Turner

Turner Mr.Turner
Gran Bretagna 2014
con Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson
regia di Mike Leigh

Amo molto il cinema di Mike Leigh, quel suo raccontare una storia attraverso episodi minimi, l’apparente parlare di nulla, però non sono stata particolarmente colpita dal biopic dedicato al pittore inglese Joseph Mallord William Turner: l’eccessiva lunghezza non giova al cinema minimale di Leigh.
La pellicola è perfetta dal punto di vista dei costumi e soprattutto della magnifica fotografia che riesce a restituire la luce calda e corposa tanto amata dal pittore che spirò dicendo Dio è luce.
Anche la scelta di raccontare gli ultimi venticinque anni della vita dell’artista è interessante: per quel che concerne la vita di Turner l’unica scossa emotiva è la morte del padre a cui il pittore era legatissimo, da un punto di vista più generale è interessante vedere una volta tanto, non gli sforzi per emergere ma la vita di un pittore affermato coinvolto nella vita culturale del suo tempo: gli sberleffi a Constable, le sottili prese in giro a Ruskin, il vedere sorgere i prodomi di una nuova correte pittorica (i Preraffaelliti) che vanno in una direzione completamente diversa dalla sua tanto che aumentano le prese in giro negli spettacoli (Turner non era amato dalla Regina Vittoria).
Questi scorci di vita culturale sono sprazzi sulla tela dell’esistenza di Turner, su cui pesa la tempesta di rapporto molto conflittuale con il femminile, a partire dalla figura materna, morta pazza. Turner non si sposò mai, ebbe due figlie da una prima compagna per cui non nutrì mai nessun interesse, solo dopo la morte del padre si legò a una vedova in quello che viene rappresentato come un legame molto felice, in antitesi al rapporto con il legame con la serva Hannah su cui il pittore riversò i propri istinti sessuali fino all’ultimo nonostante il legame felice con la signora Booth. La doppia vita sentimentale racchiusa nel significativo doppio finale rappresenta la natura scorbutica e anafettiva dell’uomo che cela però un’estrema sensibilità artistica (viene anche messo in scena l’episodio leggendario secondo il quale Turner si sarebbe fatto legare all’albero di una nave per osservare la tempesta).
Resta il fatto che due ore e trenta di grugniti, il modo preferito di rispondere di Mr. Turner, sono oggettivamente troppi.

Another year

Anotheryear Tom&Jerri sono una coppia di sessantenni; alla loro rodata stabilita’ matrimoniale si appoggiano una serie di amici con problemi di cuore, in particolare Mary, stagionata collega di lavoro di Jerri con una cotta per Joe, il figlio trentenne della coppia…

Parafrasando Lucio Battisti potremmo dire a proposito dell’ultima fatica di Mike Leigh Ah l’amicizia, questo sopravvalutato sentimento che... Il regista inglese e’ infatti abbastanza caustico in questo rondo’ di personaggi indagati con apparente noncuranza come e’ tipico per il maestro inglese. Dietro l’apparente bonomia di una coppia che si chiama come un cartone animato che ha fatto il giro del mondo negli anni’ 70, sempre disponibile per gli amici, in particolare per “i meno fortunati” (ecco gia’ un sottilissimo senso di superiorita’ che pervade i discorsi banali in compagnia di Mary) si celano i sentimenti piu’ conservatori della famiglia per cui se la psicologa Jerri accetta di buon grado che la civettuola Mary flirti con il marito, rischia di mandare in frantumi la ventennale amicizia con la patetica segretaria quando questa non riesce a nascondere la delusione e l’irritazione per la comparsa di una fidanzata (odiosissima per altro!) nella vita di Joe. Per quanto di sinistra e radical-chic seguace dell’ultima mania dell’orto, il cuore di mamma e’ sempre lo stesso, soprattutto se il figlio trentenne non ha ancora messo la testa a posto.
Patetica e dolente la figura di Mary e’ quella che ci resta nel cuore e nell’intenso primo piano finale con la povera segretaria riammessa al desco familiare possiamo cogliere tutta la disperazione di un altro anno passato inutilmente, contrappunto ideale al cameo di apertura della madre di famiglia depressa interpretata da Imelda Staunton.

Della Morte

Non condivido assolutamente le idee espresse da Goffredo Fofi nell’articolo Darwinismo scientifico& darwinismo sociale per la sua rubrica gOff gOff su FilmTV.
Il giornalista vede nella produzione dei film made in Usa una propaganda del potere ideologico di quella nazione, se cio’ e’ vero per Hostage, l’ultimo film di Bruce Willis che viene presentato con lo slogan “quante persone saresti disposto ad eliminare per salvare la tua famiglia?” chiara metafora di un paese che attua una guerra preventiva perche’ si sente minacciato, questo non e’ piu’ vero per gli altri film presi in analisi. Fofi si dimostra preoccupato dal fatto che i vincitori dei Leoni a Venezia e gli Oscar siano film che in qualche modo esaltano l’aborto e l’eutanasia: i film in questione sono tre: Il Segreto di Vera Drake di Mike Leigh, Mare dentro di Alejandro Amenábar e Million Dollar Baby di Clint Eastwood: la distanza con il film interpretato da Bruce Willis e’ lampante: quest’ultimo e’ un film di propaganda e di cassetta mentre gli altri tre sono opere di Autori, due dei quali neppure americani, per cui non regge l’ipotesi del loro asservimento all’ideologia d’oltreoceano.
MillionDollarBabyCito un passo di Fofi che dice “Forse si vuole preparare gli spettatori e il mondo all’idea dell’eliminazione dei deboli, in conseguenza della Lotta per la Vita tra individui, ceti, popoli e stati e infine delle scelte dei Governi Forti a danno delle popolazioni piu’ deboli, la parte piu’ indifesa e “inutile”, i vecchi se non ricchi, i poveri i poverissimi, i malati, i diversi, certi immigrati – come nei sogni e nelle pratiche hitleriani e staliniani?” Secondo l’autore sarebbe proprio il film di Clint Eastwood che meglio interpreta questa idea, ovviamente dissento su tutta la linea: leggo il film in chiave totalmente diversa. Come tutti ho ripensato alla pellicola eastmaniana in rapporto al drammatico caso di Terry Schiavo e il mio essere a favore al distacco della spina trova ulteriore ragione proprio in una scena del film che alla luce di questi terribili momenti acquista un valore totalmente differente: la scena in cui Meggy si porta a casa l’avanzo di cotoletta dal ristorante dove lavora, a caldo pareva una pennellata di realismo forse un po’ pietista, riletta oggi credo acquisti un valore totalmente diverso: e’ forse giusto che una persona sana, con del talento, in una nazione ricca come quella americana (tacciamo del continente africano) sia costretta a patire la fame, mentre una persona che ha la possibilita’ di pagare regolarmente l’assicurazione (ricordiamocelo questo!) puo’ essere mantenuta in vita (o meglio in una parvenza di vita) a tempo indeterminato?
Fermo restando che sono pratiche crudeli entrambe, preferiamo la selezione naturale che ha mandato avanti questo mondo per millenni o la selezione tecnologica, quella si’ riservata a un ristretto numero di persone economicamente fortunate?
Se c’e’ un interesse da parte grandi autori verso temi cosi’ scottanti non credo nasca da un risorgere di pratiche hitleriane, ma dal disagio di dover vivere in una societa’ resa schizofrenica dalla scienza che ti salva dalla morte in uno sfoggio di onnipotenza (rianimare Terry Schiavo dopo otto minuti fu sicuramente un azzardo) e poi non osa darti la morte nascondendosi dietro un patetico buonismo (era lecito staccare la spina a Terry, ma benche’ voglio credere che non abbia sofferto e’ stato crudele lasciar morire una persona di fame e di sete, tragicamente beffardo se si pensa che il dramma di questa donna nasce da un rapporto conflittuale col cibo che l’aveva portata alla bulimia).
Di quanto sia difficile il rapporto della societa’ occidentale con la morte lo sta dimostrando l’agonia del Papa: tutti scandalizzati che un vecchio malato faccia mostra del proprio scempio sui mass media, gridiamo al rispetto e al diritto al riserbo della malattia, salvo poi inscenare ieri il piu’ grande reality show mai realizzato in attesa che “il nominato” lasciasse questo mondo. Ci sono state le clip che ricordavano i momenti salienti, i pianti, le interviste, i commentatori, anche di rilievo in una puntata interessante di Ottoemezzo dove si e’ affermato che quello dei media e’ ormai l’ambiente in cui viviamo, frase smentita da questa imbarazzante mattinata con un uomo che si prende il suo tempo per morire infischiandosene dei ritmi televisivi e riportando tutto ad una dimensione piu’ umana. Personalmente spesso non ho condiviso le scelte di questo pontefice ma devo dire che dalla compassione che ho provato per lui in questi ultimi tempi sono passata a una chiara ammirazione per la capacita’ di prendersi gioco di questa “eta’ dei salumi” come l’ha chiamata Blob giovedi’ sera e come dimostra la foto scelta da EmanuelaZini per illustrare un post dedicato a La fattoria: vogliamo guardare tutte le dinamiche umane dal buco della serratura? ..liti, amori, sesso (qualcuno ha visto l’inutile pezzo di Greg e Lillo sulla politica ambientato su un set pornografico trasmesso da Le Jene giovedi’ sera?) bene, guardiamo anche la fatica della malattia e del dolore e il tempo che ci vuole a morire, tanto e’ gia’ prossimo alla partenza un reality che mostrera’ la decomposizione di un cadavere.. enjoy it!