Grandi stroncature per un film che a mio parere sta tranquillamente in piedi con la sua moralina new age, stemperata in una sana ironia, ed il colpo di scena finale. Pellicola che ha certamente un grande fascino visivo grazie a una fotografia spettacolare (con i paesaggi desertici messicani non poteva essere altrimenti) ed a particolarissime elaborazioni digitali del “mondo degli spiriti”, che non sono piaciute quasi a nessuno ma che tutto sommato ci possono anche stare. Interessante e non banale anche l’uso del nudo integrale che pare richiamare L’origine du monde di Courbet.
Il difetto principale della pellicola sta nella sua superficialita: a meno di quarantott’ore dalla visione mi dovrei sforzare per raccontare la trama e tutto cio che mi e’ rimasto in mente e’ qualche sprazzo di cielo azzuro: un film meno catastrofico di quanto si dica, ma drammaticamente piu’ banale.
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Licantropia
Foreste del Nord America, 1815: due misteriose fanciulle, dopo aver incontrato una veggente indiana che rivela loro una profezia, arrivano ad un avamposto commerciale sperduto nella foresta, decimato dalla fame e dagli attacchi notturni dei licantropi…
E’ passata quasi sotto silenzio l’uscita di questa produzione canadese, prequel di una serie horror, Ginger Snaps e Ginger snaps: Unleashed praticamente inedita in Italia. Il film invece. a mio parere, rivela qualcosa di interessante, ispirandosi ai capisaldi dell’horror classico: l’ambientazione in epoche passate, peculiarita’ della Hammer, famosa casa di produzione inglese che produsse i migliori horror degli anni ’50, ed i turbamenti sessuali tipici delle produzioni americane anni ‘40 targate RKO.
Il film si regge sulla complessita’ delle due sorelle, Ginger e Brigitte il cui mistero rimane inalterato per tutto il film: da dove vengono? e soprattutto e’ la loro bonta’ o cattiveria a farle sopravvivere al contagio?
Il loro femminino misterioso e potente (compassionevole?) si oppone al maschile prevaricatore e crudele degli abitanti del forte, creando una forte tensione sessuale.
Gli uomini dell’avamposto sono caratterizzati da boria e razzismo (l’ufficiale), repressione degli istinti e misoginia, rappresentati dal personaggio del reverendo, mentre il capo commerciale dell’avamposto e’ una figura estremamente romantica ma forse pusillanime: sposato con un’indiana da cui ha avuto un figlio, ha perso la sua famiglia per colpa dei licantropi, anche se e’ il segreto che nasconde la causa della maledizione che affligge il fortino.
Interessante anche la lettura politica che si puo’ dare del film: l’isolamento del forte che si sente attaccato da tutto cio’ che e’ esterno e sconosciuto, quando in realta’ nasconde al proprio interno il seme della maledizione, maledizione che, ci viene fatto notare, non e’ originaria della terra conquistata, ma e’ arrivata dall’Europa assieme ai conquistatori, e la soluzione del film in un’ aura di tolleranza, mentre i soldatini, simboli di guerra, bruciano nel rogo del forte, stigmatizzano chiaramente la sclerotizzata situazione politica mondiale.
La dualita’ tra maschile e femminile e’ sottolineata anche dalla fotografia che contrappone i colori freddi delle riprese in esterno a quelli caldi degli interni del forte, ma che purtroppo non e’ in grado di sorreggere la tensione, elemento che manca quasi totalmente nel film per colpa delle scelte registiche: anche l’uso del linguaggio attuale dell’horror, poco si adatta a un prodotto cosi’ diverso dai cliche’ che dominano il genere in questo periodo.
Va riconosciuto, invece, uno certo sforzo nelle le soluzioni trovate dagli effetti speciali: ipotizzando che la trasformazione in licantropi sia molto lenta e si competi nel giro di mesi, si preferisce mostrare gli stadi intemedi o alludere ai lupi mannari, piuttosto che mostrarli (anche perche’ questi, dove compaiono, lasciano molto a desiderare!)
Tra gli attori si segnala la prova di Katharine Isabelle nei panni di Ginger: la bellezza d’altri tempi del’attrice, che suggerisce un candore alla Lillian Gish, ben s’adatta alle inquietanti trasformazioni a cui il suo personaggio va incontro.
La sposa siriana

Il racconto del giorno di nozze di Mona, promessa sposa ad un divo
della televisione siriana che non ha mai visto se non sul piccolo
schermo, sarebbe una gustosa commedia matrimoniale condita in salsa
etnica se non fosse che Mona e’ una drusa delle alture del Golan, terra
di nessuno al confine tra Israele e la Siria ed il matrimonio che sta
per contrarre la costringera’ a dire addio per sempre alla sua famiglia
perche’ il perenne stato di tensione tra le due nazioni le impedira’ di
tornare, anche solo in visita.
All’ironia sulla vita famigliare scombussolata da un evento di
portata fondamentale come il matrimonio di una figlia si aggiungono i
rapporti complicati fra i componenti della famiglia di Mona ed il
lancinante senso di malinconia dovuto all’imminente addio su cui si
innesta anche l’assurda ottusita’ della burocrazia.
Curiosamente il personaggio di Mona risulta secondario per quasi
tutto la pellicola, fino al “colpo di scena” finale, mentre
l’attenzione e’ incentrata sulla sua famiglia, in particolare sulla
figura di Amal, sorella maggiore della sposa. Piu’ che alla denuncia
politica, infatti, il film e’ attento alla situazione della donna
mediorentale, divisa tra il desiderio di emancipazione e rigore
tradizionalista.
Quello che mi ha colpito maggiormente del film e’ la famigliarita’
che ho sentito verso i personaggi: solitamente il mondo mediorientale,
per la sua terribile situazione politica senza rimedio, mi appare
lontanissimo; forse per questo la mia attenzione e’ stata subito
catturata dalla collana che Amal porta al collo: una catenina d’oro con
il nome scritto in caratteri latini: tutti noi ne abbiamo posseduta
almeno una simile.
Fortunatamente anche nell’edizione italiana il film e’ stato
sottotitolato per non rovinare la sua ricchezza linguistica: vi si
parla israeliano, arabo, russo, francese e inglese, quest’ ultimo con
tutte le possibili inflessioni.
Batman Begins
Caro Batman, fai bene a startene mogio, a testa bassa sulla locandina: anche questa volta il film che dovrebbe raccontare l’inizio della tua leggenda si e’ rivelato mortalmente noioso: ah i bei tempi di Tim Burton!
recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro
Come Bruce Wayne, miliardario affetto da un grande senso di colpa, diventi illeggendario giustiziere Batman.
Se il tema principale di questo film e’ la paura, c’e’ da chiedersi se Christopher Nolan abbia avuto timore del salto di qualita’: da regista di nicchia a quello di blockbuster.
Questa potrebbe essere una plausibile spiegazione di un’opera molto interessante sulla carta ma assai meno avvincente sullo schermo: indiscutibilmente ben confezionata ma senza mai nulla che sia in grado di catturare l’attenzione, tutto si muove sul filo del deja vu: a partire dai combattimenti in salsa orientale, qui conditi con chincagliera ninja.
Come si conviene all’attuale filone del supereroe, vediamo il povero Batman intento a costruirsi il costume che diventera’ il suo tratto distintivo e regolarmente lo vediamo sbattere contro un muro quando e’ alle prese con i primi interventi: un passaggio banale e sinceramente ridicolo.
Altro difetto del film e’ l’estrema verbosita’, di certo poco congeniale ad un film d’azione: ci viene spiegato tutto prima, dopo e persino durante l’accadimento, ma in tanta prolissita’ si son dimenticati di motivarci come Batman riesca a camuffare la sua voce: un altro marchingegno costosissimo oppure raucedine da notti passate sui tetti o, piu’ probabilmente, costrizione da maschera, evidentemente non della misura giusta, visto che l’emaciato Bale quando indossa il suo costumino si ritrova con due guanciotte da criceto?
Ma l’occasione mancata e’ stata quella di non sfruttare l’elemento della sostanza psicotropa che permette di visualizzare le peggiori paure di ognuno, per trasformare la pellicola in un film decadente e barocco (quante volte viene ribadita l’importanza della teatralita’?) o dal taglio orrorifico: gia’ Gotham City non ha nulla di fantastico, ma e’ una riproduzione di una qualsiasi metropoli a cui sono state aggiunte due o tre linee ferroviarie sospese che fanno tanto Metropolis, e scoprire che le fobie di un intera popolazione riguardano qualche vermicello, due o tre facce con gli occhi rossi ed un cavaliere senza testa, unico motivo per tirare in ballo Tim Barton a proposito di questo film, e’ estremamente deludente.
Venendo agli attori le note rimangono altrettanto dolenti: il Batman disegnato da Christian Bale e’ oggettivamente antipatico e, ammetto che sia una fisima personale, non riesco a concepire un attore che interpreti questo personaggio senza avere delle labbra ben disegnate, come quelle memorabili di Michael Keaton, ma a parte questo Bale viene surclassato dall’antangonista Cillian Murphy che interpreta il medico folle Crane.
Katie Holmes continua ad interpretare il personaggio di Dawson’s Creek: la ragazzina spocchiosa e saccente innamorata con scarse speranze del suo migliore amico.
Molto piu’ interessante il cast degli attori di contorno, benche’ spesso penalizzato dalla sceneggiatura: Liam Neeson ormai specializzato nel ruolo di insegnante di arti marziali, Michael Caine nella parte del fedele maggiordomo Alfred e’ costretto a battute talmente stupide che neppure la sua classe ed ironia riescono a renderle credibili, Morgan Freeman al suo solito ruolo alimentare, fa il verso a se stesso, Rutger Hauer ha poche battute, ma se non altro ha la faccia giusta per il magnate senza scrupoli, mentre Gary Oldman garantisce l’ennesimo trasformismo disegnando un uomo comune, unico poliziotto integerrimo della citta’ ed e’ grandioso alla guida della Batmobile.
Purtroppo la chiusa finale lascia intuire la possibilita’ di un sequel, o forse
preferisco vederla in questo modo che pensare ad un tentativo di legarsi al primo Batman di Burton.
Saimir
Saimir, e’ un adolescente albanese immigrato
sul litorale laziale e per vivere aiuta il padre nel trasporto di altri
immigrati clandestini. Le sue speranze di una vita normale si
infrangono quando il padre si presta per trasportare una giovanissima
immigrata russa al luogo dove verra’ avviata alla prostituzione.
Si fa largo nella programmazione selvaggia di questa estate
cinematografica un piccolo gioiello, premiato all’ultimo festival di
Venezia come miglior opera prima.
La sospensione di giudizio sui vari personaggi che Saimir incontra
sulla sua strada permette di illustrare chiaramente l’impasse
sociopolitica che vive l’Italia sul tema dell’immigrazione, realta’
terribile che regolarmente fingiamo di non vedere.
Toccante la scena in cui il bambino di Pristina, destinato con la
sua famiglia ad essere sfruttato da imprenditori agricoli senza
scrupoli, chiede come sia l’Italia, con gli occhi luccicanti di
speranza; l’espressione chiusa e silente di Saimir gli fara’ capire che
per lui non cambiera’ nulla: la disperazione l’ha seguito fin qui.
Saimir sogna l’integrazione e cerca di stringere una relazione con
Michela, una coetanea italiana ma l’amore finisce presto per
l’impossibilita’ di comprensione tra due mondi cosi’ lontani: lui si
unisce ad una banda di ragazzi zingari che ruba nelle ville per poter
racimolare i soldi per regalarle una collana costosissima e
manifestarle cosi’ i suoi sentimenti, ma a Michela hanno insegnato
(giustamente) che rubare e’ sbagliato e non puo’ capire che per
qualcuno significhi la sopravvivenza.
Il furto nella villa e’ uno dei momenti piu’ belli del film, con i
ragazzi che arraffano tutto quello che trovano al dila’ del valore e la
loro ingenuita’ e’ testimoniata dallo stupore di trovarsi in un luogo
cosi’ bello, quasi irreale per loro, ma all’euforia che culmina nel
liberatorio tuffo in piscina si contrappone la spartizione del bottino
nelle squallide roulotte degli zingari; il furto rendera’ 200 euri, 40
a testa per ogni componente della banda.
Alle varie avventure di Saimir fa da contrappunto il rapporto
conflittuale con il padre, Edmond, che rappresenta tutta la sua
famiglia (della madre resta solo una foto): per l’adulto il compromesso
e’ l’unica via per la sopravvivenza mentre il ragazzo nutre ancora il
desiderio di una vita normale, quando Edmond si presta, malvolentieri,
al trasporto della minorenne russa convinta di andare a Milano e invece
diretta ad una squallida casa dove verra’ stuprata, la rabbia di Saimir
esplode ed anche il finale aperto lascia poco spazio alla speranza.
La guerra dei mondi
Trovo che sia molto angosciante che proprio Spielberg, “il papa’” di E.T.
abbia girato un film con alieni cattivissimi e non ditemi che non c’e’
un nesso tra i due film: che cos’e la Rachel interpretata da Dakota
Fanning se non la versione sclerotizzata della Gertie che fece di Drew
Barrymore una star?
New York: Ray Ferrier lavora al porto ed ha un rapporto conflittuale con i due figli. Durante un fine settimana in cui i ragazzi gli sono affidati, uno strano temporale sconvolge la citta’: e’ l’inizio di una terribile invasione aliena..
H. G. Wells scrisse il romanzo La guerra dei mondi nel 1898 e quarant’anni dopo, nel 1938 Orson Welles ne fece uno sconvolgente adattamento radiofonico preso per veritiero che mise in allarme tutti gli Stati Uniti. Nel 1953 venne fatta una versione cinematografica del romanzo, perfetto esempio di quel filone sci-fi in cui nell’alieno si adombrava la minaccia sovietica; oggi Spielberg riprende in mano questo classico per raccontarci un mondo che sta andando alla deriva.
Pur essendo molto fedele alla prima versione filmica nell’iconografia e seguendone fedelmente la trama (l’invasione fallisce perche’ gli alieni vengono uccisi dall’atmosfera terrestre), l’attenzione del regista e’ puntata sull’uomo: il nucleo familiare di Ray che imparera’ a conoscersi ed amarsi durante questa terribile avventura e le reazioni di un’ umanita’ stupida che anche nei frangenti piu’ terribili e’ piu’ interessata a litigare che ad unirsi contro il nemico comune: emblematico il silenzioso scontro tra Ray e lo psicopatico che lo ospita, interpretato da un bravo Tim Robbins mentre il tentacolo alieno sta perlustrando la cantina dove sono nascosti.
l film ha una struttura road movie e quello del viaggio da New York a Boston e’ un buon escamotage per illustare i vari aspetti della disperazione che attanaglia il pianeta, perfettamente messa in scena dal regista, la tensione viene invece a mancare nei momenti di scontro diretto tra Cruise e gli alieni: la zampata con cui viene fermato e il rovesciamento dell’auto sapevano troppo dei predecenti scontri con tirannosauri imbufaliti.
Pensando che Spielberg e’ stato il regista di E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo, colui che ha “sdoganato” la figura dell’alieno facendolo uscire dall’aura malefica che l’ha sempre circondato per trasformarlo in un personaggio carissimo al nostro immaginario (ridisegnandone i tratti ispirandosi al muso di un gatto, mentre quelli che ci mostra oggi ricordano i gargoyles che adornano le chiese gotiche) ci si rende drammaticamente conto come la situazione mondiale sia precipitata nel giro di un quarto di secolo: se all’inizio degli anni ‘80 la fiducia e la sicurezza erano tali da permetterci di affrontare senza paura l’incontro con il nuovo, lo sconosciuto , rappresentato dall’extraterrestre, oggi le cose sono ben piu’ tragiche e Spielberg ce le illustra chiaramente durante l’odissea della famiglia Ferrier: la follia delle armi, l’indigenza, i militari che chiudono le frontiere, i muri ricoperti di foto e appelli per tentare di ritrovare le persone scomparse che rimandano al’11 settembre o alla tragedia dello tzunami: non si tratta solo del ritratto di una nazione che si sente minacciata come quella americana, ma delle ansie dell’intero mondo, ben rappresentate dall’agghiacciante suono che emettono i macchinari alieni: la versione distorta e crudele di una delle cinque note che era l’amichevole saluto alieno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.
La Samaritana
Jae-yeong e’ una ragazzina che per pagarsi un viaggio in Europa si prostituisce , con l’ aiuto dell’amica Yeo-Jin che le fissa gli appuntamenti e le tiene la contabilita’. Quando muore per sfuggire ad una retata della polizia, Yeo-Jin decide di rincontrare tutti gli uomini a cui l’amica si e’ data per restituire loro i soldi ma il padre scopre la doppia vita della figlia..
Lavoro antecedente al bellissimo Ferro 3, La samaritana ha la stessa perfezione stilistica, caratteristica del regista sudcoreano, ma un plot molto piu’ complesso che analizza temi scabrosi con un raro equilibrio di delicatezza e ludidita’.
Il film e’ diviso in tre parti: Vasumitra, Samaria e Sonata, la prima, delicata ed innocente, vede l’attuazione del piano, innegabilmente immorale, delle due ragazze ma Jae-yeong si prostituisce con una grazia tale da far venire in mente “l’amor sacro e l’amor profano” della Bocca di rose di De Andre’ ed infatti la Vasumitra che da il nome al primo episodio era una prostituta indiana che induceva i suoi clienti ad abbracciare il buddismo solo con la perfezione del suo atto sessuale. Ogni segmento e’ scandito anche da un breve apologo di matrice cattolica che il padre di Yeo-Jin e’ solito raccontare alla figlia ed il secondo narra di tre pastorelli a cui appare la Madonna che rivela loro la fine del mondo , lo shock della visione e’ tale che i tre fanciulli cadono svenuti: uno sbalordimento simile prova il padre di Yeo-Jin quando scopre che la figlia appena adolescente frequenta uomini molto piu’ vecchi: la segue, cercando di impedire i rapporti e perseguitando gli uomini che sono stati con lei. In questa seconda parte il film si trasforma in un fosco melodramma anche per lo spettatore che improvvisamente intuisce che quello a cui aveva assistito fino ad ora come un “gioco” rasenta la pedofilia.
La scissione tra femminile e maschile, tra logos e pathos, l’eterna dualita’ del mondo trova una dolonte ricomposizione nel toccante finale ambientato in una maestosa natura che fino a quel punto il regista ci aveva mostrato superba ma imbrigliata nel cemento della metropoli .
Connie e Carla
Due ragazze ormai attempate che sognano di sfondare nel modo dello spettacolo assistono a un omicidio e sono costrette a travestirsi da drag queen per sfuggire al killer sguinzagliato sulle loro tracce.
Fortunatamente il film si ispira solo molto vagamente a A qualcuno piace caldo, altrimenti David Duchovny avrebbe dovuto essere il corrispondente maschile di Marilyn Monroe e la cosa e’ evidentemente impensabile.
La storia d’amore e’ infatti la nota dolente del film proprio per l’assoluta insipienza del protagonista maschile, per il resto invece tutto scorre perfettamente, pur trattandosi di una commedia molto disimpegnata con una morale all’acqua di rose sul dover essere se’ stessi, ma alcune gag sono ben congeniate come l’esilarante fine che aspetta il pacco di cocaina.
Perfetta riuscita dei numeri musicali e dei balletti: la parodia dei brani piu’ celebri della storia del musical americano e’ il motivo per cui il film merita un’occhiata.
Ecco. Il mio posta doveva finir qui: qualche riga per liquidare un onesto film di pura evasione, poi sono incappata in questo editoriale. Lascio a voi giudicare, io non avevo neppure menzionato la rappresentazione del mondo gay perche’ mi pareva la solita messa in scena di circostanza, ma pare che mi fosse sfuggito qualcosa…
Alta tensione
Danny the dog
Danny e’ lo scagnozzo dello strozzino Bart, e come un cane viene trattato, con un collare che gli viene tolto solo quando deve scatenarsi come una furia contro le vittime del suo padrone. Un giorno Danny conosce un accordatore cieco e grazie a questo nuovo rapporto riscopre la sua passione per la musica ed il suo passato.
Dietro questo film si muove l’eminenza grigia del cinema d’azione europeo, Luc Besson che aggiorna alle nuove mode il modello dei film orientali a cui il lavoro si ispira, inserendo alcune scene di combattimento mutuate dal wrestiling, sport (?) che, negli ultimi tempi sta conquistando il vecchio continente.
Azione e divertimento sono i punti di forza dei plot di Besson ed infatti la scena dell’investimento della macchina da parte di un camion e’ quantomeno fantozziana e il combattimento tra Danny e il nuovo picchiatore di Bart all’interno di uno spazio ristrettissimo e’ ineccepibile, ma questo soggetto si prestava ad interessanti studi psicologici che non sono stati sviluppati, appiattendo tutto al manicheismo favolistico dove alla cattiveria si oppone la bonta’ che alla fine vince sempre.
La cecita’ del vecchio accordatore sembrava rimandare al solo personaggio che in Frankestein e’ gentile con il mostro perche’ non e’ cosciente della sua diversita’: sarebbe stato interessante vedere in Danny the dog la reazione dei “buoni” se avessero scoperto che la persona che avevano accolto in casa era in realta’ una pericolosissima macchina da guerra.
Piatta anche la recitazione di Morgan Freeman, mentre Bob Hoskin crea un vilain dai toni esasperati e un po’ ridicoli che ben supporta il cote’ ironico del film.
Il film e’ ambientato in una Glasgow irriconoscibile, anche perche’ e’ girato prevalentemente in interni, ma il lampadario che Danny stacca per fuggire sul solaio e’ della scuola di Mackintosh, con tanto di rose stilizzate: sinceramente credevo di potermi commuovere durante il film, invece mi son preoccupata solo per la sorte del pezzo liberty.