Sin City

Raro di questi tempi (visto il prezzo del biglietto!) veder qualcuno sgattaiolare fuori  da una sala cinemaografica.. eppure allo spettacolo di Sin city a cui ho assistito, almeno quattro o cinque persone hanno lasciato quatte quatte la sala: annoiate? scandalizzate? chissà! A me il film e’ piaciuto molto, a differenza delle altre pellicole tratte da fumetti, ma qui la mancanza di superoi era lampante..


SinCity

(Ba)sin City e’ nota come la citta’ del peccato: nei suoi bassifondi si muovono donne magnifiche e loosers senza nulla da perdere.
Tre di loro ingaggeranno delle battaglie personali contro la corrotta famiglia Roark che detiene il potere politico sulla citta’.

Il film e’ tratto dall’omonima serie a fumetti, creata da Frank Miller, uno dei piu’ interessanti fumettisti americani degli ultimi venticinque anni, gia’ padre di personaggi come Elektra, anche lei recentemente sbarcata sul grande schermo.
Miller firma anche la regia di questa pellicola, assieme a Robert Rodriguez ed alcune scene sono girate da Quentin Tarantino; e con un omaggio al suo Kill Bill si apre il film: come non pensare a Black Mamba alla guida della decappottabile in apertura e chiusura di KillBill volume 2 quando l’ispettore Hartigan inizia a raccontare la sua storia?
Apparentemente le vicende di Marv, gigante dal volto sfigurato che vuole vendicarsi di coloro che hanno ucciso la prostituta Goldie, l’unica donna che abbia mai amato, quella del vecchio ispettore Hartigan dal cuore malato che tenta di salvare una bambina undicenne da un maniaco sessuale e quella di Dwight che si trova coinvolto suo malgrado nella morte di un poliziotto corrotto, morte che potrebbe causare la fine della fragile tregua tra le prostitute-amazzoni della citta’ vecchia e l’ordine costituito sembrano storie slegate tra di loro e il film pare costuito per episodi, in realta’ il male da combattere e’ sempre lo stesso, i fratelli Roark, uno vescovo (interpretato da un intenso Rutger Hauer) e l’altro senatore che con il loro potere lasciano impuniti gli orrori dei loro scagnozzi e alla fine della pellicola tutte le storie finiranno per intrecciarsi.
Mi chiedo se questa continua sottolineatura del rovesciamento tra bene e male per cui i cattivi sono quelli che dovrebbero garantire la giustizia e chi vive ai confini della legalita’ si trova a difendere i diritti degli sfruttati ed offesi non sia in realta’ la causa di fondo, con la sua lettura in chiave di politica contemporanea, del pessimo battage pubblicitario che accompagna il film dalla sua uscita americana.
Il fumetto di Miller rivede in chiave moderna lo stile hard-boiled della letteratura e cinema americani degli anni ‘30 e ‘40: violenza efferata, battaglie solitarie; l’universo femminile si trasforma da quello misterioso e pericoloso delle dark lady in un mondo di guerriere sensualissime e letali; nel film si aggiunge lo stile scanzonato ed ironico di Rodriguez, fedele seguace della scuola di Tarantino che riempie questo lavoro di citazioni classiche: oltre al grandguigonlesco e divertente episodio di Jackie Boy (il dialogo in macchina dovrebbe essere una delle scene dirette da Tarantino) si trova la scala a chiocciola di Vertigo (La donna che visse due volte di Hitchcock) e il volto del senatore Roark potrebbe essere quello di un Kane (il protagonista di Quarto Potere) stravolto dalla cupidigia.
Un’altra accusa mossa alla pellicola, oltre a quella della frammentarieta’, e’ quella di aver tradito lo spirito delle storie di Miller, che personalmente non ho mai letto, ma di certo il film lascia trasparire un melanconico romanticismo.
Una parola merita anche l’impianto visivo del film: un rigoroso bianco e nero ottenuto al digitale illuminato da vivaci sprazzi di colore di qualche particolare o delle iridi degli occhi, non sempre realistici (ad esempio l’orripilante mostro giallo) che rende bene l’atmosfera noir ed ha un forte impatto sullo spettatore.

Steamboy

Manchester 1866: Ray e’ un ragazzino con il pallino della meccanica, figlio e nipote di due scienziati autodidatti che stanno lavorando all’estero. Un giorno il nonno torna improvvisamente, inseguito da da loschi figuri, affidandogli una misteriosa sfera..

Avvincente cartone giapponese che indaga sugli effetti spesso deleteri del progresso tecnologico piegato al redditizio mercato delle armi.
Con questa vicenda a meta’ tra la spy-story e i romanzi di Jules Verne, ambientata negli anni della rivoluzione industriale, quindi agli albori di questa era tecnologica, si stigmatizza la follia della guerra e della supremazia sugli altri popoli, con momenti assurdamente toccanti, come quando la Torre Steam, da mezzo di distruzione di massa torna ad essere l’oggetto che era nel piano originale, un luna park con le musiche e le giostre che girano a vuoto su una Londra semidistrutta.
Altro tema portante e’ la presa di coscienza della realta’: Ray Steam dovra’ decidere se stare dalla parte del nonno o del padre, schierati su due opposti versanti della scienza.

Steamboy

Non mancano i tocchi d’ironia, come il personaggio di Scarlett, la superficiale ragazzina snob, figlia del presidente della fondazione O’Hara (si’, si chiama proprio come la protagonista di Via col Vento!)
Il regista Katsuhiro Otomo e il suo staff hanno lavorato una decina d’anni su questo progetto e il risultato si vede: le invenzioni dei prodigiosi macchinari a vapore lasciano a bocca aperta.
Nonostante l’uso del digitale, il tratto del disegno e’ quello classico, per intenderci ci si aspetta di veder sbucare da un momento all’altro Heidi o Anna dai capelli rossi, ma in piu’ c’e’ uno studio molto realistico dei volti, in particolare mi ha colpito quello del Dottor Stevenson.
Attenzione ai titoli di coda che dovrebbero essere un’ anticipazione del sequel, io li ho solo intravisti perche’ hanno prontamente acceso le luci in sala..

Spanglish

Splanglish

Dal Messico Flor arriva negli States, con la figlia Cristina, dopo esser stata lasciata dal marito e vive alcuni anni all’interno del quartiere ispanico, senza imparare una parola d’inglese, la necessita’ di un maggior guadagno la porta a cercare lavoro come domestica in una ricca famiglia californiana. L’incontro tra mondo latino e quello wasp creera’ non poco scompiglio..

Ecco una di quelle classiche commedie americane, carine e divertenti ma che non hanno il coraggio di osare scelte radicali. Si preferisce puntare sulla storia d’amore (solo platonica) tra la bella Flor e il suo datore di lavoro interpretato da un bietolone bolso che va sotto il nome di Adam Sandler, che non e’ mai all’altezza ne’ del fascino ne’ tantomeno del livello recitativo delle sue co-protagoniste femminili. Sotto la storia d’amore un po’ anni ‘50 si puo’ intravedere un conflitto al femminile molto piu’ vivace, che se avesse avuto lo spazio che meritava, avrebbe potuto dare esiti molto interessanti.
Deb, il prototipo della bella donna ricca e bionda, ha lasciato il lavoro per fare la mamma a tempo pieno,e’ ossessionata dalla forma fisica ed e’ completamente nevrotica. Il personaggio e’ reso da Tea Leoni con una buona caratterizzazione, esasperata forse, ma essendo una commedia l’esasperazione ci sta. Flor, la bella domestica serena e sicura di se’ nonostante il passato non proprio facile e’ il suo alterego e il loro scontro avviene nel rapporto con le figlie: Berenice e’ goffa e grassotella con tanto di apparecchio ai denti e il suo rapporto con la madre e’ estremamente conflittuale: Deb si vergogna di lei e quando conosce Cristina, la figlia di Flor snella e carina tenta di costruire un rapporto materno con questa bambina in cui vede riflesso il suo ideale femminile. Emblematica la scena in cui Deb regala alla figlia, il giorno prima degli esami dei vestiti di una taglia in meno e nella notte Flor li allarga per permettere alla ragazzina di indossarli.
C’e anche la madre di Deb, una vecchia cantante di jazz ormai alcolizzata: tre generazioni di donne che avrebbero potuto dar vita a una graffiante commedia al femminile emula di quelle firmate da George Cukor.
Una curiosita’. la scuola che frequenta Berenice e a cui verra’ iscritta anche Cristina e’ la stessa in cui era ambientato il serial Beverly Hills, c’e’ un’inquadratura molto simile a quella di apertura del telefilm che e’ un drammatico specchio dei tempi: se allora il parcheggio della scuola era pieno di vetture di lusso, corvette e bmw colorate e decappottabili, ora e’ pieno di inquietanti SUV (di preferenza Hummer) neri.

Il mio nuovo strano fidanzato

Il mio nuovo strano fidanzato

Leni torna da Barcellona per presentare ai suoi il nuovo fidanzato. Non sara’ una serata facile: la famiglia di Leni e’ ebrea e Rafi e’ palestinese ed il fatto che il giovane probabilmente uccida un uomo facendo maldestramente cadere un blocco di zuppa congelato dalla finestra della cucina non sara’ certo d’aiuto…

Bisogna ammettere che in questo momento gli spagnoli sono i migliori nelle commedie perche’ hanno il coraggio di portare alle estreme conseguenze i paradossi della sceneggiatura. Lo dimostra anche questo film intelligente che osa ridere di uno dei conflitti piu’ incancreniti della storia contemporanea e che con leggerezza mette alla berlina le nostre paura verso il mondo arabo.
Guillermo Toledo torna dopo Crimen Perfecto e da arrogante uomo in carriera si trasforma nello “strano fidanzato” del titolo, un mite docente universitario alle prese con la bislacca famiglia della fidanzata: Gloria, la madre apprensiva ed ingombrante, il nonno Dudu, reduce dalle guerre israelo-palestinesi, il fratello minore David in pieno fervore religioso, Tania, la sorella ninfomane con a carico la figlioletta isterica, Paula (perche’ le bambine spagnole sono cosi’ ossessionate dalla gravidanza?) e il padre praticamente inesistente.



Ilmionuovostranofidanzato

La commedia ha un buon ritmo serrato e rispetta l’unita di tempo e di luogo: si svolge tutta nell’arco di una notte e gran parte della vicenda (la migliore direi) e’ girata nell’appartamento dei genitori di Leni con rapidissimi movimenti di macchina che ben sottolineano il carattere nevrotico della famiglia Dalinski (che per sembrare piu’ spagnola ha trasformato il proprio nome in Dali’).
Piacevolissima la colonna sonora tra suoni arabi e musica klezmer.
Qualche caduta di tono nel prefinale ma del resto “nessuno e’ perfetto” come conclude anche il film, citando il grande Billy Wilder.

Nessun messaggio in segreteria

Nessunmessaggioinsegreteria L’ arzillo pensionato Walter scopre da un’indagine Istat che ogni lavoratore ha in carico un pensionato . Con la complicita’ di Sara, una bambina sua vicina di casa, decide di mettersi in cerca del ragazzo che lavora per lui e prendersene cura. La sua scelta cade su Piero Mistico, un giovane nato il 2 novembre, affetto da timidezza patologica.
Il caso vuole che Piero sia  segretamente innamorato della madre di Sara…

Anche se il tema centrale e’ quello doloroso della solitudine, si ride molto in questa commedia  firmata dal duo Genovese e Miniero, ma purtroppo siamo lontani dal ritmo perfetto di Incantesimo napoletano.
La pellicola procede tra alti e bassi ma meriterebbe ampiamente la sufficenza, grazie al colpo di scena bunueliano alla Quell’oscuro oggetto del desiderio, se non fosse per i monologhi di Anna Falchi che introducono le varie parti del film.
Del resto io me li immagino i due registi a caccia di produttori per questa loro  nuova opera dopo che Incantesimo Napoletano  venne censurato ai minori di 14 anni: trovando solo la  disponibilita’ della casa di produzione della Falchi, diretta dal fratello Sauro,  non possono esimersi dal dare un ruolo anche per la procace finnico-romagnola e cosa potevano rifilarle, se non la parte marginalissima della spogliarellista gonfiata con l’escamotage del  videodiario che lei interpreta convinta di essere la Magnani de La voce umana?
La prova degli altri  attori invece e’ molto buona: Carlo Delle Piane e’ divertente e il suo dialogo con la ragazza della hot line e’ esilarante,  Lorenza Indovina raramente e’ stata cosi’ luminosamente bella e PierFrancesco Favino si conferma come uno dei migliori talenti sottovalutati del nostro cinema dando vita ad un divertentissimo imbranato.

Ho notato che il pensionato legge sempre Il Corriere della Sera: da quanto tempo va avanti l’ossessione di Ricucci, fidanzato della Falchi e capo della misteriosa cordata al quotidiano?

Le conseguenze dell’amore

Le conseguenze dell'amore

Titta di Girolamo, contabile della mafia nella Svizzera italiana paghera’ a caro prezzo le conseguenze di un amore tardivo per la giovane barista dell’hotel in cui risiede.

Giustamente stravincitore dei David di Donatello 2005, un film sospeso e silenzioso che preferisce comunicare attraverso immagini apparentemente insignificanti.
Mi hanno colpito particolarmente due scene che ben racchiudono lo spirito del lavoro di Paolo Sorrentino: Titta guarda fuori dalla finestra della sua camera e sulla piazza un uomo e una donna sembrano incontrarsi, ma in realta’ le loro traiettorie sono sfalsate di poco, l’uomo si volta per guardare la ragazza e sbatte contro un palo: una scena secondaria, che racchiude tutto il malinconico pessimismo della pellicola con un tocco di ironia che mostra quanto ridicole e dolorose possano essere le conseguenze dell’amore.
Nell’altra Titta e’ ripreso durante il suo monotono peregrinare nell’albergo, mentre l’uomo sale le scale la macchina da presa si ferma sul dettaglio della giuntura tra due corrimano: i due pezzi di metallo sono vicini ma non si toccano, ancora un’emblema della fatica di vivere e l’anticipazione dell’incompiutezza del personaggio: Titta di Girolamo lavora per la mafia ma non e’ un affiliato a Cosa Nostra, si fa regolarmente d’eroina tutti i mercoledi’ mattina alle 10 ma non e’ un vero e proprio drogato.
Ho trovato molto interessante anche la colonna sonora originale che aveva un potere straniante.
Giustamente osannata la prova recitativa di Toni Servillo che e’ stato un vero e proprio mostro di bravura ma buona anche quella di Raffaele Pisu nei panni dei vecchio giocatore che ha perso al tavolo verde tutte le sue ricchezze: un’interpretazione misurata che non mi sarei aspettata da un attore noto piu’ per la sua vis comica.

Dato che noi cineblogger siamo sempre molto critici verso le sale cinematografiche, stavolta voglio lodare pubblicamente la Multisala Kristalli di Alessandria che ha intelligentemente sfidato la concorrenza di blockbuster come StarWars o Le Crociate riproponendo un titolo che aveva fatto solo una fugace apparizione in provincia all’epoca della sua uscita e che invece si e’ rivelato uno dei piu’ bei film italiani del 2004.

Quando sei nato non puoi piu’ nasconderti

Quando sei nato non più nasconderti

Sandro, in crocera nel Mediterraneo con il padre e un amico di famiglia, cade dalla barca e viene salvato da una carretta del mare che trasporta clandestini sulle coste italiane, nel corso del viaggio fa amicizia con Radu e Alina, due giovani profughi rumeni. Una volta tornato in Italia e ritrovati i genitori, Sandro convince la famiglia ad occuparsi dei suoi nuovi amici, ma i ragazzi non sono esattamente quel che avevano detto.

Il film parte in maniera poco credibile con questo salvataggio atipico, ad opera dei clandestini nelle mani di due contrabbandieri da operetta: cattivi ed opportunisti, ma un po’ sminchiati.
Gia’ dalla rappresentazione delle due imbarcazioni cosi’ diverse che incrociano senza toccarsi nel difficile mare dell’esistenza, Giordana inizia il suo gioco di contrapposizioni tra noi e loro, che si rivela puramente didascalico dato che a nessun personaggio riesce a dare quella profondita’ in grado di farlo uscire dal bozzetto: Sandro e’ un dodicenne di buon cuore, ma tendenzialmente ingenuo anche se nei campi scuola in Inghilterra impara l’arte della canna, invece che la lingua.
Quandoseinatononpuoi+nascondertiIl padre tutto dedito alla famiglia e al lavoro e’ certo di meritarsi un Cayenne, ma sarebbe disposto anche a fare un sacrificio adottando i due giovani immigrati.
Dall’altra parte della barricata ci sono Radu, diciottenne ormai incattivito dal mondo che non puo’ permettersi di contare sulla disponibilita’ degli altri ed Alina, troppo bella per non finire ad esercitare il mestiere piu’ antico del mondo.
Nel mezzo c’e’ la legge che al solito dimentica le ragioni del cuore.
Quandoseinatononpuoi+nascondertiIl guaio della pellicola e’ quello di non voler salvare nessuno finendo cosi’ per salvare tutti come dimostra il finale aperto: possiamo proiettare quel che vogliamo sull’immagine di Sandro ed Alina seduti sul cordolo di un breve raccordo di un bivio della tangenziale: la speranza sta nelle nuove generazioni che riescono a costruire un ponte tra due strade che sembrano destinate a non incontrasi mai come il sangue arterioso e quello venoso separati da una sottile membrana all’interno del cuore, come recita una lezione di scienze impartita a Sandro?
Un film francamente inutile, che punta sull’emotivita’ della messa in scena della disperazione, ma che non osa mai nulla, neppure nelle scelte registiche.

Old Boy

Oh dae-su si ritrova improvvisamente imprigionato in una stanza, senza sapere come e’ arrivato li’ e chi ce l’ha portato. In quel monolocale, con la sola compagnia della televisione, dalla quale apprende l’omicidio della moglie di cui e’ l’unico sospettato, l’uomo resta quindici anni, trascorsi i quali viene liberato senza apparente motivo. Come si era ripromesso, Oh dae-su si mette sulle tracce del suo aguzzino per vendicarsi, ma il gioco e’ appena iniziato…


Oldboy


Ispirato all’omonimo manga giapponese e secondo capitolo della trilogia sulla vendetta (il primo capitolo e’ Simpathy for Mr. Vengeange mai uscito nelle sale italiane ma di prossima distribuzione in DVD), il film di Chan-wook Park lascia un segno profondo nella memoria degli spettatori non tanto per la stilizzazione della violenza, tratto tipico del cinema orientale, ma per la perfetta costruzione delle immagini, estremamente raffinate e profondamente simboliche.
Emblemi dell’interessante miscela tra cinema popolare e referenti artistici che caratterizzano la pellicola sono principalmente due scene: il piano sequenza della battaglia contro una trentina di scagnozzi in un corridoio, costruito come un videogioco, con la macchina che si muove solo lateralmente in uno spazio bidimensionale e la scena sulle scale del liceo il cui montaggio delirante richiama Escher.
E sul paradosso escheriano e’ costruito tutto il film con il suo doppio inizio: il film si apre con il protagonista che tiene per la cravatta un aspirante suicida che gli chiede chi egli sia e a quel punto Oh dae-su inizia a raccontare la sua storia, dalla forzata prigionia fino alla recente liberazione, dopo questa contorsione temporale la vicenda sembra prendere un andamento lineare fino al disvelamento del giallo dove il presente subisce una sovrapposizione con il passato dopo di che si torna ad un’aspirante suicida trattenuta sull’orlo del baratro con la medesima costruzione della scena iniziale.
Specularita’ e dicotomie caratterizzano il film non solo sul piano temporale: mentre il titolo stesso e’ una contraddizione in termini, le scene allo specchio sono numerose e ad un certo punto il confronto tra il protagonista e il suo persecutore e’ ripreso direttamente dallo specchio con gli attori che parlano in macchina e lo spettatore diventa speculare alla scena stessa.
Old Boy restera’ probabilmente una delle vette piu’ alte del cinema sudcoreano ed in quest’ottica e’ interessante vedere come le tematiche sviluppate da Chan-wook Park siano tipicamente occidentali: Il conte di Montecristo e’ espressamente citato ed Edmond Dantes fu imprigionato senza saperne il motivo ben prima che Kakfa affrontasse il tema e piu’ di una battuta rimanda a Il ritratto di Dorian Gray (la stessa risoluzione finale con l’ipnosi) inoltre c’e’ una rilettura della mitologia greca non solo attraverso la figura di Edipo ma anche la scena in cui Oh dae-su mangia il polipo vivo e cade svenuto con i tentacoli che si agitano serpentini dalla sua bocca impressiona soprattutto per il valore demoniaco dell’immagine, mentre l’allucinazione delle formiche e’ di chiara derivazione bunueliana (Un chien andalou )
Questo incrocio di stili e culture sta a significare che a contare non sono tanto le scuole o le correnti cinematografiche, ma l’ottimo cinema tout court, percio’ risultera’ totalmente superfluo l’inevitabile remake made in USA.

Le crociate

Lecrociate Il personaggio piu’ interessante del filmone di Ridley Scott e’ Baldovino IV detto il Lebbroso anche se a vederlo non sembra, conciato com’e’ a meta’ tra Belfagor ed un pupo siciliano ma la sua proposta di far secco il cattivo di turno e salvaguardare la fragile pace che regna a Gerusalemme getta inquietanti domande sulla politica, sul coraggio (o dovere? oppure chissa’!) di sporcarsi le mani per il bene del popolo… ma Orlandino Bloom deve fare il puro e duro e la guerra scoppia inesorabile e l’unica domanda che ti poni per la restante ora e qualchecosa e’: ma a ‘sto ragazzo prima o poi un film in abiti normali glielo faranno girare?

Recensione pubblicata su ImpattoSonoro

Le-crociateTitolo originale: Kingdom of Heaven
Nazione: U.S.A., Spagna, Regno Unito
Anno: 2005
Genere: Drammatico, Guerra, Storico
Durata: 145′
Regia: Ridley Scott
Cast: Jeremy Irons, Eva Green, Brendan Gleeson, Liam Neeson, Orlando Bloom
Produzione: 20th Century Fox, Scott Free Productions, Kanzaman S.A.
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: 06 Maggio 2005 (cinema)

Baliano e’ il maniscalco di un paesino francese, gli e’ appena morto il figlioletto e la moglie si e’ suicidata per il dolore quando Goffredo di Ibelin, un cavaliere crociato di ritorno dalla Terra Santa gli si presenta dicendo di essere suo padre e lo invita a seguirlo a Gerusalemme dove regna un fragile tregua tra il re cristiano Baldovino ed il Saladino, tregua minata dagli animi esaltati di religiosi (di entrambe le confessioni) che inneggiano alla guerra santa..

Il film di Ridley Scott fallisce il tentativo del blockbuster d’autore che vuole coniugare l’apologo politico con la grande produzione d’avventura.
Ponendo l’azione in un periodo storico ben preciso, gli ultimi anni del regno di Baldovino IV detto il Lebbroso, quando Gerusalemme era davvero un crocevia di popoli e religioni, il regista racconta una storia che si riferisce chiaramente all’attuale situazione politica nel Medio Oriente, mail messaggio di pacifismo che egli propone sconfina nel qualunquismo: se c’e’ rivalutazione della figura del Feroce Saladino, mostrato come un uomo giusto, disposto alla trattativa e alla convivenza pacifica con i cristiani, che tenta in tutti i modi di evitare la guerra nonostante le pressioni dei fondamentalisti, avviene con l’acquiescenza tipica di Hollywood, gia’ dimostrata in passato nel rivalutare le tribu’ indiane ed infatti la metafora politica e’ svolta tutta all’interno della corte cristiana del regno di Gerusalemme.
Guido da Lusignano, marito della sorella del re, Sybilla, e ‘ un templare esaltato che con la scusa della guerra santa vuole solo impossessarsi delle ricchezze d’Oriente.
Il re Baldovino incarna l’ambiguita’ della politica: il giovane sovrano e’ colpito dalla lebbra e per questo motivo non puo’ mostrarsi in pubblico senza una maschera. Pur essendo un monarca giusto e mite (o forse proprio per questo motivo), egli sarebbe disposto a sporcarsi le mani del sangue di Guido per garantire cosi’ una pace duratura con i saraceni.
Per Scott, il potere, anche quando e’ animato dai migliori intenti, agisce nell’ombra (la maschera) e corrode chi lo detiene: quando alla morte di Baldovino la sorella gli togliera’ la maschera vedra’ solo un ghigno putrescente, lo stesso che vedra’ riflesso in uno specchio al posto del suo volto quando tocchera’ a lei governare.
A Baldovino, piu’ che al corrotto Guido, si contrappone Baliano, il classico eroe per caso, retto e fortunato, prototipo dell’uomo americano cinematografico: il padre prima di morire gli descrive Gerusalemme come un nuovo mondo dove non importa la nobilta’ del sangue ma quella che si dimostra col proprio valore, ennesima metafora neppure tanto nascosta di quei valori che hanno reso grandi gli Stati Uniti; egli rifiuta l’intrigo di Baldovino che l’avrebbe designato come successore e col suo ingegno e il suo impegno riesce a salvare il popolo di Gerusalemme dalla furia saracena.
Nonostante la grandiosa fotografia, sul piano dell’intrattenimento le battaglie che punteggiano il film non sono eccelse, per colpa degli effetti digitali scelti: le scene in primo piano sono estremamente accelerate e non riescono a dare all’occhio l’illusione di un movimento fluido percio’ la continua spezzettatura dell’immagine rende la visione molto confusa, inoltre Ridley Scott non si dilletta mai in ampi combattimenti, preferisce insistere sui primi piani di Baliano.
Il cast e’ stellare: dietro la maschera di Baldovino si cela addirittura Ed Norton di cui riusciamo solo a scorgere gli occhi; ma la rivelazione del film e’ Eva Green, la giovane attrice francese lanciata da Bertolucci in The dreamers, piu’ che la caratterizzazione dell’ambigua Sybilla, colpisce la sua presenza scenica notevole che va oltre la sua innegabile bellezza e i suoi occhi bistrati sono degni di una diva del muto.