Dieci piccoli indiani

Ten Little Indians
UK, 1965
con Hugh O’ Brian, Shirley Eaton, Fabian, Wiilfrid Hyde-White, Leo Genn, Mario Adorf, Stanley Holloway, Daliah Lavi, Dennis Price, Marianne Hoppe
regia di George Pollock


10piccoliindiani


Dieci persone vengono invitate in un isolato castello in montagna, raggiungibile solo dalla funivia, benché alcuni di loro siano dipendenti del misterioso padrone di casa, nessuno lo conosce perché appena assunti attraverso un’agenzia. Mr. Owen non è presente ad accogliere gli invitati ma durante la cena parte una voce registrata che spiega il motivo della riunione: tutti i presenti sono colpevoli di omicidio. Poco dopo iniziano le morti ispirate alla filastrocca che si trova in ogni camera da letto e ad ogni omicidio uno dei dieci indiani del centro tavola viene trovato spezzato…

Seconda trasposizione cinematografica del più celebre giallo di Agatha Christie che arriva dopo 20 anni dal primo film diretto da  René Clair.
La seconda versione ne riprende il finale (ovviamente differente dal complesso meccanismo conclusivo del romanzo) ma cambia l’ambientazione: dall’isola sperduta si passa a un picco montuoso raggiungibile sono dalla funivia il cui cavo si spezza al terzo omicidio quando la cuoca Elsa Grohmann cerca di lasciare la magione isolando definitivamente gli ospiti di mister Owen.
L’ambientazione montana con i bianchi accecanti della neve esaspera il bianco e nero, il film ha un po’ il gusto di una riduzione televisiva puntando tutto sull’abilità degli ottimi caratteristi, fra tutti Stanley Holloway nei panni del detective Blore, mentre i due protagonisti che si salvano sono interpretati dall’aitante Hugh O’Brian e la bella Shirley Eaton. Macchina da presa puntata quindi soprattutto sui volti degli attori per scoprire il colpevole e spiare le ansie e i sospetti.

Soul kitchen

Germania, 2009
Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Unel, Pheline Roggan, Anna Bederke, Dorka Gryllus, Lucas Gregorowicz, Wotan Wilke Mohring
regia di Fatih Akin


Soulkitchen


Zinos Kazantzakis cerca di gestire una taverna in un quartiere periferico di Amburgo tra mille problemi: gli arretrati al fisco, la fidanzata che sta per trasferirsi a Shanghai, il fratello carcerato che gli chiede di assumerlo per poter allungare le ore di libertà condizionata. Quando assume Shayn Weiss, un cuoco borioso che si è fatto licenziare da un locale di lusso perché si è rifiutato di scaldare il gazpacho a un cliente anche la poca clientela del locale di Zinos se ne va e come se non bastasse Zinos si procura un’ernia cercando di spostare una vecchia lavastoviglie. Zinos vorrebbe lasciare tutto e andare a Shanghai da Nadine che inizia a sentire sempre più distante ma un vecchio “amico” che ora si è messo nel ramo immobiliare e punta al terreno su cui sorge il locale, gli manda gli ispettori dell’ufficio d’igiene per farlo chiudere invece Zinos la vive come una sfida per far sopravvivere il locale che in breve tempo prende quota. Zinos decide di affidarlo al fratello che ha una relazione con la cameriera Lucia e trasferirsi da Nadine ma mentre si sta per imbarcare vede la ragazza di ritorno dalla Cina per la morte della nonna e Illias perde il locale a poker con Neumann. Perso tutto, Zinos s’impiega come manovale ai magazzini generali e dopo qualche mese Nadine lo richiama per scusarsi del suo comportamento. Scoperto che il locale è andato all’asta, Zinos chiede un aiuto economico alla ex ora ricchissima per l’eredità della nonna e ricompra il Soul Kitchen

Il regista tedesco di origine turca Fatih Akın raggiunse la fama nel 2004 con il drammatico e intenso La sposa turca, successo rinnovato da questo film del 2009 che vinse il Leone d’argento a Venezia, all’epoca non lo vidi al cinema poco attirata dai trailer e recuperato oggi riconfermo il mio stupore per gli entusiasmi verso questa commedia, sicuramente carina e divertente ma che non si discosta per nulla dal genere della commedia d’integrazione molto diffusa nel decennio scorso, forse oggi un po’ in declino.
Un film furbo che strizza l’occhio al film disfunzionale del Sundance, genere a sua volta diventato un cliché: i parenti impossibili, il questo caso il fratello ladro e sullo sfondo della cena d’addio a Nadine, la classica madre tiranna del Sud Mediterraneo; l’arte di arrangiarsi, vedi l’apparecchiatura sui generis a inizio film dopo che l’infernale lavastoviglie ha rotto tutti i piatti.
Di certo si ride anche se il ritmo è un po’ discontinuo per la troppa carne al fuoco anche se bisogna riconoscere al film la capacità di portare a conclusione tutti gli elementi, anche i più assurdi che compongono l’intricata trama: persino l’orgiastica nottata dovuta a una spezia afrodisiaca di cui lo chef abusa nel preparare il dolce, tornerà utile per far finire in prigione il pessimo Neumann: la donna che si è fatto e abbandonato senza neanche salutare è un’agente del fisco per vendetta si mette sulle sue tracce spedendolo in galera e salvando così il locale di Zinos dalla distruzione.
Come l’incontro del taverniere Zinos che cucina precotti e il raffinato chef Shayn, il film mescola diversi tipi di comicità quella di grana grossa legata al sesso, l’humor nero della bara della nonna che si apre durante la sepoltura, la comicità fisica dell’avversario di Zinos all’asta che perde il lotto avendo ingerito un bottone invece delle sue solite mentine.
A tenere insieme tutto la musica, costante dei film del regista, si segnalano per originalità la scelta di Natalino Otto nella scena d’addio all’aeroporto quando Nadine parte e la versione rebetiko originale che ha ispirato Contratto per Karelias a Vinicio Capossela.

L’ululato

The Howling
USA 1981
con
Dee Wallace-Stone, Patrick Macnee, Dennis Dugan, Christopher Stone, Belinda Balaski, Kevin McCarthy, John Carradine, Slim Pickens, Elisabeth Brooks, Robert Picardo, Margie Impert, Noble Willingham, James Murtaugh, Jim McKrell, Sarina C. Grant, Daniel Núñez, Chico Martínez, Dick Miller, Kenneth Tobey, Meshach Taylor, Michael O’Dwyer, Wendell Wright
regia di Joe Dante



L'ululato


La giornalista Karen White fa da esca per la cattura di un serial killer, l’uomo viene ucciso ma la donna rimane scioccata da quanto ha visto e rimosso. Lo psichiatra che ha una trasmissione nella stessa rete televisiva le consiglia un periodo di riposo nella sua clinica sui generis, chiamata la Colonia, spersa sui monti. Tra gli strani personaggi che popolano la Colonia spicca Marsha una donna molto sensuale che da subito cerca di sedurre il marito di Karen. Intanto il corpo del serial killer scompare e i colleghi di Karen iniziano a sospettare che si tratti di un lupo mannaro, ben presto le ricerche lasciano intendere che il covo licantropesco sia proprio nella Colonia…



The howling


Un classico della cinematografia horror anni ’80 con ben sette seguiti, almeno fino a oggi.
La fama del film è dovuta anche agli effetti speciali: L’ululato batte di pochi mesi l’uscita di Un lupo mannaro americano a Londra e si assicura il primato della trasformazione licantropesca in diretta. La mano è sempre quella di  Rick Baker che lavorando al film di Landis che aveva un budget ben maggiore, si limita a supervisionare il lavoro dell’assistente  Rob Bottin autore effettivo degli effetti speciali.



LUlulato


La vicenda è stranota: come lascia intendere il nome della clinica, il luogo è in realtà una colonia di licantropi gestita dal professor Waggner e nonostante le note ironiche il finale è cupissimo visto che anche la protagonista non riesce a sfuggire alla maledizione del lupo mannaro.
Joe Dante rinnova il mito del licantropo ancorandosi bene alla tradizione cinematografica: alla tv non solo passa L’Uomo Lupo, ma lo spezzone che dice che chi viene ferito da un licantropo si trasformerà a sua volta è un fulcro del film, la citazione semmai è affidata al nome del professor Waggner che si chiama come il regista del film del 1941 e altri personaggi hanno nomi legati alla cinematografia dei licantropi.



The howling


I richiami passano anche dalle immagini dei libri della libreria esoterica al lupo cattivo dei Tre porcellini dei cartoon Warner, inserto questo molto azzeccato dato che passa in tv proprio mentre Chris riceve la telefonata di Terry che alla Colonia è alle prese con un vero lupo mannaro.
Toni giocosi e metacinematografici che fanno da contraltare a una critica molto precisa alla società dell’epoca l’esaltazione della violenza attraverso i media, dai peep shop dove avviene il primo omicidio di Eddie Quist al compiacimento di mostrare le immagini più efferate della redazione televisiva, fino alla morte in diretta di Karen ma l’omologazione e l’abitudine fa credere che l’incontro con l’orrore sovrannaturale sia solo l’ennesima trovata sorretta da un ottimo effetto speciale.

La danza delle luci

Gold Diggers of 1933
USA 1933, Warner Bros
con Warren William, Joan Blondell, Aline MacMahon, Ruby Keeler, Dick Powell, Ginger Rogers, Guy Kibbee, Ned Sparks
regia di Mervyn LeRoy


Ladanzadelleluci


1933, la Grande Depressione attanaglia anche il mondo dello spettacolo e una compagnia di ballerine è a spasso quando una di loro s’invaghisce di un giovane musicista (presunto) squattrinato. Brad non solo scrive le musiche del nuovo spettacolo ma si offre anche di sovvenzionarlo. Dovrà anche sostituire l’attor giovane (da 18 anni!) che si è infortunato la sera della prima. Si scopre così la sua vera identità di ricco rampollo bostoniano. Il fratello maggiore e il suo avvocato arrivano di corsa da Boston per cercare di dissuadere Brad dalla carriera musicale e soprattutto dal matrimonio con Polly ma il giovane rifiuta. Lawrence e Fanuel H. Peabody si recano allora dalla ragazza offrendole dei soldi perché rinunci alle nozze ma scambiano Carol, coinquilina di Polly, per la fidanzata di Brad. Inizia un gioco degli equivoci che finisce con tre matrimoni tra il bel mondo e le “equivoche” ballerine di Broadway.



Golddiggersof1933


Classica commedia sullo scambio di persona nemmeno troppo brillante nel ritmo nonostante il buon cast ma del resto la trama è solo un pretesto per i bellissimi numeri musicali firmati dal coreografo  Busby Berkeley.
Il primo numero è We’re In The Money appartiene allo spettacolo cancellato a inizio film per mancanza di fondi, canta Ginger Rogers, che ancora doveva incontrare Fred Astair, abbigliata con un classico costume pre-code di grosse monete.
Il secondo numero è Pettin’ in the Park che ha per protagonisti Brad e Polly (Dick Powell e Ruby Keeler) il numero più lungo e complesso che parte con i due innamorati che si conoscono su una panchina e finisce con uno scroscio di pioggia che porta tutte le ballerine a cambiarsi gli abiti fradici per uscire con un costume di latta che le preservi dalle avance degli uomini ma un bambino offre a Brad un apriscatole che permette di liberare la sua bella dall’armatura.



Golddiggersof1933


The Shadow Waltz è forse il numero più celebre con la sequenza dei violini fosforescenti che formano figure luminose nel buio della scena,
Joan Blondell e Etta Moten cantano Remember My Forgotten Man una sorta di blues che narra le vicende della Depressione: la gloria dei militari della Grande Guerra, il ritorno feriti e la vita da mendicanti alcolizzati un decennio dopo aver servito la patria.
Il cast è di tutto rispetto: Warren William,  the King of Pre-Code, per la grande fama che godette all’inizio degli anni’30 è il fratello snob che viene preso in giro da Carol per poi finire innamorati. Sua partner è Joan Blondell, altra gloria del precode, regina dei succinti pagliacetti di seta che non lasciano nulla all’immaginazione.
L’angelico volto di Ruby Keeler la rende l’interprete perfetta per la fidanzata ideale tanto che anche il borioso Lawrence crede che sia una ragazza di buona famiglia finita per disgrazia nel mondo perduto delle ballerine di fila.
I tocchi comici sono riservati ad Aline MacMahon e Guy Kibbee, la scaltra comica che seduce l’avvocato tontolone tenendolo lontano dalle sgrinfie di Fay, la ragazza arrivista, classico ruolo d’inizio carriera di Ginger Rogers

Il mistero Von Bulow

Reversal of Fortune
USA 1990 MGM
con Glenn Close, Jeremy Irons, Ron Silver, Annabella Sciorra, Uta Hagen, Jack Gilpin, Christine Dunford, Christine Baranski, Michael Lord, Stephen Mailer, Alan Pottinger, Felicity Huffman, Keith Reddin, Fisher Stevens, Mano Singh, Gordon Joseph Weiss, Tom Wright, Mitchell Whitfield, Johann Carlo
regia di Barbet Schroeder


Reversaloffortune


Il 21 dicembre 1980 l’ereditiera Sunny von Bülow cade in un coma irreversibile;le accuse si concentrano sul marito, Claus von Bülow in procinto di divorziare dalla moglie. L’uomo viene processato e ritenuto colpevole di aver drogato e ridotto la moglie in fin di vita anche per l’episodio di coma del dicembre 1979. Claus Von Bulow si rivolge a un professore di legge di Howard, Alan Dershowitz e riesce a convincerlo ad occuparsi del suo caso. Dershowitz riesce a far ribaltare la sentenza pur non essendo mai veramente convinto dell’innocenza del suo assistito.



Il mistero von Bulow


Quella di Martha “Sunny” e Claus von Bulow è una storia vera: Martha von Bulow è morta nel 2009 dopo 30 anni di coma irreversibile, mentre Claus è scomparso nel 2019.
Le cause del coma dell’ereditiera non furono mai chiarite e il caso divise l’opinione pubblica per lungo tempo; il film di Barbet Schroeder s’ispira al libro che l’avvocato e accademico Alan Dershowitz scrisse sul caso: perché un giurista impegnato, di sinistra si è interessato a un caso mediatico come quello von Bulow? A Dershowitz interessava far cadere la sentenza perché basata su prove manipolate che se riescono a incastrare un personaggio del jet-set come Claus, possono avere un esito ancora più disastroso sui casi della povera gente, come i due giovani di colore che l’avvocato sta cercando di salvare dalla sedia elettrica quando viene contattato da von Bulow.
L’opera di Schroeder segue il medesimo principio, non è tanto interessato a costruire un legal thriller su un celebre caso mediatico ma sfrutta la notorietà della materia per realizzare un film celebrale che pone ragioni di etica (non solo legale) più che intrallazzare nel torbido di un caso alla “anche i ricchi piangono”.
Il film è algido e freddo come la vita dei protagonisti, belli e fortunati che nascondono sofferenze e solitudini dietro le mura di una magione pomposa.
Jeremy Irons ha vinto l’oscar per l’interpretazione del nobile Claus, ambiguo e antipatico con un gusto di humor nero per le battute spesso fuori luogo. Dopo la diffidenza iniziale Dershowitz inizia a provare una certa simpatia per lo strano personaggio ma il mutare dei sentimenti non appanna il suo senso di giustizia e dopo aver ribaltato il giudizio in appello lo lascia solo con gli eventuali dubbi della sua coscienza.
Il mistero von Bulow è una pellicola piena di citazioni, dai melodrammi di Douglas Sirk, a Viale del tramonto: è la voce off di Sunny a introdurci la storia dal suo letto d’ospedale come nel celebre film Billy Wilder era il cadavere di Joe Gillis che ci introduceva nello spaventoso mondo di Norma Desmond. Non manca un primo piano sul bicchiere come ne Il Sospetto e la struttura a puzzle che ci mostra le varie possibili versioni della storia rimanda a Rashomon di Kurosawa.

L’abbraccio mortale di Lorelei

Las garras de Lorelei
Spagna, 1973
con Tony Kendall, Helga Liné, Silvia Tortosa, Josefina Jartin, Loreta Tovar, José Thelman, Luis Induni, Francisco Nieto, Betsabé Ruiz, Luis Barboo, Ángel Menéndez, Sergio Mendizábal, Marisol Delgado, Victoria Hernández, María Vidal
regia di Amando de Ossorio


Lasgarrasdelorelei


In un paesino sul Reno una giovane donna viene uccisa la notte prima delle nozze. L’omicidio è talmente efferato, le è stato strappato il cuore, che si crede sia opera di una bestia feroce. La professoressa Ackerman, tra le dirigenti di un collegio femminile poco fuori al pese, chiede al sindaco che qualcuno pattugli il collegio e viene inviato l’aitante cacciatore  Sirgurd, che turba i sogni delle collegiali e della repressa Ackerman. Il mostro compie un altro omicidio e un vecchio musicista cieco inizia a rievocare la leggenda di Lorelei con il supporto di uno strano scienziato, il professor Vollander: saranno le prossime vittime. Intanto Sirgurd nei pressi di uno stagno incontra una donna misteriosa e seducente, quando il cacciatore s’immerge nel fiume per stanare il mostro scopre la grotta di Lorelei la sirena che si nutre di cuori umani e che si è innamorata di lui ma nonostante l’attrazione il cacciatore fa esplodere la grotta con la dinamite e poi ferisce mortalmente Lorelei mentre sta attaccando la Ackerman per gelosia.

Il regista spagnolo Amando de Ossorio abbandona momentaneamente la sua tetralogia sui Templari ciechi, a cui deve la fama, per realizzare questo film bizzarro che fa riferimento al mito dei Nibelunghi in particolare alla figura della sirena (ondina) Lorelei che con il suo canto ammaliava i marinai facendoli annegare.
La bizzarria del film, che lo rende divertente da guardare è la commistione di stili e riferimenti horror: le case a graticcio del paesino senza nome sul Reno, il paesaggio spettrale dello stagno dove appare Lorelei creano un’atmosfera gotica che rimanda a Nosferatu di Murnau in netto contrasto con la villa liberty che ospita il collegio femminile con disinibite fanciulle in fiore sempre in costumi da bagno succinti (per l’epoca).
La bellissima ondina per i suoi assassini si trasforma in un orrido mostro anfibio che deriva direttamente da Il Mostro della Laguna Nera, ancora atmosfere da mad doctor della Universal con il professor Vollander e i suoi studi sulla mutazione cellulare.
Per certi versi il film è anche un rovesciamento del mito della bella e la bestia, in questo caso il bello è il cacciatore Sirgurd e la bestia la mostruosa Lorelei. Il cacciatore è un duro solitario che anticipa gli eroi monolitici del cinema e la tv anni’80: arriva su una Harley fucile a tracolla con un abbigliamento che oggi risulta risibile: pantaloni a zampa stretti sul bacino, va a fare il bagno con il giubbotto di jeans sul villoso petto nudo e degli assurdi pantaloni a righe, insomma un divertente campionario di cattivo gusto per il truzzo perfetto dell’epoca.
Gli effetti speciali non sono curatissimi, le scene gore sono più concentrate a mostrare il seno martoriato delle vittime che a sottolineare l’atmosfera horror, un film che più probabilmente strappa una risata invece di un sussulto di paura ma che riesce ad essere interessante per chi ama il genere.

Albergo Nord

Hotel du Nord
Francia, 1938
con Annabella, Jean-Pierre Aumont, Louis Jouvet, Arletty, Paulette Dubost, Marcel André, Andrex, René Bergeron, Bernard Blier, Henri Bosc, Andre’ Brunot, Jane Marken, François Périer, Raymone, Claude Dauphin, Andre’ Lurville
regia di Marcel Carné


AlbergoNord


Pierre e Renée, una coppia di giovani amanti affitta una stanza all’Hotel Nord, alla periferia di Parigi per suicidarsi. Pierre spara alla ragazza ma ha un momento di codardia, proprio in quel mentre entra nella stanza Edmond, il vicino di camera che ha sentito lo sparo. L’uomo consiglia a Pierre di fuggire poi si prende cura della ragazza. Renée si sveglia in ospedale e poco dopo ha un confronto con l’amante che tenta inutilmente di scagionare. Guarita, la ragazza torna all’hotel per rivedere la stanza e i Lecouvreur, i proprietari dell’albergo. le offrono un lavoro. Ben presto Renée ha diversi corteggiatori, anche Edmond che le rivela il suo losco passato. Rifiutata ancora una volta da Pierre la ragazza decide di fuggire con Edmond ma all’ultimo momento torna ad aspettare Pierre che sta per uscire di prigione, Anche Edmond fa ritorno all’hotel ben sapendo che i suoi vecchi complici lo aspettano per ucciderlo.



Hotel du Nord


Dal romanzo omonimo di Eugène Dabit, senza la collaborazione di Prevert, Carnè realizza un film piacevole che procede per antitesi, con un’ottima attenzione ai personaggi secondari che trasforma la pellicola in un film corale.
Il film inizia con l’allegro pranzo per la Comunione a cui i Locouvrer hanno invitato tutti gli affittuari, residenti di lungo corso dell’albergo. Subito si contrappone la tristezza dei due amanti che si stanno avvicinando all’hotel decisi a farla finita perché poveri in canna.



Hotel du Nord


Renée rappresenta la purezza del primo amore, l’ingenuità della giovinezza e sogna un futuro ultraterreno con il suo amato, Pierre è più silenzioso si considera un vile perché non si spinge a rubare per poter vivere con la donna che ama.
Nella camera accanto vivono Edmond e Raymonde, una prostituta e il suo protettore, uomo dal passato losco in fuga da un regolamento di conti con i complici che ha tradito facendoli finire in galera. E’proprio lui a sentire lo sparo e intimare a Pierre di fuggire prima di chiamare polizia e rinforzi.



Hoteldu Nord


La storia di Renée, sfuggita alla morte, attira le attenzioni del quartiere e la ragazza così carina e dolce diventa presto la cameriera più apprezzata dell locale, anche qui in contrasto con Jeanne, la tuttofare che non disdegna le storie con gli ospiti, anche con Edmond, pur conoscendo bene Raymonde.
Poi c’è Ginette, la moglie del guardiano della chiusa che tradisce con un suo amico, Kenel che però ben presto s’invaghisce di Renée. Edmond da subito ha subito il fascino della ragazza con cui riesce a confidarsi e per lei rinuncia a lasciare Parigi con Raymonde,



Hotel duNord


Grazie alla magistrale interpretazione di Arletty quello della sguaiata Raymonde è il personaggio più riuscito del film, probabilmente ama Edmond, ne accetta le scappatelle e le botte, ma quando capisce che è innamorato di Renée rivela la sua vera identità a Nazarède, l’ex complice sulle sue tracce e si mette con Prosper, il guardiano che ha ormai capito i tradimenti della moglie Ginette.
Una giostra amorosa tra i vari personaggi che vivono nell’albergo che potrebbe avere i toni leggeri di una pochade se non fosse per il dramma della protagonista e la presa di coscienza di Edmond: i due decidono di fuggire insieme ma la ragazza non riesce a dimenticare Pierre, nonostante per tutto il film la grata del carcere abbia rappresentato la distanza tra i due, il vero amore alla fine vince mentre Edmond ormai stanco di fingersi qualcun altro va incontro al suo destino

Il segno della croce

The Sign of the Cross
USA 1932, Paramount
con Elissa Landi, Fredric March, Claudette Colbert, Charles Laughton, Ian Keith, Arthur Hohl, Tommy Conlon, Harry Beresford, Ferdinand Gottschalk, Vivian Tobin, Jeyzella
regia di Cecil B.DeMille



Ilsegnodellacroce


Roma 64 d.C. Nerone sfrutta l’incendio dell’Urbe per incrementare l’odio verso i cristiani. Il prefetto di Roma, Marco Superbo, si trova casualmente davanti a un alterco tra due delatori e due cristiani difesi da una ragazza, Marzia. Tra il prefetto e la fanciulla è amore a prima vista e Marco lascia liberi i cristiani, la notizia arriva a Tigellino che vorrebbe prendere il suo posto, e a Poppea l’imperatrice innamorata di lui. Tigellino fa torturare Stefano un giovane cristiano che vive con Marzia e scopre il luogo di una riunione catturando un centinaio di cristiani, Marco interviene ancora in difesa di Marzia e chiede per lei la grazia a Nerone ma Poppea si oppone. L’imperatore decide che la ragazza avrà salva la vita solo se abiura il cristianesimo ma Marzia è ben salda nella sua fede e Marco, per amore, la segue nel martirio.


Ilsegnodellacroce

Il primo film biblico sonoro di Cecil B.DeMille che segna il suo ritorno alla Paramount dopo la parentisi alla MGM, è un kolossal che ben interpreta lo spirito pre-code mescolando sapientemente il casto fervore dei cristiani alla lussuriosa decadenza dell’impero romano.
La versione che gira(va) nelle televisioni italiane è stata pesantemente censurata lasciando solo la storia d’amore tra Marco e Marzia e il misticismo religioso, eliminando tutta la parte dedicata a Poppea la celeberrima scena di Claudette Colbert nuda nel bagno di latte d’asina, il sensuale ballo lascivo di Ancaria durante il festino di Marco con il canto dei cristiani che soverchia le musiche romane e ridà forza all’intimorita Marzia, le scene più crude dei giochi al circo con le cristiane seminude ricoperte solo da una strategica ghirlanda di fiori in attesa di essere divorate dai coccodrilli o brutalizzate dal gorilla.


Ilsegno della croce


Lo stesso DeMille rimaneggiò il film nel 1944 operando una prima censura e facendo introdurre il film da una scena in cui due cappellani militari discutono sul primo cristianesimo; l’unica cosa interessante di questo aneddoto è che vedendo il film ho pensato spesso come DeMille anticipasse di un lustro le persecuzioni naziste nei confrondi degli ebrei.
Il regista conferma la magniloquenza del suo stile: alcune inquadrature riprendono la composizione di gruppi marmorei romani, la stessa scena iniziale di Nerone che suona la lira mentre Roma brucia si allarga a mostrare una scalinata su cui stanno impietriti dal terrore i suoi cortigiani riprendendo la spirale della Colonna Traiana e il sempre ubriaco Glabrio beve da un boccale che una fedele riproduzione di un rhyton a forma di testa d’ariete.
Nel cast spicca Claudette Colbert nel ruolo della sensuale Poppea che fa le prove per la Cleopatra del 1934, sempre per la regia di DeMille, mentre Charles Laughton con pesante trucco e naso greco, interpeta da par suo l’annoiato e timibondo Nerone.

La signora mia zia

Auntie Mame
USA 1958, Warner Bros
con Rosalind Russell, Forrest Tucker, Coral Browne, Fred Clark, Roger Smith, Jan Handzlik, Peggy Cass, Joanna Barnes, Pippa Scott, Lee Patrick, Willard Waterman, Yuki Shimoda
regia di Morton DaCosta


AuntieMame


Chicago 1928: rimasto orfano Patrick Dennis viene affidato alla zia Mame, eccentrica gran dama del bel mondo new yorkese che non ha problemi a riciclarsi in umili lavori dopo aver perso tutto nel crollo del 1929, ritrova la fortuna sposando un ricco petroliere del Sud che la lascia vedova dopo qualche anno. La tutela del ragazzo però, è condivisa con il bigotto banchiere Dwight Babcock che costringe Patrick a frequentare i collegi più rigorosi e a frequentare la zia solo nei periodi festivi. Il ragazzo col tempo impara ad apprezzare anche Babcock ma il legame con zia Mame sarà sempre fondamentale e la zia lo salverà dal matrimonio con la superficiale Gloria mostrandogli la vacuità della ragazza e dei suoi ottusi genitori.



La signora miazia


Il romanzo Zia Mame di Patrick Dennis uscito in Italia solo da pochi anni (circa un decennio) venne trasformato nel 1956 in una pièce teatrale che ebbe grande successo, gran parte del cast, regista compreso, furono protagonisti del film che replicò il successo in USA con diverse nomination agli oscar.



La signora miazia


La scelta di puntare sullo stesso regista che ha curato la regia teatrale trasporta anche nel film molta dell’atmosfera teatrale, soprattutto le chiuse dei vari episodi con lo schermo che si fa scuro mentre un occhio di bue illumina i protagonisti della scena. Una soluzione elegante ma che sottolinea la segmentazione degli episodi : il film racconta un ventennio partendo dal 1928 per concludersi nel 1946 con zia Mame che estende la sua influenza sul figlio dell’adorato Patrick.



Lasignoramiazia


Per quanto molto divertente e sorretto magnificamente dalla verve di Rosalind Russell  anche le quasi due ore e mezza di durata si fanno sentire.
Giganteggia la figura di Mame, donna indipendente ed eccentrica, fintamente svanita ma dal gran cuore: anche se povera in canna per la Grande Depressione sposa il suo petroliere solo per amore e pur non avendo mai visto prima il nipote decenne, quello per Patrick è amore materno a prima vista e, anche se da lontano, Mame segue passo passo le avventure del protetto intervenendo sempre per riportarlo sulla retta via, cioè fuori dall’influenza bigotta e omologata di Babcock. Liberarlo da una futura moglie snob e vana, dato che Patrick è obnubilato dall’amore, è più difficile che cavalcare all’amazzone un ombroso cavallo senza aver mai preso lezioni di equitazione, ma Mame non si scoraggia davanti a nulla e alla fine riuscirà a liberarsi del rischio di avere dei pessimi parenti acquisiti.



La signora mia zia


Il film è una gioia per gli occhi: i costumi che Orry-Kelly disegna per la protagonista sono stravaganti, colorati ma sempre elegantissimi e l’appartamento newyorkese di Mame è più che una scenografia: con tutte le trasformazioni che subisce nel corso degli anni diventa a sua volta un personaggio della commedia al pari della sgangherata combriccola di fedeli amici di cui si circonda Mame, dall’amica perennemente ubriaca a Ito, il maggiordomo orientale, da Nora la governante che ha accompagnato Patrick e non se ne è più andata a Agnes Gooch, l’insignificante stenografa a cui Mame insegna a vivere e l’aiuta nelle conseguenze dell’aver vissuto.

A Classic Horror Story

Italia 2021, Netflix
con Matilda Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Yuliia Sobol, Will Merrick, Alida Calabria, Cristina Donadio
regia di Roberto De Feo e Paolo Strippoli


Aclassic horrorstory


Federico usa un vecchio camper per fare carpooling verso la Calabria. In questo viaggio accompagna  Elisa, una ragazza che torna a casa per motivi molto personali e dolorosi, una coppia di stranieri -Sofia e Mark- che vanno a un matrimonio e Riccardo, un ombroso medico di mezz’età. A un certo punto Mark, completamente ubriaco pretende di guidare e per schivare la carcassa di un animale in mezzo alla strada, il camper finisce contro un albero. I viaggiatori si risvegliano però in una radura in mezzo al bosco lontano da ogni strada, vicino a un bizzarro chalet che ospita strani e orridi culti legati a  Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i leggendari cavalieri a cui si fa risalire la nascita delle mafie…



A classichorror story


Uno dei film più discussi del momento, produzione Netflix che ha avuto una distribuzione mondiale, A Classic Horror Story è proprio il genere di film che mi manda in solluchero perché rende difficile capire quanto sia un’operazione voluta e quanto sia ascrivibile alla povertà di mezzi della produzione.
La scena iniziale prima dei titoli di testa, rimanda subito al tipo di horror che ha dominato i primi anni ‘2000: la vittima che si risveglia ferita, distesa e legata in un ambiente squallido mentre si avvicina il killer per finirla ma da una crepa nel muro spunta un occhio che osserva, un dettaglio rivelatore dell’indirizzo metacinematografico che prenderà la storia. Non è difficile capire che le disavventure dei viaggiatori sono orchestrate ad arte: troppo segnali horror incombono sul viaggio, ad esempio il manifesto scarabocchiato di una pubblicità del latte.



Aclassichorror story


Chi fosse il deus ex machina io l’ho capito quando ha spinto i compagni di viaggio sul solaio dello chalet lasciando il povero Mark al suo destino ma il coglione muore sempre per primo e De Feo e Strippoli seguono pedissequamente tutti i topos dell’horror almeno fino al twist plot che non sorprende per la scoperta del killer ma per il segmento ironico molto tarantiniano del “dietro le quinte” che mi ha divertito tantissmo.
A Tarantino rimanda anche la vendetta di Elisa, l’unica sopravvissuta del gruppo: come Beatrix Kiddo riemerge dalla tomba la nostra eroina si sfila le mani inchiodate alla sedia a rotelle e da lì inizia la sua mattanza.



Aclassichorrorstory


I sottofinali si sprecano anche questo un classico del genere ma in ACHS ognuno è diverso dall’altro e mostra un orrore più realistico §§spoiler§§ del delirante aspirante regista che ha trasformato i tre cavalieri della mafia in maschere horror con il placet della madre, Carmela Casciello interpretata l’iconica Scianel di Gomorra.


Aclassichorrorstory


Come sempre l’orrore non è nella torma di gente che riprende con il cellulare, nel padre di famiglia che si diletta di snuff movie ma l’orrore vero sta nella vita dei protagonisti: la ragazza costretta ad abortire per non rinunciare alla carriera, il padre di famiglia che per lo stress del lavoro perso diventa violento, queste sì ordinarie storie di vita italiana.