Nina

A matter of time
USA, 1976
con Ingrid Bergman, Liza Minnelli, Charles Boyer, Isabella Rossellini, Tina Aumont, Fernando Rey, Gabriele Ferzetti, Arnoldo Foà, Orso Maria Guerrini, Amedeo Nazzari, Anna Proclemer, Geoffrey Copleston, Spiros Andros, Gerardo Amato, Giampiero Albertini, Claudio Cassinelli
regia di Vincente Minnelli



Nina


L’attrice di grido Nina rievoca i suoi esordi, quando, trasferitasi a Roma dal paesello su invito della cugina Valentina, per fare come lei la cameriera in un hotel demodè, conosce la contessa Sanziani, una nobile decaduta e sull’orlo della demenza che era stata una celebrata bellezza d’inizio secolo nota per i suoi amanti. Nina si lega di sincero affetto all’anziana contessa e impara i segreti del fascino che le permetteranno di vincere un provino e diventare una stella del cinema.



A matter oftime


Nina è l’ultimo film di Vincente Minnelli, il film, che inizialmente doveva durare tre ore, fu massacrato dai tagli di produzione che lo ridussero agli attuali 97 minuti, il regista finì per disconoscere il film che resta comunque il suo testamento.
In Nina tornano infatti tanti temi portanti della poetica del regista: anche se non è un musical Liza canta alcuni canzoni, la dimensione fiabesca e fantastica permea la pellicola che pure è venata di malinconia: Minnelli sente che la sua epoca cinematografica è conclusa ma anche attraverso stili più moderni la magia e il sogno del cinema continuano a vivere non a caso la protagonista è sua figlia Liza Minnelli e il film segna anche l’esordio di Isabella Rossellini nei panni della suora che veglia la Sanziani (la madre Ingrid Bergman) sul letto di morte: un duplice passaggio di testimone.





A matter of time

Ingrid Bergman tratteggia ottimamente la figura della contessa, una donna che scandalizzò il suo tempo per il numero dei suoi amanti scelti sempre in onore del loro genio, l’ispirazione per la figura della Sanziani è sicuramente la Marchesa Luisa Casati ma nella contessa rientrano tutte le divine della Belle Epoque come mostrano i disegni dei quadri che la donna ha venduto nel corso degli anni per mantenersi.
Richiusa nella stanza di un hotel, una volta di grido ora decadente come lei, la contessa Sanziani si rifugia in una dimensione di sogno dove rivive il suo glorioso passato e cerca di mantenere in vita i suoi fantasmi; Nina si lascia affascinare da questo mondo e fa sue le lezioni che più o meno consciamente le impartisce la contessa, in primis quella di essere sempre sé stessa.



-nina


La dolcezza con cui la ragazza si mette al servizio della donna le regala, come in una fiaba, l’occasione della vita: sarà andando in una trattoria di artisti dove la contessa pasteggia gratis come gesto di riconoscenza per aver lanciato il locale quando era una gran dama, sarà lì dicevo, che Nina verrà notata dal produttore che la lancerà nel mondo del cinema e lo stesso provino sarà salvato da Mario, lo sceneggiatore che vive anche lui nell’hotel e porta Nina ad esprimere la sua gamma di emozioni facendola parlare dell’adorata contessa che ormai giace sul letto di morte, investita da un’auto in un momento di follia in cui era uscita per Roma alla ricerca del suo grande amore.



AMatterOfTime


La potenza del sogno cinematografico è dimostrato dall’interscambio tra Nina e la contessa: a volte è la Sanziani ad esser protagonista dei propri ricordi altre volte è Nina che si immagina di vivere gli episodi narrati dalla contessa. Il cast degli amanti della donna è di grido: il marito della contessa è interpretato da Charles Boyer, che con la Bergman girò il celeberrimo Angoscia, in questo caso è un marito che cerca di comprendere la situazione della ex moglie e capita la sua follia la abbandona a sé stessa. E’ l’unico personaggio legato alla Sanziani che ha poco più di un cameo, Amedeo Nazzari non ha neppure una battuta, Orso Maria Guerrini, Orazio il grande amore della contessa, ha giusto un saluto e Fernando Rey a cui la donna si lega solo per il suo patrimonio ha solo una scena, tutta colpa dei tagli che hanno ridotto i personaggi a semplici comparse.
Resta invece la dimensione da cartolina di Roma, con scene girate dal vero dei turisti che invadono i monumenti, la trascuratezza dei monumenti degli anni ’70 però, ben si confà allo spirito maliconico e decadente della pellicola.

Non si sevizia un paperino

Italia, 1972, Medusa Film
con Tomas Milian, Barbara Bouchet, Florinda Bolkan, Irene Papas, Marc Porel, Georges Wilson, Antonello Campodifiori, Ugo D’Alessio, Virginio Gazzolo, Vito Passeri, Linda Sini, Andrea Aureli, Franco Balducci, Rosalia Maggio
regia di Lucio Fulci


Nonsiseviziaunpaperino


Il piccolo borgo di Accendura viene sconvolto dalla morte di tre bambini, il primo ad essere accusato è il matto del paese, poi è la volta della “maciara” una giovane donna considerata una strega che confessa di aver fatto una fattura di morte sui ragazzini che avevano profanato la tomba del suo bambino. Prosciolta dalle accuse, la maciara viene linciata a morte dai genitori delle vittime ma poco dopo un altro bambino viene ucciso e le attenzioni degli inquirenti si rivolgono su Patrizia, ricca e disinibita figlia di un emigrato che ha fatto fortuna al Nord e ha rimandato a casa la ragazza per allontanarla dalla dipendenza della droga. Patrizia inizia a collaborare con Andrea Martelli, scafato giornalista di nera e i due arriveranno a scoprire il colpevole, anche se in maniera fortuita visto che le loro attenzioni non erano concentrate su di lui ma su chi gli stava vicino.



Nonsiseviziaunpaperino

Ottimo film di Fulci che, ispirandosi a un fatto di cronaca di quegli anni, riguardante la morte di alcuni ragazzini, riesce a costruire un giallo piuttosto anomalo che coniuga la ricerca del serial killer con le credenze popolari che sopravvivvono alla rivoluzione dei costumi.
L’immagine d’apertura è sull’autostrada che corre vicino al paese, simbolo di un progresso che ha scalfito di poco la cultura contadina della zona e mentre le macchine sfrecciano, la maciara recupera il corpicino malformato del figlioletto, seppellito nella campagna perché la malformazione veniva letta come testimonianza che il bambino fosse figlio del diavolo e quindi indegno di essere seppellito in terra consacrata.
I ragazzini annoiati conducono una vita libera tra la caccia alle lucertole e la scoperta precoce della sessualità. Il tema scabroso valse problemi con la censura per la scena in cui Barbara Bouchet si mostra nuda a un bambino (che era un nano ripreso di spalle).
Il film va per i cinquant’anni ma le tematiche sono ancora attuali, soprattutto nell’ottusità delle forze dell’ordine che seguono sempre il solito iter per trovare i colpevoli concentrando le indagini sui diversi e i disadattati: se il matto Giuseppe Barra poteva essere ritenuto colpevole perché aveva telefonato ai genitori della prima vittima per cercare di estorcere un riscatto dopo aver trovato il corpo del ragazzino, il destino della maciara sottolinea l’incapacità della giustizia di comprendere la mentalità del paese: solo il maresciallo che da sempre vive a stretto contatto con la popolazione, consiglia di tenere la donna in carcere ancora per qualche tempo, nessuno capisce che la proposta è per salvaguardarla e infatti appena uscita di prigione la donna verrà massacrata a sprangate dai genitori delle vittime dei suoi malefici, in una delle scene più rimarchevoli del film accompagnata dalle note di una struggente canzone d’amore di Ornella Vanoni, Quei giorni insieme a te.



Non sisevizia un paperino


Anche Patrizia, altro elemento estraneo alla società arcaica del paese diventa ben presto un elemento su cui concentrare le indagini: troppo disinibita, troppo ricca (la villa di famiglia viene definita fantascientifica) e i suoi comportamenti bizzarri dettati dalla noia e dai tentativi di resistere al richiamo della droga ne fanno un’altra colpevole ideale.
Le viene in aiuto l’intesa che da subito la ragazza ha costruito con il giornalista de La notte e proprio vedendo sul giornale la testa di un paperino che aveva regalato a una bambina del paese, i due riusciranno a scoprire il vero colpevole e come molto spesso accade il male non sta nell’elemento estraneo alla comunità ma nasce all’interno di essa, da un desiderio malato di estrema protezione della stessa; di certo la visione di Fulci è molto pessimistica perché nessuno dei presunti colpevoli è poi uno stinco di santo e di tutti il regista sottolinea i lati ambigui con un’intezione che va oltre quella di depistare lo spettatore che deve intuire il colpevole.



Nonsiseviziaunpaperino

Il film è costruito con molta eleganza, molto bello il taglio di molte riprese, la luce abbacinante del paese tutto bianco. Il finale che taccio invece mostra un po’ la corda nella rappresentazione dello scontro finale con l’assassino: la sua caduta dal dirupo è ovviamente quella di un manichino ma ripreso senza nessuna accuratezza per nasconderne le fattezze.

La Valle dell’Eden

East of Eden
USA 1955, Warner Bros
con James Dean, Julie Harris, Richard Davolos, Raymond Massey, Jo Van Fleet, Lois Smith, Harold Gordon, Burl Ives, Albert Dekker, Timothy Carey
regia di Elia Kazan



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Cal Trask scopre che la madre da sempre creduta morta in realtà ha abbandonato il marito e I due figli e gestisce una casa di malaffare a Monterey. Il ragazzo cerca di mettersi in contatto con la donna che lo allontana e quando ne parla con il padre questi gli fa promettere di non rivelare nulla al fratello maggiore, Aron. Intanto l’attività di refrigerazione in cui il padre ha investito tutti i suoi averi fallisce e Cal per restituire il denaro al padre specula sul prezzo dei fagioli che crescerà per l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Il padre rifiuta il denaro del figlio in nome dei suoi principi e ancora una volta gli preferisce Aron. Cal ingelosito porta il fratello dalla madre rivelandole la sua vera identità. Aron già scioccato dallo scoppio della guerra parte volontario completamente ubriaco. Adam Trask ha un colpo apoplettico e solo la mediazione di Abra, fidanzata di Aron ma attratta anche a Cal, farà in modo che il genitore accetti la vicinanza del figlio.



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Il film che rivelò il talento di James Dean facendone una star. come spesso capita l’attore fu scelto dopo il rifiuto di Marlon Brando e Montgomery Clift e Dean battè ai provini l’emergente Paul Newman.
Ispirato alla parte finale dell’omonimo romanzo di John Steinbeck ed è quasi una lettura psicoanalitica delle figure di Caino e Abele, dove Caino non è perfido ma solo un ragazzo non amato dal padre che gli preferisce il fratello più simile a lui. La scoperta che la madre è ancora viva ed è una donnaccia è quasi consolante per Cal che trova una giustificazione del sentirsi così diverso dal padre e dal fratello nella natura ereditata dalla madre.
Il ragazzo s’impegna ad aiutare il padre nel suo progetto di trasportare verdura congelata a New York, progetto che fallisce per una frana che blocca il treno e fa marcire tutta il carico. Coinvolgendo anche la madre con cui ha testardamente cercato un rapporto, Cal recupera il denaro perso dal padre ma l’uomo ritiene inaccettabile la speculazione, soprattutto in tempo di guerra e rifiuta il denaro del figlio, l’ennesimo rifiuto spinge Cal alla vendetta che lo libererà del fratello di cui è sempre stato geloso: già provato dalle tensioni create dallo scoppio della guerra esemplificate nelle ritorsioni contro l’amico di famiglia di origine tedesca, Aron non è in grado di accettare che la madre creduta morta per tanti anni sia in realtà ancora viva e conduca una vita riprovevole. Lo shock spinge il ragazzo completamente fuori di sé ad arruolarsi e partire verso un destino sicuramente infausto.
Adam non sopporta la vista del figlio prediletto in quelle condizioni e ha un grave mancamento, lo stesso sceriffo invita Cal a lasciare la casa paterna citando il passo biblico in cui Caino dopo il delitto si stabilisce a est della Valle dell’Eden. Sarà Abra, la fidanzata di Aron a ricucire il rapporto tra Cal e il padre gravemente malato. La ragazza ha vissuto in prima persona una problematica situazione familiare quando il padre si è risposato dopo esser rimasto vedovo, per questo comprende Cal ed è attratta da lui.



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La Valle dell’Eden resta uno dei drammi degli anni ’50 più attuali sulla condizione adolescenziale, supportata da un bravissimo James Dean (che ricevette una nomination agli Oscar) che sa essere credibile e naturale nella recitazione teatrale del periodo. Notevole anche la regia di Elia Kazan a suo primo film a colori: netto il contrasto tra la luminosità della campagna californiana e la cupezza degli interni cupi ed oppressivi dove i drammi familiari sono sottolineati dal taglio sghembo dell’inquadratura. Anche Kazan fu nominato per la regia, il film ottenne anche la nomination per la miglior sceneggiatura non originale ma l’unico oscar vinto fu quello di miglior attrice non protagonista a Jo Van Fleet per il ruolo della madre.

La banda degli Angeli

Band of Angels
USA 1957 Warner Bros
con Clark Gable, Yvonne De Carlo, Sidney Poitier, Efrem Zimbalist Jr., Rex Reason, Patrick Knowles, Torin Thatcher, Andrea King, Ray Teal, Russel Evans
regia di Raoul Walsh
titolo alternativo italiano La frusta e la carne


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La vita di Amantha Starr cambia drasticamente alla morte del padre: non solo la piantagione di famiglia è mangiata dai debiti, ma la ragazza scopre che la madre era una schiava quindi, in quanto mezzosangue anche Amantha verrà venduta al mercato degli schiavi di New Orleans. La compra Hamish Bond che la rispetta e riesce a conquistarla con il suo animo tormentato. Quando Hamish le confida che la sua ricchezza si basa sulla tratta degli schiavi esercitata in gioventù, Amantha lo lascia. Nel frattempo è iniziata la guerra civile e Amantha si accorge che anche i nordisti sono personaggi piuttosto loschi e quando scopre che Hamish è ricercato per essere impiccato farà di tutto per raggiungerlo…



Bandofangels


Impossibile non pensare a Via col vento vedendo La banda degli angeli perché Clark Gable veste ancora i panni dell’eroe del Sud, solo più cupo e tormentato del fascinoso damerino di Charleston.
Visti i problemi di censura che quest’anno hanno afflitto la celeberrima saga di Rossella rieditata 80 anni dopo con pecetta antirazzista, forse bastava abbinare la visione dei due film per mostrare come nemmeno vent’anni dopo la posizione sulla schiavitù fosse già più articolata in un film avventuroso sentimentale con pochi guizzi come La Banda degli Angeli.
A funzionare infatti è la profondità dei personaggi: Hamish Bond è il nome fittizio con cui si è ricostruito una reputazione un accanito mercante di schiavi poi pentito che cerca di espiare le colpe passate trattando con ogni riguardo i suoi schiavi: l’acquisto di Manthy è dettato dal desiderio di salvarla dalle grinfie dei “gentiluomini” che vogliono visionare la merce irriguardosi dei sentimenti della ragazza.
La gentilezza di Hamish è quella che scatena l’odio di Rau-Ru, il giovane attendente di colore allevato come un figlio da Bond: per quanto molto più libero degli altri neri della città, Rau-Ru è cosciente che la sua condizione è solo una parvenza di libertà: legata al prestigio di Bond, nel momento in cui venisse a mancare il suo mentore la situazione di Rau-Ru cambierebbe. Il giovane sfoga la sua frustrazione odiando l’uomo che l’ha allevato ma alla fine ricorderà il debito di riconoscenza che ha nei suoi confronti e lo aiuterà a fuggire.
Anche i personaggi minori rivelano le profonde contraddizioni dell’animo umano: il padre di Amantha che nasconde all’amata figlia la verità sulle sue origini e si rovina per amore dell’insegnante di francese che si tiene la piantagione senza muovere un dito per l’ex allieva. Seth, primo amore di Amantha, predicatore abolizionista che quando ritrova la ragazza a New Orleans, pur sapendola legata ad un altro ufficiale non esita a ricattarla: tacerà la sua razza se Manthy gli si concede.
L’aver capito le ambiguità del mondo porta Amantha a rivalutare Hamish, che a modo suo cerca di riparare gli errori del passato che potrebbe tranquillamente tacere.
E’ interessante il doppiaggio, presumo originale dato che Gable è doppiato da Emilio Cigoli come in Via col vento. C’è un alternanza dell’uso della parola negro e nero: il primo termine è usato comunemente soprattutto dagli schiavisti, il secondo nei discorsi più confidenziali di Hamish a dimostrazione che già nei tardi anni cinquanta anche in Italia la differenza era nota, checché ne dicano i reality del momento.

Svengali

USA 1931, Warner Bros
con John Barrymore, Marian Marsh, Donald Crisp, Bramwell Fletcher, Lumsden Hare, Carmel Myers, Luis Alberni, Paul Porcasi
regia di Archie Mayo


Svengali


A Parigi il musicista squattrinato Svengali vive grazie alle sue allieve di canto che ipnotizza per sedurle e carpire il denaro. Quando incontra casualmente la modella Trilby si accorge delle grandi doti canore inespresse della ragazza, innamorata del pittore Billee. Sfruttando un malinteso tra i due giovani, Svengali finge il suicidio di Trilby e la porta via da Parigi. Con il potere dell’ipnosi la trasforma in una grande cantante ma al ritorno a Parigi Billee riconosce la ex fidanzata che per un momento riesce a sfuggire al controllo mentale di Svengali. Il pittore si mette sulle tracce dell’amata e ogni volta che è presente in sala Svengali rimanda l’esibizione, si ritroveranno in un locale de Il Cairo dove uno Svengali ormai stremato dallo sforzo mentale muore sul palco…



Svengali


Film misconosciuto in Italia nonostante le diverse versioni cinematografiche dai primi anni del muto fino alla metà degli anni ’50 che hanno fatto entrare il nome del magnetico musicista nel linguaggio anglosassone come sinonimo di manipolatore dai sinistri scopi.
La versione di Archie Mayo del 1931 è molto interessante perché segna un momento di passaggio definitivo dall’eredità espressionista tedesca a un gusto propriamente americano.
Il passaggio è evidente soprattutto nella scenografia: le geometrie sghembe vanno bene per le soffitte bohémien dove incontriamo i nostri personaggi ma quando Svengali e la sua bellissima moglie hanno successo l’arredo della camera è quello ricco e magniloquente del deco.
Anche il personaggio di Svengali è caratterizzato da questa transizione: ad interpretarlo c’è John Barrymore con un look alla Rasputin, figura con cui Svengali condivide anche le capacità manipolatrici.



Svengali


Il film si apre sull’ultimo incontro con Madame Honori, allieva stonata che si è innamorata del maestro e per lui ha lasciato il marito rifiutandone i denari. Svengali occhieggia disperato con l’aiutante Gecko alle stecche della donna e poi la caccia quando capisce che non avrà nessun vantaggio economico dalla seduzione. Prevale l’elemento comico e solo in un secondo tempo, quando Svengali ipnotizza Trilby per farle passare l’emicrania, capiamo che la frase di Honori “non mi fissare con quegli occhi” allude a un’ultima ipnosi del musicista che induce la donna al suicidio.



Svengali


Sotto l’apparente bonomia del personaggio si nasconde quindi un animo perverso ma sul finale la caratterizzazione cambia ancora: la manipolazione mentale consuma le energie vitali di Svengali che prima di cedere fisicamente è già stanco di amori mai reali ma indotti dalle sue capacità mesmeriche, la morte sul palcoscenico lo dipinge come una figura solitaria e patetica, più vicina ai mostri Universal che iniziano a rivelare anche un’umanità dietro la mostruosità che alla perversione fine a sé stessa di un dottor Caligari, da cui prende ispirazione il personaggio di Svengali.

Il bacio della pantera – 1982

Cat People
USA 1982, RKO/ Universal
con Nastassja Kinski, Malcolm McDowell, John Heard, Annette O’Toole, Scott Paulin, Lyna Lowry, Ed Begley Jr., Ron Diamond, Ruby Dee, Frankie Faison
regia di Paul Schrader


Catpeople


Irena Gallier si trasferisce a New Orleans a casa del fratello Paul che non vede dalla più tenera infanzia separati dopo il suicidio dei genitori circensi. Dopo aver accolto la sorella, Paul sparisce misteriosamente mentre un grosso esemplare di pantera viene catturato in un albergo a ore e portato allo zoo di New Orleans. Irena, in giro per la città finisce allo zoo e rimane affascinata dal felino, tanto da restare oltre l’orario di chiusura. Conosce così Oliver dirigente della struttura che le trova anche un lavoro nel negozio di souvenir. Irena è attratta da Oliver ma resta fedele alla propria verginità, intanto Paul torna a casa e le rivela quello che la ragazza sta iniziando ad intuire: appartengono a una razza di uomini pantera e possono accoppiarsi solo tra consanguinei altrimenti si trasformano in belve fino a quando non uccidono un essere umano. Irena rifiuta la proposta di Paul di mettersi insieme come i loro genitori e decide di fare l’amore con Oliver trasformandosi in una pantera, per non aggredire l’amato la pantera fugge e Irina torna umana solo dopo aver ucciso un uomo. Per evitare di vivere tra i due mondi e uccidere ancora, Irena chiede a Oliver di fare l’amore con lei un ultima volta per trasformarsi e restare un felino, rinchiusa nella gabbia dello zoo.



Il bacio della pantera


Il remake de Il Bacio della pantera è un film piacevole che omaggia l’illustre capostipite nella scena della piscina e poi se ne allontana totalmente diventando più che altro un perfetto esempio del suo tempo, dove tutto andava esibito: dall’esplicite scene di sesso, al mistero degli uomini pantera: se l’intro del mondo ancestrale è intrigante, oltre che patinato al punto giusto: la canzone di Bowie arrangiata da Moroder rende l’introduzione un perfetto videoclip; l’autopsia al cadavere della pantera Paul è il momento più lontano dal classico RKO: quel braccio umano che esce dal cadavere del felino prima che questi si decomponga in una nuvola sulfurea è un inutile sfoggio splatter: la doppia natura di Paul era stata ormai ampiamente espressa e l’ultima trasformazione era iniziata da alcuni graffi sulla mano che lasciavano vedere la zampa felina all’interno, poco dopo vediamo l’arto umano uscire dal corpo felino, insomma un gioco di scatole cinesi.
In altri momenti la dimensione splatter funziona: molto intrigante la scena di Irena che corre nuda nel bosco cacciando un coniglio: finalmente quache ombra in più e un minimo di non detto che ricorda il capolavoro originale. A livello di luci il film sembra pagare qualche debito verso il nostro Dario Argento con la prevalenza del rosso simbolo di eros e thanatos anche nelle scenografie e nei costumi ma il sangue che inzacchera le espadrillas ricorda anche Shining.
E’ notevole, a livello di effetti speciali, la trasformazione di Irena in pantera dopo aver fatto l’amore per la prima volta.



Cat people


Inutile dire che il film poggia tutto sulla bravura dell’ottima Nastassja Kinski,  McDowell è ambiguo da par suo e un’ottima spalla, che una donna pantera si sacrifichi e passi tutta la vita in gabbia per amore di un bietolone monoespressivo come John Heard francamente è incomprensibile.

Le sei mogli di Enrico VIII

The Private Life of Henry VIII
GB 1933 London Films
con Charles Laughton, Robert Donat, Franklin Dyall, Merle Oberon, Wendy Barrie, Elsa Lanchester, Binnie Barnes, Everley Gregg, Frederick Culley, Judy Kelly, William Heughan, John Turnbull, Lady Tree
regia di Alexander Korda



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1536: mentre Anna Bolena si prepara per andare al patibolo, Jane Seymour si prepara a convolare nozze con Enrico VIII, la terza regina morirà dando alla luce l’agognato figlio maschio. Il popolo vuole che il re si sposi nuovamente e dopo molti tentennamenti la scelta cade sulla tedesca Anna di Clèves che però s’innamora del gentiluomo che scorta il pittore Holbein che le deve fare il ritratto. Per salvare il suo amore e il collo, Anna s’imbruttisce e guadagna la sua libertà battendo a carte il sovrano durante la prima notte di nozze. La quinta moglie sarà l’ambiziosa cortigiana Caterina Howard che seduce Enrico benchè innamorata di Thomas Culpeper. Ben presto la regina torna tra le braccia dell’amante e scoperti, i due finiscono sul patibolo. Anna di Cléves consiglia ad Enrico di accasarsi finalmente con una donna adatta al ruolo: Caterina Parr sposata nel 1543 governerà con pugno di ferro gli ultimi anni dell’inteperante sovrano.



Le sei mogli di Enrico ottavo


Le sei moglie di Enrico VIII racconta solo le vicende di quattro regine: la didascalia iniziale dice che Caterina d’Aragona era troppo seria, quindi non vale la pena di occuparsene, Anna Bolena viene mostrata solo nei momenti che precedono la sua condanna a morte, il dramma della seconda regina fa da contraltare alla gioia della svampita Jane Seymour che sposa il sovrano nel momento stesso che le campane di Londra suonano l’avvenuta esecuzione di Anna.



Theprivatelife of henryVIII


L’inizio del film è un po’ stridente per il forte contrasto tra il dramma di Anna Bolena e la gioia di Jane perché il tono di questo biopic fantasioso è piuttosto scanzonato e gli ultimi momenti di Anna Bolena non hanno nulla di leggero anche se c’è la scena nazionalistica tra il boia inglese e quello francese chiamato apposta per il regale collo della sovrana.
Il regista di origine ungherese Alexander Korda caratterizzò gran parte della sua produzione inglese con queste biografie romanzate ma sebbene non ci sia fedeltà storica l’apparizione di Enrico VIII impressiona per la perfetta riproduzione del celebre ritratto di Holbein.



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Charles Laughton vinse l’Oscar come miglior attore protagonista, la figura di Enrico gli permette di gigioneggiare da par suo, per due volte sfonda la quarta parete e parla direttamente con il pubblico: per piangere la morte di Jane Seymour e per commentare le maniere spicce dell’ultima consorte dicendo che la migliore delle mogli è la peggiore.



The private life of Henry VIII


I momenti più esilaranti sono i duetti con la vera moglie, Elsa Lanchester, che interpreta l’astuta Anna di Clèves, anche se la storia s’incentra soprattutto sulla vicenda di Caterina Howard le altre interpretazioni femminili non sono memorabili come quella della Lanchester, fatta salva la prova composta di Merle Oberon che incanta soprattutto per la sua bellezza.

Il monello

The Kid
USA 1921
con Charlie Chaplin, Edna Purviance, Jackie Coogan, Carl Miller, Granville Redmond, Edith Wilson, Jack Coogan Sr., Charles Riesner, Edgar Sherrod, Beulah Bains, Rupert Franklin, Walter Lynch, Frank Campeau, Lita Grey
regia di Charlie Chaplin



Ilmonello lita


Una giovane donna sedotta e abbandonata, lascia il figlioletto di pochi mesi all’interno di un’automobile in un quartiere ricco, con la speranza che il piccolo abbia un destino fortunato. Poco dopo l’auto viene rubata e quando i due malviventi si accorgono dell’infante lo abbandonano in un quartiere malfamato dove il neonato viene trovato da Charlot, che dopo qualche tentativo di liberarsene è costretto ad accollarsi il frugoletto allevandolo come fosse figlio suo. Passano cinque anni: la donna ha avuto successo come cantante e il senso di colpa per il figlioletto abbandonato la spinge a dedicarsi alle opere di carità, senza saperlo entra in contatto con il vagabondo e il figlio. Quando il piccolo si ammala, Charlot confessa al medico di non essere il padre naturale, il medico chiama le autorità che arrivano a prelevare il bambino e portarlo in un orfanatrofio. Charlot riesce a riprendersi il piccolo ma mentre dormono in un dormitorio pubblico il guardiano lo rapisce perché ha letto della ricompensa offerta dalla donna che nel frattempo ha scoperto chi è il figlioletto. Disperato il vagabondo si addormenta davanti alla casa che ha condiviso con il piccolo e viene svegliato bruscamente dal poliziotto che invece di portarlo in galera lo conduce nella nuova casa del monello.



Thekid


Il monello è uno dei titoli più celebri della cinematografia, non solo di quella chapliniana e in questi giorni si festeggia il centenario dell’opera: la prima ufficiale si tenne a New York il 21 gennaio 1921 durante una serata di beneficenza per gli orfani e decretò il successo del regista sdoganandolo dall’ambito delle comiche. Una prima in tono minore c’era già stata a Chicago il 16 gennaio.
Il Monello è il primo lungometraggio di Chaplin la genesi del film è nota: addolorato per la morte prematura del primogenito che visse solo tre giorni, il comico iniziò a lavorare al film che comportò oltre un anno di lavoro tra le numerose scene girate, il montaggio fortunoso durante il divorzio dalla prima moglie.
Nella storia Chaplin inserisce elementi della propria infanzia: la povera soffitta, gli anni in orfanatrofio perché la madre era malata.
Il risultato è il capolavoro che tutti conosciamo: un riuscito incrocio tra melodramma e comicità slapstick, la classicità dickensiana dei colpi di scena, (il foglietto che permette alla madre di riconoscere il figlio a distanza di anni) unita alla modernità delle comiche, il genere più in voga di cui Chaplin era re indiscusso.


Ilmonello


Tutto, o quasi, viene girato in gag dal potere eversivo: il rapporto conflittuale con la legge, il lavoro di vetraio che ha successo perché il monello passa poco prima a rompere i vetri che Charlot sarà chiamato a riparare. Gli scontri fisici con i bulli del quartiere, il piccolo atterrato dal ragazzino, il maggiore rintronato da Charlot a colpi di mattonate.
Le scene più drammatiche sono volutamente lasciate tali dal regista: il momento più toccante è quello in cui il bambino viene prelevato dalle istituzioni per essere portato all’orfanatrofio, ricordo autobiografico e critica sociale sono dietro al furgone che sembra quello di un accalappiacani, la grinta che spinge Charlot a recuperare il bambino è la rivalsa sull’ingiustizia.
Le scene riguardanti la madre, la cui unica colpa -come dice la didascalia- è la maternità sono sottolineate dal parallelo con la via crucis, che forse oggi pare un po’ forzato ma all’epoca una gravidanza fuori dal matrimonio era uno stigma sociale. Nella riedizione del 1971 il regista stesso taglia alcune scene tutte riguardanti la madre trovandole forse un po’ ridondanti.



The kid


Altro elemento peculiare del film è il sogno in cui il vagabondo immagina un mondo paradisiaco, tutti i personaggi del film, tranne la madre, compaiono in vesti angeliche e bonarie ma il diavolo ci mette lo zampino e insinua nell’animo umano gelosia, rabbia trasformando tutto nella sarabanda che ben conosciamo: uno sguardo molto amorevole verso la condizione umana che anticipa il lieto fine aperto: non sappiamo infatti se il vagabondo si fermerà con il monello e la ritrovata madre.
Il film è passato alla storia anche per le vicende di alcuni protagonisti: il piccolo Jackie Coogan è ricordato per essere lo zio Fester della serie tv La famiglia Addams, meno noto è che c’è anche una legge americana che porta il suo nome, il Coogan Act che protegge i guadagni degli artisti minorenni, infatti dopo Il Monello il piccolo attore divenne un divo bambino le cui ricchezze furono sperperate dai famigliari con cui iniziò una battaglia legale che portò anche alla tutela economica dei minori.
L’angioletto tentatore è la tredicenne Lita Gray che quattro anni più tardi divenne la seconda moglie di Chaplin e madre dei suoi due primi figli.

Un volto nella folla

A Face in the Crowd
USA 1957 Warner Bros
con Andy Griffith, Patricia Neal, Anthony Franciosa, Walter Matthau, Lee Remick, Percy Waram, Paul McGrath, Rod Brasfield, Marshall Neilan, Alexander Kirkland, Charles Irving, Howard Smith, Kay Medford, Big Jeff Bess, Henry Sharp
regia di Elia Kazan



A face in the crowd


Marcia Jeffries, ambiziosa reporter in una radio locale che conduce un programma in cui fa parlare la gente comune, trova in prigione Larry “Solitario” Rhodes, un cantante girovago dall’ottima parlantina che riesce a conquistare il pubblico guadagnandosi uno spazio radiofonico personale, è solo l’inizio dell’ascesa che porta Solitario Rhodes e la sua manager a scalare le vette della televisione. Marcia s’innamora del cantante ma lui riesce a incantarla come fa con il suo pubblico almeno fino a quando non torna da un viaggio con una giovanissima moglie al seguito. Larry entra anche negli ingranaggi del potere e sfrutta l’ascendente sul pubblico per manipolare un’elezione presidenziale ma Marcia disgustata, apre i microfoni su un fuorionda in cui il cantante rivela il suo vero pensiero sul pubblico di cui si è fatto paladino…



Unvolto nella folla


Sfruttando un tema caro alla cinematografia americana, la rise and fall di un personaggio, Elia Kazan scrive un apologo amarissimo e profetico sul potere dei mass media di cui oggi stiamo vivendo la stagione più tremenda.
Il modello dell’uomo qualunque che dice quello che pensa e si fa interprete del sentire popolare riuscendo a smuovere le masse non è una figura nuova nella politica e Kazan riesce a descrivere bene soprattutto nella prima parte la fascinazione verso un personaggio in cui ingenuità e candore si mescolano in maniera indistricabile con la mistificazione.
Il film cerca anche di indagare l’animo di Solitario: indivuduo da sempre smaliziato e manipolatore o un puro rovinato dal successo e dai profittatori? Profittatori incarnati dalla figura di Joey De Palma che si impone come manager della star emergente ed è il primo ad abbandonarlo dopo lo scandalo.
Marcia, la giovane cronista che lavora nella radio dello zio, è lo sguardo del pubblico verso il fenomeno mediatico: l’ammirazione che vediamo nei suoi occhi al sorgere dell’inconsueto personaggio, la rassegnazione verso le intemperanze del genio, l’orrore nel comprendere di aver generato un mostro e il coraggio di distruggerlo rivelando la sua vera natura.



Un volto nellafolla


La fotografia segue il percorso drammatico: dal luminoso bianco e nero della provincia americana ai toni sempre più cupi della metropoli, il volto di Marcia in chiaroscuro quando accetta di seguire Larry per denaro dopo la delusione amorosa, l’immagine allo specchio dopo aver mandato in onda il fuori onda a rivelare la doppia natura insita in ognuno di noi: Elia Kazan del resto fu uno dei pochi personaggi di Hollywood a rivelare nomi di presunti artisti comunisti alla commissione McCarthy.
Contraltare di Rhodes è Mel Miller, autore televisivo della star da sempre innamorato di Marcia e vicino alla donna anche nel momento del confronto finale. Ad interpretarlo un ottimo Walter Matthau in uno dei suoi pochi ruoli drammatici.

The Broken Key

Italia 2016
con Andrea Cocco, Diana Dell’Erba, Marco Deambrogio, Walter Lippa, Christopher Lambert, Rutger Hauer, Geraldine Chaplin, Michael Madsen, Franco Nero, Maria de Medeiros, Kabir Bedi, William Baldwin, Marc Fiorini
regia di Louis Nero



Thebroken key


Futuro prossimo: Arthur Adams, giovane archeologo segnato dalla morte del padre a cui ha assistito in giovane età, viene coinvolto dal suo mentore nella ricerca di un frammento mancante di un papiro egizio, inizia una quest attraverso la Torino alchemica con rimandi a Dante e Hieronymus Bosch, segnata da un gran numero di omicidi…



The brokenkey


Dopo aver visto Hans viene da essere molto accondiscendenti con l’ultimo lavoro di Louis Nero, il regista torinese lascia le elucubrazioni più ermetiche per indirizzarsi verso generi più popolari come la fantascienza distopica: il futuro imminente (2023-2033) prevede che la carta sia proibita da un’apposita legge in nome dell’ecologia ma probabilmente per impedire la diffusione del sapere, controllando le informazioni che possono passare dai dispositivi elettronici. Uno spunto interessante che però non viene mai approfondito, resta solo un elemento scenografico per creare un’ambientazione futuribile e -appunto- distopica.



The broken key


Anche la carrellata di personaggi che il giovane Arthur incontra per continuare la sua ricerca sono appena abbozzati, apparizioni evanescenti nobilitate dagli interpreti di fama internazionale: da Kabir Bedi a Rutger Hauer, il regista attraversa tutto l’immaginario televisivo e cinematografico degli anni ’70-’80 regalando però solo dei bei camei, almeno quasi sempre perché l’ex sex symbol anni ’90 William Boldwin nelle vesti di frate goloso con il vocione di Pannofino è davvero poco credibile.


Thebrokenkey


Spiace l’occasione mancata perché il viaggio nei misteri del Piemonte è intrigante e anche se manca tutta la parte action e thrilling resta la fascinazione e la miscellanea che va dagli antichi egizi a Tesla passando per i templari avrebbe avuto sicuro impatto sul pubblico se il film avesse avuto uno svolgimento più pop, forse un giorno il regista raggiungerà il giusto compromesso tra le sue tematiche filosofiche e un approccio comprensibile a un pubblico più vasto.
Personalmente, nonostante gli errori evidenti, subisco il fascino del mondo di Louis Nero ad esempio ho trovato commovente l’idea di mettere Geraldine Chaplin come entità a guardia della Mole, cioè del Museo del Cinema.