L’uomo perfetto

Luomoperfetto

Lucia e’ da sempre innamorata di Paolo, quando questi decide di sposarsi con Maria, la sua migliore amica, affitta un attore perche’ si finga l’uomo dei sogni di Maria..




Ispirandosi ad una commedia spagnola, Marco Ponti e Lucia Moisio hanno scritto una commedia molto godibile, senza grossi colpi di scena nella trama, che pero’ riesce a stupire per la freschezza e la perfezione dei tempi comici.
Pur senza graffiare Lucini, gia’ regista di tre metri sopra il cielo, lascia serpeggiare una sottile inquietudine nei tic e nelle manie dei trentenni d’oggi: l’ossessione per il lavoro, lo snobismo per mode e luoghi ma soprattutto la paura della solitudine e l’abitudine.
Finalmente il cinema italiano sembra essere definitivamente uscito dalla morsa minimalista che lo attanagliava nel decennio scorso: all’ottimo il quartetto degli attori protagonisti, si aggiunge una serie di esilaranti personaggi minori altrettanto bravi. Estremamente curate anche l’ambientazione e la fotografia che sa piegare Milano alle proprie esigenze: scorci di grattacieli in vetro quasi newyorkesi per introdurre l’ambiente lavorativo, tristi incroci grigi di smog e nebbia fanno da contrappunto alla malinconia amorosa di Lucia, locali alla moda, la Scala e il book shop della Triennale sono la cornice ai giochi d’amore il cui romanticismo e’ sottolineato dai navigli e dal verde del parco.

La caduta

Lacaduta

Il film e’ innegabilmente brutto e non mi aspettavo molto di piu’ da un regista che ha firmato uno dei piu’ insulsi telefilm dello scorso decennio: Il commissario Rex e ci ha propinato anche le avventure di Rex da piccolo.
Ecco, magari mi aspettavo un po’ piu’ di attenzione alla sorte di Blondie, il povero cane di Hitler.

Recensione pubblicata su ImpattoSonoro

Titolo originale: Der Untergang
Nazione: Germania
Anno: 2004
Genere: Drammatico
Durata: 150′
Regia: Oliver Hirschbiegel
Cast: Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Corinna Harfouch, Ulrich Matthes, Juliane Köehler, Heino Ferch, Donevan Gunia, Karl Kranskowski
Produzione: Constantin Film Produktion GmbH
Distribuzione: 01 Distibution
Data di uscita: 29 Aprile 2005 (cinema)

Gli ultimi drammatici giorni di Hitler, rinchiuso nel bunker sotto la Cancelleria mentre i russi si stanno impossessando di Berlino.

Preceduto dall’ondata di polemiche che ha scatenato in Germania per aver offerto un’immagine troppo umanizzata del Fuhrer, arriva anche nelle nostre sale, con una buona accoglienza di pubblico, questo film malfatto che nonostante l’accuratezza storica non ha piu’ spessore di una mediocre fiction televisiva e non per nulla il regista e’ Oliver Hirschbiegel , che ha tra i suoi precedenti Il commissario Rex.
Hitler e la sua corte di alti gerarchi ci vengono presentati attraverso il racconto di una giovane segretaria , Traudl Junge, al cui libro di memorie il film si ispira, ma nonostante lo sguardo fedele dell’ingenua seguace, il dittatore mantiene inalterata la sua carica di folle negativita’ passando da rabbiose sfuriate a momenti di pacata gentilezza, almeno verso il suo entourage perche’ il disprezzo che ormai nutre verso il popolo tedesco che non ha saputo ergersi vincitore sopra le razze inferiori e’ quasi pari a quello che il Fuhrer sente verso i nemici della razza ariana.
Piu’ che la presunta umanizzazione, trovo preoccupante la posizione non critica verso la folle coerenza che anima Hitler e i suoi seguaci piu’ fedeli che lo seguono nella morte: se il taglio registico e i dialoghi non fossero stati spesso risibili, Magda Goebbels intenta a salvare i figli da un mondo senza il nazionalsocialismo uccidendoli, avrebbe assunto lo spessore di una Medea moderna, peccato che veder ripetuta per cinque volte la scena della capsula di veleno premuta fra i denti dei corpicini addormentati, il cui capo viene coperto dal lenzuolo dopo l’ultimo respiro, lasciando scoperti gli ormai gelidi piedini, fa scadere nella piu’ noiosa monotonia la leziosa scena di infanticidio.
A parte il reiterato omicidio dei figli di Goebbels, il regista decide di non mostrare mai direttamente il suicidio dei capi nazisti: avviene sempre dietro una porta chiusa o fuori quadro e nella scena dell’omicidio-suicidio dei Goebbels la macchina da presa volutamente si gira dall’altra parte dopo aver inquadrato i due coniugi in piedi uno di fronte all’altro con la pistola puntata.
Una soluzione stilistica molto ambigua perche’ pone queste morti su un piano astratto (un riferimento latente al superomismo?) molto lontano dalle immagini crude dei civili dilanianti dalle bombe o dei soldati maciullati da rudimentali attrezzi chirurgici negli improvvisati ospedali da campo che il regista non evita di risparmiarci.
La vita nel bunker viene dipinta senza indagarne la dimensione assurda e claustrofobica e soprattutto grazie a una fotografia tipicamente televisiva scene e dialoghi che dovrebbero essere grotteschi e terrificanti nella loro irrealta’, risultano involontariamente comici, in particolare il personaggio di Eva Braun e’ di una frivolezza che rasenta la stupidita’ piu’ imbarazzante.
Bruno Ganz non riesce a fare in modo che la sua caratterizzazione di Hitler faccia dimenticare la parodia geniale che ne fece Chaplin ne Il Grande Dittatore.
Insomma un film brutto nella drammatizzazione e che non aggiunge nulla dal punto di vista storico a quanto si possa imparare da una puntata de La grande storia: nella sua prevedibilita’ alla fine non ci viene neppure risparmiata la testimonianza diretta della ormai vecchia segretaria che sostiene di non esser mai stata a conoscenza (come ovviamente tutto il popolo tedesco!) degli orrori perpetrati da quell’uomo che era stato sempre cosi’ gentile nei suoi confronti.

Le passeggiate al Campo di Marte


Passeggiatecampomarte Il film di Robert Guédiguian si distingue, nella moda dilagante dei biopic, per il taglio originale con cui tratta la figura del grande statista francese, analizzata attraverso il rapporto con il giovane giornalista che sta scrivendo le sue memorie.
E’ il rapporto tra un uomo ormai prossimo alla morte che non ha piu’ speranze od illusioni se non quella di sovrintendere alla propria scomparsa, e un giovane trentenne nel pieno dell’evoluzione vitale: sta avendo un figlio da una donna che pero’ lo sta lasciando, si sta innamorando di un altra..
La dicotomia tra vita e morte fa da sfondo all’ossessione che il giornalista ha verso la figura di Mitterand, nella cui parabola storica ricerca una Verita’ assoluta che non e’ possibile recuperare e questa “recherche” irrisolta e’ il filo giallo (inteso come genere) che sorregge la trama.
Film tipicamente francese per stile e ovviamente per contenuti, encomiabile per l’onesta’ intellettuale: non c’e’ un giudizio sulla figura controversa dell’ultimo grande presidente di Francia e lo sguardo discreto sulla sua malattia, presente ma mai esibita, neppure nella scena della stanza da bagno, si fa ancora piu’ distante a proposito della figlia naturale di Mitterand, capitolo accennato senza la morbosita’ che la vicenda suscito’ all’epoca.
Da vedere non solo per ripassare una pagina di storia contemporanea o per sentire i brividi per i discorsi sulla globalizzazione, ma per restare stupiti, come spettatori italiani, dal fatto che i grandi della storia non siano solo immaginette sbiadite per agiografiche fiction televisive.

Il resto di niente

Restodiniente

Liberamente ispirata al romanzo omonimo di Enzo Striano, la vita di Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della repubblica partenopea del 1799 rivissuta dalla protagonista in attesa di subire la pena capitale.




Un film ammaliante, con la bellezza pura e fredda di un cristallo.
Geniale la capacita’ di fare di un budget ridotto all’osso il punto di forza della pellicola, puntando su una scenografia naturale perfetta per sottolineare la delicata miscela tra cinema e linguaggio teatrale con i bellissimi disegni di Oreste Zevola a raccordare i vari momenti storici (nel suo sito una selezione d’immagini tratte da film).
Dal punto di vista cinematografico emerge chiaramente la lezione degli ultimi lavori storici di Rossellini e in alcuni momenti la ricostruzione di un barocco quasi onirico richiama le atmosfere de Il Casanova di Federico Fellini.
E’ una coincidenza quantomeno singolare che in poco tempo entrambe le eroine della repubblica napoletana siano state celebrate sullo schermo: lo scorso anno infatti i Fratelli Taviani dedicarono uno sceneggiato televisivo all’altra figura femminile di quel contesto storico: Luisa di SanFelice, interpretata da Laetitia Casta. Se il modello proposto dai Taviani non si discostava da quello classico di un’eroina romantica che si trova invischiata nella Storia per seguire il suo sogno d’amore, Antonietta de Lillo ci racconta la presa di coscienza di se’ da parte di una donna, molto in anticipo sui tempi, che abbandona il matrimonio d’interessi con un uomo rozzo e che pone la sua cultura e la sua intelligenza al servizio della sua missione politica: sono molto belle e sentite le scene in cui insegna a leggere e scrivere alla sua domestica e quella in cui vede nello spettacolo dei burattini un modo per comunicare con il popolo: il problema della comunicazione tra una classe colta e intellettualizzata e un popolo tenuto nell’ignoranza e nella fame e’ sicuramente tra i temi centrali del film e per quanto le cose siano cambiate, la difficolta’ di riuscire a comunicare le proprie idee e’ ancora un problema attualissimo.
Ottima la prova del cast, dove spicca una Maria De Medeiros quasi titanica nei panni della protagonista, in grado di essere credibile nel ruolo della timida fanciulla e in quello della donna dai capelli imbiancati (quasi il contraltare di Maria Antonietta) che attende che si compia il suo destino.

Suspect zero

Suspect zero

L’agente Mackelway viene distaccato in una sede secondaria dell’ FBI perche’ ha usato metodi poco leciti per incastrare un sospetto. Ben presto viene contattato da quello che si crede essere l’ennesimo serial killer, tale Benjamin O’Ryan, che si rivela essere un ex agente del progetto Icarus dell’ FBI: un progetto ora abbandonato che sfruttava le capacita’ extrasensoriali di persone dotate in tal senso, per individuare gli assassini che agiscono senza uno specifico schema ripetitivo. I due collaboreranno per catturare uno dei piu’ grandi omicidi a sospetto zero che stia insanguinando l’America.

Anticipo subito che questo e’ uno dei film peggiori che abbia visto negli ultimi anni, anzi forse il peggiore: la trama e’ piuttosto bislacca e mal raccontata, alcuni passaggi sono poco chiari.
La regia che vorrebbe essere impreziosita da alcuni flash virati in seppia o rosso o immagini sporche, stilemi cosi’ di moda in questi ultimi tempi, e’ in realta’ banalmente televisiva: il rapimento del bambino che poi verra’ salvato e’ rappresentato cosi’: la madre stende un’immensa fila di lenzuoli bianchi contro l’azzurro del cielo del New Mexico mentre il bambino gioca sull’altalena, i panni lambiscono di tanto in tanto il fanciullo nascondendolo alla vista finche’ l’altalena ricompare vuota, la scena dura almeno qualche minuto ma anche il piu’ occasionale frequentatore di sale cinematografiche capisce dal taglio dell’inquadratura come andra’ a finire.
La pellicola mostra anche la piu’ triste messa gospel del mondo con lo spiritual scandito dal battito di mani sull’ undueetre’ del valzer: ributtante!
Il pericoloso killer a cui Mackelway e O’Ryan danno la caccia attraversa gli States su un camion nero alla Duel, ma non stupisce che E. Elias Merhige dopo aver devastato Nosferatu di Murnau ne L’ombra del vampiro, stavolta si sia mosso con la grazia di un elefante nel suo presunto omaggio al cult di Spielberg.
Non c’e’ tensione, non c’e’ partecipazione al dolore delle numerose vittime a cui O’Ryan e’ stato connesso durante i loro terribili ultimi istanti, anzi nelle scene dell’enorme numero di avvisi di persone scomparse che il fax sputa fuori a getto continuo si rimane disgustati pensando che queste cose accadono davvero e che esistano film del genere che ci marciano sopra.
Per quanto concerne la recitazione, Ben Kingsley in versione allucinata e’ anche credibile, ma si vede che la sua e’ una prova di maniera e non sentita, Aaron Eckhart il mal di testa probabilmente l’aveva davvero dato che non aveva ben chiare le sfumature del suo ruolo e Carrie-Anne Moss ha l’aria sempre piu’ consunta.
Da evitare accuratamente.

Crimen Perfecto

CrimenPerfecto Gabriel e’ il direttore del reparto donne di un grande magazzino ed e’ in lizza per diventare direttore di piano con Don Antonio, direttore del reparto maschile. Perde la grande scommessa della sua vita e finisce per uccidere il suo nuovo superiore in una lite. Convinto di essere finito, viene aiutato da Lourdes, la piu’ brutta delle commesse, che gli fornisce un alibi e lo aiuta a disfarsi del cadavere ma in cambio..

Stavo per perdemi questa deliziosa commedia nera a causa del trailer italiano che lo presentava come una banale commedia un po’ sguaiata, e il danno della distribuzione italiana non si limita a un trailer montato male, ma si accanisce sul titolo che da Crimen Ferpecto diventa Crimen Perfecto eliminando l’anticipazione insita nel titolo che ci avverte che la perfezione a cui ci spingono i media non potra’ esser raggiunta.
Ancora un a volta un film ambientato in un non luogo: un grande magazzino dove sembra che si possa realizzare ogni desiderio: begli oggetti, belle donne e una bella carriera, e’ il regno di Gabriel e come un fortino che lo difende dalle brutture del mondo ci viene mostrato nelle poche inquadrature esterne: una struttura alta, compatta, circondata da mendicanti e dove alle dieci del mattino la gente preme per entrare, soprattutto in tempo di saldi, il momento in cui il sogno capitalista si fa piu’ vicino.
Il non luogo per sfuggire alla banalita’ della vita quotidiana: le case sono disordinati luoghi senza personalita’ se sono appartamenti di single od orrorifici loculi (anche quando sono rivestiti di pizzi e peluche) se accolgono i riti della moderna vita famigliare scanditi dalla televisione: Lourdes chiedera’ a Gabriel di sposarla in uno show televisivo che deve aver fatto la sua comparsa anche in Italia.
Gabriel e’ un personaggio volgare e mediocre come i suoi colleghi, rispetto ai quali si crede di gran lunga superiore, ma comunque noi parteggiamo per lui perche’ sulla sua strada incontra Lourdes, donna brutta e sciatta, per giunta arrivista e meschina, insomma la personificazione di tutto cio’ che non vorremmo mai essere: e’ lampante che in questa cattivissima commedia non si salva nessuno, neppure il pubblico.
Una storia ben congegnata, dove non mancano le citazioni e i rimandi cinematografici da La notte dei morti viventi a Hitchcok, ma il fascino maggiore sta nel coraggio di aver portato all’estreme conseguenze, senza la paura di cadere in un divertito horror, l’apologo contro il consumismo e l’omologazione ai modelli imposti dai media che avvicina il lavoro di Alex de la Iglesia piu’ al grottesco meschino di Marco Ferreri che a quello grandioso di Bunuel.
Liberatorio.

Sword in the moon

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Quando nei sacri testi (dal Mereghetti in su) a proposito di un film si accenna all’ambiguita’ sessuale della storia io trasecolo quasi sempre perche’ difficilmente la raccolgo. Stavolta invece credo di esser l’unica ad aver notato un rapporto piu’ che amicale tra i due protagonisti, siccome dubito che alla mia veneranda eta’ io possa improvvisamente avere di codeste intuizioni, temo che sia stata la noia ad accendere la mia fantasia.

Corea: un nuovo sovrano siede sul trono grazie ad un colpo di stato a cui e’ seguita una sanguinosa epurazione. Dopo cinque anni misteriose morti vengono a punire i ministri del nuovo regno, chi sara’ il vendicativo assassino che si muove come un fantasma? Gyu-yeop, capo delle guardie reali sospetta che sia Ji-hwan, suo fedele amico ai tempi dell’accademia militare che credeva ormai morto…

Dopo gli esercizi calligrafici di Zhang Yimou (Hero e La foresta dei pugnali volanti) arriva dalla Corea del Sud questa pellicola dalla fotografia un po’ sgranata che sembra riportarci ai film di kung-fu degli anni ’70.
Come nei film del regista cinese, non mancano momenti di pura poesia, complice una natura superba e una notevole costruzione delle immagini unita alla ricchezza dei costumi, ma i duelli stilizzati in acrobatiche danze, caratteristica della scuola cinese, tornano ad essere realisticamente violenti e sanguigni e non ci vengono lesinati i risultati di questi scontri: teste mozzate e budella in evidenza; purtroppo il lato gore della wuxia non basta a dare spessore a quest’opera che dopo un inizio interessante sui toni del giallo e del mistero si perde nella rievocazione del rapporto di amicizia tra i due vecchi compagni d’arme. Lo scontro tra i due uomini che legati da una profonda amicizia vengono posti dal destino su posizioni contrastanti, avrebbe dovuto essere il tema centrale del film, ispirato alle vicende del colpo di stato realmente avvenuto in Corea nel XVIII secolo, ma se il personaggio di Ji-hwan e’ perfettamente disegnato nella lealta’ ai “vecchi tempi” che lo porta a perseguire i propri ideali fino alla morte, molto piu’ ambigua risulta la figura di Gyu-yeop, costretto da un ricatto a prestare fedelta’ al nuovo sovrano, che pero’ non tradisce al ritorno del vecchio amico; la chiave di lettura potrebbe trovarsi nella sottile ambiguita’ sessuale che permea la vicenda: c’e’ un triangolo amoroso il cui vertice risulta essere Ji-hwan, amato sia dal compagno d’armi che dalla bella figlia del generale che diventera’ la sua complice.
La tensione narrativa, inoltre, si stempera in lungaggini stilistiche, che forse possono parere eccessive solo al pubblico occidentale, di certo il finale aperto, che lascia intuire, ma non mostra l’epilogo della vicenda e’ universalmente insoddisfacente.

Hotel Rwanda

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E’ molto difficile, dopo aver visto un film simile, aver voglia di “giocare” a fare i critici: anche un sito autorevole come Gli Spietati pubblica una recensione molto piu’ viscerale e meno tecnica del solito.
Benche’ il film possa avere delle imperfezioni stilistiche, riesce a realizzare pienamente il suo intento: quello di far vergognare gli occidentali per la loro indifferenza nei confronti del genocidio rwandese.
Questo scopo viene perseguito non tanto puntando sulla commozione e il facile sensazionalismo di immagini cruente, che sono quasi assenti anche se i massacri avvenivano prevalentemente a colpi di machete, ma raccontando l’evoluzione morale di un uomo, Paul Rusesabagina che, inizialmente indifferente alle sorti politiche del suo Paese, non riesce poi a sottrarsi alle sue responsabilita’ e trasforma l’hotel di lusso che dirige, il Mille Collines di Kigali, in un rifugio per oltre mille profughi tutzi e hutu.
La cosa che piu’ mi ha sconvolta e’ stato scoprire che la causa della mattanza rwandese non e’ stato lo scontro tra due etnie diverse per usi e costumi o religione come penso creda la maggior parte di noi, ma la conseguenza di una sorta di selezione razziale operata dai colonialisti belgi: le persone dalla pelle piu’ chiara, dai tratti somatici piu’ gradevoli (fondamentale era la larghezza del naso) e dalla struttura piu’ longilinea venivano fatti accoppiare per creare una razza piu’ piacevole (i tutzi) che aveva il compito di servire i bianchi, mentre gli individui dai tratti piu’ negroidi (gli hutu) avevano una vita molto piu’ difficile che scateno’ un odio viscerale contro i tutzi.
Un film dalla gestazione molto complicata, la cui produzione e’ stata rifiutata da tutti gli Studios e che ha dovuto ricorrere a fondi indipendenti (la partecipazione italiana al progetto e’ testimoniata dalla presenza di Roberto Citran nei panni di un missionario) premiata con diverse nomination nelle manifestazioni piu’ prestigiose ma che oggi fatica a trovare uno spazio nelle sale italiane che comunque restano vuote (ieri sera eravamo in 2) anche se sarebbe doveroso vedere questo film.

Per chi volesse approfondire le tematiche del film e conoscere la situazione attuale del Rwanda rimando a questa intervista
al regista Terry George e a Paul Rusesabagina, fatta da Alberto Cassani.

The jacket

Lui e’ Jack,
lei e’ Jackie
e sono i protagonisti di The jacket
E’ sufficiente notare questo monotono scioglilingua tra nomi e titolo per capire la genialita’ di questa bislacca vicenda, miei cari lettori! Ma se volete approfondire, posso continuare..

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Jack e’ partito soldato nella prima guerra del golfo del 1991, ferito alla testa viene creduto morto, ma riesce a salvarsi. Rimpatriato viene trovato svenuto su una strada deserta del Vermont accanto al cadavere di un poliziotto. Al risveglio Jack non ricorda quasi nulla ma e’ certo di non essere l’assassino. Processato, viene internato in manicomio; la casa di cura che lo ospita e’ diretta dal dottor Becker, che usa i suoi pazienti come cavie per bizzarri esperimenti con sostanze psicotrope che causano strane conseguenze..

The jacket presenta al suo inizio brevi immagini che dipingono l’evoluzione della figura del soldato nella storia del cinema: e’ evidentissimo, in una fugace inquadratura dell’ospedale militare, il richiamo a Uomini di Zinnemann, esordio cinematografico di Marlon Brando, e la camminata solitaria lungo le strade del Vermont riprende il rientro dal Vietnam di Rambo. Se nel film del 1950 Brando esprimeva tutta la sua fisicita’ repressa nel ruolo di un reduce costretto su una sedia a rotelle, la pellicola con Stallone fu il trionfo della potenza umana, mentre questo reduce moderno ha il volto (e il fisico) scarno e quasi ascetico di Adrien Brody, quasi a dimostrare l’inadeguatezza psicologica dell’uomo nei confronti della guerra.
Con un incipit simile l‘opera avrebbe potuto prendere molte importanti direzioni: la denuncia degli abusi sui soldati inviati in Irak, lo psico-thriller, ma preferisce optare per la piu’ banale lovestory a lieto fine con venature paranormali.
Il regista John Maybury ha dichiarato di voler mischiare diversi generi in questa pellicola e la conseguenza e stata quella di ottenere un prodotto nebuloso, che non riesce ne’ a spaventare, ne’ tanto meno ad appassionare, anzi ci si domanda perche’ una volta di piu’ gli infermieri e i direttori delle case di cura siano, al solito, dei pazzi furiosi, per giunta sadici. Il rimando piu’ evidente, per fotografia e scenografia, non certo per qualita’, e’ con Qualcuno volo’ sul nido del cuculo.
Probabilmente emulo di Donnie Darko, il film sceglie di indagare la via dell’alterazione spazio-temporale, e se capisco le motivazioni che stanno dietro al desiderio di muoversi nel tempo nel tentativo di modificare una situazione mondiale che non piace certamente a nessuno, non trovo sufficiente quest’ inquietudine sotterranea per salvare un lavoro dalla sceneggiatura farraginosa, che scade nel ridicolo quando Jack, scivolato sul ghiaccio, chiede “ma muoio cosi’?” rovinando completamente la tensione che dovrebbe creare la vicenda di una persona che sa di esser sul punto di morire e che ha l’opportunita’ di modificare il suo destino.
Infastidisce molto quest’occasione sprecata del giovane Maybury, promessa del cinema indipendente, anche per il cast di tutto rispetto che da una buona prova delle proprie capacita’ recitative, in particolare e’ stato piacevole ritrovare sul grande schermo il vecchio leone Kris Kristofferson
Una curiosita’: il film e’ prodotto da George Clooney o meglio dalla casa di produzione che l’attore ha fondato insieme a Steven Sodebergh, la Section 8.

Robots

Rodney Copperbottom è un giovane robot, inventore di belle speranze che vive in provincia. Un giorno decide di tentare l’avventura nella meravigliosa Robots City, per andare a lavorare presso il geniale Bigweld, idolo di tutti i robots.
Ma le cose sono cambiate: Bigweld è sparito e a capo delle sue imprese c’è il manager senza scrupoli Ratchet che, spinto dalla malvagia madre, Madame Gasket, vuole rottamare tutti i vecchi robots cessando la produzione di pezzi di ricambio e costruendo solo nuovi componenti, molto più redditizi.

Dal mondo della preistoria, gli inventori de L’era glaciale ci trasportano in un immaginario parallelo, abitato da soli robots.
Un cartoon che si vuole rivolgere a un pubblico adulto con la sottile satira (molto all’acqua di rose) della nostra società consumistica che butta via quello che ci viene fatto credere essere fuori moda in nome del guadagno più sfrenato; gli adulti apprezzeranno sicuramente anche la parodia della vita famigliare dove per zittire un bambino urlante basta solo abbassargli il volume.
Robots di vecchia generazione, costruiti con lo stile colorato e tondeggiante degli utensili ‘50 ormai un po’ sverniciati e ammaccati come le vecchie Cadillac che girano ancora per Cuba, opposti ai nuovi modelli, lucidi e cromati come oggetti art deco, cercano di convivere nella strepitosa città dei robot: panorami che rimandano agli skylines fantascientifici della saga di Star Wars, ma soprattutto a Metropolis e viaggi assurdi su mezzi di trasporto che sfruttano qualsiasi legge della fisica per muoversi (forse i momenti più belli della pellicola, sfoggio di pura fantasia).
Come vuole la tendenza dei grandi cartoons americani si sciorina un grande citazionismo cinematografico: sicuramente da menzionare il balletto ispirato a Cantando sotto la pioggia; anche la colonna sonora è eterogenea, da Barry White a Eye of the tiger per finire con una parodia in chiave drag-queen robotica di Britney Spears che canta Baby one more time.
Un prodotto che avrebbe tutte le carte in regola per svagare ma la versione italiana è stata rovinata dal tremendo doppiaggio del personaggio di Rodney affidato a DJ Francesco, che canta anche una delle canzoni dei titoli di coda.
Talvolta, da quando impera questa moda di affidare il doppiaggio dei cartoni a personaggi famosi, le scelte hanno fatto sorgere dei dubbi, ma mai come in questo caso si sono rivelate pessime: alle scarse doti interpretative dell’artista (?) si uniscono le pesanti inflessioni dialettali (le vocali aperte di matrice milanese) che stridono fortemente con la dizione perfetta degli altri doppiatori.
Converrebbe aspettare di poter fruire il film in versione originale.