Una strega chiamata Elvira

Elvira: Mistress of the Dark
USA 1988
con Cassandra Peterson, William Morgan Sheppard, Daniel Greene, Edie McClurg, Jeff Conaway, Susan Kellermann, Charles Woolf, Kurt Fuller, Pat Crawford Brown, Ellen Dunning
regia di James Signorelli


Unastregadinomelevira


Elvira si licenza dal suo lavoro di presentatrice tv di vecchi film horror per sfuggire alle avances del proprietario della televisione, è sicura che presto avrà il suo show a Las Vegas ma il suo agente la informa che per avere la sala al Flamingo è necessario anticipare 50000 dollari. Elvira non fa in tempo a deprimersi che le arriva una lettera: deve partecipare alla lettura del testamento di una lontana prozia di cui non sospettava nemmeno l’esistenza. L’eredità consiste in una sgangherata casa vittoriana in un paesino conservatore del Massachusset, un cane e un libro di cucina che la cosa più ambita dallo zio Vincent Talbot: si scoprirà che il libro di ricette è in realtà un potente grimorio e Elvira discende da una grande progenie di streghe. Eliminato lo zio, Elvira riesce a farci accettare dai morigerati compaesani, trovare l’amore e avere il suo spettacolo a Las Vegas



Unastregachiamataelvira


L’attrice Cassandra Peterson, che ha avuto anche un piccolo ruolo in Roma di Fellini, ha legato a filo doppio la sua carriera al personaggio di Elvira (pronuncia Elvaira) che nasce come presentatrice di film horror alla televisione americana, su modelli già presenti nella tv USA tanto che ad Elvira venne anche mossa un’accusa di plagio. In ogni caso la Peterson è stata bravissima a trasformare il suo personaggio in un brand anche grazie al primo film, Una strega chiamata Elvira opera divertente e dissacrante diventata un cult per le procaci forme della protagonista anche se non è il mio caso: suppongo di essere una delle poche persone che vide il film in sala nell’estate dell’89 e da trent’anni conservo il ricordo sempre esilarante del barboncino tosato in versione punk e del flash back sui primi anni di vita di Elvira con la neonata già pesantemente truccata come la Elvira adulta.
Rivedendolo ho trovato altrettanto esilarante la parodia di Ramboe soprattutto quella di Flashdance con gli scaldamuscoli -rigorosamente neri- sugli immancabili tacchi a spillo. La citazione di Flashdance si trasforma poi in quella di Carrie perché la rivale in amore di Elvira, Patty sostituisce il secchio di coriandoli dorati con uno di pece e rovina lo spettacolo di Elvira che voleva risollevare le sorti del cinema del bel Bob.
Il film è una scanzonata parodia del genere horror che passa da una citazione all’altra, tra cinema e tv, a volte rovesciandole a volte solo per sottolineare gli stilemi tipici dell’horror e dei b movie con molte allusioni al sesso; ho trovato un interessante post sulle differenze tra le battute del doppiaggio italiano e quello originale, condivido il fatto che il becero stile italiano tenti di snaturare la figura di Elvira ma ritengo che il target sia sempre quello giovanile, il linguaggio più sboccato del dovuto, solo un modo per rendere ancora più intrigante il personaggio: anche se alcune battute in italiano stridono per volgarità o insensatezza penso che Elvira riesca a mantenere intatta la sua potenza eversiva.
Lo scontro più che con le forze del male incarnate dallo zio stregone, è contro la morale benpensante della provincia americana: il paesino di Fallwell che sembra la Stars Hollow di Una mamma per amica con tanto di gazebo nella piazza principale, a governare la cittadina con pugno di ferro c’è la Lega per la moralità guidata da (open nomen) Chastity Pariah interpretata da Edie McClurg che tutti ricordiamo come la vicina impicciona di Super Vicky.

Sabotatori

Saboteur
USA 1942 Universal
con Priscilla Lane, Robert Cummings, Otto Kruger, Alan Baxter, Clem Bevans, Norman Lloyd, Alma Kruger, Vaughan Glazer, Dorothy Peterson, Ian Wolfe, Jeanne Romer, Lyn Romer, Anita Sharp-Bolster, Frances Carson, Oliver Blake, Kathryn Adams, Murray Alper, Billy Curtis, Pedro de Cordoba, Marie Le Deaux
regia di Alfred Hitchcock


Sabotatori


Un atto di sabotaggio provoca la morte di un giovane operaio, viene accusato il suo migliore amico, Barry Kane che gli ha passato un estintore pieno di benzina. Kane si mette sulle tracce di un collega, Frank Fry, che gli ha passato l’estintore; Kane scopre così l’esistenza di un gruppo eversivo che sta organizzando sabotaggi per rovesciare il governo democratico americano. Nel suo viaggio incontra una giovane modella, Patricia Martin che dopo un’iniziale reticenza aiuta Barry nel suo tentativo di sgominare la banda e affermare la propria innocenza.



Sabotatori

Un’opera di chiara propaganda bellica dove però sono presenti i tratti inconfondibili della teoretica hitchcockiana a partire dall’innocente costretto a dimostrare la propria estraneità ai fatti di cui è accusato.
Se partiamo dall’assunto della mostra itinerante Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures secondo cui il maestro del brivido mantiene sempre una dimensione sperimentale e in ogni film si cimenta, a modo suo, in un genere diverso, Sabotatori sarebbe il film d’azione del regista visti i toni rocamboleschi della pellicola: il tuffo nel fiume, la catena delle manette limata dalla ventola dell’auto, il finale sulla Statua della Libertà che anticipa quello sul Monte Rushmore di Intrigo internazionale e quanto doveva apparire sconvolgente al pubblico degli anni ’50 che già conosceva il finale di Sabotatori la scena di Intrigo Internazionale che Hitch risolve genialmente e sardonicamente con il taglio e il passaggio alla cuccetta del treno.
Considerato un film minore e di certo la pellicola è appesantita dagli obbligatori pistolotti retorici sull’amor di patria e la superiorità americana imposta dalla propaganda, Sabotatori è un film di transizione che riprende alcune tematiche di film precedenti e anticipa temi e sequenze che verranno sviluppati nei capolavori futuri: la cricca di filonazisti appartenenti al bel mondo sarà poi sviluppata in Notorius, la pistola che spunta dal tendone a casa Sutton e gli spari tra il pubblico sovrapposti a quelli del film al Radio City Music Hall daranno poi vita alla scena alla Royal Albert Hall de L’uomo che sapeva troppo.
Possiamo notare anche che la perfetta misura hitchcockiana prevede sempre piccole dosi di humor: la vicina impicciona della madre dell’operaio ucciso, la donna barbuta dall’animo romantico e ovviamente il lato romantico che qui ha ancora tutti i toni della screwball con la protagonista femminile determinata a consegnare ai poliziotti il presunto colpevole nonostante l’invito ad aiutarlo dello zio cieco.
Non manca la comparsata del regista, qui addirittura doppia: il cowboy baffuto che consegna la lettera al ranch e come cliente a un’edicola.

Riccardo va all’inferno

Italia 2017
con Massimo Ranieri, Sonia Bergamasco, Silvia Gallerano, Silvia Calderoni, Michelangelo Dalisi, Ivan Franek, Tommaso Ragno
regia di Roberta Torre



Riccardovaallinferno


Riccardo Mancini, figlio di una “nobile” famiglia romana che domina il mercato della droga, torna a casa dopo anni trascorsi in manicomio: spinto dai due fratelli da un muro è rimasto sciancato e battendo la testa è diventato anche schizofrenico. Tra promesse di pace e unità famigliare, Riccardo ritrova i suoi fedeli sostenitori che dalle segrete del castello hanno ascoltato tutto per anni e ben presto mette in atto il suo piano di vendetta diventando il re ma l’ultimo ostacolo è la Regina Madre che ha sempre manipolato tutto…

Libera interpretazione del Riccardo III shakespeariano riletto in chiave musical dalla regista Roberta Torre che torna all’estetica più trash del suo film più noto Tano da Morire.
Il film ha delle slabbrature, il potenziale non viene sfruttato a pieno e non c’è un crescendo di orrore nell’accumularsi di vendette e contro vendette che caratterizzano il film mentre a funzionare molto bene è l’impianto visivo dell’opera.
Riccardo va all’inferno è ambientato in un fantomatico Tiburtino terzo, l’alleato più fedele del protagonista è uno zingaro, i richiami al “mondo di mezzo” di Mafia Capitale ci sono ma la Torre sembra più vicina al mondo di Gomorra, film e serie tv nell’assurdo kitsch delle pistole d’oro e oggetti di platica luminosa, come le bare dei fratelli morti.
Al miscuglio tra kitsch popolare, nobiltà decadente declinato in toni cupi, si aggiunge la dimensione onirica dei ricordi dai colori chiari, sfocati perché frutto di una mente malata come quella di Riccardo.
La mostruosità fisica e morale del protagonista nasce in seno alla famiglia: lo spintone dei fratelli, il rapporto morboso con la madre che utilizza la follia del figlio per attribuirgli l’omicidio del padre rispendendolo nuovamente in manicomio: la regina sarà l’ostacolo definitivo tra Riccardo e la sua brama di potere.
Ottimo il cast, superba Sonia Bergamasco nel ruolo della Regina madre invecchiata ad arte ma sempre sensuale e grandioso Massimo Ranieri nel ruolo del ghignante Riccardo, calvo e sciancato, ha qualcosa che ricorda Nosferatu ma nelle scene iniziali dell’uscita dal manicomio ripropone le movenze del pazzo Renfield a sottolineare ancora una volta la natura schizofrenica del personaggio, servo e padrone di sè stesso.

Quella sporca ultima meta

The Longest Yard
USA 1974
con Burt Reynolds, Eddie Albert, Ed Lauter, James Hampton, Michael Conrad, John Steadman, Harry Caesar, Charles Tyner, Mike Henry, Jim Nicholson, Bernadette Peters, Pervis Atkins, Tony Cacciotti, Anitra Ford, Richard Kiel, Mort Marshall, Ray Nitschke, Tony Reese, Sonny Sixkiller, Robert Tessier, Dino Washington, Ernie Wheelwright, Steve Wilder, George Jones, Donald Hixon, Joe Kapp, Don Ferguson, Wilbur Gillan, Joe Jackson, Sonny Shroyer, Howard Silverstein, Ray Ogden
regia di Robert Aldrich



The longest yard


Paul Crewe, ex campione di rugby beccato a vendere le partite della propria squadra, vive alle spalle della fidanzata e quando la lascia rubandole la macchina, finisce in galera. Lo accoglie il capitano Knauer che con modi bruschi lo invita a declinare l’offerta che il direttore del carcere sicuramente gli farà, cioè di occuparsi della squadra di rugby delle guardie. Crewe ubbidisce al capitano e il direttore Hazen lo spedisce ai lavori forzati più duri, Crewe finisce per cedere e accettare la proposta del direttore, quando gli propone di fare iniziare il campionato con una squadra più debole, il direttore decide di creare una squadra di galeotti di cui Crewe sarà il capo. Dopo le molte peripezie per creare la squadra, la partita si rivela più complicata del previsto per le guardie così Hazen corrompe Crewe per ottenere la vittoria, l’uomo accetta con la promessa che le guardie non infieriranno sui detenuti ma Hazen invita i secondini a fare proprio il contrario così Crewe torna in campo e per la prima volta in vita sua combatte per un ideale, vincendo



The longestyard-


Il genere carcerario è sempre stato un modo per ricreare un microcosmo in cui sottolineare lo scontro violento tra potere costituito e losers dove il primo si sente in diritto di sopraffare il secondo per le colpe che sta scontando. Quando si unisce al genere sportivo, apoteosi di retorica e di senso di rivalsa i risultati difficilmente non sono coinvolgenti e Quella sporca ultima meta ne è un’ottima riprova.
Alla regia troviamo il veterano Robert Aldrich, regista che sempre indagato il tema del conflitto e della violenza che ne consegue, tema che sviluppa molto bene anche in questa pellicola, anche se la materia è leggera e non mancano momenti comici: la malta negli stivali con l’altro galeotto è una vera gag muta sottolineata dalla classica musichetta delle comiche.



Quella sporca ultima meta


Il tema principale sarebbe il riscatto del cinico campione Crewe che ha sempre messo i soldi prima di tutto, rovinando la sua carriera vendendo le partite, una cosa che non comprendono neppure i galeotti più efferati tra cui vige comunque un senso dell’onore. Crewe quindi deve prima consolidare la sua reputazione presso gli altri carcerati che sono attirati dal far parte della squadra solo per poter menare i carcerieri senza conseguenze. Ben presto prevale il tema dello scontro caro al regista e tutto si trasforma in uno scontro tra ordine costituito prevaricante e i carcerati che a modo loro conservano il senso del rispetto e che con divertente furbizia ribattono i colpi di violenza gratuita dei secondini.


Quellasporcaultima meta


La galleria di personaggi è perfetta: dal grande e scemo al grande e ultraviolento, la spia che provoca l’incendio della cella in cui muore Caretaker, il braccio destro di Crewe, l’ex gloria sciancata che vuole provare per l’ultima volta il piacere di segnare, la discriminante razziale, con i galeotti di colore che accettano di giocare solo per vendicarsi dell’ennesimo sopruso fatto all’unico di colore che era entrato in squadra.



Quella sporca ultima meta


Anche dalla parte dell’ordine costituito la piramide gerarchica è perfetta nelle facce e negli atteggiamenti al culmine c’è il direttore Hazen, dall’apparente bonomia che nasconde la violenza più bieca come dimostrato nella scena del post partita.
Molto bello l’inseguimento iniziale di Crewe in fuga con l’auto dell’ex e memorabili le scene della partita con lo split screen.

La settima vittima

The Seventh Victim
USA 1943 RKO
con Tom Conway, Jean Brooks, Hugh Beaumont, Kim Hunter, Isabel Jewell, Evelyn Brent, Feodor Chaliapin Jr., Erford Gage
regia di Mark Robson


The Seventh Victim


L’educanda Mary Gibson viene informata dalla rettrice del collegio che da sei mesi si sono perse le tracce di sua sorella Jacqueline che ha smesso di versare la retta scolastica. A Mary viene lasciata la scelta di andarsene o restare nella scuola mantenendosi come insegnante per le ragazzine più piccole. Mary decide di andarsene a New York in cerca della sorella scoprendo che Jacqueline ha venduto il salone di bellezza alla socia, Esther; le sue indagini la portano a una locanda italiana, dove Jacquilne ha affittato una stanza, quando viene aperta dentro si trova solo una sedia e un cappio ma il dottor Judd tranquillizza Mary dicendole che l’allestimento era solo un modo per tenere a bada le manie suicide di Jacqueline. Intanto un detective che si è offerto di aiutare Mary viene ucciso e la ragazza scopre che la sorella ha un marito segreto, di cui si innamorerà ma soprattutto che la sorella è entrata nella setta satanica dei Palladisti e che le sue confidenze allo psichiatra ne hanno decretato la messa a morte per aver infranto il vincolo di segretezza. Mary e is suoi amici riescono a salvare Jacqueline, perlomeno dalla setta…



La7mavittima


La settima vittima segna il debutto alla regia di Mark Robson, montatore dei grandi successi RKO firmati da Val Lewton che lo prende sotto la sua ala protettrice per il debutto dietro la cinepresa.
La trama è piuttosto complicata, a volte poco chiara e piuttosto lenta ma i topos del cinema lewtoniano ci sono tutti: un culto arcaico, la camminata notturna con i rumori che amplificano la sensazione di essere seguita della protagonista della scena; il buio che fa scattare la paura dell’inconoscibile.
Ci sono anche altri elementi che rendono indimenticabile la visione del film: il cappio nella stanza vuota è certamente una di quelle, la prima apparizione di Jacqueline a quasi metà film con un dito sulle labbra per dire alla sorella di fare silenzio per poi chiudere la porta.
Alcune scene sono state d’ispirazione per altri famosissimi horror: in particolare la scena in cui Esther va a minacciare Mary entrando nel suo appartamento
mentre lei è sotto la doccia pare avere ispirato nientemeno che la scena della doccia di Psycho, mentre la congrega di stregoni perfettamente integrati nella società ritorna nei vecchi borghesi che infestano il palazzo di Rosemary’s baby.
Sconcerta il senso di nichilismo che emana dal film, aperto e chiuso dagli stessi versi del poeta inglese John Donne sull’ineluttabilità della morte a cui [attenzione spoiler] Jacqueline non sfugge: nonostante la determinazione nel resistere alle pressioni di avvelenarsi dei palladisti, quando viene salvata la ragazza si reca nella sua stanza nelle locanda e incontrando sui gradini una ragazza malata che improvvisamente si sente in grado di affrontare la vita, le risponde con l’ennesima allusione alla morte.
L’attrice che interpreta Mimi è Elizabeth Russell, la stessa che ne Il bacio della pantera chiama sorella Irena, anche Tom Convay veste i panni del dottor Judd nel capolavoro dell’anno precedente.

La ragazza che sapeva troppo (2016)

The Girl with All the Gifts
GB 2016, Netflix
con Gemma Arterton, Glenn Close, Sennia Nanua, Paddy Considine, Anamaria Marinca, Dominique Tipper, Fisayo Akinade
regia di Colm McCarthy


The Girl with All the Gifts


Una terribile infezione fungina trasforma le masse in zombie famelici, i pochi sopravvissuti al contagio vivono in campi di sicurezza protetti dall’esercito nella speranza che presto si trovi un vaccino all’infezione. La ricerca della cura si effettua sui famelici di seconda generazione: bambini che nonostante la presenza del fungo nel loro cervello sono riusciti a mantenere le capacità intellettive, in pratica degli ibridi tra umani sani ed infetti. In uno di questi centri vive Melanie, una ragazzina molto sveglia che per la sua innata gentilezza si attira le simpatie della maestra Justineau che la tratta con umanità. Il centro è diretto dalla dottoressa Caldwell che vede nei bambini solo delle cavie per portare a termine le sue ricerche. Il giorno in cui dovrebbe dissezionare il cervello di Melanie, il centro cade sotto l’invasione dei famelici, riescono a fuggire la dottoressa Cadwell con alcuni soldati di protezione e la maestra Justineau che si porta dietro anche Melanie che l’ha salvato durante gli scontri con i famelici. La presenza della ragazzina è guardata con sospetto dagli altri membri ma Melanie sa rendersi utile e farsi ben volere…



Thegirlwithallthegifts


Non ho mai avuto particolare simpatia per gli zombie: vedo quotidianamente gli esiti delle azioni di una massa di gente senza cervello che non sento la necessità di seguirne le avventure sul grande schermo, confesso di non aver visto nemmeno Walking Dead.
Fatta questa doverosa premessa devo dire che La ragazza che sapeva troppo mi è piaciuto, molto meno la fantasia dei titolisti italiani che hanno ripiegato sul titolo di un film di Bava del 1963 che non ha nulla a che spartire con la tematica del film Netflix.
Il titolo originale che in italiano suona (bene) “La ragazza che aveva tutti i doni” fa riferimento al mito di Pandora, una storia molto amata da Melanie. L’attenzione forse non dovrebbe essere posta sulla scatola affidata alla donna che conteneva tutti i mali del mondo che Pandora si fa sfuggire per curiosità, trovando sul fondo la speranza: di speranza non ce n’è molta nel finale del film, caso mai un rovesciamento delle parti piuttosto sardonico. Il punto da tener presente del mito di Pandora è che si tratta della prima mortale, quindi la prima della sua specie, senza far troppo spoiler questa considerazione giustifica i comportamenti della ragazzina nel finale senza farli apparire un plot twist troppo azzardato.
LaragazzachesapevatroppoLa particolarità del film è quella di tenere il tema degli zombie sullo sfondo, il tema cardine è il rapporto tra “speci” diverse: Melanie è una mutante in bilico tra due razze, la curiosità e la simpatia innata ne fanno un’adorabile ragazzina in contrasto con gli aspetti violenti della sua natura dovuti alla simbiosi con il fungo. Della razza puramente umana Melanie ha anche il bisogno di affetto materno e forse uno dei momenti più belli del film è la carezza sulla testa della maestra Justineau a cui fa seguito la scena che illustra la vera natura dei bambini rimasta fino a quel punto sconosciuta allo spettatore.
Melanie sembra preferire la razza umana ai suoi simili anche se è spesso discriminata ma quando troverà altri famelici di seconda generazione saprà scegliere in piena coscienza da che parte stare.
E’ interessante l’attenzione per tutti i punti di vista: anche la Cadwell ha le sue ragioni nel vedere nell’adorabile mutante solo una cavia, ultimo tassello da sacrificare per debellare una terribile pandemia; Helen Justineau è solo una maestra molto empatica che si trova coinvolta suo malgrado in eventi molto più grandi di lei.
Ottimo il cast dove spicca la debuttante Sennia Nanua nel ruolo di Melanie; buona la messa in scena di una metropoli abbandonata ormai riconquistata dalla natura: il grande albero fungino avvolto attorno alla torre è di grande impatto e ricorda le grandi radici che avviluppano il sito archeologico di Angkor, consolidando l’idea di una civiltà tramontata.

Mank

USA 1020, Netflix
con Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Arliss Howard, Tom Pelphrey, Sam Troughton, Tuppence Middleton, Tom Burke, Joseph Cross, Ferdinand Kingsley, Jamie McShane, Toby Leonard Moore, Monika Gossmann, Charles Dance
regia di David Fincher


Mank


1940: la RKO affida al giovane genio della radio e del teatro, Orson Welles, l’opportunità di girare un film in totale libertà, il giovane regista si affida per la sceneggiatura a Herman J. Mankiewicz, brillante soggettista con l’irrefrenabile passione pe l’alcol. Mankiewicz, detto Mank, scrisse la sceneggiatura di Quarto Potere da infermo, con una gamba fratturata a seguito di un incidente d’auto. Relegato nel deserto del Mojave con un’infermiera, la segretaria e la presenza di John Houseman, braccio destro dell’impegnatissimo giovane genio, a controllarlo. Il copione ha per protagonista Charles Foster Kane, magnate della carta stampata che ha molte analogie con William Randolph Hearst, di cui Mank fu per lungo tempo amico, soprattutto grazie all’affinità elettiva con Marion Davies, l’attrice amante ufficiale di Hearst. Terminata la sceneggiatura e conscio del suo valore, Mank si batterà con Welles per mantenere il nome sullo script che vincerà l’oscar nel 1942.



Mank-


Il primo maggio 1941, cinque giorni prima del 26° compleanno di Orson Welles ci fu la prima assoluta di Quarto Potere, film che ancora oggi viene considerato il più bello di sempre o al massimo tra i film più belli di sempre; il sessantesimo anniversario della celebre pellicola viene allietato dall’uscita di Mank il biopic che David Fincher dedica allo sceneggiatore e che sicuramente farà incetta di Oscar alla Notte degli Oscar del 25 aprile.
Il film nasce da una sceneggiatura del padre di David Fincher, Jack che il figlio voleva portare sul grande schermo fin dagli inizi della sua carriera ma negli anni ’90 un film in bianco e nero era praticamente improponibile e solo oggi, grazie alla disponibilità di Netflix, il regista è riuscito a realizzare l’opera secondo i suoi desideri.



Mank


Mank è molte cose: uno spaccato quasi perfetto della Hollywood anni’30 di cui ha il merito di far rivivere i tycoon da Louis B. Mayer al suo pupillo Irving Thalberg, scomparso a soli 37 anni di polmonite. L’elite hollywoodiana si ritrova alla corte del magnate dell’editoria W.R.Hearst che ha per amante ufficiale Marion Davis, un’attrice del muto che passa senza problemi la transizione al sonoro, un grande talento per la commedia ma il potente compagno la preferiva in ruoli drammatici impedendole così di diventare una stella di prima grandezza.
Mankiewicz fu per lungo tempo un invitato di Hearst che ne apprezzava le battute fulminanti ma l’alcolismo molesto finì per farlo allontanare come finì per rovinargli la carriera.
Il lato più metacinematografico è certamente quello sulla lavorazione del film più famoso della storia del cinema, Quarto potere il capolavoro di Orson Welles, Fincher ne ripropone lo stile nei campi lunghi e nelle inquadrature con il soffitto e indaga anche i diversi pesi tra gli autori di un’opera filmica con lo sceneggiatore che si batte perché anche il suo nome compaia tra gli autori della sceneggiatura.



Mank


Il lato più interessante, e quello che ha fatto riprendere a Fincher il progetto accantonato da tempo, è il parallelo tra la strumentalizzazione mediatica degli anni ’30 e quella odierna. Il film si prende certe libertà nel dire che le manovre degli studios spinsero Mank ad allontanarsi dall’élite hollywoodiana e il personaggio del regista suicida per aver montato falsi cinegiornali è inventata, resta il fatto che quei cinegiornali furono creati ad arte e portarono alla vittoria del candidato repubblicano alla carica di Governatore della California a discapito del democratico Upton Sinclair: le fake news esistono da tempo, probabilmente immemore e non è per nulla consolante

Anima persa

Italia, 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Anicée Alvina, Ester Carloni, Gino Cavalieri, Michele Capnist, Aristide Caporale
regia di Dino Risi



Anima persa


Il diciannovenne Tino Zanetti vuole studiare pittura e si trasferisce dalla provincia a Venezia, ospitato dagli zii che vivono in una grande casa in decadimento. Lo zio Fabio è arcigno e severo anche con la moglie, la molto più giovane Elisa. Ben presto Tino si accorge di strani rumori e la cameriera Annetta gli rivela che al piano superiore vive recluso, Alberto, fratello pazzo di Fabio. Le confidenze dei due zii però rivelano a Tino una realtà ancora più inquietante…


Animapersa


Il film è tratto dal romanzo di Giovanni Arpino, Un’anima persa che non approvò la trasposizione cinematografica.
L’opera, considerata minore, rimane relegata nella filmografia del regista anche per il tema scabroso trattato, la pedofilia: il rapporto perverso che lega Elisa e Fabio li porta a inventarsi una realtà fittizia fatta di morti e fratelli immaginari per giustificare la scomparsa di un sentimento svanito con la normale crescita della bambina. Uno sguardo inquietante e a suo modo pietoso su uno degli abissi più orridi della follia umana.
E’ interessante lo sviluppo del film che parte da un topos classico del genere gotico, la porta chiusa dietro cui si celano i più oscuri segreti di famiglia e il divieto assoluto di varcarla, veto che ovviamente scatena l’irrefrenabile curiosità.



Anima-persa


Torna anche il rapporto de Il sorpasso: il giovane timido e senza esperienza affascinato suo malgrado da un adulto sicuro e saccente, se Bruno Cortona era l’apoteosi dell’ignoranza e della gaglioffaggine,  Fabio Stolz nasconde i suoi demoni dietro una facciata irreprensibile di conformismo -la tirata contro i cappelloni compagni del corso d’arte del nipote- e cultura: le continue citazioni letterarie, soprattutto in tedesco. Il doppio ruolo di Fabio e Alberto permette a Gassman di sfruttare tutto il suo grande talento di mattatore e Risi riesce a tenere a bada l’estro dell’attore mettendolo al servizio del film.
Se il giovane de Il Sorpasso ci lasciava la pelle, Tino si salva grazie alla fuga finale e all’amicizia con Lucia, la modella che posa al suo corso. La ragazza diventa sua confidente e lo aiuta nelle ricerche della tomba di Beba, la bambina morta, presunta figlia di Elisa.
Anima persa ha anche elementi thriller, piccoli indizi disseminati qua e là che lasciano intuire il legame malsano dei due coniugi: la voce infantile con cui Elisa si esibisce nel fatiscente teatro del palazzo, i continui riferimenti alle piante di Fabio, ingegnere, quando dovrebbe essere Alberto lo studioso di scienze naturali.



Animapersa


Venezia è l’ambientazione ideale per la vicenda: la bellezza decadente, le acque limacciose e piene di immondizie, la galleria di personaggi bislacchi sottolineano l’atmosfera putrescente e morbosa del film.

Sangue blu

Kind Hearts and Coronets
GB 1949, Ealing Studios
con Dennis Price, Valerie Hobson, Alec Guinness, Audrey Fildes, John Penrose, Cecil Ramage, Miles Malleson, Clive Morton
regia di Robert Hamer


Sangue blu


Nell’Inghilterra edoardiana, Louis Mazzini figlio di una giovane duchessa fuggita con un cantante spagnolo morto alla nascita del figlioletto, viene allevato dalla madre nella povertà ma anche nel mito della casata dei duchi di Chalfont che hanno la peculiarità di poter trasmettere il titolo anche per via femminile. Quando i D’Ascoyne negano anche il diritto di sepoltura nella cappella di famiglia alla madre, Louis decide di eliminare tutti i parenti per ereditare il titolo. Il piano incredibilmente riesce ma Louis s’innamora di Edith, la vedova di una sua vittima e decide di sposarla facendo infuriare la sua amante, Sibilla che fa incriminare Louis per la morte del marito che in realtà si è suicidato. Sibilla ricatta Louis dicendo che lo salverà dalla pena capitale se si libererà di Edith per sposare lei, Louis accetta e viene graziato poco prima di essere impiccato. Purtroppo nella notte ha scritto le sue memorie che sono rimaste incustodite nella sua cella.



Kindhearts andcoronets


Un’esilarante commedia nera che si fa beffe delle distinzioni sociali inglesi: il titolo fa riferimento al detto che vale più la nobiltà d’animo che quella titolata ed in effetti i D’Ascoyne sono davvero spietati con la parente che con la sua fuga ha disonorato il casato e non mostrano mai nessuna pietà nei suoi confronti, nessun aiuto economico o interesse per la carriera del figlio fino al rifiuto di seppellirla nella cappella di famiglia che scatena le ire del giovane Louis che fino a quel momento aveva accettato con rassegnazione la sua condizione.
Solo il vecchio banchiere, padre della prima vittima di Louis si dimostra generoso nei confronti del parente e infatti il giovane lo risparmia ma il lord è così anziano e malandato che l’emozione di essere il nuovo Duca di Chalfont gli è fatale.
Tutti gli omicidi su cui si dilunga il film mettono in mostra in realtà i difetti della classe nobiliare: la prima vittima è un libertino, il secondo, marito di Edith, è un beone, l’ammiraglio è un incapace che affonda con la sua nave dopo aver sbagliato una manovra, fatto ispirato a un vero incidente marittimo, il duca di Chalfont è un insensibile e usa ancora modi feudali con i cacciatori di frodo facendoli frustare dopo averli catturati con le tagliole (che gli saranno fatali). Caratteristica del film è che tutti gli otto D’Ascoyne sono interpretati da uno spettacolare Alec Guinnes, il ruolo più divertente è quello di Lady Agatha D’Ascoyne, suffragetta spesso in galera per il suo spirito ribelle, viene abbattuta da una freccia da Louis mentre festeggia la ritrovata libertà sorvolando Londra con una mongolfiera.
A rovinare i piani di Louis però è l’amore, prima quello per Sibilla, il suo primo amore e quindi non di nobili origini. La ragazza gli preferisce Lionello che ha maggiori prospettive economiche di Louis ed è proprio nel rifiuto della proposta matrimoniale che Louis rivela la sua remota possibilità di diventare duca. La relazione con Sibilla continua anche dopo il matrimonio di lei e la donna non ci mette molto a capire che la rapida avanzata di Louis verso il titolo è frutto dell’omicidio quindi spera di condividere il risultato ma Louis, non dissimile dai suoi parenti, trova che la bella e raffinata Edith sia più adatta al ruolo di duchessa.
La donna di basse origini che ricatta l’uomo di classe superiore per farsi impalmare è un topos classico della cinematografia e mentre lo spettatore è col fiato sospeso sulla scelta di Louis appena uscito di galera, arriva il povero cronista che chiede al duca le sue memorie ricordando al protagonista e al lettore che ha appreso la vicenda di Louis Mazzini come flash back durante la stesura, che la confessione di tutti i misfatti giace sul tavolo della cella alla mercé di chiunque voglia leggerla.

I vitelloni

Italia 1953
con Franco Interlenghi, Alberto Sordi, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Riccardo Fellini, Eleonora Ruffo, Jean Brochard, Claude Farell, Carlo Romano, Lída Baarová, Arlette Sauvage, Enrico Viarisio, Paola Borboni, Vira Silenti, Maja Nipora, Achille Majeroni, Silvio Bagolini, Guido Martufi, Giovanna Galli, Franca Gandolfi, Gigetta Morano, Rosalba Neri, Ottavia Piccolo, Massimo Bonini, Alberto Anselmi, Milvia Chianelli, Gustavo De Nardo, Graziella De Roc, Gondrano Trucchi, Lino Toffolo
regia di Federico Fellini


I vitelloni


Sul finire dell’estate viene eletta la Miss di una località sull’Adriatico, Sandra, la vincitrice sviene e Fausto, caro amico del fratello della ragazza, prontamente scappa ma il padre intuisce tutto e e lo costringe a un matrimonio riparatore. Tornato dal viaggio di nozze Il suocero trova a Fausto un lavoro da commesso ma il giovane perderà anche quello perché corteggia pesantemente la moglie del titolare. Sandra stanca dei tradimenti del marito fugge; la sua scomparsa getta nella disperazione il marito che la cerca non i suoi fedeli amici, la ragazza si è rifugiata a casa del suocero che accoglie il figlio scavezzacollo a frustate. Nel frattempo i sogni di gloria dell’intellettuale del gruppo, Leopoldo si sono infranti davanti alle velate proposte di un vecchio capocomico, Alberto assiste impotente alla fuga della sorella con un uomo sposato, Moraldo il più giovane una notte decide di lasciare tutto e tentare la fortuna in città



Ivitelloni


Dopo Lo sceicco bianco Fellini continua la sua opera di scardinamento del neorealismo rosa tipico di quegli anni in cui tutto trovava un lieto fine con la rivincita dei buoni sentimenti e dei valori più sani.
La sceneggiatura di Flaiano – che aveva ambientato la storia nella nativa Pescara- descrive la noia della provincia e l’inanità dei suoi abitanti attraverso le (dis)avventure dei cinque vitelloni, maggior spazio è lasciato alla storia di Fausto, il più grande e il modello degli altri, come viene definito all’inizio. Ormai trentenne Fausto non vuole saperne di mettere la testa a posto: gran sciupafemmine la cui carriera viene interrotta dalla gravidanza indesiderata di Sandrina, sorella di Moraldo, uno dei suoi più cari amici, testimone delle infedeltà coniugali del cognato senza amai avere il coraggio di dire nulla. La gravidanza di Sandra comporta il matrimonio e soprattutto la necessità di lavorare per mantenere la famiglia. Fausto viene assunto come commesso da un caro amico del suocero e gli amici passano davanti alle vetrine per deridere il neo impiegato, perché nessuno di loro vuole la responsabilità lavorativa: né Riccardo con ambizioni da cantante e preoccupazioni per la linea, né Leopoldo che vorrebbe diventare scrittore, e ancor meno Alberto che si fa mantenere dalla sorella e coccolare dalla vecchia madre.



Ivitelloni


La noia dell’inverno esplode durante il Carnevale: è al veglione che Fausto si accorge che la moglie del suo principale è ancora una bella donna, è al ritorno dalla festa, ubriaco e depresso che Alberto vede la sorella andarsene con l’amante: non è tanto l’onore perduto della sorella a colpire Alberto quanto il rendersi conto che il mantenimento della famiglia ora pesa sulle sue spalle ma nel sottofinale scopriamo il pensiero definitivo di Alberto nel celebre gesto dell’ombrello ai lavoratori.



I vitelloni s/center>


La scena è iconica ma è interessante vedere come nasce: dalla tragedia della fuga di Sandra che tutti sospettano aver compiuto l’insano gesto, ma appena Fausto si allontana gli amici pensano al pranzo e poi a sfottere gli operai senza nessuna remora per il dramma dell’amico.
Dramma che si risolve in farsa con il padre che lo prende a cinghiate e la moglie che lo vuol difendere nonostante tutto. Lacrime e promesse di ravvedimento che sappiamo bene essere ben dopo affidabili.
Al riflessivo Moraldo non resta che andarsene da questa realtà piatta e abitudinaria e mettersi in gioco nel luogo in cui lo porterà il primo treno su cui è salito salutato solo dal giovanissimo ferroviere con cui ha fatto amicizia nelle notti insonni a bighellonare per il paese. Il sorriso del ragazzino ricorda molto quello della ragazzina al Marcello de La Dolce Vita: la distanza ormai definitiva dalla purezza dell’infanzia.
La sequenza finale, più ancora del disfacimento a fine veglione di Alberto o lo spaccato del varietà, racconta tutto il mondo futuro di Fellini: Moraldo che immagina gli amici dormienti nelle loro stanze: una proiezione fantastica dove la luce è innaturale quasi funerea, un brivido sul destino segnato dall’abitudine da cui sfugge Moraldo a cui Fellini aveva pensato di dedicare un altro film, uno dei tanti non realizzati, Moraldo va in città.