Il grande amore

The Old Maid
USA 1939 Warner Bros
con Bette Davis, Miriam Hopkins, George Brent, Donald Crisp, Jane Bryan, Louise Fazenda, James Stephenson, Jerome Cowan, William Lundigan, Cecilia Loftus, Rand Brooks, Sidney Bracey
regia di Edmund Goulding


Ilgrandeamore


1860: il giorno delle nozze di Delia Lovell con il banchiere Jim Ralston, torna in città Clem Spender, ex fidanzato di Delia di cui la ragazza non aveva più avuto notizie da due anni. La aiuta la cugina Carlotta che si reca alla stazione per informare Clem delle nozze imminenti e della preghiera di Delia di non fare scenate. Carlotta però è da sempre innamorata da Clem e gli resta vicina nella delusione. Poco dopo Clem parte per la guerra e muore sul campo di battaglia. Carlotta, che è rimasta incinta mette su un asilo per gli orfani di guerra e nasconde la figlia illegittima, Tina, tra gli altri orfani. Il cognato di Delia, Joe Ralston è da sempre innamorato di Carlotta e finalmente i due stanno per convolare a nozze ma sia la famiglia della ragazza che i Ralston spingono perché smetta di di occuparsi attivamente dell’orfanatrofio. Il giorno delle nozze Carlotta rivela a Delia il motivo per cui non può abbandonare la sua atività benefica: la piccola Tina è sua figlia, l’iniziale comprensione della cugina si trasforma in gelosia quando scopre che è figlia di Clem, l’uomo di cui è sempre stata innamorata. Con la scusa della salute precaria di Carlotta, Delia annulla le nozze. Poco dopo Delia resta vedova e chiede a Carlotta di trasferirsi da lei con la bambina. La piccola Tina nutre da subito un grande affetto per Delia e spontaneamente la chiama mamma e come i figli della donna si rivolge a Carlotta chiamandola zia. Per amore della figlia Carlotta si sacrifica a passare per la zia zitella e severa arrivando a lasciare che Tina venga adottata da Delia per avere una degna posizione e sposare il ricco rampollo di cui è innamorata.



Il grande amore


Tratto da un adattamento teatrale di una novella di Edith Wharton, Il grande amore è un solido melodramma di quelli che all’epoca venivano definiti women’s picture, storie al femminile destinati a un pubblico prettamente femminile: Bette Davis fu una grande protagonista del genere che le permetteva di esprimere tutta la sua ampia gamma drammatica.
In questo film è ancora una volta protagonista di una grande trasformazione: la bella e volitiva ragazza che sacrifica la virtù per amore di un uomo per sapendo che è innamorato di un’altra diventa una zitella arcigna e severa segnata dalle delusioni della vita.
Dopo aver anticipato l’uscita di Via col Vento nel 1938 con il film ambientato durante la guerra civile La figlia del Vento, l’attrice torna nell’anno del successo del kolossal a girare una vicenda ambientata nuovamente nello stesso periodo storico.
Il grande amore è il film seguente del grande successo della Davis uscito lo stesso anno, Tramonto e nella nuova pellicola ritroviamo George Brent nel ruolo dell’uomo amato dalle due cugine (il ruolo era stato pensato inizialmente per l’altro protagonista maschile del film, Humphrey Bogart) e il regista Edmund Goulding che si mette completamente al servizio di questo melodramma dalla trama intricata e dagli abiti sontuosi, unico virtuosismo il gioco di luci sul monologo di Carlotta che aspetta il rientro dal ballo della figlia alternando le frasi con cui accoglierla con un tono materno per passare poi a quello arcigno della zia.



Ilgrandeamore


Bette Davis avrebbe voluto interpretare entrambi i ruoli delle cugine ma poi le viene affiancata Miriam Hopkins con cui la Davis da vita alle molte scene madri del film. La potenza drammatica e la bravura delle attrici sono infatti il punto forte della pellicola in grado di scandagliare tutte le luci e le ombre di due cugine cresciute dalla nonna, legate dalle confidenze, divise dalla gelosia per l’amore per lo stesso uomo che rivedono in Tina, tra sottili vendette e accese sfuriate le due donne riusciranno a perdonarsi e a vivere insieme per il resto della loro vita: unica prospettiva concessa a due ultra quarantenni con i figli ormai accasati nella rigida Gilded age della fine ottocento americano.



Theoldmaid


Viene criticata la traduzione del titolo originale che in italiano sarebbe La zitella, io trovo che Il grande amore sia un titolo interessante che allude all’uomo amato dalle due protagoniste ma anche all’amore materno che porta Carlotta a rinunciare a tutto per il bene della figlia.

Rocco e i suoi fratelli

Italia 1960 Titanus
con Alain Delon, Annie Girardot, Renato Salvatori, Katina Paxinou, Alessandra Panaro, Spiros Focás, Corrado Pani, Roger Hanin, Paolo Stoppa, Suzy Delair, Claudia Cardinale, Max Cartier, Rocco Vidolazzi, Claudia Mori, Adriana Asti, Rosario Borelli, Renato Terra, Enzo Fiermonte, Nino Castelnuovo
regia di Luchino Visconti



Roccoeisuoifratelli


Alla morte del marito, Rosaria Parondi, con i quattro figli, raggiunge il primogenito a Milano. I Parondi arrivano mentre Vincenzo festeggia il fidanzamento con Ginetta mettendo da subito in crisi il rapporto con la famiglia della ragazza: il fidanzamento viene interrotto e Vincenzo e Ginetta potranno sposarsi solo con un matrimonio riparatore. Un giorno Vincenzo incontra per le scale una ragazza scarmigliata, Nadia che gli racconta di aver litigato con i genitori troppo severi. Vincenzo la fa entrare in casa chiedendo alla madre di darle qualche indumento pesante, Nadia chiacchiera con i fratelli Parondi invitandoli a praticare la boxe a cui si era già avvicinato Vincenzo ma quando arrivano le guardie che dovrebbero aiutarla, la ragazza fugge dalla finestra. Simone e Rocco decidono di frequentare la palestra e Simone viene notato per la sua prestanza fisica. La sera del suo primo incontro ritrova Nadia ad aspettarlo e i due iniziano una relazione anche se per la ragazza Simone è poco più di uno dei suoi abituali clienti. Per mantenere Nadia, Simone si arrangia con piccoli furti, uno anche ai danni della lavanderia in cui Rocco è impiegato come fattorino. Una sera Nadia avvicina Rocco per restituirgli la refurtiva del negozio e far dire a Simone che lei lascia la città. Rocco riporta i gioielli in lavanderia e poi si licenzia, sfruttando la scusa dell’imminente partenza per il militare. Proprio nella città dove svolge il servizio di leva il ragazzo ritrova Nadia che gli racconta di esser appena uscita di prigione e di essere una prostituta. Rocco la invita a cambiare vita e quando finisce il militare i due si ritrovano a Milano e intraprendono una relazione. Simone intanto, sempre più schiavo dei vizi, è ormai alla fine della breve carriera pugilistica, Rocco viene notato mentre gli fa da sparrow e iniza a boxare con successo. Intanto Simone viene a sapere della relazione del fratello con Nadia e organizza una spedizione punitiva con i ragazzotti del suo bar violentando Nadia davanti al fratello e poi facendo a botte con lui. Rocco va a vivere da Vincenzo e Ginetta e decide di lasciare Nadia convinto di aver fatto un torto a Simone, troppo innamorato della ragazza, Nadia promette di vendicarsi e torna con Simone sempre più abbrutito dall’alcol. Quando viene ricercato dalla polizia per il furto ai danni di Duilio Morini, il boxeur che lo aveva scoperto, Rocco che non aveva mai voluto diventare davvero un pugile, s’impegna a gareggiare professionalmente per ripagare il furto e salvare il fratello dalla prigione. Nadia rivela a Simone di non amarlo e di essere stufa di lui, Simone la uccide poi torna a casa dove Rocco festeggia un’importante vittoria per cercare aiuto ma interviene Ciro che rompe la catena omertosa denunciando il fratello.



Roccoeisuoifratelli

Luchino Visconti, uno dei padri del neorealismo chiude il cerchio con una delle più alte espressioni del cinema italiano da dove l’aveva iniziato: se il suo secondo film, La Terra Trema era stato l’apoteosi più intransigente del neorealismo portando la storia dei Malavoglia al cinema in stretto dialetto siciliano, Rocco e i suoi fratelli, capitolo conclusivo dell’esperienza neorealista viscontiana, ha ancora tra i vari referenti letterari, I Malavoglia di Verga.



Roccoeisuoifratelli

Al centro del capolavoro del 1960 c’è il tema dell’immigrazione nelle grandi città del Nord, il bianco e nero della pellicola ci racconta una Milano notturna, fosca e inospitale che sa però raccontare momenti di pura poesia come il risveglio in una mattina di neve, che per i Parondi significa lavoro per tutti i cinque fratelli come spalatori.
Visconti trasforma il contrasto tra Nord e Sud in uno scontro tra presente e mito: il ricordo dell’infanzia felice che non potrà tornare con i cinque fratelli uniti come le dita di una mano, le antiche tradizioni perdute: il lancio della pietra sull’ombra del primo che passa come sacrificio propiziatorio per la costruzione della nuova casa ha il suo corrispettivo nell’omicidio di Nadia che segnerà la fine dell’unità famigliare, già compromessa dall’impossibilità di tornare al paesino del Sud ormai mitologico, perché anche lì, se qualcuno dei Parondi avrà modo di tornarci, forse il piccolo Luca, il progresso avrà ormai trasformato ogni cosa.
Su queste tematiche di fondo il regista innesta il suo registro preferito, il melodramma creando un triangolo amoroso tra Simone, Rocco e Nadia. La violenza con cui Simone reagisce alla scoperta della relazione tra il fratello e Nadia, anche se la loro storia era finita da due anni, ha causato molti problemi con la censura: addirittura la scena dell’omicidio che si svolge all’Idroscalo venne girata sui laghi romani perché, nonostante i permessi per girare a Milano, la provincia intervenne dicendo che l’Idroscalo rappresentava un luogo per famiglie e per sportivi e l’omicidio di una prostituta ne avrebbe rovinato l’immagine. Ancora più pruderie smosse la scena della violenza carnale che venne oscurata e recuperata solo dal recente restauro per L’Immagine ritrovata.
Purtroppo non sono episodi di censura che fanno sorridere come quello del cambio di nome della famiglia da Pafundi a Parondi perchè il primo cognome era talmente diffuso in Lucania da comprendere anche prelati e alte cariche pubbliche. Il racconto della prevaricazione di Simone su Nadia è chiaramente la narrazione di un femminicidio e senza la miopia bigotta del tempo troppo impegnata a salvare le apparenze, forse oggi saremmo più strutturati per affrontare questa piaga.

Il tè nel deserto

The Sheltering Sky
GB, Italia, 1990
con Debra Winger, John Malkovich, Campbell Scott, Jill Bennett, Timothy Spall, Eric Vu-An, Philippe Morier-Genoud, Nicoletta Braschi
regia di Bernardo Bertolucci



Il tè nel deserto


Port e Kit Moresby, una coppia di artisti americani, intraprende un viaggio in Africa partendo dall’Algeria, con loro c’è il ricco George Tunner, corteggiatore di Kit. Kit e Port sono una coppia ormai stanca che cerca nuovi stimoli nell’esotismo africano. Dopo essersi traditi a vicenda, i due si liberano di Tunner e proseguono il loro viaggio nell’Africa più profonda. Port muore di tifo in un forte militare mentre Kit diventa l’amante del capocarovana Tuareg a cui chiede un passaggio. Scacciata dalle mogli mentre Belqassim è lontano, Kit finisce malmenata dalla folla del villaggio. Viene ritrovata in un ospedale dai diplomatici americani allertati da Tunner che non ha mai smesso di cercarla, ma la donna preferisce non incontrarlo.



Ilteneldeserto


dopo l’enorme successo de L’ultimo Imperatore Bertolucci gira questo film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore e poeta americano Paul Bowles che partecipa anche alla pellicola, con il ruolo del Narratore: lo scrittore che osserva e interagisce con i suoi personaggi è il quid che mi ha sempre affascinato de Il tè nel deserto.
Sembra che in questa opera Bertolucci tenti di unire le due anime della sua cinematografia: la grandiosità dei paesaggi e l’indagine sulla relazione di coppia, riuscendovi solo in parte: da un punto di vista visivo è molto interessante la prima parte, cromaticamente virata su tutte le sfumature della terra d’Africa dai gialli e i marroni fino ai rossi violenti, molto intrigante il gioco di chiaro scuri (penso alla corsa di Kit con una guida africana nella casbah per trovare l’hotel quando Port si ammala) ma la parte del viaggio in carovana con i reiterati notturni dai grandi spicchi di luna hanno un po’ il sapore pubblicitario.
Anche per quel che concerne la relazione amorosa dei due coniugi non c’è nulla di nuovo: la fuga dalla noia dal “logorio della vita moderna” rappresentata dalle immagini sepiate della metropoli sui titoli di testa per approdare al decadentismo del Nord Africa, nonostante Port e Kit si professino viaggiatori e non turisti, anche per loro sarà praticamente impossibile entrare in contatto con gli indigeni: a partire dalla prostituta che mormorando dolci parole ruba il portafoglio a Port, fino all mezzo linciaggio subito da Kit una volta scacciata dalla casa di Belqassim.
Kit è la vera protagonista del film: scrittrice di poche fortune trascinata in Africa dall’amore per il marito, un compositore che ha perso l’ispirazione e ormai animato solo dal cupio dissolvi; è lei stessa a definirsi una via di mezzo tra il viaggiatore e turista nel celebre dialogo; Tunner è il simbolo dell’occidente soddisfatto nella propria ignavia, anche se durante la ricerca di Kit prende le distanze dai mostruosi Lyle; la relazione che Kit ha con lui non rappresenta nulla, nata sull’onda di un’ubriacatura da champagne per superare la paura del viaggio in treno. La catarsi e l’elaborazione del lutto avviene con Belqassim, puro amore fisico senza possibilità di dialogo: se all’inizio del viaggio Kit e Port hanno un baule da viaggio, dopo la morte di Port la donna riparte solo con una valigia e alla fine torna al punto di partenza senza nulla se non gli abiti che indossa, un viaggio alla ricerca di sé sottolineato dall’unica battuta che il Narratore scambia con il suo personaggio: “Ti eri persa?”.

Il segreto del Tibet

Werewolf of London
USA 1935 Universal
con Henry Hull, Warner Oland, Valerie Hobson, Lester Matthews, Lawrence Grant, Spring Byington, Clark Williams, J.M. Kerrigan, Charlotte Granville, Ethel Griffies, Zeffie Tilbury
regia di Stuart Walker



Il segreto del tibet


Il botanico Wilfred Glendon è in Tibet per cercare un fiore che cresce con il favore della luna. La pianta si trova in una valle isolata dove le guide non lo vogliono accompagnare e anche un missionario sconsiglia di proseguire il viaggio. Glendon insiste nel raggiungere la vallata e trova il fiore ma viene ferito da una mostruosa creatura. Tornato a Londra lo scienziato trascura la giovane moglie per dedicarsi agli studi della Mariphasa lupina lumina, in una delle poche occasioni sociali organizzate dalla moglie incontra il dottor Yogami interessato alla Mariphasa in quanto unica cura per la licantropia. Inoltre Yogami rivela a Glendon di averlo già a conosciuto e che a Londra ci sono attualmente due lupi mannari. Glendon intuisce che l’essere che lo ha aggredito in Tibet era Yogami in versione licantropa. Alla prima luna piena Yogami ruba i fiori della pianta mentre Glendon senza antidoto si trasforma in lupo mannaro seminando il terrore in città. Quando Yogami tenta nuovamente di rubare la mariphasa, Glendon lo uccide poi volge i suoi istinti belluini sulla moglie che si è avvicinata a un vecchio spasimante…


Il segretodel Tibet


Il segreto del Tibet non è il primo film di licantropi in assoluto ma è il primo film che la Universal dedica al lupo mannaro, data la poca qualità dell’opera il film viene spesso dimenticato in favore del seguente film del 1941 che ha per protagonista Lon Chaney Jr.
Cause dell’insuccesso furono la scelta del protagonista, l’attore Henry Hull che rifiutò il pesante trucco pensato da Jack Pierce e riproposto poi da L’uomo lupo.
Pesò anche l’uscita quasi in contemporanea con La moglie di Frankenstein attesissimo sequel di successo.



Il segretodel Tibet


Costruito come gli horror dell’epoca, Il segreto del Tibet non riesce molto a mischiare l’elemento comico della la zia petulante e le vecchie ubriacone con la trama drammatica che forse è quella più debole. Il confronto tra i due licantropi, entrambi “mad doctor” che si sono infettati in nome della scienza, poteva essere interessante invece si limita alla battaglia per procurarsi il fiore di mariphasa, antidoto alla trasformazione senza approfondire le personalità dei due personaggi.



Werewolf of london


Più che il cotè horror resta interessante quello fantascientifico: il macchinario che crea il raggio lunare per far fiorire la mariphasa anche fuori dal Tibet e soprattutto il marchingegno che permette a Glendon di vedere su uno schermo chi si avvicina al suo laboratorio: un’anticipazione del videocitofono.
Buono, anche se privo di particolari slanci, l’uso delle luci, delle ombre espressioniste e una grande attenzione per le immagini riflesse, simbolo per eccellenza del doppio.

Dagon – La mutazione del male

Dagon, la secta del mar
Spagna 2001
con Francisco Rabal, Ezra Godden, Macarena Gómez, Raquel Meroño, Uxía Blanco, José Lifante, Fernando Gil
regia di Stuart Gordon


Dagon


Paul, giovane americano di origine spagnole, è in vacanza con la fidanzata Barbara sullo yacht del suo capo, Howard, presente con la moglie Vicky. Un giorno sentono una strana musica, che pensano essere religiosa, provenire da un villaggio sulla costa e subito dopo si scatena una tempesta che butta l’imbarcazione sugli scogli, Vicky rimane ferita, Howard decide di restare con lei mentre Paul e Barbara vanno in paese a chiedere aiuto. Imboca si rivela un luogo desolato con una chiesa dedita a uno misterioso culto. Mentre Paul torna sulla nave per scoprire che di Howard e Vicky non c’è più traccia, Barbara viene rapita dagli inquietanti abitanti del posto facendo credere a Paul che sia andata ad avvisare la polizia in un altra città. Scoperto a curiosare sugli insoliti comportamenti degli abitanti di Imboca, Paul viene inseguito, incontrando così Ezequiel un vecchio ubriacone che gli racconta un’incredibile storia sugli imbocani che si sono convertiti al culto di Dagon, divinità marina che pretende sacrifici umani. Cercando di impadronirsi dell’unica macchina del paese, Paul finisce nella villa di Xavier Cambarro il marinaio che ha convertito i compaesani al culto di Dagon. Qui incontra Uxía, la figlia di Cambarro, del tutto simile alla donna che compare nei suoi sogni ricorrenti, anche Uxia sembra conoscerlo ed aspettarlo per sedurlo ma Paul fugge quando si accorge che la donna è una sirena dalla coda bifida. Dopo aver assistito alla cruenta morte di Ezequiel e alle torture inflitte a Barbara che viene poi rapita da Dagon, Paul decide di darsi fuoco ma cade a sua volta nell’antro marino che porta nel regno sommerso della divinità…



Dagon la mutazionedelmare


Mentre il genere horror era dominato da Sadako e l’orda di mostricci giapponesi, il regista americano Stuart Gordon realizzava in Spagna quest’opera già fuori tempo massimo per lo stile visivo molto vicino agli anni’80, con un protagonista un po’ buffo sempre con la felpa della Miskatonic, caso mai non fosse chiaro il legame con Lovecraft.
Il film s’ispira a due racconti di H.P.Lovecraft che hanno per protagonista Dagon, la divinità acquatica del Pantheon dei Grandi Antichi. Il film segue molto da vicino l’ambientazione de La maschera di Innsmouth con il villaggio fatiscente abitato da figure sempre più mostruose tanto più è profondo l’ibridamento con le creature acquatiche: dalle mani palmate, alle branchie sul collo, fino a corpi deformati dai tentacoli.



Dagon la secta del mar


Per Paul è la discesa in un incubo, ogni presunto rifugio è una tappa verso una realtà sempre più orrorifica che ha a che fare con i strani sogni che da sempre lo accompagnano nonostante la madre spagnola non avesse mai voluto fargli avere contatti con la Spagna, nemmeno con la lingua: non è difficile comprendere il perché e tra le stranezze di Dagon c’è anche quella di un bizzarro lieto fine, decisamente insolito per il genere dove di solito il protagonista si può ritenere fortunato se porta a casa la pelle, tutta intera.
La pellicola è un po’ discontinua, ci sono momenti angosciosi come l’inseguimento per le stanze dell’hotel fatiscente, a volte si finisce nel gore: le torture di Ezequiel e Barbara. Gli effetti speciali sono buoni per quanto riguarda i mostri, mentre altri rivelano i segni del tempo.
Resta un’opera passabile, più che apprezzabile per gli amanti del Solitario di Providence.

Amore e guerra

Love and Death
USA, 1975 MGM
con Woody Allen, Diane Keaton, Georges Adet, Féodor Atkine, Yves Barsacq, Lloyd Battista, Jack Berard, Yves Brainville, Brian Coburn, Henri Coutet, Henry Czarniak, Despo Diamantidou, Luce Fabiole, Florian, Jacqueline Fogt, Sol Frieder, Olga Georges-Picot, Harold Gould, Harry Hankin, Jessica Harper
regia di Woody Allen


Amore e guerra


Boris Grushenko è un giovane codardo costretto dall’entusiasmo dei fratelli a seguirli in battaglia quando Napoleone invade l’Austria. Diventato un eroe suo malgrado mentre in realtà era alla ricerca di un riparo, Boris attira le attenzioni della contessa Aleksandrovna; scoperti dal suo amante ufficiale, Lebedokov, Boris viene sfidato a duello. Poiché Lebedokov è un abilissimo tiratore le possibilità di cavarsela per Boris sono nulle così trova il coraggio di chiedere la mano all’amata cugina Sonja, innamorata di suo fratello e rimasta vedova da poco di un mercante di aringhe. Sonja accetta la proposta sicura che Boris non sopravviverà al duello ma miracolosamente ha la meglio. Anche Sonja finisce per innamorarsi di Boris e i due vivono felici fino a quando Napoleone non invade la Russia, la donna convince il riluttante marito a assassinare Napoleone e liberare così la Russia. Il piano però non funziona e Boris viene catturato e giustiziato.



Love anddeath


Amore e Guerra segna la fine del primo periodo artistico di Woody Allen, quello puramente comico.
Il film è una rilettura ironica di Guerra e Pace e della letteratura russa: notevole il pettegolezzo che utilizzando tutti i titoli di Fëdor Dostoevskij.
Allen omaggia anche il suo regista preferito, Ingmar Bergman citando molte sue opere in particolare la danse macabre con la morte de Il Settimo Sigillo e i volti sovrapposti di Persona.



Amore e guerra


Non sono però le uniche citazioni del film: le statue dei leoni parodia di quelle de La corazzata Potëmkin, una comicità slapstick che rimanda ai Fratelli Marx (la scena del duello con Lebedokov) battute da Frankenstein Junior (potrebbe piovere); Sonja che accetta di sposare un pretendente che non ama per dispetto come Rossella in Via col Vento e il nascondiglio dentro il cannone che porta Boris alla gloria volando come Il Barone di Munchhausen



Amoree guerra


Un film estremamente divertente ma che propone tematiche profonde come il rapporto cn la morte e la religione: Boris è affascinato dalla morte fin dall’infanzia che gli appare già in tenera età.



Loveanddeath


Profondamente ateo almeno fino alla ultima notte di vita quando in carcere gli appare un angelo che gli garantisce che verrà graziato all’ultimo minuto, un altro riferimento alla vicenda della mancata fucilazione di Dostoevskij; la profezia per Boris ovviamente non si avvera a sottolineare quanto sentimenti umani come la paura spingano verso la fede.

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Birds of Prey (and the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn)
USA 2020
con Margot Robbie, Mary Elizabeth Winstead, Ewan McGregor, Derek Wilson, Matthew Willig, Jurnee Smollett, Chris Messina, Rosie Perez, Steven Williams, Charlene Amoia, Ali Wong, François Chau
regia di Cathy Yan


Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Harley Quinn ci mette un po’ a rivelare la fine della sua relazione con Joker, ben sapendo che senza la protezione del super criminale la sua situazione a Gotham è cambiata e tutti ora vogliono vendicarsi dei torti subiti dalla ragazza; tra questi il boss Roman Sionis. Per salvarsi la pelle Harly promette di riportargli un diamante a cui Sionis tiene molto e che in mano a una giovanissima borseggiatrice, Cassandra Cain. Harley recupera la ragazzina sui cui Sionis ha comunque messo una taglia.
Per questo motivo anche il fidato Doc rivela il nascondiglio di Harley, ormai pronta a consegnare Cassandra a Sionis ma sulla sua strada incontra la detective Renee Montoya, Dinah Lance cantante e autista personale di Sionis che ha a cuore le sorti della ragazzina e la misteriosa Cacciatrice. Le quattro donne si uniranno e riusciranno a sconfiggere le bande assoldate da Roman, che ha dato vita al suo lato più oscuro trasformandosi in Black Mask.



Birdsofprey


Lo spin-off di Suicide Squad incentrato sulla figura di Harley Quinn è un film caotico come la personalità di Harley e come lei, nonostante tutto, innegabilmente simpatico, tutto merito di Margot Robbie che con il suo carisma riesce a sostenere tutto il film.
Il comic è tutto al femminile, non solo il manipolo di eroine Bird of Prey, ma la regista Cathy Yan, prima regista di origini asiatiche a dirigere un action movie, la colonna sonora cantata solo da interpreti femminili.
L’inno al girl power c’è tutto declinato anche in maniera intelligente, seppure leggera: la necessità da mettere da parte le questioni personali per sconfiggere un nemico comune.
Ovvio che il riferimento vada a Kill Bill, citato in diversi momenti, soprattutto nella storia della Cacciatrice e addirittura il titolo provvisorio del film è stato Fox Force Five, il progetto a cui accenna Mia in Pulp Fiction e da cui si è sviluppata l’idea di Kill Bill.



Harley quinn birds of prey


Molti interessante l’inserto in cui Harley immagina la sua versione di Diamond are the girl’s best friend, l’omaggio a Marilyn è pazzoide come tutto il film ma le sonorità hanno molto di Moulin Rouge!, omaggio che giustificherebbe anche la scelta di Ewan McGregor per il ruolo di Black Mask.
image from gfycat.com Visivamente il film è molto piacevole: costumi pazzi, bella fotografia, ottime le scene d’azione.
La narrazione un po’ confusa che torna in dietro per rispiegare i pezzi saltati rispecchia la personalità logorroica e svampita di Harley Quinn, cuore spezzato per amore che trova conforto in una jena come animale domestico, Arlecchino senza più padrone che trova la sua libertà sognando il panino perfetto.

L’uomo dal braccio d’oro

The Man with the Golden Arm
USA 1955, UA
con Frank Sinatra, Eleanor Parker, Kim Novak, Arnold Stang, Darren McGavin, Robert Strauss, John Conte, Doro Merande, George E. Stone, George Mathews, Leonid Kinskey, Emile Meyer, Ralph Neff, Shelly Manne, Frank Marlowe, Harold ‘Tommy’ Hart, Paul E. Burns, Will Wright, Martha Wentworth, Ernest Raboff, Shorty Rogers
regia di Otto Preminger



Luomodalbracciodoro


Arrestato, il cartaio Frankie Machine sconta la pena in un centro di disintossicazione per l’eroina. Libero torna a casa dove lo aspetta la moglie che si finge paralizzata in seguita a un incidente automobilistico causato dal marito, per non perdere Frankie conscia del sentimento che lo lega a Molly, una bella vicina di casa. Lo aspettano anche Schwiefka, il gestore della bisca clandestina per cui lavorava e soprattutto Louie, il suo spacciatore. Frankie vorrebbe rifarsi una vita e diventare batterista professionista, l’unica che lo appoggia è Molly mentre la moglie e gli altri cercano di farlo tornare alla vecchia vita, in parte riuscendoci ma quando Sophy uccide Louie che ha scoperto che la donna è in grado di camminare lasciando che accusino il marito, Frankie trova la forza di disintossicarsi e andare a chiarire la propria situazione con la polizia ma durante una lite Sophy si alza in piedi rivelando così la sua colpevolezza…






L'uomodalbracciod'oro


L’uomo dal braccio d’oro racconta per la prima volta, dall’entrata in vigore del codice Hays, una storia di dipendenza dalla droga.
Ad interpretare il protagonista c’è un Frank Sinatra in stato di grazia, che riceverà una nomination agli Oscar come migliore attore protagonista, il suo braccio è d’oro per l’abilità come cartaio che lo hanno portato a mescolarsi con la malavita e il talento come batterista che rappresenta la sua occasione di rivalsa, ma quel braccio è anche quello che riceve le iniezioni di eroina di cui assistiamo alla preparazione.



Theman withthe goldenarm


C’è un forte contrasto tra l’innovazione (per l’epoca) del tema e la messa in scena in un teatro di posa che ricostruisce l’angolo del quartiere malfamato in cui si svolge la vicenda di Frankie. I brevi piani sequenza, gli spostamenti continui tra il bar e l’appartamento, il locale della bisca e la casa di Molly fanno sembrare Frankie una pallina impazzita che cerca di uscire dalla sua dipendenza quasi fosse un labirinto, non per nulla nel finale lo vediamo allontanarsi con Molly su una strada principale mentre il fedele Sparrow amico combina guai di Frankie se ne va nell’altra direzione: finalmente Franke è uscito dal vicolo cieco in cui lo aveva ridotto la droga. Lo stesso braccio contorto del poster di Saul Bass che firma anche i titoli di testa riprende un po’ l’immagine di un’unica via di uscita.
Bass è alla seconda collaborazione don Preminger e nel piano sequenza iniziale vediamo il poster di Carmen Jones che ha dato il via alla collaborazione.

La signora senza camelie

Italia 1953
con Lucia Bosé, Gino Cervi, Andrea Checchi, Ivan Desny, Alain Cuny, Monica Clay, Oscar Andriani, Anna Carena, Enrico Glori, Laura Tiberti, Gisella Sofio, Xenia Valderi, Elio Steiner, Luisa Rivelli, Nino Dal Fabbro, Nuri Neva Sangro, Mario Meniconi, Renato Navarrini, Rita Mara, Vittorio Manfrino, Lyla Rocco, Gino Rossi, Emma Druetti, Rita Giannuzzi
regia di Michelangelo Antonioni


Lasignorasenzacamelie


L’attrice esordiente Clara Manni, grazie alla sua bellezza, sembra destinata a una brillante carriera almeno nei film commerciali ma il matrimonio, altrettanto rapido con il produttore che l’ha scoperta mette un freno alla sua carriera: il marito vuole che interpreti ruoli più strutturati e dirige in prima persona una versione di Giovanna d’Arco che si rivela un flop. Delusa dalla carriera e dal matrimonio, Clara si lascia sedurre da un giovane diplomatico e dopo aver aiutato il marito a ripianare la situazione finanziaria decide di rifarsi una vita con Nardo ma l’uomo le fa capire che per lui si è trattata solo di un’avventura. Disperata Clara si confida con un attore che la invita a impegnarsi seriamente nello studio dell’arte drammatica. Clara tenta e dopo qualche mese si ripropone a Cinecittà ma capisce che la sua carriera si basa solo sulla bellezza e non sul talento rassegnandosi a tornare ai film salaci e tra le braccia dell’amante che l’ha ricontattata.



La signora senzacamelie


Se Bellissima di Visconti narrava la delusione del sogno cinematografico, come Lo Sceicco bianco di Fellini, La signora senza camelie, uscito poco dopo e sempre con il contributo di Suso Cecchi d’Amico alla sceneggiatura, narra la delusione di chi a quel mondo è arrivato grazie ai concorsi di bellezza: la Lollobrigida, uscita come la Loren da Miss Italia, rifiutò il ruolo che andò a Lucia Bosè che, come Clara Manni, era stata notata mentre faceva la commessa in centro a Milano.
Dal vago sogno della madre di Bellissima, il discorso metacinematografico si fa più centrato ispirandosi alle vite delle dive del momento e il carrozzone giocoso di Fellini nel finale si trasforma in un incubo senza uscita.



LaSignorasenzacamelie


Il secondo lavoro di Antonioni segna un momento di passaggio tra il neorealismo e la sua poetica più personale dove il paesaggio diventa metafora dello stato d’animo: il viaggio in vaporetto dopo la proiezione fallimentare del film rappresenta perfettamente il mondo di Antonioni: il pianto solitario di Clara, la vicinanza silenziosa (già finta?) del console Rusconi mentre sullo sfondo scorre la linea grigia della laguna. In altri momenti l’ambientazione sarà meno metafisica e quasi soverchiante: la villa in cui il produttore Franchi vorrebbe richiudere la bella moglie ha un cancello che ricorda le sbarre della prigione, che Clara apre felice per andarsene con Nardo che la lascia riaccompagnandola allo stesso cancello, riconsegnandola alla sua prigione. Pur moderna la villa è oscura e con ambienti illogici, le ombre diventano quasi espressioniste nella scena del tentato suicidio di Gianni dopo che il film su Giovanna d’Arco l’ha portato alla rovina.
Profondamente borghesi gli ambienti in cui la madre di Clara cerca di convincerla a non lasciare il marito, anticamente lussuosi quelli del palazzo nobiliare prestato come set dove Clara incontra per la prima volta Nardo: pur snobbando i “cinematografari” nemmeno le classi più alte possono evitare la curiosità verso il mondo del cinema.



Lasignora senzacamelie


La tristezza del piazzale scelto da Clara per incontrarsi la prima volta con il console, le cartacce e l’immondizia che infestano alcuni luoghi per sottolineare lo squallore della relazione tra i due e la pochezza della carriera a cui Clara si deve adeguare.
Buono il cast ben supportato dalla protagonista, con Cervi emiliano gioviale e amichevole nei panni del socio di Franchi, un altero Andrea Checchi; Desny si riconferma nel ruolo di seduttore infingardo, Alain Cluny è Lodi, l’attore serafico e saggio a cui Clara chiede consiglio.

Fedora

Italia 1942
con Luisa Ferida, Amedeo Nazzari, Osvaldo Valenti, Memo Benassi, Rina Morelli, Sandro Ruffini, Annibale Betrone, Augusto Marcacci, Cesare Polacco, Nerio Bernardi, Guido Celano, Beatrice Negri, Alfredo Varelli, Dina Romano, Fedele Gentile, Mirza Capanna, Alfredo Martinelli, Elio Marcuzzo, Giuseppe Addobbati, Nino Marchesini, Domenico Viglione Borghese, Giulio Tempesti, Anna Valpreda
regia di Camillo Mastrocinque


Fedora


La principessa Fedora è innamoratissima del promesso sposo il principe Vladimiro Yaryskine che viene ucciso la notte prima delle notte, si pensa per una vendetta politica. Fedora giura di vendicare l’uccisione dell’amato. Dopo qualche anno la ritroviamo a Parigi dove incontra il pittore  Ivan Petrovic, il pittore s’innamora della principessa ma lei, pur attratta, lo frequenta soprattutto perché lo sospetta di essere l’assassino del promesso sposo. Alla fine Petrovic confessa di essere il fuggitivo Loris Ipanov reo di aver ucciso il principe Vladimiro. Fedora corre a denunciare Loris ma l’uomo la raggiunge e le spiega che la vendetta non è politica ma per una questione d’amore: Vladimiro era l’amante di sua moglie come dimostra la loro corrispondenza dalla cui lettura Fedora scopre che Vladimiro l’avrebbe sposata solo per interesse. Capito l’errore Fedora, per salvare Loris di cui si scopre innamorata, modifica la denuncia rivelando il nascondiglio della madre e del fratello di Loris che muoiono in prigione. Quando confida la sua colpa a Loris e questi non la perdona, la donna si uccide.



Fedora


Il film s’ispira al dramma di Victorien Sardou, il drammaturgo da cui Puccini prese l’ispirazione per la Tosca e Umberto Giordano trasse le opere liriche di Madame Sans-Gêne e la stessa Fedora; nel film c’è solo qualche breve accenno alle musiche dell’opera lirica.
Il film di Camillo Mastrocinque è un robusto melodramma invecchiato dignitosamente per la prova degli attori e per i notevoli i costumi di Luisa Ferida e Rina Morelli nei panni della principessa Olga, logorroica amica di Fedora e protettrice degli artisti russi a Parigi come Ivan Petrovic.
Quello che è sorprendente nel film è la sottile satira politica che rivela la situazione complessa negli ultimi anni della dittatura fascista.
Il film si apre nel palazzo Yaryskine dove vediamo il vecchio principe maltrattare i servi, sapremo poi che la sua crudeltà verso gli avversari politici era tale che lo stesso imperatore lo ha allontanato da corte. Un carattere brutale ereditato anche dal figlio e in diverse occasioni vediamo la servitù o chi ha avuto parenti spediti in Siberia o uccisi imprecare contro gli Yaryskine sperando che il destino si accanisca contro di loro.
Loris Ipanov a Parigi si confida con il vecchio amico amico musicista rimpiangendo la patria lontana: vien quasi da capire il disdoro di Goebbels che l’anno prima alla mostra di Venezia avrebbe messo al muro Blasetti per La corona di Ferro, chissà lo sturbo del terribile ministro della propaganda nazista di fronte a uno script che per buona parte descrive la condizione degli oppressi dal potere e degli esiliati politici!



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Ma l’italico colpo di scena sta nello svelare la natura dell’omicidio: non una vendetta politica ma una questione d’onore e quando la principessa tutta votata alla memoria di Vladimiro si scopre a sua volta cornuta può finalmente permettersi di amare l’aitante Loris con buona pace della censura fascista.
Mentre gli amanti finalmente soggiornano felici in Svizzera in attesa della grazia in un tripudio di fiori di melo e cascate, arriva la ferale notizia della morte dei parenti di Loris per la delazione di Fedora, il colpo di scena definitivo: Fedora si avvelena con il veleno contenuto nella croce dei Yaryskine, antico gioiello che testimoniava la fedeltà delle donne della casata, Fedora lo usa perché ha tradito il suo vero amore e paga la colpa con la vita; perché nel tragico momento del trapasso tra le braccia dell’addolorato Loris la macchina da presa si sposti ancora sui paradisiaci meli in fiore rimane un po’ incomprensibile.