Qualche dubbio (ragionevole o meno) ce l’ho a proposito del grande successo ottenuto da questo romanzo di Gianrico Carofiglio in cui non ho trovato niente piu’ che una piacevole lettura che pero’ mi ha lasciato molto poco.
Lo stile di scrittura, senza infamia e’ senza lode ha un taglio molto televisivo e presumo che molto presto vedremo un serial che narra le avventure dell’avvocato Guerrieri.
Riassumo lo scambio di battute tra l’avvocato e la segretaria che gli annuncia la visita della signora Kawabata, lui si fa ripetere il nome e nota acutamente che e’ un nome giapponese al che la segretaria risponde “Direi di si’, anche lei sembra giapponese, del resto”. Su questo dialogo che apre il quarto capitolo, ho avuto un flash e ho rivisto la fiction di cui non ricordo il titolo in cui Fabrizio Frizzi faceva l’avvocato: secondo me quello scambio di battute in bocca Frizzi non sarebbe stato male.
Anche la storia mi ha un po’ delusa: sono un po’ stanca di eroi pseudo-disillusi, che trovano il coraggio di seguire fino in fondo la propria etica, in questo caso difendere una vecchia conoscenza del ’68 che, in quanto capetto di un gruppo fascista, aveva fatto pestare l’avvocato adolescente che girava con l’eskimo.
La vicenda alletta con possibili svolte che non si realizzano mai: la malavita organizzata viene vagheggiata ma non si presenta mai a chiedere il conto a chi gli sta pestando i piedi, Natsu Kawabata ha l’allure della dark lady e un minimo di dubbio che sia meno pulita di quel che voglia apparire me lo conservo, in quanto all’amareggiato e disilluso Guido Guerrieri mi pare che si prenda la rivincita migliore su chi l’aveva fatto pestare in gioventu’, pur facendo trionfare la giustizia.
Ma l’apoteosi arriva all’ultimo capitolo dove gia’ dalle prime righe si capisce gia’ dove si andra’ a parare: una rivisitazione letteraria della conclusione di Casablanca con citazione dell’ultima famosa battuta del film , peccato che qui i due protagonisti fossero gia’ amici in precedenza e che il poliziotto avesse dato un contributo fondamentale alle indagini di Guerrieri.
Categoria: libri e carta stampata
Il codice Da Vinci
Il libro in se’ non e’ nulla di eccezionale, scritto in quello stile
banale in cui sono scritti tutti i best sellers degli ultimi anni. La
storia e’ troppo arzigogolata e con un finale ancor piu’ conciliante,
pero’ fa specie come da subito i rimandi Sauniere, Saint-Sulpice,
Poussin evochino un luogo importante per la mitologia templare e del
Santo Graal che non viene mai nominato in tutto il volume,
edificato su un parallelo della Linea della Rosa. E se il codice non
fosse l’anagramma ma l’evoluzione della grafia, la medesima radice
linguistica da cui derivano nomi e toponimi?
Suonala ancora
Il volume, uscito nel 1997 in Italia, lo si acquista per la curiosita’ verso l’autore Stephen Bogart, figlio di cotanti genitori, poi leggendo la quarta di copertina che riassume la trama si e’ ulteriormente intrigati dalla curiosita’, forse morbosa, di sapere se dietro la vicenda di quel R.J. Brooks detective, figlio di una bellissima diva di Hollywood troppo presa dalla sua carriera si nasconda qualcosa del vero rapporto figliale che l’autore ha con la celebre madre, Lauren Bacall.
Di certo anche Bogart jr. ci marcia intitolando il romanzo Suonala ancora battuta che solo a forza puo’ essere ritenuta valida per raccontare le gesta di un serial killer.
Il romanzo in se’ e’ piuttosto banale con la classica divisione tra la narrazione delle (dis)avventure del detective che non si esime dall’innamorarsi di una energica e bella donna con la quale si produce in strepitose (???) performance sessuali e il racconto in prima persona dei propositi malati del serial killer.
Sam stavolta poteva star fermo un giro.
Kill?
Il romanzo di Roberto Vacca, acquistato dopo aver letto la segnalazione di KinemaZone e divorato in una notte, racconta le disavventure di Giacomo Elliot, promotore finanziaro che del tutto accidentalmente sventa un attentato a Silvio Berlusconi. L’uomo fatichera’ non poco a liberarsi dagli assidui tentativi di ringraziamento del premier e dei propositi di vendetta dei terroristi.
Vacca riporta in auge un genere ormai comparso, quello del panphlet: dietro la storia narrata con uno stile asciutto e secco, si nasconde un’ analisi dolorosa del nostro paese, rovinato dall’approsimazione e dalla presunzione di un potere che non riesce a guardare piu’ in la del proprio naso e del proprio interesse.
La piena proprieta’ linguistica di Vacca (non solo dell’italiano, ma anche dell’ingese, dello spagnolo e del latino) sottolinea anche l’approsimazione culturale e linguistica di una nazione che vorrebbe stare tra le piu’ grandi potenze del mondo: imperdibile il brano della correzione via telefono del linguaggio manageriale.
Il giudizio su Berlusconi e’ lapidario e raccapricciante, dubito che il Cavaliere o chi per lui l’abbia capito…
La donna fantasma
In concomitanza con Il salone del libro di Torino dove quest’anno ho preso definitivamente coscienza del carovita andando a sbattere contro il prezzo esorbitante dei libri, mi dilettero’ nel parlare di un libro, cosa che faccio molto raramente benche’ io sia una lettrice onnivora.
Si tratta di un giallo di Cornell Woolrich, padre del genere noir e autore di opere che spesso sono state adattate per il grande schermo come La finestra sul cortile o La mia droga si chiama Julie diretto da Truffaut, come pure La sposa in nero alla cui trama si ispira vagamente anche Kill Bill.
Anche La donna fantasma e’ stato portato sul grande schermo nel 1944 da Robert Siodmak.
La trama racconta di un uomo, Scott Henderson, che una notte, rientrato a casa, trova ad attenderlo la polizia: nelle ore in cui lui e’ stato fuori la moglie e’ stata strangolata con una delle sue cravatte. Per dimostrare la sua innocenza Henderson dovra’ ritrovare la compagna occasionale con cui aveva trascorso la serata ma la donna sembra essersi volatilizzata, nonostante gli sforzi per ritrovarla compiuti dalla giovane amante di Scott per la quale lui voleva lasciare la moglie e dal suo migliore amico appositamente tornato dal Sud America per tentare di salvarlo. Con un bellissimo cambio di prospettiva finale, l’assassino si rivelera’ esser sempre stato li’ davanti agli occhi del lettore che, talmente partecipe delle sventure del povero Henderson, scandite dal conto alla rovescia dei giorni che mancano all’esecuzione, si sara’ limitato a guardare il dito che indica, anziche’ la luna.
In questo volume Woolrich dimostra di avere un concetto molto particolare della casa: non il luogo dove rifugiarsi dai pericoli del mondo, ma il posto dove queste minacce si concretizzano in omicidi brutali, mentre gli esterni notturni di una grande metropoli come New York diventano un luogo relativamente tranquillo dove una fanciulla puo’ pedinare silenziosamente ma in maniera manifesta un personaggio un po’ losco, trasformandosi in un angelo ammonitore che scuote la sua coscienza.
Qualche parola merita anche la particolare edizione che ho letto, si tratta della collana de I classici del giallo illustrati della Mondadori.
A parte le illustrazioni che sono fotogrammi di film tratti dalle opere di Woolrich, in particolare del film tratto da questo volume, o foto della New York anni ‘40, il libro e’ commentato quasi ad ogni pie’ pagina da autori come Fruttero&Lucentini, Andrea Pinketts, Stefano Bartezzaghi ed altri.
Talvolta queste annotazioni riguardano lo stile di Woolrich ma il piu’ delle volte prendono spunto da episodi marginali del testo per divagazioni molto personali, trattandosi di un giallo dove la suspence e’ tutto ho trovato un po’ irritanti queste note: facendo un parallelo televisivo mi pareva di leggere un libro interrotto da continui spot pubblicitari.
Della Morte
Non condivido assolutamente le idee espresse da Goffredo Fofi nell’articolo Darwinismo scientifico& darwinismo sociale per la sua rubrica gOff gOff su FilmTV.
Il giornalista vede nella produzione dei film made in Usa una propaganda del potere ideologico di quella nazione, se cio’ e’ vero per Hostage, l’ultimo film di Bruce Willis che viene presentato con lo slogan “quante persone saresti disposto ad eliminare per salvare la tua famiglia?” chiara metafora di un paese che attua una guerra preventiva perche’ si sente minacciato, questo non e’ piu’ vero per gli altri film presi in analisi. Fofi si dimostra preoccupato dal fatto che i vincitori dei Leoni a Venezia e gli Oscar siano film che in qualche modo esaltano l’aborto e l’eutanasia: i film in questione sono tre: Il Segreto di Vera Drake di Mike Leigh, Mare dentro di Alejandro Amenábar e Million Dollar Baby di Clint Eastwood: la distanza con il film interpretato da Bruce Willis e’ lampante: quest’ultimo e’ un film di propaganda e di cassetta mentre gli altri tre sono opere di Autori, due dei quali neppure americani, per cui non regge l’ipotesi del loro asservimento all’ideologia d’oltreoceano.
Cito un passo di Fofi che dice “Forse si vuole preparare gli spettatori e il mondo all’idea dell’eliminazione dei deboli, in conseguenza della Lotta per la Vita tra individui, ceti, popoli e stati e infine delle scelte dei Governi Forti a danno delle popolazioni piu’ deboli, la parte piu’ indifesa e “inutile”, i vecchi se non ricchi, i poveri i poverissimi, i malati, i diversi, certi immigrati – come nei sogni e nelle pratiche hitleriani e staliniani?” Secondo l’autore sarebbe proprio il film di Clint Eastwood che meglio interpreta questa idea, ovviamente dissento su tutta la linea: leggo il film in chiave totalmente diversa. Come tutti ho ripensato alla pellicola eastmaniana in rapporto al drammatico caso di Terry Schiavo e il mio essere a favore al distacco della spina trova ulteriore ragione proprio in una scena del film che alla luce di questi terribili momenti acquista un valore totalmente differente: la scena in cui Meggy si porta a casa l’avanzo di cotoletta dal ristorante dove lavora, a caldo pareva una pennellata di realismo forse un po’ pietista, riletta oggi credo acquisti un valore totalmente diverso: e’ forse giusto che una persona sana, con del talento, in una nazione ricca come quella americana (tacciamo del continente africano) sia costretta a patire la fame, mentre una persona che ha la possibilita’ di pagare regolarmente l’assicurazione (ricordiamocelo questo!) puo’ essere mantenuta in vita (o meglio in una parvenza di vita) a tempo indeterminato?
Fermo restando che sono pratiche crudeli entrambe, preferiamo la selezione naturale che ha mandato avanti questo mondo per millenni o la selezione tecnologica, quella si’ riservata a un ristretto numero di persone economicamente fortunate?
Se c’e’ un interesse da parte grandi autori verso temi cosi’ scottanti non credo nasca da un risorgere di pratiche hitleriane, ma dal disagio di dover vivere in una societa’ resa schizofrenica dalla scienza che ti salva dalla morte in uno sfoggio di onnipotenza (rianimare Terry Schiavo dopo otto minuti fu sicuramente un azzardo) e poi non osa darti la morte nascondendosi dietro un patetico buonismo (era lecito staccare la spina a Terry, ma benche’ voglio credere che non abbia sofferto e’ stato crudele lasciar morire una persona di fame e di sete, tragicamente beffardo se si pensa che il dramma di questa donna nasce da un rapporto conflittuale col cibo che l’aveva portata alla bulimia).
Di quanto sia difficile il rapporto della societa’ occidentale con la morte lo sta dimostrando l’agonia del Papa: tutti scandalizzati che un vecchio malato faccia mostra del proprio scempio sui mass media, gridiamo al rispetto e al diritto al riserbo della malattia, salvo poi inscenare ieri il piu’ grande reality show mai realizzato in attesa che “il nominato” lasciasse questo mondo. Ci sono state le clip che ricordavano i momenti salienti, i pianti, le interviste, i commentatori, anche di rilievo in una puntata interessante di Ottoemezzo dove si e’ affermato che quello dei media e’ ormai l’ambiente in cui viviamo, frase smentita da questa imbarazzante mattinata con un uomo che si prende il suo tempo per morire infischiandosene dei ritmi televisivi e riportando tutto ad una dimensione piu’ umana. Personalmente spesso non ho condiviso le scelte di questo pontefice ma devo dire che dalla compassione che ho provato per lui in questi ultimi tempi sono passata a una chiara ammirazione per la capacita’ di prendersi gioco di questa “eta’ dei salumi” come l’ha chiamata Blob giovedi’ sera e come dimostra la foto scelta da EmanuelaZini per illustrare un post dedicato a La fattoria: vogliamo guardare tutte le dinamiche umane dal buco della serratura? ..liti, amori, sesso (qualcuno ha visto l’inutile pezzo di Greg e Lillo sulla politica ambientato su un set pornografico trasmesso da Le Jene giovedi’ sera?) bene, guardiamo anche la fatica della malattia e del dolore e il tempo che ci vuole a morire, tanto e’ gia’ prossimo alla partenza un reality che mostrera’ la decomposizione di un cadavere.. enjoy it!
Lulu’ a Hollywood
Il libro di Louise Brooks, edito da Ubulibri, non e’ tanto un’autobiografia della famosa interprete della Lulu di G.W.Pabst, piuttosto una raccolta di suoi acuti scritti sulla Hollywood dei ruggenti anni ’20 che esce da queste pagine vivida nella sua follia, ben diversa da quella odierna, cosi’ patinata ed apparentemente perfetta.
Le note autobiografiche, come ho detto sono pochissime: la Brookssi limita a raccontare della sua famiglia un po’ sui generis e dei suoiesordi come ballerina, sua carriera principale che da ragazza di Ziegfeld la mettera’ a contatto con il mondo del cinema. La sua carriera si interrompera’ bruscamente a 32 anni perché Louise Brooks e’ un personaggio troppo scomodo che non sa tacere la verita’.
Tra i capitoli del libro che piu’ mi hanno colpito ci sono quello dedicato a Pepi Lederer, nipote dell’attrice Marion Davies, l’amante di William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata ispiratore del Citizen Kane di Orson Welles: non si può non pensare a Quarto Potere leggendo la storia di questa donna, cara amica della Brooks, morta suicida nel 1935 che spende tutta la sua giovane vita al seguito della corte di Hearst, tra gli appartamenti lussuosi di New York, i viaggi in Europa e l’immenso ranch di San Simeon.
Altro capitolo estremamente interessante e’ quello dedicato a Lilian Gish e a Greta Garbo, sul loro avvicendarsi come regine di Hollywood.
Quando nel 1925 Wall Street mette le mani sugli Studios e cade la censura cinematografica in molti stati americani, si punta su una nuova immagine piu’ sensuale del femminino, Lilian Gish, candida protagonista dei film di D.W. Griffith e star molto amata, viene portata a lasciare la MGM facendole girare volutamente, delle pellicole che non incassano, e viene dimenticata tanto che gia’ nel 1927, quando l’attrice gira Il Vento per Sjostrom a Hollywood il film passa sotto silenzio e Louise Brooks sostiene di averlo visto solo una trentina d’anni dopo.
Nel frattempo sale alla ribalta con il film Il Torrente, la stella di Greta Garbo il cui fascino e’ sicuramente e’ molto più torbido e sensuale di quello della Gish.
Ovviamente il libro non puo’ non dedicare una sezione a Lulu’, il film che ha reso immortale l’attrice americana, che preferisce raccontarci i suoi screzi con gli altri protagonisti (non era ben vista in quanto una straniera che interpreta un personaggio tedesco, infatti esiste un film precedente interpretato da Asta Nielsen) e l’evoluzione del suo rapporto con il personaggio di Lulù: all’inizio il film non fu un gran successo ed essere identificati con una figura cosi’ scomoda, sarebbe stato difficile per chiunque, ma di certo meno per la tosta Louise Brooks.
Gabin
In questo libro che forse non e’ piu’ in
commercio, (la prima edizione e’ del 1988) la vita del grande attore francese e’
raccontata da Andre’ Brunelin, suo amico e segretario personale per circa 25
anni. Il ritratto che esce da questo volume dedicato al mito della
cinematografia francese e’ quella di un uomo schivo, estremamente pudico ed
infastidito dai risvolti sociali che il suo lavoro comportava. Lavoro a cui era
arrivato per caso: Jean Monconge’ nasce il 17 Maggio 1904 da una famiglia
di attori e sara’ proprio il padre che quasi con l’inganno lo costringera’ a
calcare i palcoscenici: Gabin (nome d’arte ereditato dal padre) per tutta la
vita si sentira’ provvisorio nei panni dell’attore e sognera’ di ritrarsi a
vivere in campagna, comprando anche una grande tenuta in cui investirà quasi
tutti i suoi averi.

Se
al teatro era arrivato senza una precisa volonta’ , altrettanto fu per il
cinema: il giovane Jean non pensava minimamente a una carriera in questo campo,
quando la Pathe’ lo cerca per in provino: siamo nel 1929, nel giro di dieci anni
Jean Gabin diventera’ l’eroe del cinema francese interpretando film come La
bella Brigata, (1936) di Dudivier, e sempre con lo stesso regista e nello
stesso anno Il bandito della Casbah (Pepe’ le Moko), a quell’epoca
Gabin non era solo l’attore ma partecipava attivamente alla realizzazione di fim
che sono entrati di diritto nella storia del cinema, stando anche fermo per
lunghi periodi pur di aspettare di lavorare con Dudivier, Carne’ o "le Gros",
come affettuosamente chiamava Jean Renoir.

Nel 1937 gira La grande illusione di cui il libro svela un
gustoso retroscena raccontando come Erich Von Stroheim venisse assunto per un
ruolo marginale da un produttore che non ne conosceva minimamente la fama,
quando Jean Renoir si trovo’ davanti uno dei piu’ grandi registi del muto e suo
idolo personale per una particina secondaria fu imbarazzatissimo e non resto’
che sviluppare adeguatamente il personaggio di Von Rauffenstein. Nel 1938, sempre per Renoir, Gabin giro’ L’angelo del male e con Carne’ Il porto delle
nebbie, ancora con Carne’ nel 939 girera’ Alba tragica.
Con
lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la carriera di Gabin subisce una brusca
interruzione, si trasferisce prima in America dove gira alcuni film e inizia il
lungo rapporto con Marlene Dietrich, poi si arruola nelle forze di liberazione
francesi.
Dopo la guerra Jean Gabin non sembra piu’ essere l’idolo
di Francia e inizia quello che lui definisce il suo “periodo grigio”. Ne esce
nel 1950 con Grisbi dove interpreta un vecchio gangster che progetta il
suo ultimo colpo; ritrovato il successo di pubblico, ormai sposato e con una
famiglia da mantenere, Gabin interpreta moltissimi film, alcuni non di
grandissima qualita’, ma ci regalera’ ancora uno strepitoso Commissario
Maigret e tra gli ultimi lavori della sua carriera vanno ricordati Le
chat, l’implacabile uomo di Saint Germain del 1971 e L’affare
Dominici dell’anno seguente.
Jean gabin muore il 15 novembre
1976.
Novita’ editoriali
Sono stata fregata da Uma Thurman con tanto di katana in
copertina, altrimenti avrei prestato piu’ attenzione al sottotitolo di Hotdog,
il nuovo mensile di cinema che si proprone come "la rivista che vi fara’ passare
la fame di cinema".
Il giornale affronta il tema con lo stile da fastfood che
il titolo del resto gia’ suggeriva.
L’editoriale e’ ancora piu’ esaustivo,
prendendo spunto dal giovanilistico Che sara’ di noi ora nelle sale, fa
una panoramica del cinema italiano passando in rassegna tutto il muccinismo da
gli ardori liceali fino all’ultimo bacio cornificatore prima di mettere la testa
a posto (letterale) e finire sul lettino del dottor Verdone, descrivendo un
cinema italiano che passa dal speriamo che io me la cavo scolastico allo
speriamo che io me la chiavo di Malena (sic). A parte i giochi di parola
di dubbio gusto di cui il giornale e’ pieno, si inquadra una linea editoriale
che non si discosta dal mainstream: ho l’impressione che qui non troveranno mai
posto un Crialese o altri autori che non facciano scandalo o cassetta.
Tra le
buone ragioni per scrostarsi dal divano (continuano le citazioni letterali)
troviamo Big Fish. la recensione non sarebbe malaccio se non fosse per un
riquadro detto "l’angolo delle scienze esatte" dove si spiega "come realizzare
una pellicola di Tim Burton che abbia, ehm.., un cuore" (sic) e la ricetta e’
Edward Mani di forbice + Fratello dove sei + Forrest Gump,
ora io il film dei Cohen me lo sono perso, ma in Big Fish "le fantastiche
idiozie" di Forrest Gump mi sono proprio sfuggite!
Il pezzo forte
della rivista dovrebbe essere una intervista a Quentin Tarantino, dove
bastardamente (!) gli si chiede se la mossa di dividere Kill Bill in due
parti abbia fini economici a parte questo il senso del pezzo non l’ho capito e
ormai l’hotdog , come nella miglior tradizione americana, giace, appena
sbocconcellato, nella spazzatura, rigororasemte reparto carta da riciclare.
le biografie di Donald Spoto
Credo che non leggero’ mai piu’ una biografia firmata da Donald Spoto, gia’ il suo precedente volume Hitchcock, Il lato oscuro del genio mi aveva lasciato un profondo senso di amarezza per come l’attenzione dello scrittore fosse incentrata esclusivamente su il carattere depresso ed infelice di Hitch, sempre insicuro per il suo aspetto fisico e la sua mole, aspetti sicuramente veri, ma non credo unici nella personalita’ di un genio della cinepresa riconosciuto dalla critica e venerato dal pubblico.
Notorius, la vita di Ingrid Bergman e’ un’agiografia della grandissima attrice svedese che spesso sfiora il ridicolo.
Come e’ ben noto Ingrid Bergman fu al centro di un grandissimo scandalo quando la protagonista di Casablanca abbandono’ la famiglia nel 1949 per unirsi artisticamente e sentimentalmente a Roberto Rossellini: l’America puritana che le aveva dato fama e successo la ritenne per anni persona non gradita.
Donal Spoto nel tentativo di giustificare le scelte amorose della Bergman, (prima di Rossellini aveva avuto una lunga liason con il fotografo Robert Capa ed altri amori) la dipinge come succube del primo marito, invadente e despota: salvarla dai panni della Messalina per dipigerla come una persona quasi al limite della capacita’ di intendere e di volere non mi sembra un gran risultato, soprattutto se si pensa che il volume e’ stato scritto nel 1997.
In seguito alle sue scelte amorose la Bergman per anni non vide Pia, la figlia nata dal primo matrimonio, e cosi’ per tutto il libro di Spoto mette l’accento sul rapporto che l’attrice tenta di ricostruire con la primogenita, lasciando sullo sfondo le figure dei 3 figli avuti da Rossellini, con il rischio di farla nuovamente passare per una madre snaturata.
Le note biografiche su Rossellini sono piuttosto confuse: si parla di una tresca con Liliana Castagnola, che il cineasta italiano ricopri’ di gioielli al punto di dar fondo alla sua eredita’ (pag. 272) poi la chanteuse secondo Spoto mori’ di overdose, quando e’ oramai storia che Liliana Castagnola si suicido’ per Toto’ di cui si era pazzamente innamorata, tanto che il principe De Curtis la fece tumulare nella tomba di famiglia e chiamò la figlia con il suo nome.
Ridicoli i giudizi sui film della coppia Rossellini-Bergman: Stromboli viene liquidato come “enormemente tedioso” (pag. 303), “deludente” Europa ’51 (pag. 333) e “senza senso..sfilacciato” Viaggio in Italia “inspiegabilmente canonizzato dalla Nouvelle Vague francese” (pag 339). Ovviamente l’unica cosa da salvare nelle opere di questo regista ormai alla frutta e’ la perennemente magistrale interpretazione della Bergaman, le cui prove attoriali non vengono mai giudicate meno che eccelse da Spoto in tutte le 469 pagine del volume, con il rischio di rendere odiosa a suon di panegirici una delle piu’ belle e brave attrici di Hollywood.