Una notte con la regina

A Royal Night Out
GB 2015
con Sarah Gadon, Bel Powley, Jack Reynor, Rupert Everett, Emily Watson, Roger Allam
regia di Julian Jarrold



Unanotteconlaregina


8 maggio 1945, la Germania si arrende e a mezzanotte e un minuto si dichiara ufficialmente finita la Seconda Guerra Mondiale, le due principesse Windsor, Elizabeth e Margaret, che hanno trascorso gli anni della guerra chiuse nel palazzo reale, non resistono e chiedono agli augusti genitori di poter festeggiare tra la gente la notte del V-day. Dopo qualche tentennamento re Giorgio VI accetta di lasciare uscire le principesse mentre la regina madre pensa di poter mettere un freno all’entusiasmo delle figlie affidandole a due ufficiali alla cui scorta le fanciulle sfuggiranno ben presto perdendosi di vista a loro volta..




Unanotteconlaregina


Ispirandosi a un fatto vero, poiché la prima uscite delle due principesse avvenne realmente quella fatidica notte ma si limitarono a festeggiare al Ritz in compagnia di un selezionato gruppo di amici, il grazioso film di Julian Jarrold mette insieme molti elementi già visti creando un effetto favola che funziona sulla gioventù dell’inossidabile regina Elisabetta II, un vero mito vivente e cinematografico visto quanto spesso passa in televisione il bel film di Stephen Frears, The Queen.
L’ispirazione principale è sicuramente Vacanze Romane con la futura regina che non sa gestire gli aspetti della vita pratica e sogna le gioie dell’anonimato, su questo elemento s’innesta la spirale demenziale del genere “tutto in una notte” dove tutta una serie di situazioni sempre più complicate si affastellano una sull’altra: le principesse che si dividono prendendo due linee d’autobus differenti portano complicazioni a non finire: mentre la svagata Margaret finisce senza accorgersene in un locale malfamato di Soho dove si salva dalle avance troppo insistenti del suo occasionale accompagnatore grazie all’intervento del gestore malavitoso ma profondamente monarchico, Elisabeth si perde per le strade della capitale del suo futuro regno che non conosce minimamente e se la cava grazie all’intervento di Jack, un aviere di umili origini che la scorta tutta la notte pur essendo l’unico in quella situazione d’entusiasmo a muovere qualche critica alla famiglia reale. Per salvarlo dalla polizia militare Elisabetta dovrà rivelare la sua vera identità ma questo non impedirà alla fanciulla di vivere fino in fondo la sua notte di libertà prima di tornare al suo futuro denso di responsabilità.




ARoyalNightOut


Una vena di romanticismo malinconico, dialoghi da commedia brillante americana, rigorosa ricostruzione storica in stile british e un’ottimo cast con Rupert Everett che da vita a un Giorgio VI sornione mentre  Emily Watson è una matronale e severa regina madre mentre Bel Powley si conferma una delle più promettenti attrici inglesi portando una ventata di gioiosa e sventata freschezza con la sua Maragaret a cui non sa dire di no la sempre misurata Elisabetta, anche nella recitazione di Sarah Gadon.

L’uomo che ho ucciso

LuomochehouccisoBroken Lullaby
USA 1932 Paramount Pictures
con Phillips Holmes, Lionel Barrymore, Nancy Carroll
regia di Ernst Lubitsch

1919: a Parigi si festeggia il primo anniversario della fine della guerra con una grande parata e una messa solenne, alla fine della funzione l’ex soldato Paul Renard chiede conforto al sacerdote: non riesce a dimenticare Walter Holderlin, il soldato tedesco ucciso in trincea.
Il sacerdote lo assolve ma non è quello che il ragazzo cerca e, appoggiato dal prete, decide di recarsi in Germania per confessare tutto alla famiglia dell’uomo che ha ucciso. Incontrata la famiglia, Renard non ha il coraggio di confessare la verità e si fa passare per un amico francese che Walter aveva conosciuto prima della guerra, instaurando così un forte legame affettivo con la famiglia; nasce anche l’amore con Elsa, la fidanzata di Walter a cui Paul confida chi è veramente: dopo un primo momento di sconcerto, la ragazza fa in modo che Paul non riveli la sua vera identità ai genitori di Walter per non rovinare la loro ritrovata serenità.

Tratto dalla pièce teatrale scritta da Maurice Rostand, figlio dell’autore di Cyrano de Bergerac, Broken Lullaby è l’unico film drammatico girato negli Usa da Ernst Lubitsch, ciò non toglie che nel film siano presenti tutti i tratti distintivi della teoretica lubitschiana e anche il tocco ironico del maestro berlinese, il famoso Lubitsch touch risalta ancora di più nell’economia drammatica del film stemperandola dolcemente.
BrokenlullabyLa sequenza iniziale mi è rimasta in testa dalla prima volta che vidi la pellicola: più che l’inquadratura della parata attraverso la gamba mutilata del soldato, mi ha sempre colpito l’antinomia della Messa e i soldati inginocchiati con la spada: una contraddizione in termini che si esplicita nel dialogo tra Paul e il sacerdote quando il ragazzo rifiuta l’assoluzione per il crimine perché commesso in cause di forze maggiore: Lubitsch anticipa di oltre un decennio il problema della Seconda Guerra Mondiale con i campi di concentramento e che da allora pesa su tutte le guerre moderne: la responsabilità personale del singolo che non può essere abdicata per ordini superiori, del resto Paul ha ucciso un coetaneo disarmato, sorpreso in una trincea senza neppure dargli il tempo di difendersi, ha così modo di leggere la sua ultima lettera alla fidanzata e conoscere il suo nome e d indirizzo che lo porteranno in cerca di redenzione.



Brokenlullaby


La Germania del 1919 viene rappresentata come un paese ferito e umiliato dalla sconfitta coi i francesi, la scena più toccante dove interviene il Lubisch touch è l’incontro al cimitero tra la signora Holderin e un’altra madre venuta a piangere il figlio, quando la donna scopre che il figlio si recava sempre dagli Holderin a mangiare la torta vuole sapere la ricetta e scopre che Mrs. Holderin usava due tazze di zucchero anziché una: il momento melodrammatico del pianto di un figlio ventenne morto in guerra si risolve nella dolcezza di una tazza di zucchero che riporta la figura di un ragazzo alla più consona dimensione della golosità adolescenziale.
Il legame degli Holderin con il francese non è ben visto nel villaggio e ancora una volta Lubitsch è maestro nel rappresentare il disdoro attraverso i pettegolezzi, le comari che si chiamano dalle finestre quando Elsa e Paul passeggiano per le vie. I compagni di bevute del dottor Holderin iniziano a vederlo come un traditore, se non altro del sacrificio del figlio e qui parte il celebre monologo del padre prima orgoglioso di avere un figlio soldato e che ora si vergogna di averlo mandato a morire per salvare l’onore dei padri e della nazione.
La chiusa sentimentale con Paul che non regge più la bugia sul passato e Elsa che lo perdona in nome di una serenità famigliare è un auspicio di pace per il futuro, che come sappiamo va miseramente fallita.

La ricompensa del gatto

Ricompensagatto Neko no ongaeshi
(titolo internazionale: The Cat Returns)
Giappone 2002
regia di Hiroyuki Morita

La goffa diciassettenne Haru salva un gatto che sta per essere investito da un camion e l’animale la ringrazia parlando. Stupita la ragazza si confida con la madre che le ricorda come già da piccola Haru avesse sfamato una gattina randagia sostenendo di comunicare con lei. Nella notte arriva il Re dei gatti in persona a ringraziare Haru per aver salvato suo figlio, il principe Lume e come ricompensa le offre la mano del figlio. Haru non ha nessuna intenzione di sposare un gatto e una voce le suggerisce di chiedere l’aiuto di Baron e di Muta..

La ricompensa del gatto è uscito per la prima volta nelle sale italiane per soli due giorni il 9 e il 10 febbraio scorsi. E’ una pellicola piuttosto breve, solo 75 minuti, che ha una storia particolare: un parco divertimenti commissionò allo Studio Ghibli un cortometraggio che avesse come protagonisti dei gatti ma poi il progetto naufragò e lo studio si ritrovò con del materiale che venne ritenuto interessante per sviluppare un lungometraggio, affidato a Hiroyuki Morita.
L’opera quindi nasce già con delle ambizioni minori rispetto ai grandi capolavori di Miyazaki, resta però un film molto piacevole e scanzonato. I due protagonisti che aiuteranno Haru a sfuggire al suo destino di principessa dei gatti sono tratti dal film I sospiri del mio cuore: Baron sviluppa ulteriormente il fascino melanconico della bambola gatto del primo film, diventando un dandy inappuntabile e rigoroso che vive in un luogo magico, una piazzetta che ricorda le cittadine tedesche: il vecchio antiquario de I sospiri del mio cuore aveva acquistato la bambola gatto in Germania.
Muta ha un destino del tutto diverso: nel primo film era un randagio indipendente e sussiegoso che ne La ricompensa del gatto si trasforma in una sorta di Obelix dal carattere scontroso: appassionato di cibo, passa il tempo litigando con Toto, corvo aiutante di Baron e ostenta insofferenza per il dramma di Haru anche se non si tirerà mai indietro nei combattimenti: si scoprirà che altri non è che Renaldo Moon, temibile fuorilegge del mondo dei gatti, e Moon era il nome che Seiji aveva dato al randagio nel film precedente.
Il regno dei gatti è la tipica fantasia Ghibli, una dimensione fantastica regolata da altre leggi, dove il male e il bene si confondono l’uno nell’altro. Anche la risoluzione è fedele allo stile Ghibli: una fuga librata nel cielo conclusa grazie all’aiuto dei corvi: il tema del volo è quindi presente anche in quest’opera minore.

Il gabinetto del Dottor Caligari

Loccaligaridalverme Das Cabinet des Dr.Caligari
Germania 1920
con Friedrich Fehér, Werner Krauss, Conrad Veidt, Lil Dagover
regia di Robert Wiene

Il folle Francis confida come lui e la sua fidanzata siano finiti in manicomio: alcuni anni prima durante la fiera di Holstenwall, paese natìo dei protagonisti, arriva una strana attrazione, il dottor Caligari e il sonnambulo Cesare che solo il medico è in grado di risvegliare per fargli predire il futuro. Cesare profetizza l’imminente morte di Alan, amico fraterno di Francis anche se rivale in amore per le grazie della bella Jane. Alan muore effettivamente nella notte e Francis sospetta che sia stato lo stesso sonnambulo ad aver compiuto gli efferati delitti che si sono verificati dall’arrivo in città di Caligari ma un altro criminale viene arrestato in flagrante mentre sta per compiere un terzo omicidio anche se si professa innocente per i due precedenti. Francis si mette a sorvegliare attentamente la roulotte di Caligari e vede che il dormiente Cesare non esce mai dalla sua bara anche se Jane, sfuggita a un tentativo di rapimento che la condurrà alla pazzia, asserisce che il rapitore fosse proprio il sonnambulo.
Si scopre che quello dentro la bara è solo un manichino e inseguendo il Dottor Caligari i poliziotti lo vedono rifugiarsi dentro il manicomio: Caligari non è altro che il direttore della struttura ossessionato dalla figura del Dottor Caligari tanto da voler reincarnare l’imbonitore italiano che un secolo prima era riuscito a far compiere al sonnambulo Cesare azioni violente che l’uomo non avrebbe mai compiuto di sua spontanea volontà.

Ilgabinettodeldottorcaligari Non avevo mai visto Il Gabinetto del Dottor Caligari quindi non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di vederlo al Teatro dal Verme in occasione del Gran Festival del Cinema Muto milanese con orchestrazione dal vivo su partitura originale.
Il film è uno dei capolavori fondanti dell’Espressionismo Tedesco e per originalità di soluzioni compositive e di ripresa è ancora oggi uno un caposaldo da vedere per chi volesse fare regia: già il fatto che un film del 1920 inizi con un flashback è molto innovativo.
La pellicola è girata in un teatro di posa ma le scenografie sghembe riescono a creare un’atmosfera angosciante che mi hanno fatto tornare alla mente le geometrie impossibili tante volte citate da Lovecraft nei suoi racconti.
I fondali dipinti seguono i dettami dell’Espressionismo Tedesco pittorico: anche se la pellicola è in bianco e nero (quasi sempre virata in blu, rosso e giallo) i tratti fortemente impressi sui fondali possiedono tutta l’energia dei lavori di Ernst Ludwig Kirchner (non per nulla alla fine della recente mostra genovese sull’Espressionismo Tedesco Il Gabinetto del Dottor Caligari passava tra gli spezzoni dei film derivati dal genere artistico fondato da Kirchner).
Caligarimanicomio Oltre che una valenza simbolica le linee hanno anche un significato compositivo: attraggono l’attenzione dello spettatore sull’attore che si trova al centro delle geometrie create (il cortile del manicomio, la piazza di Holstenwall) o ne segue le linee a zig zag (la scala degli uffici pubblici) e sanno creare sia spazi angusti e claustrofobici che dimensioni più ampie e spaziose conservando sempre con un senso di irrealtà.
Il gioco delle ombre così caratteristico dell’espressionismo tedesco anticipa la scena del Nosferatu di Murnau: l’omicidio di Alan inizia con l’ombra dell’assassino riflessa sul muro e incombente sul letto del dormiente esattamente come avviene per la visita notturna del vampiro alla bella Helen Hutter.
La macchina da presa è fissa ma Wiene non opta quasi mai per una ripresa frontale classica, posiziona la cinepresa o di lato o leggermente in alto, sempre slittamenti minimi poco percepibili dallo spettatore ma che contribuiscono al senso di straniamento che esplode nella delirante bolgia del sottofinale nel manicomio: il racconto di Francis è vero o è solo la paranoia di un folle?
L’inquietante domanda per lo spettatore si è trasformata in una tragica realtà: dietro quello che viene considerato il primo horror della storia del cinema si nasconde una riflessione sulla Germania post-bellica: il dottor Caligari rappresenta l’ordine prestabilito che cerca di manipolare la volontà del cittadino portandolo a compiere azioni orrende che non avrebbe mai compiuto spontaneamente, il riferimento degli sceneggiatori era alla Prima Guerra Mondiale, non immaginavano che pochi anni dopo un ben più terribile burattinaio sarebbe arrivato a manipolare il popolo tedesco.

Caligaricesare

Internazionale a Roma

Internazionale un progetto a cura di CineAgenzia

Internazionale porta al Palazzo delle Esposizioni i migliori documentari prodotti nell’ultima stagione, selezionati per il festival che la rivista organizza da anni a Ferrara e che si è imposto come uno degli appuntamenti più interessanti e innovativi nel panorama culturale nazionale. Il pubblico della capitale avrà così l’occasione di condividere una delle importanti sezioni che compongono la manifestazione, la rassegna di documentari, pensata come l’indice di un ipotetico numero del settimanale, fatto questa volta non di testi e fotografie ma di immagini in movimento, con la stessa attenzione per la qualità dell’informazione e della “scrittura” e uno sguardo attento sull’attualità internazionale.
Grazie alla collaborazione tra Internazionale e il Palazzo delle Esposizioni l’intero programma di documentari vedrà la presenza di ospiti e di redattori del settimanale, che presenteranno al pubblico le proiezioni e i temi dei film, spesso ignorati dai media dominanti, se non quando si impongono con i toni dell’emergenza.
A legare i film scelti non è la geografia, visto lo sforzo di andare a toccare i paesi più lontani, dal Nicaragua alla Corea del Nord, dall’Islanda alla Sierra Leone, né un tema dominante, poiché i documentari affrontano questioni diverse, per quanto inevitabilmente interdipendenti, come crisi economica, diritti umani, migrazioni e conflitti. A emergere come elemento unificante è piuttosto la necessità di guardare queste immagini, e la realtà che ci circonda, senza fidarci troppo delle apparenze e del nostro stesso punto di vista: è la prima lezione di ogni reporter, è quello che ognuno di noi deve allenarsi a fare per affrontare la complessità del mondo e smontare la banalità dei pregiudizi.

Si ringrazia Ferrara sotto le Stelle

PROGRAMMA

06/10/2010 21:00
The Red Chapel – documentario
Ingresso libero
di Mads Brügger. Danimarca, 2009 (88′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Presentano Giovanni De Mauro (Direttore di Internazionale) e Sergio Fant (CineAgenzia). Alla presenza del regista Mads Brügger
Un giornalista senza scrupoli e una coppia di improbabili comici di origini coreane partono dalla Danimarca per andare in Corea del Nord. Autorizzati a entrare nel paese, metteranno a dura prova il senso dell’umorismo dei nordcoreani e il culto del “Caro Leader”, Kim Jong-il. Una satira spietata che prende di mira il paese più chiuso del mondo.

07/10/2010 21:00
Stolen – documentario
Ingresso libero
di Dan Fallshaw e Violeta Ayala. Australia, 2009 (77′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Presenta Sergio Fant (CineAgenzia).
Partiti per documentare la situazione dei sahrawi, il popolo originario del Sahara Occidentale, due registi australiani scoprono una realtà nascosta: l’esistenza della schiavitù nei campi profughi del Fronte Polisario. Tra minacce, pressioni politiche e servizi segreti, Fallshaw e Ayala si trovano coinvolti in un intrigo internazionale e il loro documentario si trasforma in una spy story.

08/10/2010 21:00
Last Train Home – documentario
Ingresso libero
di Lixin Fan. Canada, 2009 (87′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Presenta Junko Terao (Internazionale)
Ogni primavera le città cinesi piombano nel caos: milioni di persone si riversano nelle stazioni per andare a festeggiare il capodanno nei loro villaggi di origine. Sono soprattutto operai che lavorano nelle grandi città industriali della costa. Nel suo remiatissimo film d’esordio, il regista Lixin Fan ha seguito i viaggi e le speranze degli Zhang, una delle tante famiglie divise tra città e campagna, tradizione e modernità.

09/10/2010 18:30
The Town of Badante Women – documentario
Ingresso libero
di Stephan Komandarev. Bulgaria, 2009 (70′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Presenta Andrea Pipino (Internazionale)
A Varshets, in Bulgaria, il tasso di disoccupazione è altissimo. Per molte donne la soluzione è andare in Italia a lavorare come badanti. Partono per stare un anno, ma spesso si fermano più a lungo. Intanto a Varshets cambia anche lo stile di vita degli uomini, tra faccende domestiche e strategie di auto-aiuto, aspettando i soldi che una volta al mese arrivano dall’Italia e le visite (sempre più rare) delle mogli.

09/10/2010 21:00
Bananas!* – documentario
Ingresso libero
di Fredrik Gertten. Svezia, Danimarca, 2009 (87′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Il Nemagon, un pesticida vietato negli Stati Uniti dal 1977, è stato usato nelle piantagioni di banane del Nicaragua, dove in alcune zone acqua, terra, cibo e perfino il latte materno sono stati contaminati, danneggiando gravemente la salute dei braccianti. Juan “Accidents” Dominguez, un avvocato di Los Angeles specializzato in rimborsi milionari, fiuta il caso della sua vita e a nome di oltre diecimila nicaraguensi cita in giudizio la multinazionale Dole Food. Una vittoria segnerebbe un precedente storico, rendendo possibili richieste di risarcimento da parte di tutte le vittime dei pesticidi nel mondo.

10/10/2010 18:30
God Bless Iceland – documentario
Ingresso libero
di Helgi Felixson. Islanda, Germania, Svezia, 2009 (90′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Nell’ottobre del 2008 l’Islanda è travolta da un collasso economico senza precedenti. Le tre maggiori banche nazionali falliscono nella stessa settimana e il 22 gennaio 2009 il governo si dimette, dopo settimane di violente proteste. Una delle crisi più clamorose del capitalismo globale raccontata attraverso la vita della gente comune.

10/10/2010 21:00
War Don Don – documentario
Ingresso libero
di Rebecca Richman Cohen. Stati Uniti, 2010 (85′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Presenta Jamila Mascat (Internazionale)
Issa Sesay, ex comandante ribelle della Sierra Leone, aspetta il suo processo nella sede del tribunale internazionale creato dalle Nazioni Unite. È accusato di crimini contro l’umanità: arruolamento di bambini, mutilazioni, stupri e genocidio. I suoi difensori, però, sostengono che ha protetto i civili e ha giocato un ruolo decisivo nel processo di pace. Raccogliendo le testimonianze degli avvocati, delle vittime e dello stesso Sesay, il film mette “sotto processo” il sistema della giustizia internazionale: la condanna di un uomo può chiudere i conti con il passato traumatico di un intero paese?

informazioni:

Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 a, Roma

http://www.palazzoesposizioni.it

INGRESSO LIBERO SINO A ESAURIMENTO POSTI

Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card

Operazione Valchiria

Operazionevalchiria,jpg

L’ Operazione Valchiria e’ l’ultimo e il piu’ celebre dei 15 attentati (tutti falliti!) perpetrati dai vertici dell’esercito tedesco ai danni di Adolf Hitler. L’operazione, avvenuta meno di un anno prima della rovinosa caduta del Terzo Reich, non puntava solo all’eliminazione fisica del tiranno, ma contava di fargli seguire un colpo di stato che decapitasse i vertici delle SS operando una geniale modifica di una direttiva di difesa interna dello stato nazista. 
Preceduto da una serie di insinuazioni e pregiudizi su una forte ingerenza di Tom Cruise sulla direzione della pellicola, il film si rivela piu’ che dignitoso, sorretto da una buone dose di tensione, forse e’ un poco lunga la prima parta che narra come Stauffenberg perse un occhio e una mano durante un attacco aereo sul fronte africano. 
Un Tom Cruise misurato nella sua interpretazione, con ciuffo riccioluto e mascella volitiva fa rivivere i divi degli anni '50 e l’atmofera d’antan pervade tutta la pellicola nella costruzione molto classica della sceneggiatura e nella fotografia che riportano ai grandi film di guerra anni '50/'60 con il loro bagaglio retorico che non manca neppure qui e forse la pecca piu’ grave dell’opera e' il voler attribuire al protagonista sentimenti umanitari e contemporanei (compreso il ripudio dello sterminio degli ebrei) che molto probabilmente non appartenevano al personaggio storico, spinto piu’ dal desiderio di agire per il bene supremo della nazione anche a costo di eliminare un capo a cui aveva giurato fedelta’ ma che aveva fallito e stava portando la Germania alla rovina; ma del resto il film si apre con una didascalia che dice chiaramente che il film si ispira solo a vicende reali, abbandonando fin da subito la ricerca di una verita’ storica.

Tiffany e i tre briganti

La piccola Tiffany, rimasta orfana, sta per essere tradotta in orfanotrofio. La bimba non sa che e’ un luogo terribile dove i bambini vengono sfruttati da una cattivissima maestra  (unica.. giuro, non ce ne sono altre!), ma durante il viaggio la sua carrozza viene assaltata dai tre feroci briganti che infestano il bosco. Delusi dal magro bottino i briganti vorrebbero abbandonare la bambina in mezzo alla foresta, ma Tiffany li convince a prendersi cura di lei dicendo di essere una principessa, figlia di un maraja’ disposto a pagare un grosso riscatto per riaverla con se’, ma quando i briganti scopriranno che si tratta solo di un’orfanella..


Tiffanyei3briganti

Cartone animato tedesco, tratto dal racconto di Tomi Ungerer ; una favola rivolta al pubblico dei piu’ piccini, che puo’ coinvolgere anche gli adulti per la ricchezza del disegno. La foresta e’ un luogo immaginifico, dove gli alberi possono avere una cintura in vita o ospitare un un rubinetto, con dettagli che possono richiamare lo stile del nostro Jacovitti, c’e’ anche un unicorno che cammina srotolando le gambe. Angosciante la rappresentazione dell’orfanatrofio dove i colori grigi sono sottolineati dalla nuvola rossa che esce dalla ciminiere e stilla sangue su tutta l’inquadratura, facendo facilmente pensare alla rappresentazione di un campo di concentramento. 
Lieto fine obbligatorio con un sottofinale anarchico e ridanciano a torte in faccia.
Decisamente piacevole.

Die bergkatze (The wild cat)

Die bergkatze%0AdiebergkatzeGermania 1921
con Pola Negri
regia di Ernst Lubitsch
titolo italiano Lo scoiattolo
titolo internazionale: The wildcat

Il tenente Alexis, damerino rubacuori, viene destinato ad una guarnigione spersa sui monti dove l’annuncio del suo arrivo mette in moto le trame matrimoniali della moglie e della figlia del comandante della fortezza.
Ma lungo il tragitto il bel militare viene aggredito dai briganti e si invaghisce, ricambiato, di Rischka, la figlia del capobanda..

Divertentissima commedia firmata dal regista tedesco che contiene i temi principali dell’opera lubitschiana: la satira sul potere e sul matrimonio sottolineati da una grande carica eversiva e da una scenografia ai limiti del surreale, caratteristiche che rendono il film particolarmente grottesco.
Il potere militare e’ messo alla berlina da soldati lavativi e codardi, mai pero’, quanto il loro comandante. Esilaranti le scene del trasferimento di Alexis con una folla di donne piangenti che accorrono per salutarlo, ironica precognizione di quel che, qualche anno dopo, si realizzo’ drammaticamente ai funerali di Rodolfo Valentino.
Altrettanto innoqua e’ la banda di predoni, comandata in verita’ dalla bella Rischka .
La passione che sboccia tra lei ed Alexis porta i terribili malfattori ad introdursi nel forte che sta festeggiando il fidanzamento tra il tenente e la figlia del comandante; i briganti si travestono e partecipano alla festa che si trasforma in un’orgia distruttiva, tra scambi di persona e continui furti.
Per quel che concerne il matrimonio, Lubitsch rappresenta chiaramente il suo pensiero mettendo in scena una cerimonia dove il legame tra i due promessi e’ sancito da una catena da forzati che lega i polsi dei due sposi.
Quando al bizzarro banchetto che segue le sue nozze, Rischka scopre dal foglio di giornale che fa da tovagliolo che anche Alexis e’ ormai convolato, scoppia in lacrime ed e’ commovente come il marito, che la ama veramente, forzi la catena per renderle la liberta’.
Ma quando la bella selvaggia si rende conto che anche la figlia del comandante e’ perdutamente innamorata di Alexis, fara’ di tutto per far disamorare di se’ il tenente e, riuscitaci tornera’ dal marito che nel fattempo ha sciolto metri di neve con le sue lacrime.
Se e’ chiaro il pensiero di Lubitsch sul matrimonio, molto piu’ complesse appaiono le sue idee sull’amore che pare funzionare solamente tra esseri simili e va conquistato con fermezza (il bislacco corteggiamento del predone a Rischka) e pazienza (la sopportazione da parte della moglie delle avventure sentimentali di Alexis).

Diebergkatzemascherino Oltre la scenografia di chiara matrice surrealista, la pellicola si distingue per l’uso originale del mascherino che fa da cornice al fotogramma: sono numerissimi e con le funzioni piu’ disparate, a volte puramente ornamentali, altre con il compito di dare enfasi all’immagine: la scalata al forte presenta un mascherino verticale che stringe l’immagine acuendone il senso di verticalita’, o addirittura con funzioni simboliche: le scene dei briganti hanno un mascherino a denti di pescecane con forte venatura drammatica che contrasta con la natura paciosa e smidollata della banda.

Il film, presentato a strade del cinema 2005 di Aosta, e’ stato musicato dal vivo dal gruppo fancese La Tendresse che ha fatto un’ottimo lavoro pieno di sfumature jazz che hanno sconfinato nel rock durante la simbolica cerimonia nuziale.
Coraggiosa ma interessante la scelta di rimanere in silenzio durante le scene della festa al forte, quando le immagini mostravano un’orchestra che suonava.

Vogliamo vivere!

Vogliamovivere! To be or not to be
Usa 1942
con Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack
regia di Ernst Lubitch

Era da tanto che non ridevo cosi’ per un film, ma del resto era una vita che non vedevo un fim di Lubitsch!
Stranamente non avevo mai considerato molto Vogliamo vivere!, quindi e’ stato con vero piacere che ho ritrovato le avventure di Maria e Joseph Tura, coppia di attori polacchi, sposati nella vita, la cui commedia Gestapo viene censurata perche’ nel 1939 i rapporti con la vicina Germania stanno precipitando vertiginosamente. La compagnia ripiega sull’Amleto di Shakespeare e il monologo di “essere o non essere” offre l’adito a Maria Tura per incontrare il suo spasimante, il pilota Sobinski; sarà proprio l’aviatore a scoprire, dalla sua base in Inghilterra, una spia nazista che si sta recando a Varsavia per sgominare la Resistenza proprio dal fatto che non conosce la fama della bella Maria.
Tornato in patria, Sobinski riuscira’ a salvare i partigiani dai nazisti grazie all’aiuto della compagnia dei Tura che utilizzano i loro costumi di scena di Gestapo per fingersi  gerarchi in una girandola di equivoci e colpi di scena.

Carolelombardtobeornotobe


Una commedia divertentissima che se la gioca, a livello qualitativo, con Il grande dittatore di Chaplin: geniale soprattutto l’inizio quando una scena in un ufficio militare tedesco si rivela essere solo una prova teatrale, creando una distorsione della realta’ che pone su un livello surreale le graffianti battute che caratterizzano il film evitando che risultino solamente ciniche.


Vogliamovivere


La tragedia della follia nazista e’ sempre ben presente sullo sfondo e Lubitsch ce la mostra con brevi dettagli, quasi delle pennellate impressioniste, del resto per me l’immagine che meglio rappresenta l’assurdita’ della guerra e’ proprio in un’opera del grande regista tedesco, in un film minore L’uomo che  ho ucciso (Broken Lullaby, 1932) che inizia con una carrellata su un plotone di dragoni inginocchiati in una chiesa ognuno con la propria affilata lama la fianco: il contrasto tra le spade in primo piano e la spiritualita’ della liturgia e’ molto significativo.
To be or not to be e’ stato l’ultimo lavoro di Carole Lombard, scomparsa in un incidente aereo durante una campagna di raccolta fondi per le truppe americane, la sua tragica morte segno’ il declino della carriera del marito: “the king” Clark Gable.


Tobeornottobe


Ho pensato che la bellezza della pellicola valesse senza alcun dubbio l’acquisto di un dvd, invece che tenere la copia un po’ rovinata ( anche se v.o.s.) trasmessa da FuoriOrario, ma una breve ricerca tra i piu grandi rivenditori di DVD in rete ha dimostrato che non esiste nessuna versione restaurata o con extra significativi di questo film, un vero peccato.