Amore Tzigano

The Little Minister
USA 1934 RKO
con Katharine Hepburn, John Beal, Donald Crisp
regia di Richard Wallace


Il giovane pastore Gavin Dishart riesce a conquistare da subito la congrega che gli è stata affidata con la forza dei suoi sermoni ma quando iniziano a girare illazioni sul presunto sentimento dell’uomo di chiesa per la zingara Babbie, gli viene revocato il ministero. La purezza del sentimento di Babbie (e il fatto che non sia una vera e propria zingara) faranno trionfare l’amore.

Uno dei film del periodo in cui Katharine Hepburn, già vincitrice di un’Oscar venne soprannominata “veleno del botteghino” e obbiettivamente si può capire anche perché: l’attrice è sicuramente bellissima ma troppo moderna per questo melodramma d’antan che aveva avuto ben cinque versioni nel periodo del muto: le sue intromissioni nella vita del giovane pastore anticipano l’impatto distruttivo che il ciclone di ragazza può avere sulla vittima prescelta ma non siamo in una screwball e al suo fianco non c’è un sornione Cary Grant ma un più manierato John Beal destinato a una carriera di caratterista e attore televisivo. La Hepburn cerca di moderare la forza dirompente che avrebbe caratterizzato i suoi film più celebri con una certa leziosità teatrale che solo con il tempo avrebbe imparato a gestire. Una ricerca di equilibrio a tratti affannosa percepita dal pubblico che se amava queste pellicole buoniste e moraleggianti (anche un po’ ipocrite visto che la zingara era stata allevata come una lady) non poteva certo apprezzare la potenza eversiva di Katherine Hepburn.

Amoretzigano

Blancanieves

Spagna 2012
con Macarena García, Maribel Verdú, Angela Molina
regia di Pablo Berger

La nascita prematura di Carmen costa la vita alla madre che si era spaventata durante il ferimento del marito, il celebre toreador Antonio Villalta. Paralizzato, l’uomo rifiuta di vedere la bimba che cresce affidata alle cure amorevoli della nonna. Quando la donna muore, Carmen viene accolta nella casa paterna ma la crudele matrigna la tratta come una sguattera e cerca d’impedire che tra padre e figlia si instauri un legame; i due però si frequentano di nascosto e Villalta insegna alla figlia a toreare. Alla morte del padre la matrigna cerca di far uccidere la figliastra ma questa sfugge alla morte pur perdendo la memoria e viene accolta da una banda di nani saltimbanchi. Il talento di Carmen nella corrida viene notato e la fanciulla è riconosciuta come la figlia del celebre Antonio Villalta, nel giorno del trionfo la matrigna le porge una mela avvelenata..

Blancanieves

Nella ricostruzione della favola di Biancaneve in salsa toreadora manca il finale, il principe che risvegli la protagonista dal sonno del maleficio. L’ultima parte di questa pellicola che gioca molto con il melodramma indugia nella necrofilia, io la interpreto come una metafora del cinema e del resto il contesto metacinematografico è sottolineato sin dall’inizio, dal tendone rosso che si apre sui titoli di testa a ricordarci che stiamo per vedere una riproduzione della realtà, poi torna sempre il tema dell’occhio che spia dalla serratura a sottolineare la natura voyeuristica del cinema, un cinema morto o moribondo vuole dirci Blancanieves? Un cinema che punta solo sulle nuove tecnologie e dimentica i contenuti costringendoci a venerare i idoli che sono vuoti simulacri?
Come The Artist Blancanieves è un film muto ma se la produzione francese puntava tutto sul rigore filologico narrando nel dettaglio il passaggio dal muto al sonoro fino al successo dei musical dei primissimi anni ’30, la pellicola spagnola preferisce trovare il proprio referente nel cinema degli anni ’30/’40: un bianco e nero smagliante che ricorda Orson Welles, regista citato anche nelle composizioni ardite degli esterni e nell’uso della profondità di campo (e non dimentichiamo che Welles ebbe un rapporto molto stretto con la Spagna negli anni ’50/’60 dedicando alla penisola iberica una serie di documentari oltre che l’incompiuto Don Quixote); il tentativo di annegare Carmen mi ha fatto tornare in mente le scene subacquee de L’Atalante e non manca un morto riverso in piscina come in Viale del Tramonto.
Forse queste citazioni sono l’indizio delle caratteristiche che deve avere il principe che risveglierà Blancanieves.

L’anima e il volto

A Stolen Life
USA 1946
con Bette Davis, Glenn Ford, Dane Clark, Walter Brennan, Charles Ruggles, Bruce Bennett, Peggy Knudsen
regia di Curtis Bernhardt

Astolenlife

In un’isoletta del New England, Kate, ricca newyorkese con ambizioni da pittrice, si innamora del bell’ingegnere che lavora al faro, Bill Emerson, ma la gemella piu’ scafata, Pat, glielo ruba e se lo sposa. Dopo qualche anno le due sorelle si rappacificano e decidono di fare una vacanza sull’isola ma durante un’uscita in barca incappano in una turbolenta mareggiata che costa la vita a Pat. Kate si salva e si spaccia per la sorella morta pur di vivere accanto all’amato Bill ma si accorgera’ che il matrimonio tra i due era solo apparenza..

Astolenlife-the darkmirrorFilm mediocre, remake di un omonima pellicola del 1939 mai uscita in Italia.
E’ degno di menzione come ennesima prova della caparbieta’ di Bette Davis che fa immaginare tutto un mondo di sotterfugi e spionaggio tra gli studios e tra i divi della Grande Hollywood: nel ‘38 Bette Devis fu scartata al provino per vestire i panni di Rossella O’Hara e la Warner Bros decise di battere sul tempo il blockbuster di Selznick con La figlia del vento; nel 1946, anno del celeberrimo Lo specchio oscuro in cui la rivale Olivia de Havilland interpreta il ruolo di due gemelle, la Davis batte nuovamente sul tempo l’uscita del capolavoro di Siodmak (A stolen life esce a luglio mentre The Dark Mirror a ottobre) arrivando a produrre questo melo’ in cui gli effetti speciali sono ancora oggi superlativi.
Se nella scena in cui Pat e Kathy passeggiano appaiate e’ facilmente intuibile l’uso di un trasparente, la scena dell’accensione della sigaretta resta un geniale esempio di editing superiore agli effetti speciali de Lo specchio oscuro

Pandora

Pandoraloc Pandora and the Flying Dutchman
UK, 1951
con Ava Gardner, James Mason, Mario Cabre’,
regia di Albert Lewin

Nella Spagna della fine degli anni ‘20, il porto di Esperanza e’ diventato un buen ritiro per il jet set americano che ruota attorno alla bellissima Pandora Reynolds, una ragazza capricciosa e crudele che assiste indifferente al suicidio di uno dei suoi spasimanti ed accetta di sposare un corridore solo quando questi rinuncia per amor suo alla macchina che ha costruito gettandola da una scogliera. La stessa notte in cui Pandora accetta la proposta di matrimonio, al porto compare un misterioso veliero che attrae subito la curiosita’ della donna. Il proprietario e’ Hendrick van der Zee che si rivelera’ essere l’Olandese Volante, capitano olandese del XVII sec su cui grava una terribile maledizione: sara’ costretto a vagare in solitudine per i sette mari fino a quando una donna non sara’ disposta a sacrificare la vita per amor suo.

Melodramma raggelato che inanella una serie di morti tragiche: la pellicola si apre una ventina d’anni dopo gli eventi narrati con il ritrovamento del relitto del veliero di van der Zee e i corpi dei due amanti; inizia cosi’ il racconto dell’incontro tra i due protagonisti, narrata da Geoffrey Fielding, studioso di antichita’ e cultore di leggende.
Pandora viene introdotta la sera in cui un suo spasimante si suicida per lei avvelenandosi in un locale pubblico, arriva poi il torero Montalvo con cui Pandora ha avuto una relazione, l’uomo capisce che nonostante la promessa di matrimonio con Steven Pandora e’ innamorata di Hendrick e lo uccide ma essendo l’olandese immortale (in un flashback assistiamo all’uxoricidio per gelosia che causa la maledizione) il giorno dopo compare alla corrida suscitando il terrore di Montalvo che viene incornato a morte dal toro con cui sta combattendo. In tutta questa catena di morti violente il momento piu’ intenso e’ forse la gara automobilistica con la quale Stephen Cameron cerca di battere un record mondiale a rischio della vita e molti tra gli spettatori, Montalvo ma anche Pandora ed Hendrick sperano piu’ o meno inconsciamente nella morte del pilota nel rogo dell’auto.

Pandora,jpg La misura dell’amore sta in quello a cui si e’ disposti a rinunciare e’ l’assunto attorno a cui ruota il film e la cosa piu’ preziosa e’ la vita, tranne che per Hendrick van der Zee, disposto a rinunciare alla salvezza e alla fine della maledizione purche’ l’amata Pandora non sacrifichi la sua vita per lui, ma Pandora, reincarnazione della moglie uccisa da Hendrick secoli prima, accetta il sacrificio che si trasforma in un momento magico oltre la barriera del tempo (la clessidra smette di far scivolare la sabbia prima di incrinarsi).
Lettura romanticissima del sentimento amoroso ma soprattutto metafisica e all’arte metafisica si ispira lo stile del film. Essendo questa scuola parte della corrente del surrealismo e’ Man Ray a occuparsi della fotografia e a creare la scacchiera e a dipingere (omaggiando De Chirico?) il quadro relativo al mito di Pandora a cui Hendrick van der Zee sta lavorando quando entra in scena. Sulla spiaggia di Esperanza affiorano statue di gusto classico che fissano il mare e la sarabanda dopo la gara vittoriosa di Stephen accentua la dimensione onirico fantastica ma e’ l’uso geniale dei filtri blu per ricreare le scene notturne girate in realta’ nel mezzogiorno a suggellare la dimensione surreale con le ombre corte degli assolati pomeriggi mediterranei sposate ai colori freddi della notte.

Diverso dagli altri

Diversodaglialtri

Anders als die Andern
Germania 1919,
Con Conrad Veidt, Leo Connard, Ilse von Tasso-Lind, Fritz Schulz, Reinhold Schünzel
Regia di Richard Oswald

Il celebre violinista Paul Körner rimane colpito dal numero di suicidi riportati regolarmente dai quotidiani. L’artista sa bene che essi sono dovuti al Paragrafo 175 che condanna penalmente l’omosessualita’. Quello che Körner non sa e’ che anche lui entrera’ a far parte di quella tragica schiera in seguito al suo amore per l’allievo Kurt Sivers. Il sentimento viene scoperto da una vecchia conoscenza di Körner, Franz Bolleck, che ricatta il violinista. Quando Kurt scopre il maneggio fugge inorridito. Il violinista cerca di curare la propria omosessualita’ attraverso l’ipnosi, ma senza risultato e si rivolge quindi a un sessuologo che lo convince che la sua non e’ ne’ una malattia ne’ un’aberrazione. Körner trova cosi’ la forza per denunciare il ricattatore ma il processo si conclude con una lieve condanna anche per lui a causa del Paragrafo 175. Nei pochi giorni che precedono l’entrata in carcere, Körner si accorge che la gente lo scansa con imbarazzo e tutte le sue tournée sono state annullate. Disperato Paul Körner si toglie la vita.


Diversodaglialtri

Quasi certamente il primo film della storia del cinema a trattare espressamente il tema dell’omosessualita’ fondendo i generi del melodramma e del documentario. Se le pene d’amore di Paul Körner, con flashback dei suoi amori collegiali e il maledetto incontro con Bolleck rappresentano il lato sentimentale dell’opera, l’esposizione al convegno di sessuologia sull’omosessualita’ ha il rigore di un trattato scientifico con immagini che documentano una sessualita’ che si trova a punti intermedi tra i due estremi maschili e femminili (e’ l’assunto del film).
Ci e’ giunta una versione parziale della pellicola, una cinquantina di minuti a fronte di un lavoro che doveva durare circa il doppio. La trama e’ tenuta insieme da lunghe didascalie che riassumono le parti mancanti a cui segue qualche fotogramma sopravvissuto. Non e’ difficile intuire la totale censura che il film deve aver subito durante l’epoca nazista e possiamo ritenerci fortunati se il materiale sopravvissuto e’ bastevole a restituirci il senso e lo stile dell’opera.
La messa in scena e’ molto convenzionale, a camera fissa, con poca attenzione alle scenografie per concertrarsi tutta sui primi piani dei protagonisti ed utilizzando spesso il fondo nero che risulta di forte impatto come nella scena in cui una commissione decide l’espulsione dal collegio del giovane Körner puntandogli severamente il dito contro, anticipando il tragico additamento a cui il violinista sara’ soggetto quando il suo stile di vita viene rivelato.


Anders als die Andern

Mi ha molto colpito vedere Diverso dagli altri a pochi giorni dalla messa in onda di Ausmerzen di Marco Paolini che racconta le drammatiche conseguenze degli studi di eugenetica di quella classe di medici progressisti di cui fa parte anche il celebre sessuologo Magnus Hirschfeld, che interpreta se’ stesso nel film e che assolve il violinista dalle sue preoccupazioni dicendogli che la sua condizione gli permette comunque di condurre una vita produttiva
Commovente la didascalia che narra la chiusa del film: una mano che cancella con una croce il Paragrafo 175 da un testo di giurisprudenza. Purtroppo la scena non ha avuto dono di preveggenza: quella mano, vent’anni dopo, avrebbe apposto un triangolo rosa sulle casacche degli omosessuali nei campi di sterminio.

Venere peccatrice

Thatstrangewoman The strange woman
Usa 1946
con Hedy Lamarr, George Sanders
regia di Edgard George Ulmer

A Bangor, nel New England della prima meta’ del XIX secolo, Jenny Hager cresce con un padre alcolizzato, sicura pero’ del potere che la sua bellezza esercita sugli uomini. Poco piu’ che adolescente Jenny sposa il vecchio ma ricco mercante Isaiah Poster anche se ha sempre avuto un legame molto stretto con suo figlio Ephraim. Quando il giovane torna dal college Jenny lo seduce ma ben presto alla pusillaminita’ del ragazzo Jenny preferisce il fascino virile di John Evered anche se promesso alla sua amica Meg Saladine..

Melodramma in costume in cui Ulmer tratteggia un’ambigua dark lady: Jenny Hager fin da piccola si dimostra manipolatrice e attratta dal denaro ma quando diventa la moglie del ricco Poster non esita a distinguersi in citta’ per il suo spirito caritatevole. Il passaggio ricorda molto Via col vento quando Rossella e Rhett decidono di conquistarsi le simpatie della societa’ bene di Atlanta per il bene di Diletta. Un’altra reminiscenza di Via col vento l’ho avuta quando Jenny viene definita una signora perche’ si prende cura di una donna malata ed indigente come faceva la madre di Rossella, del resto una certa somiglianza tra le due attrici, Vivien Leigh e Hedy Lamarr e’ innegabile.
Se della ricchezza Jenny sa fare buon uso, non e’ altrettanto in grado di gestire il suo rapporto con gli uomini: dopo la morte del padre riesce a farsi sposare dal ricco mercante ed e’ molto interessante la scena in cui i notabili del paese, tra cui il futuro marito, decidono le sorti della ragazza rimasta sola arrivando a proporle il matrimonio con Poster per garantirle la sicurezza economica. Appagato il desiderio di ricchezza Jenny pensa di poter appagare i sensi con il giovane Poster (emblematica la stretta sul braccio di Ephraim quando Lena e’ inseguita dagli ubriachi) ma per quanto il ragazzo ceda alla seduzione arrivando forse ad uccidere il padre non ha abbastanza nerbo per la capricciosa Jenny che si innamora di John Everd facendosi sposare incurante del fatto che l’uomo sia promesso alla sua cara amica Meg.
Purtroppo sul finale la vicenda cosi’ complessa scappa di mano al regista e la risoluzione, ovviamente drammatica, affidata al senso di colpa scatenato in Jenny dalle parole di fuoco di un predicatore capitato in citta’, e’ deludente; resta un uso affascinate del bianco e nero con delle ombre di gusto espressionista e una buona prova attoriale dei protagonisti con un insolito George Sanders in un classico ruolo da bell’attor giovane.

Il compleanno

Due coppie di amici poco piu’ che quarantenni affittano una villa sul litorale laziale per trascorrervi le vacanze estive. Verranno raggiunti da David, il figlio ventenne di di una delle due coppie. La presenza del bellissimo ragazzo fara’ saltare gli equilibri emotivi del quartetto, in particolare Matteo, stimato analista, non riuscira’ a controllare la sua passione amorosa per il giovane. Gli esiti saranno funerei.



Ilcompleanno


Gli esiti sono funerei anche per la pellicola che si dimostra interessante nella prima parte in cui si analizzano le psicologie dei vari componenti del gruppo ma scade tragicamente nel prevedibile quando la storia d’amore tra Matteo e David prende il sopravvento.
CompleannoMelodramma troppo celebrale e spiegato per coinvolgere davvero, al film va riconosciuto il merito di saper gestire con raffinatezza alcune scene ad alto rischio di comicita’ involontaria, grazie alla bravura degli attori e allo stile elegante del regista. Quando Thiago Alves si masturba sulle note di Maledetta primavera, Filiberti sa trasformare il ragazzo in un bellissimo Ganimede: luci e pose si rifanno espressamente alla pittura seicentesca, mentre il pianto di Matteo che ha intravisto la scena dalla finestra e’ davvero commovente.
Il passo successivo nel rapporto tra i due amanti e’ quello che segna la deriva deludente: i due si incontrano sulla spiaggia in una notte di plenilunio che illumina un vecchio rudere sul promontorio. In questo scenario teatrale Matteo offre a David da bere e il collegamento con il filtro d’amore bevuto da Tristano e Isotta nella rappresentazione teatrale con cui si apre il film e’ scopertissimo e da quel momento la tragedia e la musica wagneriana scandiranno l’evolversi della vicenda che si concludera’ con la morte prevedibilissima (per altro gia’ anticipata da una morte in spiaggia) di uno dei personaggi. I sopravvissuti siedono attoniti attorno alla tavola e mentre si fa largo nelle loro menti il motivo che ha causato l’incidente, il film si chiude su un tramonto dove i raggi photoshoppati del sole squarciano le nubi, a ribadire l’eccessiva teatralita’ di un film interessante sulla carta ma che non ha saputo mantenere le promesse: i personaggi manifestano tutti i luoghi comuni sull’alta borghesia di cui fanno parte: si legge Proust e Doris Lessing (le donne) mentre si parla del nulla, sfogliando la guida rossa del Touring.



Ilcompleanno


Le motivazioni che stanno alla base dell’innamoramento di Matteo sembrano quasi il rovescio di quelle espresse da Povia: persi entrambi i genitori durante l’adolescenza, Matteo ha dovuto rimboccarsi le maniche per farsi una posizione, l’impegno nello studio e nel lavoro lo ha reso rigido e il successo gli ha causato un senso di superiorita’ verso la moglie e gli amici, a quarant’anni si ritrova a fare i conti con un’omosessualita’ latente che non ha mai avuto il tempo di affrontare.
Ultimo appunto di contestualizzazzione storica: se uno ha passato da poco i quaranta, da adolescenze di scatenava sulle note dance dei Duran Duran &Co, ed era refrattario alla discomusic di fine anni ‘70 che insieme a Maledetta primavera appartiene ai must dei neo cinquantenni.

Cuore sacro

Cuoresacro Italia 2005,
con Barbora Bobulova, Andrea Di Stefano, Lisa Gastoni, Erica Blanc, Camille Dugay Comencini
regia di Ferzan Ozpetek

Irene Ravelli e’ una manager senza scrupoli, disposta a passare sull’amicizia in nome degli affari ed a trasformare lo storico palazzo di famiglia in una serie di mini appartamenti. Il ritorno nella casa che la vide bambina e che divenne la dimora-prigione di una madre a cui fu tolta precocemente, coincide con l’incontro con Benny, una ragazzina di strada che schiudera’ ad Irene le porte su un mondo di sofferenza e poverta’. La morte di Benny portera’ Irene a cambiare la propria vita e a dedicarsi agli altri.

Come nei suoi lavori precedenti, Ozpetek costruisce il film partendo da uno degli assunti classici del melodramma, la soluzione di un segreto che sconvolge la vita della protagonista: se ne Le fate ignoranti la scoperta della doppia vita del marito portava Antonia (Margherita Buy) a confrontarsi con il mondo esterno, ne La finestra di fronte l’incontro con il vecchio pasticciere smemorato insegnava alla protagonista, Giovanna Mezzogiorno, a realizzare se stessa, in Cuore Sacro la riscoperta della figura materna conduce Irene a confrontarsi con la spiritualita’.
E’ un film costruito tutto per antinomie: due case, una fredda ed ipertecnologica dove vive l’Irene manager e un palazzo antico pieno di memorie e fantasmi dove possono avvenire gli incontri piu’ strani, due zie compongono quel che rimane della famiglia di Irene: una avida e d arrivista che spinge la giovane donna nella sua carriera, l’altra internata in una clinica perche’ troppo sensibile per sopravvivere ad una famiglia di squali senza l’aiuto dell’alcol, due misteri, la madre e la ragazzina, vengono a turbare la vita di Irene, divisa tra il desiderio per una madre mai conosciuta e l’istinto materno che l’attrae verso Benny.
Tra reminiscenze pasoliniane (la costruzione dell’abbraccio con il barbone ispirato all’iconografia sacra e soprattutto il viso da angelo sperduto di Benny) ed un parrocco che si chiama Padre Carras come il prete de L’esorcista, risulta impossibile analizzare la pellicola senza citare Europa ‘51 di Roberto Rossellini, a cui Ozpetek ammette di essersi ispirato, tanto da scegliere lo stesso nome per la sua protagonista: entrambe le Irene sono ricche e conducono una vita senza problemi e in entrambi i casi e’ la morte di un figlio (o di una figura che sopperisce all’istinto materno nell’opera del regista turco) a scatenare una crisi che porta la protagonista a donarsi totalmente agli altri.
Se il film di Rossellini si chiudeva con la reclusione in una casa di cura, il metodo piu’ sbrigativo per la famiglia borghese di liberarsi di questa imbarazzante presenza ed accettato di buon grado dal personaggio della Bergaman nel suo delirio salvifico, questa seconda Irene incontra una psicologa comprensiva che non ritiene necessario il suo ricovero: ancora una volta, il lavoro di Ozpetek che riesce a raggiungere in questa pellicola vette di intensita’ mai toccate grazie all’insistenza della macchina da presa sui personaggi e alla bravura di Barbora Bubolova, si perde in una chiusa troppo ottimista e confortante.

The Tiger’s Coat

TheTiger'sCoat

Pelle di tigre viene annoverato nella storia del cinema
muto non tanto per le sue qualita’ artistiche, ma perche’ unica prova
sopravvissuta alle ingiurie del tempo della parentesi attoriale di Tina Modotti.

Usa 1920,
con Tina Modotti, Lawson Butt, Myrtle Stedman, Frank Weed
regia di Roy Clements

In una notte di bufera a La Classe, nella California del Sud, bussa alla porta del ricco scapolo Alexander Mac Allister una misteriosa fanciulla, latrice di una lettera di presentazione di un vecchio amico. Scambiandola per la figlia di costui, il giovane gentiluomo se ne prende cura, nonostante la sua carnagione sia la piu’ scura che abbia visto in una ragazza scozzese. Tra i due nasce l’amore, ma un rivale in affari insospettito dalla provenienza messicana della giovane fa compiere delle indagini e la vigilia delle nozze rivela al promesso sposo l’inganno di cui e’
stato vittima.
Mac Allister si reca dalla fanciulla per avere spiegazioni ed
ella confessa di essere la serva della figlia del suo amico, morta come il padre
per un’epidemia di febbre gialla. Indirizzata in California dalla padrona in
punto di morte, al suo arrivo non aveva avuto il coraggio di chiarire l’equivico
in cui si era trovata. Non avendo ottenuto il perdono dal suo amato che non puo’
legarsi a una peona di umili origini, la ragazza abbandona la casa della
famiglia che le faceva da chaperon. Quando nel promesso sposo l’amore vince
l’orgoglio della razza (sic!) ella ha gia’ intrapreso una carriera di danseuse,
ma il destino vuole che il debutto dello spettacolo avvenga proprio a La Classe
cosi’ i due giovani possono finalmente ricongiungersi.


Thetiger'scoat

Si tratta di un melodramma arzigogolato e senza nessun rillievo tecnico, se non quello di testimoniare una produzione medio-alta del tempo. Che fosse a disposizione un
budget costoso lo testomoniano le didascalie che spesso ribadiscono i concetti
delle scritte con disegni molto curati, come le molte scenografie utilizzate,
sia d’interni che d‘esterni.
Colpisce la storia d’amore basata su una
differenza razziale improponibile ai nostri giorni; interessante invece il fatto
che il flash back non sia introdotto da dissolvenze o tendini, quindi gia’ nel
1920 era un liguaggio filmico perfettamente comprensibile agli spettatori.
La
copia restaurata dalla Cineteca del Friuli, ha ricostruito perfettamente i
viraggi che all’epoca sostituivano il colore che non era ancora stato inventato,
a parte l’esperienza di Melies, che faceva dipingere a mano la pellicola. I
bagni di colore in tinte calde, aranciate venivano scelte per gli interni, per
restituire il calore delle pareti domestiche, mentre gli esterni venivano virati
in toni freddi, azzurrati.
Per quanto riguarda la breve esperienza
hollywoodiana della Modotti, che sui giornali dell’epoca veniva lanciata come
una bellezza sensuale ed esotica (ed infatti nel film non le si risparmia una
danza orientaleggiante su un palco adornato da tre budda) bisogna dire che ha
una recitazione piu’ contenuta di quella delle divine del muto: meno esagitata e
sbracciata, cerca una recitazione, per quanto possibile ai tempi, piu’
incentrata sull’espressivita’ del volto, confermando cosi’ la sua modernita’
artistica che si esprimera’ definitivamente della fotografia.