed Elena dove i due amanti in primo piano sono spiati da un servo che si agita con la gestualita’ tipica del cinema muto, dietro ad una fontana; quasi tutti i quadri separati dalle didascalie sono praticamente dei  mini piani sequenza perche’ rappresentano un’azione unica, senza stacchi, spesso allargata da carrelli laterali.
Bellissima la messa in scena del ratto di Elena operato da Paride con l’aiuto di Venere: la dea compare in sovrimpressione e dissolve con il velo del suo mantello la coppia di amanti trasportata, nell’inquadratura seguente, da Sparta ad Ilio su un carro volante trainato da amorini: una scena di gusto art deco’ che quasi anticipa il mondo delle Ziegfield Folies, dato che la scena, a sfondo nero, e’  ripresa dall’alto, con il carro che  attraversa lo schermo.
L’approccio che i Yo Yo Mundi hanno avuto verso la musicazione del film e’ stato molto moderno: come si potrebbe fare per una colonna sonora di un film contemporaneo si e’ creato un tema musicale che  e’  stato adattato alle situazioni sentimentali o drammatiche presenti nella  pellicola.

TrailerFilmFest

Trailerfilmfest Un festival che mi piacerebbe proprio vedere e’ questo, iniziato oggi a Catania: una tre giorni dedicata ai trailer.
Adoro i trailer e sono un’accanita seguace dei prossimamente, come si chiamavano una volta (chi si ricorda la vecchia edizione rai con la sigla tratta da La citta’ delle donne di Fellini?). Modestamente credo di esserne anche una buona interprete perche’ difficilmente mi sbaglio sull’idea del film che mi faccio attraverso il provino. La mia passione e’ vederli al cinema prima che inizi la proiezione, ma questa forma di fruizione e’ sempre piu’ rara e gli spot pubblicitari si stanno rubando la storica collocazione dei trailer, quindi ben venga un festival dedicato al genere, che premi i migliori esempi, italiani ed esteri, di quella che viene ormai considerata una vera e propria forma d’arte come rivela questo interessante approfondimento di Cineclick sulla manifestazione.
E colgo l’occasione per chiedere conferma di una mia impressione, che potrebbe esser frutto di mera distrazione, ma Good night, and good luck e’ uscito nelle sale senza il debito trailer?

Die bergkatze (The wild cat)

Die bergkatze%0AdiebergkatzeGermania 1921
con Pola Negri
regia di Ernst Lubitsch
titolo italiano Lo scoiattolo
titolo internazionale: The wildcat

Il tenente Alexis, damerino rubacuori, viene destinato ad una guarnigione spersa sui monti dove l’annuncio del suo arrivo mette in moto le trame matrimoniali della moglie e della figlia del comandante della fortezza.
Ma lungo il tragitto il bel militare viene aggredito dai briganti e si invaghisce, ricambiato, di Rischka, la figlia del capobanda..

Divertentissima commedia firmata dal regista tedesco che contiene i temi principali dell’opera lubitschiana: la satira sul potere e sul matrimonio sottolineati da una grande carica eversiva e da una scenografia ai limiti del surreale, caratteristiche che rendono il film particolarmente grottesco.
Il potere militare e’ messo alla berlina da soldati lavativi e codardi, mai pero’, quanto il loro comandante. Esilaranti le scene del trasferimento di Alexis con una folla di donne piangenti che accorrono per salutarlo, ironica precognizione di quel che, qualche anno dopo, si realizzo’ drammaticamente ai funerali di Rodolfo Valentino.
Altrettanto innoqua e’ la banda di predoni, comandata in verita’ dalla bella Rischka .
La passione che sboccia tra lei ed Alexis porta i terribili malfattori ad introdursi nel forte che sta festeggiando il fidanzamento tra il tenente e la figlia del comandante; i briganti si travestono e partecipano alla festa che si trasforma in un’orgia distruttiva, tra scambi di persona e continui furti.
Per quel che concerne il matrimonio, Lubitsch rappresenta chiaramente il suo pensiero mettendo in scena una cerimonia dove il legame tra i due promessi e’ sancito da una catena da forzati che lega i polsi dei due sposi.
Quando al bizzarro banchetto che segue le sue nozze, Rischka scopre dal foglio di giornale che fa da tovagliolo che anche Alexis e’ ormai convolato, scoppia in lacrime ed e’ commovente come il marito, che la ama veramente, forzi la catena per renderle la liberta’.
Ma quando la bella selvaggia si rende conto che anche la figlia del comandante e’ perdutamente innamorata di Alexis, fara’ di tutto per far disamorare di se’ il tenente e, riuscitaci tornera’ dal marito che nel fattempo ha sciolto metri di neve con le sue lacrime.
Se e’ chiaro il pensiero di Lubitsch sul matrimonio, molto piu’ complesse appaiono le sue idee sull’amore che pare funzionare solamente tra esseri simili e va conquistato con fermezza (il bislacco corteggiamento del predone a Rischka) e pazienza (la sopportazione da parte della moglie delle avventure sentimentali di Alexis).

Diebergkatzemascherino Oltre la scenografia di chiara matrice surrealista, la pellicola si distingue per l’uso originale del mascherino che fa da cornice al fotogramma: sono numerissimi e con le funzioni piu’ disparate, a volte puramente ornamentali, altre con il compito di dare enfasi all’immagine: la scalata al forte presenta un mascherino verticale che stringe l’immagine acuendone il senso di verticalita’, o addirittura con funzioni simboliche: le scene dei briganti hanno un mascherino a denti di pescecane con forte venatura drammatica che contrasta con la natura paciosa e smidollata della banda.

Il film, presentato a strade del cinema 2005 di Aosta, e’ stato musicato dal vivo dal gruppo fancese La Tendresse che ha fatto un’ottimo lavoro pieno di sfumature jazz che hanno sconfinato nel rock durante la simbolica cerimonia nuziale.
Coraggiosa ma interessante la scelta di rimanere in silenzio durante le scene della festa al forte, quando le immagini mostravano un’orchestra che suonava.

GenovaFilmFestival

Genovafilmfestival

Ieri serata d’apertura dell’ottava edizione del GenovaFilmFestival che ha riunito il celebre terzetto Claudio G.Fava, Oreste De Fornari e Gloria De Antoni con i loro gustosi siparietti per la presentazione del documentario I sentieri della gloria girato della De Antoni in Friuli, sui luoghi che fecero da sfondo a La grande guerra di Monicelli: lavoro interessante piu’ che per l’approfondimento di archeologia cinematografica, per il ritratto che offre di Mario Monicelli, di cui spicca l’acre ironia e il vezzo di chiedere a tutti l’eta’ vantandosi (giustamente!) di essere arrivato ai 90 anni.
Presenti in sala anche Paola Gassman e Ugo Pagliai per introdurre l’omaggio a Vittorio Gassman di cui veniva proiettato il primo film da lui diretto nel 1956, Kean genio e sregolatezza.


Kean genio e sregolatezza

Purtroppo per il protrarsi dell’evento il film e’ stato tagliato in qualche punto, resta comunque una testimonianza fondamentale delle capacita’ di “mattatore” del grande attore genovese. Sicuramente un po’ prolissa e antiquata nella messa in scena, la pellicola rivela una discreta abilita’ di Gassman come regista (anche se va segnalata la presenza di Francesco Rosi per la ”direzione tecnica”) con la macchina da presa sempre puntata sul vanitoso protagonista od impegnata in rapidi movimenti che ben sottolineano il carattere istrionico e nevrotico del genio inglese in cui Gassman si identificava totalmente.
Tra le annotazioni di colore va segnalato che Paola Gassman e’ una bellissima donna a cui il mezzo televisvo non rende giustizia: avra’ ereditato anche solo un decimo del fascino paterno, ma dal vivo e’ molto piu’ magnetica del sempreverde Pagliai.
Curiosamente, nonostante la fama di tirchieria che caratterizza i genovesi, il festival cinematografico cittadino e’ uno dei pochi completamente gratuito: se non avessero spento l’aria condizionata a meta’ spettacolo sarebbe stata una serata perfetta!

All’anteprima di Star Wars

Pensavo di aver ormai provato qualsiasi tipo di esperienza cinematografica, invece ieri all’anterprima di Star Wars, episode III all’Arcadia di Melzo ho sperimentato per la prima volta l’entusiasmo (e la fatica) dell’happening cinematografico che ha il sapore ecumenico dei grandi concerti: arrivare con largo anticipo e mangiare velocemente un panino in macchina, girare nella hall del cinema curiosando tra i fan che si stanno preparando, applaudire e fotografare l’ingenio di chi ha il travestimento migliore.
Anche l’ingresso in sala aveva un gusto diverso: solitamente al cinema si guarda con sospetto chi ti siede vicino, pronti a maledirlo (possibilmente solo mentalmente) se ruminera’ troppo i suoi popcorn o si dilettera’ in amene conversazioni durante la proiezione, invece ieri sera c’era un’energia molto positiva (la Forza!) che rendeva tutti disponibili alla chiacchiera in attesa che iniziasse il film, in particolare venivano accolte con applausi l’ingresso delle spade laser piu’ belle e dalla prima fila era uno spettacolo il solo girarsi e vedere la sala punteggiata dalla luce delle spade brandite mentre Yoda era appollaiato su un bracciolo praticamente di fianco a me.
Il film e’ stato proiettato in digitale nelle tre sale attrezzate per questo tipo di proiezione, la presentazione di Steve Sansweet (qui scoprite chi e’) e’ stata trasmessa in viedoconferenrenza nelle altre due sale dalla sala Energia. Tra i filmati sulla lavorazione del film, quello piu’ interessante era quello sulla costruzione dei modellini del pianeta di Mostafar, alcuni dei quali saranno alla Triennale di Milano per la mostra dedicata a StarWars, aperta fino al 28 agosto.
Il pezzo forte della presentazione e’ stato il corto di Barry Curtis vincitore del Georg Lucas Selects Awards, For love of the film: nel 1997, durante una proiezione del mitico IV episodio la pellicola si rompe, esce il proiezionista e invita lo sparuto pubblico alla calma rivolgendosi in particolare a un certo Luke che ha fretta di tornare a case con le parole che Yoda rivolge a Luke Skywalker quando vuole interrompere la sua istruzione. A quel punto il pubblico si lascia coinvolgere ed iniziano le parodie delle scene piu’ famose. Il corto e’ esilarante e dimostra come il film che ha lanciato gli effetti speciali sia entrato nell’immaginario in realta’ per altre motivazioni, ben piu’ profonde e che basta un semplice sacchetto di popcorn calcato sulla testa per sentirsi Darh Fenner.
Poi e’ iniziato il film accolto da calorose ovazioni persino sulla prova del THX, vi lascio immaginare il delirio quando e’ comparso il logo StarWars: brividi anche per me che non ho mai amato molto la vecchia trilogia..