Zero in condotta

Zero de conduite
Francia, 1933
con Jean Dasté, Robert Le Flon, du Verron, Delphin, Louis Lefebvre, Gilbert Pruchon, Coco Goldstein, Gérard de Bédarieux, Léon Larive
regia di Jean Vigo



Zero de conduite


Finite le vacanze estive i ragazzi del collegio si apprestano a farvi ritorno, il viaggio in treno di due compagni è l’ultimo sfogo di fantasie infantili prima di tornare sotto il giogo severo degli insegnanti anche se al corpo docenti si unisce Huguet che con le sue stranezze incuriosisce i collegiali. Mentre Caussat, Colin e Briel si riconfermano i peggiori della classe e sin dai primi giorni ricevono uno zero in condotta, mentre il timido ed effeminato Tabart suscita le attenzioni di un professore ma la forza del ragazzo nel ribellarsi lo fa accettare nel gruppo e sarà proprio la reazione di Tabart al viscido professore a scatenare la ribellione degli scolari nel giorno in cui la scuola riceve delle autorità che vengono presi di mira dai ragazzi prima di darsi alla fuga sui tetti.


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Ispirato all’esperienze autobiografiche del regista che, orfano del padre anarchico, trascorse l’infanzia in collegio.
La forza eversiva della pellicola che contrappone il mondo dell’infanzia a quello omologato e gerarchico degli adulti, attirò le attenzioni della censura che lo fece sparire per sentimenti antipatriottici e il film tornò ad essere distribuito solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945.
La sequenza iniziale del treno racchiude il mondo dell’infanzia: i giochi e i racconti dell’estate, le collezioni di oggetti improbabili, le sigarette e la voglia di atteggiarsi già da grandi. Già in questo primo segmento il regista mette in mostra tutta la sua abilità registica cogliendo i ragazzini nello scompartimento da angolazioni diverse, giocando con gli specchi del vagone: le distorsioni sono spesso presenti per dare la dimensione del fantastico dell’infanzia ma anche per sottolineare la stortura dell’autorità.



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Arrivati in stazione, col buio ad attenderli c’è uno degli insegnanti del collegio, impettito e severo il mondo anarchico e fantastico della fanciullezza si scontra con quello severo delle norme che dovranno fare degli scavezzacollo degli onesti cittadini. Tabart, arrivato anche lui in stazione con la madre, non regge l’impatto con il duro assaggio dei mesi che lo aspettano e passa l’ultima notte con la madre che lo ha accompagnato.
Fin dalla prima notte nell’istituto si manifesta la fatica dell’adattamento dei ragazzi alle severe (e spesso stupide) leggi dell’ordine sociale che per nonnulla sfocia in una punizione.
L’aspetto ridicolo dei professori rivela anche la loro bassezza: chi ruba la marmellata dei ragazzi, chi tenta di sedurli. La presa in giro delle figure autoriali culmina nella figura del direttore interpretato dal nano Delphin, i suoi tratti infantili e il barbone posticcio lasciano trasparire l’immagine del ragazzo che anche il direttore è stato, anche se ora guida tronfio il collegio con la sua vocetta acuta.



Zero de conduite


Un’altra stigmatizzazione dei danni dell’ordine borghese è rappresentata nel comitato ministeriale in visita alla scuola: i personaggi in seconda fila sono palesemente delle marionette, quello a cui l’organizzazione scolastica dovrebbe ridurre i ragazzini omologandone sogni e bisogni.
Vigo utilizza tutti i mezzi della settima arte per raccontare la sua elegia alla libertà infantile, persino i cartoni animati, infatti gli appunti del professor Huguet si animano a simboleggiare la capacità del maestro di interagire con gli alunni mettendosi al loro livello. Vigo paga il tributo alla sua ammirazione per Chaplin facendo fare al professore l’imitazione di Charlot. Significativa anche la scena della passeggiata che si trasforma nell’inseguimento di una bella ragazza: la vita, in ogni suo aspetto, è fuori dalle mura austere del collegio anche se il genio del regista e la fantasia infantile sa trasformare una battaglia di cuscini in una poetica nevicata.

La villa delle anime maledette

The damned
Italia 1982
con Beba Loncar, Jean-Pierre Aumont, Annarita Grapputo, George Ardisson, Paul Theisheid, Antonio Campa, Fausto Lombardi, Ileana Fraja
regia di Carlo Ausino


Lavilladelleanimemaledette


Torino, 1955, I proprietari di una grande villa sulle colline torinesi muoiono misteriosamente; dopo più di 20 anni lo studio notarile che si occupa della successione contatta gli eredi, figli delle vittime. I tre ragazzi, due fratelli, Bruno e Tony, e la cugina Elisa, erediteranno un’ingente fortuna a patto che vivano tutti nella villa, per sempre, senza cederne mai la proprietà. I quattro ragazzi (uno di loro è sposato) si trasferiscono nella magione ma subito le cose precipitano e la prima a morire è Sonia, la moglie di Bruno…

Uno dei capitoli finali della stagione giallo-horror italiana, firmato da Carlo Ausino, regista di b movie a basso costo che ha firmato nemmeno una decina di pellicole, spesso considerato l’Ed Wood italiano e La villa delle anime maledette è la dimostrazione di questo accostamento.
Il film gioca sul tema delle case maledette; la sequenza più interessante è quella dei due operai di un’impresa di pulizia che vanno sistemare la villa prima che ci si trasferiscano i nuovi eredi, uno è anziano e si ricorda i tragici fatti del 1955, raccontati nel prologo d’apertura del film, per cui è restio ad andare a lavorare nella villa abbandonata da 20 anni, l’altro più giovane è quello che avrà delle allucinazioni spaventose e i due operai saran ben felici di lasciare l’immobile prima del tramonto.
I tre eredi hanno vissuto lontano da Torino e separati tra loro, anche i due fratelli. Elisa ha vissuto a Parigi ed è entrata in contatto con il mondo del paranormale attraverso il quale la madre la invita a tenersi lontano da Torino ma nella scena seguente la ragazza è già in città, la prima a rispondere all’invito dello studio notarile.
Anche i notai da subito si rivelano ambigui; la loro segretaria di fiducia Marta, dice di non ricordare la pratica e uno dei due soci, Casati, l’apostrofa malamente. Marta ha avuto una relazione con l’altro socio Ugo Ressia e lo convince a indagare sulla strana pratica, soprattutto dopo la morte di Sonia.
L’atmosfera opprimente della casa da subito avvolge i ragazzi. il desiderio di Bruno di avere un figlio diventa un’ossessione (non sa di non poter procreare) e nemmeno seppellita la moglie cerca di sedurre la cugina, scatenando le ire del fratello.
Sempre con l’aiuto ultraterreno della madre Elisa capisce la situazione, un po’ meno lo spettatore: la villa da trecento anni è di proprietà di una famiglia atea, la maledizione che grava su di loro non ha nessuna spiegazione, forse nasce dal fatto di accoppiarsi tra consanguinei ma non viene dato nessun chiarimento.
Se la lettura sovrannaturale è insoddifacente, la spiegazione del giallo non è poi più gratificante: ad orchestrare tutto c’è il notaio Casati: desiderio di appropriarsi di una ricchissima eredità? Molto probabile ma potrebbe anche lui far parte della stirpe maledetta: ambigue e malfatte inquadrature lasciarebbero intendere che sarebbe il doppio dell’inquietante maggiordomo, altro personaggio il cui senso nella storia è poco chiaro.
La trama non spicca di originalità ma sono le conclusioni raffazzonate a deludere: nessuna spiegazione della maledizione e incomprensibile il motivo per cui Elisa resti da sola nella villa per il resto della vita (la conclusione è nel futuro) per vegliare sul cimitero degli antenati che si trova nel parco e assicurarsi della fine della stirpe. Se l’intento del film è quello di giocare con le atmosfere sospese e il non detto, fallisce in pieno: non basta che gli omicidi siano sempre fuori inquadratura come anche le allusioni sessuali: ridicola la scena del misterioso incontro sotto le coperte di Elisa!
Il film è l’ultimo girato dall’attrice di origine jugoslava Beba Loncar, che interpreta Marta, la segretaria che ha un ruolo risolutivo nel salvare la situazione.

Il vento e il leone

The Wind and the Lion
USA 1975 MGM
con Sean Connery, Candice Bergen, Brian Keith, John Huston, Geoffrey Lewis, Steve Kanaly, Vladek Sheybal, Nadim Sawalha, Roy Jenson, Deborah Baxter, Darrell Fetty, Jack Cooley, Chris Aller
regia di John Milius



Lelion et le vent


Marocco 1904: il principe berbero Mulay Ahmad al-Raysuni rapisce una ricca vedova americana e i suoi bambini per mettere nelle pesti il fratello pascià e il nipote sultano che stanno svendendo il Marocco alle potenze europee, attirando l’attenzione della nascente superpotenza americana guidata da Teddy Roosevelt. Eden Pedecaris si rivela una prigioniera abbastanza complicata che non teme di tener testa al capo dei berberi, anche a scacchi, ben presto si crea un rapporto di stima e quando il Raisuli viene catturato dai tedeschi mentre riconsegna la sua preda, Eden arriva a sfidare l’esercito americano perché si schieri a favore del principe…



Ilventoeilleone


Il film s’ispira a una storia vera: il Raysuli è un personaggio veramente esistito, una figura controversa tra il predone e l’eroe nazionale indipendentista e vero è il rapimento ma di un un facoltoso americano di origine greca, Ion Perdicaris.
Nel film il rapito si trasforma in una bellissima e volitiva vedova e la passione tra il seducente principe berbero (Sean Connery!) e l’indomita americana è latente dal primo sguardo tra i due. Il film propone quindi il classico gioco della guerra dei sessi, lascito della commedia anni ’30 e caratteristico di tutti i film d’avventura anni ’80 da Indiana Jones al dittico All’inseguimento della pietra verde e Il gioiello del Nilo.



Ilvento e illeone


Lo scontro reale però, a cui allude anche il titolo della pellicola, è quello tra il Raysuli e il presidente americano Roosevelt, due uomini apparentemente agli antipodi ma che hanno il medesimo concetto di pragmatismo e lealtà nello scontro con l’avversario, non a caso ci sono molti montaggi paralleli che sottolineano questo dialogo a distanza: il berbero è un uomo sopravvissuto alla sua epoca, costretto a confrontarsi con un mondo nuovo dove lo scontro non è più vis a vis con il nemico ma attraverso armi sempre più potenti che spersonalizzano “il gusto” della battaglia trasformandola in bieca macelleria; il presidente della nuova potenza che si affaccia sullo scacchiere mondiale è un grande affabulatore, diviso tra la modernità della costruzione del Canale di Panama e i vecchi valori condivisi anche da il Raysuli. Il predone osserva la fine della sua era con una risata sotto lo sguardo ammirato del piccolo Wiliam Pedecaris, mentre il capo della potenza più moderna è intriso di malinconia, osservato dalla figlia Alice.
Il vento e il leone è una produzione grandiosa e ambiziosa, con un grande cast dove, oltre ai due fascinosi protagonisti, è da notare la prova di Brian Keith nei panni di Theodore Roosevelt, l’attore è in grado di mostrare diverse sfaccettature dello statista americano, e pensare che è noto soprattutto per il ruolo dello zio Bill che si accolla i nipoti orfani nella serie tv Tre nipoti e un maggiordomo: benché la serie fosse di grande successo, ricordo il suo personaggio come il più statico della storia della televisione.



Il Vento e il leone


Il film mostra i segni del tempo soprattutto nelle scene di battaglia che pure hanno un retrogusto di western moderno, alla Peckinpah. Si fa molta attenzione a tenere sempre fuori campo le scene più cruente: le decapitazioni sono molte. Il punto di forza restano i dialoghi, i monologhi di Roosevelt sull’America temuta ma non amata, il parallelo con il grizzly vero simbolo dell’America invece dell’aquila che è solo un’avvoltoio ripulito sembrano andare al di là del puro film d’azione incentrato sull’immaginario romantico dell’Islam decadente vs l’Occidente senza scrupoli: ricordiamo che solo dopo quattro anni dopo l’uscita del film la rivoluzione khomeynista dell’Iran segnerà la rottura tra gli USA e il Medio Oriente.

Romeo + Giulietta di William Shakespeare

William Shakespeare’s Romeo + Juliet
USA 1996
con Leonardo DiCaprio, Claire Danes, John Leguizamo, Harold Perrineau, Pete Postlethwaite, Carlos Martin Manzo Otalora, Paul Sorvino, Paul Rudd, Christina Pickles, Diane Venora, Vondie Curtis-Hall, Jesse Bradford, Brian Dennehy, Gloria Silva, Pedro Altamirano
regia di Baz Luhrmann



Romeo+juliet


Nella bella (immaginaria e contemporanea) Verona Beach si fronteggiano due famiglie rivali, i WASP Montague e i latino americani Capulet nel frattempo Romeo si sta isolando dai suoi amici perché innamorato di Rosina, Mercuzio per distrarlo propone di infiltrarsi alla festa dei Capulet dove Romeo ha un colpo di fulmine -ricambiato- per la bella Giulietta, l’amore dei due giovani prosegue anche quando scoprono di appartenere alle due famiglie rivali e decidonodi sposarsi segretamente anche per risanare l’odio che insanguina la città ma la tragedia incombe…



Romeo+giulietta


Non avevo più visto Romeo + Giuliet dalla bizzarra visione nell’anno dell’uscita del film, ho ritrovato un gran bel film che anticipa per certi versi Tarantino nel suo gusto estetizzante dell’immaginario violento delle gang giovanili: dettagli di pistole e rosari, camice hawaiane e camperos impolverati.
Il film che consacrò definitivamente Leonardo di Caprio è speculare al successivo Moulin Rouge!: il primo porta la prosa elisabettiana di Shakespeare nella contemporaneità mentre il secondo porta la musica contemporanea nella Parigi della Belle Epoque. Il barocchismo di Luhrmann è ai massimi livelli in entrambi i film e la scena in guêpière di Gloria, la madre di Giulietta, che da le ultime direttive per la festa anticipa chiaramente il film successivo.
La complementarietà dei due film si nota anche negli elementi dominanti Terra e Aria per Moulin Rouge! e Acqua e Fuoco per Romeo + Giuliet : il primo incontro tra i due giovani attraverso l’acquario è passato alla storia, i tuffi i piscina negli incontri notturni, il mare sono opposti al fuoco delle armi, all’altrettanto celebre scena della cappella funebre di Giulietta illuminata da migliaia di candele.
I due elementi si fondono quando la commedia si trasforma in tragedia: ho sempre amato questo film perché non avendo studiato inglese so poco di letteratura inglese ma la morte di Mercuzio, la sua maledizione sui Montecchi e i Capuleti mentre le nubi e i fulmini di una tempesta si addensano su Verona Beach segna chiaramente il passaggio dal tono di una commedia amorosa alla tragedia che porterà alla morte i due amanti. Rivedendo anche il Romeo e Giulietta di Zeffirelli si capisce lo stigma della morte di Mercuzio ma è la potenza visiva di Luhrmann che lo esplicita e ne sottolinea l’importanza nell’economia della tragedia shakespeariana.

La moglie bugiarda

True Confession
USA 1937 Paramount
con
Carole Lombard, Fred MacMurray, John Barrymore, Una Merkel, Porter Hall, Edgar Kennedy, Lynne Overman, Irving Bacon, Fritz Feld, Richard Carle, John T. Murray, Tom Dugan, Garry Owen, Toby Wing, Hattie McDaniel, Eleanor Fisher
regia di Wesley Ruggles


TrueConfession


Ken Barrett è un giovane avvocato che vuole difendere solo gli innocenti così, per pagare i conti, la moglie Helen sfrutta la sua fantasia da romanziera senza successo raccontanto un mucchio di bugie, anche al marito. Ad esempio senza dir nulla al consorte, accetta l’impiego come segretaria privata di un individuo che si rivela un porco. Helen fugge alle avances lasciando cappello e soprabito e quando torna a riprenderli con l’amica Daisy trova la polizia e il cadavere del suo datore di lavoro. Accusata dell’omicidio, Helen decide di dichiararsi colpevole sicura che l’arringa del marito la salverà e lo trasformerà in un avvocato di fama. Tutto va secondo i piani della donna ma sulla nuova vita di successo pesa l’ombra dell’omicidio di Helen che non può svelare la propria innocenza fino all’arrivo di un criminologo pazzo, il vero omicida che vuole ricattare i Bartlett…



TrueConfession


La moglie bugiarda è un prodotto piuttosto strano nella produzione delle commedie brillanti e screwball del periodo lo dimostra l’insolita scena iniziale: non solo non siamo in un lussuoso appartamento dei quartieri alti dove di solito si ambientano le commedie anni ’30, ma il quartiere popolare è introdotto da una ripresa in esterni. Al di fuori degli studios sono anche ambientate gli esterni sul lago dove i Barlett hanno comprato una villa. A questo elemento piuttosto innovativo fa da contraltare una divisione degli ambienti che rispetta la derivazione teatrale del film per cui l’antefatto si svolge prevalentemente nell’appartemento dei Barlett, la parte centrale è ambientata in tribunale con il processo di Helen e la chiusa avviene nella nuova proprietà della coppia dove li raggiunge Charley Jasper, il criminologo pazzo che si vanta di essere il vero colpevole ma sinceramente io non sono riuscita a capire se fosse vero: il personaggio dipinto dia John Barrymore è così surreale, a tratti quasi chapliniano che non è chiaro se sia sincero.
Il tema verità menzogna è il nucleo centrale del film: la coppia dei Barlett è improbabile proprio per il loro rapporto con l’onestà: lui è un integerrimo professionista che vuole difendere solo gli innocenti facendo la fame, lei non si fa nessuno scrupolo a inventare qualsiasi cosa per ottenere ciò che vuole, sia allungare il conto dal macellaio, sia far lasciare il lavoro all’amica prima del tempo perché deve informarla delle sue novità. Un personaggio sulla carta odioso, quello di Helen Bartlett ma reso adorabile dall’interpretazione di Carole Lombard: quando si pianta la lingua nella gota è perché ne sta pensando una delle sue, un “tic” che la caratterizza in maniera divertente.
Una storia pazza e divertente che ha il suo culmine nella rappresentazione dell’omicidio fasullo in tribunale dove l’allestimento teatrale dell’appartamento del morto ha una valenza metacinematografica: una rappresentazione nella rappresentazione. Il falso trasformato in farsa dalla gag della porta che non si apre mai è l’emblema del film che rompe un altro connubio classico, quello della commedia con il thriller e alla fine non importa chi ha ucciso Otto Krayler, non è quello il tema del film che si rivela una satira graffiante dell’ascesa sociale: la bugia a fin di bene per pagare i conti fa un salto di qualità e diventa il mezzo per ottenere fama e successo.

5 tombe per un medium

Italia, 1965
con Walter Brandi (Walter Brandt), Mirella Maravidi (Marilyn Mitchell), Barbara Steele, Alfredo Rizzo (Alfred Rice), Riccardo Garrone (Richard Garrett), Luciano Pigozzi (Alan Collins), Tilde Till, Ennio Balbo (Edward Bell), Steve Robinson, René Wolf
regia di Massimo Pupillo (Ralph Zucker)



5tombe x1medium


Albert Kovaks, aiutante del notaio Morgan, sbrigando la posta mentre il Morgan è assente, apre una massiva che invita urgentemente il notaio a Bregonvile per redigere il testamento di Jeronimus Hauff. Il giovane vi si reca al posto del notaio e viene accolto dalla figlia di Hauff e la sua matrigna che gli rivelano che il dottor Hauff è morto da un anno. Intanto una serie di morti improvvise funesta il paese segnato dall’antica leggenda degli untori di peste del XV secolo: si sente nuovamente il carro dei monatti attraversare la cittadina anticipando la morte di qualcuno, e a morire sono gli amici più cari di Hauff che hanno firmato il suo certificato di morte, solo un testimone non è di Bregonvile ma per Kovaks non sarà difficile scoprirne l’identità…



5tombexunmedium


Una produzione minore del fiorente genere gotico italiano anni’60 che esemplifica tutti i difetti e i pregi del filone:
il cast con nome inglese per sfondare sul mercato estero, l’ambientazione straniera, in questo caso tedesca su uno sfondo prettamente italiano in questo caso la villa sorta sul vecchio lazzaretto quattrocentesco è il castello Chigi a Castel Fusano e i pini marittimi sono difficili da spacciare per flora teutonica ma come sempre, nella povertà dei mezzi spicca la fotografia e il luogo è reso inquietante grazie appunto all’ottima fotografia e ai suoni.
La produzione ricorda un po’ gli sceneggiati di stampo gotico che qualche anno dopo sarebbe approdata in televisione e ci sono soluzioni classiche già risibili al tempo: la vecchia che si fa il segno della croce quando Kovaks le chiede dove si trovi la sperduta villa Hauff ma l’idea degli appestati che ritornano dalle tombe per vendicare Jeronimus Hauff è originale e anche se si vede pochissimo degli elementi sovrannaturali della trama (soluzione sempre positiva) il carro dei monatti, le mani degli untori che riprendono vita lasciano il segno.



5 tombe per 1 medium


Anche gli effetti speciali non sono male per appartenere a una produzione a basso costo, interessante come sempre il cast che vanta l’icona del gotico italiano, Barbara Steele e Luciano Picozzi, altro caratterista votato al genere, spesso in ruoli di servo, in questo caso giardiniere, che conosce i segreti del padrone.

La maschera del demonio

Italia, 1960
con Barbara Steele,John Richardson, Andrea Checchi, Arturo Dominici, Ivo Garrani, Enrico Olivieri, Mario Passante, Antonio Pierfederici, Tino Bianchi, Clara Bindi
regia di Mario Bava



Lamascheradeldemonio


Nella Valacchia del XVII secolo la strega Asa Vajda e il suo amante Igor Javutic vengono debellati con un rito cruento ma in punto di morte Asa maledice a sua volta la discendenza della sua stessa famiglia che l’ha messa al rogo, rogo per altro non concluso per un improvviso temporale. Duecento anni dopo due medici russi finiscono incautamente nella cripta dove è sepolta la strega e l’attacco di un pipistrello fa sanguinare il polso del dottor Kruvajan che ha tolto la maschera del demonio che trafigge il volto di Asa. Le poche gocce di sangue bastano a risvegliare la strega che dopo aver sterminato tutti i principi Vojda vuole reincarnarsi nella principessa Katia, la discendente che ha le sue stesse fattezze.


The mask of satana


L’esordio alla regia di Mario Bava è un capolavoro del gotico italiano che non ha mai raggiunto -almeno in patria- la fama che gli spetta.
L’autore era un grande direttore della fotografia che ha collaborato a lungo con Riccardo Freda inventando gli effetti per far invecchiare davanti alla macchina da presa Gianna Maria Canale ne I Vampiri effetto che torna anche nel finale de La maschera del demonio quando la forza vitale passa da Katia a Asa e viceversa nel lieto fine. Bava si occupava anche di effetti speciali e se in Caltiki creò un mostro facendo bollire la trippa, gli occhi di Asa che si sta “rimpolpando” grazie al sangue del dottore potrebbero benissimo essere due tuorli d’uovo, dato l’ingegno del maestro!



Lamaschera deldemonio


Ispirato da un racconto di Gogol’, il film ha anche referenti nell’horror classico: Javutic che guida -al rallenti- la carrozza per andare a prendere il dottore prima dello stalliere inviato dai Vojda ricorda il viaggio per arrivare al castello di Nosferatu nel film omonimo di F.W. Murnau.



Blacksunday


Mi ha colpito come, pur essendo in fondo una storia di vampiri, il riferimento al vampirismo sia molto latente, si preferisce parlare di streghe e diavoli, quasi a voler togliere ogni componente affascinante che il cinema americano aveva dato al vampiro. Solo l’essenza puramente malefica di Asa e il suo amante potevano del resto giustificare la scena iniziale ambientata nel XVII secolo con le torture inflitte ai due diabolici amanti: la soggettiva della maschera chiodata all’interno mentre sta per essere indossata da Asa conserva ancora oggi il suo spirito orripilante.



La maschera del demonio


Un altro esempioo che distingue la cinematografia di Bava e il gotico italiano dalla tradizione americana è il viaggio di Sonia, la figlia della locandiera che deve andare a mungere la mucca vicino al cimitero dov’è(ra) sepolto Javutic: c’è una scena simile ne L’uomo leopardo di Jacques Tourneur quando Teresa Delgado, vittima del leopardo deve uscire dal paese per procurare la farina: se secondo l’idea di paura di Val Lewton è il buio e gli orrori che questo può nascondere a fare paura, Bava trasforma il tragitto di Sonia in un profluvio di simboli orrorifici: rami che arrivano in faccia, rospi ecc.. Un climax ascendente che non porta a nulla ma non fine a sé stesso tutto contribuisce a creare il registro di ambiguità su cui il regista vuole giocare: chi non ha creduto che la prima apparizione di Katia coi cani fosse quella di Asa (già) rediviva?

Luca

LucaUSA 2021, Pixar
regia di Enrico Casarosa

Luca è un essere marino che vive nelle acque della Liguria, un bravo ragazzino che fa il pastore all’allevamento di triglie della famiglia. I suoi genitori sono molto apprensivi e lo mettono perennemente in guardia dagli umani. L’attrazione per il mondo terrestre è però fortissima anche perché la razza a cui Luca appartiene ha la capacità di prendere le sembianze umane una volta sulla terra ferma, rivelando il vero aspetto solo a contatto con l’acqua. L’incontro con Alberto che vive su un’isolotto disabitato circondato da oggetti umani è l’occasione per Luca di scoprire il mondo che tanto lo attira e tanto inquieta i genitori. Gli incontri con Alberto si fanno sempre più lunghi per costruire una Vespa, e ben presto i genitori di Luca scoprono il segreto del figlio e intendono mandarlo negli abissi marini con lo zio Ugo. Luca e Alberto fuggono e si rifugiano a Ponterosso, il paese degli umani, in cerca di una vespa per viaggiare per il mondo. Incontrano Ercole, borioso ragazzotto che vince da anni la Portorosso Cup, una gara di triathlon per ragazzini e si alleano con Giulia, una coetanea impertinente che li accoglie in casa assieme al burbero padre Massimo e al gatto Macchiavelli che da subito ha capito la vera natura dei due ragazzi e li guarda con sospetto. Mentre i genitori di Luca arrivano a Ponterosso alla ricerca del figlio, i tre ragazzini si allenano per la gara e Giulia alimenta la passione di Luca per la curiosità verso il mondo parlandogli della sua scuola e regalandogli libri. Alberto, geloso del desiderio di Luca di andare a scuola invece che in giro in vespa con lui, rivela a Giulia la loro vera natura di mostri marini venendo scoperto da Ercole e dai suoi amici. Riusciranno i tre sfigati (come si sono soprannominati) a recuperare la loro amicizia e a vincere la gara?

L’ultimo film Pixar – Disney uscito all’invio dell’estate è un piacevole film di formazione che rievoca la gioia delle estati italiane a partire dagli anni ’50 fino agli anni ’80 con un pastiche cronologico di musiche che vanno da Gianni Morandi fino a Edoardo Bennato, locandine di film quali La Strada, Vacanze Romane, una fotografia di Mastroianni nei panni del Fefè di Divorzio all’italiana. La direzione di un autore italiano evita il più trito stereotipo del Bel Paese, grazie all’ambientazione piuttosto ben connotata nella fantasiosa Ponterosso alle Cinque Terre e il gioco funziona sia per gli italiani che non trovano troppo risibile l’immagine da cartolina all’americana, sia per gli americani che comunque ritrovano i simboli più cari dell’italianità: la pasta, il mare, la mitica Vespa.
Funziona anche lo sguardo ammirato sulle bellezze naturali: la scoperta della luce, del sole, le fantasie marine richiamano nei concetti ma anche nella colorazione e nello stile l’attenzione alla natura dei lavori di Miyazachi, e i protagonisti dotati di doppia natura, sia umana che anfibia richiamano il suo immaginario fantastico.
Tutti gli elementi di Luca sono la rilettura di un antecedente: Luca ed Alberto tutto sommato sono la versione maschile de La Sirenetta, il loro aspetto richiama Il mostro della Laguna Nera Alberto è in fondo un Lucignolo più di buon cuore e Luca un Pinocchio più volitivo.
Nonostante il rischio di dejà vu sia sempre incombente, Luca riesce a sorprendere per la sua freschezza che coinvolge tutti gli aspetti del film, dai personaggi, al tratto stilistico.
L’incontro tra mondi diversi che prima si temono poi si abbracciano fraternamente si presta a diverse letture: la scoperta e il timore del mondo tipico della preadolescenza e l’invito ad accettare l’altro da noi, il diverso, senza paura.

Macabro

Macabre
Usa, 1958
con William Prince, Jacqueline Scott, Jim Backus, Christine White, Susan Morrow, Philip Tonge, Jonathan Kidd, Dorothy Morris, Howard Hoffman, Ellen Corby, Linda Guderman, Voltaire Perkins
regia di William Castle



-macabro


Da quando la moglie è morta di parto mentre lui era assente e ubriaco, il dottor Rodney Barrett gode di una pessima fama nella cittadina di Thornton; il giorno del funerale della cognata, Nancy, che si terrà di notte perchè la donna era cieca, viene rapita anche la figlioletta del dottore: la piccola Marge è stata sepolta viva e il dottore ha poche ore per salvarla, lo aiuta Polly la sua infermiera da sempre innamorata di lui…



Macabre


Macabro è un giallo che si ammanta di elementi gotici: la bambina sepolta viva che “sta con i morti” viene ricercata ovviamente nel cimitero che si presenta secondo i topos più classici del genere horror: cancelli arrugginiti e la classica nebbiolina che si leva dal suolo. La ricerca si sposta poi nell’agenzia di pompe funebri e la spasmodica perlustrazione nelle casse è meno risibile della parte al cimitero, non fosse altro perchè più cronologicamente congrua all’ambientazione contemporanea.



Macabre


Non mancano i flash back che raccontano la fine di Alice e descrivono il carattere ribelle di Nancy, la sorella cieca. Le due donne scomparse prematuramente erano le figlie del cittadino più in vista, Jode Wetherby il vecchio malato di cuore non reggerà al presunto ritrovamento del corpo della nipotina sotto il cumulo di terra che serve per ricoprire la tomba di Nancy.



Macabro


Il finale riserva un colpo di scena piuttosto cinico §§spoiler§§ è lo stesso dottore che ha inscenato il rapimento della figlia e causato la morte della cognata per impossessarsi dell’eredità del vecchio suocero, sicuro che non avrebbe retto alla visione del bambolotto nella piccola bara.



Macabro


Il film presenta delle incongruenze e la recitazione, soprattutto del protagonista è un po’ sopra le righe. A favore del film c’è la brevità , circa 75 minuti e la profonda autoironia: a Castle interessa di più strizzare l’occhio allo spettatore anziché spaventarlo e se ne La casa dei fantasmi svela i marchingegni che muovono i fantasmi nel film ma anche nel genere cinematografico, in Macabro il gioco è riservato all’introduzione e al finale, elementi che fanno ricordare la pellicola ancora oggi: nel prologo la voce off garantisce un risarcimento milionario a chi morirà di paura durante il film, sono esclusi ovviamente i deboli di cuore. I titoli di coda, a cartone animato e rappresentano un corteo funebre, prima passano i morti con il nome dell’interprete e a seguire i nomi dei personaggi che restano vivi.

Crudelia

Cruella
USA 2012 Disney
con Emma Stone, Emma Thompson, Joel Fry, Paul Walter Hauser, Emily Beecham, Mark Strong, Kirby Howell-Baptiste, John McCrea, Kayvan Novak, Andrew Leung, Tipper Seifert-Cleveland
regia di Craig Gillespie


Cruella


Estrella è una bambina dalla forte personalità, caratterizzata da una una bizzarra chioma divisa in due bianca da una parte e nera dall’altra, questo le causa non pochi problemi a scuola a cui la bambina si ribella con veemenza. Dopo esser stata cacciata da scuola, la madre decide di trasferirsi a Londra ma durante una sosta lungo la strada, in un castello dove si tiene una festa sfarzosa che attira la curiosità di Estrella, la madre muore. La bambina è convinta che sia colpa sua e riesce a raggiungere Londra in maniera fortunosa qui stringe amicizia con altri due orfanelli e i tre crescono diventando abili truffatori, finché Jasper e Horace non decidono che la ragazza debba dimostrare il suo talento nella moda facendola assumere ai magazzini Liberty. Estrella attira l’attenzione della stilista Baronessa von Hellman diventando la sua assistente e scoprendo che la donna è implicata nella morte della madre e molto di più…

Prosegue la rilettura in live action delle grandi vilain dei classici Disney e il caso di Crudelia De Mon -o Cruella De Vil nell’originale- sembrava un caso particolarmente complicato: come rendere simpatica il personaggio grottesco e scarmigliato che voleva uccidere i cuccioli di dalmata per farne pellicce? La soluzione è semplice far scontrare Crudelia con qualcuno ancora più cattivo di lei e cioè la Baronessa von Hellman, che con un twistplot degno della migliore tradizione fiabesca (quindi disneyana) §§spoiler§§ si scopre essere la madre biologica della bambina che doveva essere eliminata dal suo aiutante ma appunto come nelle fiabe l’uomo incaricato dell’omicidio si dimostra più sensibile della genitrice e affida la piccola a qualcuno che la cresca in questo caso Catherine Miller, ex dipendente della Baronessa.
Ovviamente Crudelia non ha l’insana passione per le pellicce dei dalmata, anzi ha cani fin dalla tenera infanzia e sono i dalmata che diventano l’estensione della cattiveria della loro proprietaria, la baronessa che li ha addestrati a gettare gli ospiti non graditi dalla scogliera ma dopo esser entrata in possesso della fortuna della baronessa, Estrella regala due cuccioli di dalmata all’ex avvocato della baronessa e alla reporter Anita, il film si chiude mentre Roger canticchia al pianoforte Crudelia De Mon, la celebre canzone del cartone suggellando il legame con il classico Disney.
Punto forte del film è l’ambientazione nella swinging London degli anni ’60-’70: la musica e i costumi sopperiscono le debolezze della sceneggiatura e se l’ambientazione nel mondo della moda richiama Il diavolo veste Prada, Emma Thompson è bravissima nello spingere i toni caricaturali e allontanarsi dalla Miranda Priestly di Meryl Streep.