The Pacific

Il fatto che mi sia trascinata per alcuni mesi le 10 puntate della costosissima miniserie HBO prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, andata in onda su Sky nel mese di maggio, dimostra chiaramente quanto poco mi sia piaciuto il prodotto: han ricostruito cosi’ bene il periodo storico della Seconda Guerra Mondiale che hanno recuperato anche lo spirito retorico dei film di propaganda bellica dell’epoca.
The Pacific chiude il dittico iniziato con Band of Brothers del 2001 (che non ho mai visto): se la prima serie ricostruiva il fronte europeo, la seconda analizza l’intero fronte di guerra americano sul Pacifico seguito all’attacco di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941: dalla battaglia di Guadalcanal fino alla conquista di Okinawa, chiudendosi con il primo dopoguerra che vede lo spaesato ritorno dei reduci. Gli scenari offrono poco allo spettatore: la maggior parte delle battaglie si sono svolte in sperdute isole dell’arcipelago Solomon battute dalle piogge monsoniche: fango e trincee, niente piu’. Non si vede praticamente mai il nemico ma solo l’eroico corpo dei Marines composto da bravi ragazzi che se causano qualche disastro, tipo la morte di un compagno, e’ solo per inesperienza. I superiori poi, sono sempre affidabili e comprensivi.
Protagonisti di quest’opera corale sono John Basilone, caduto ad Iwo Jima, Eugene Sledge e Robert Leckie (quello che mi stava piu’ simpatico) che anni dopo la guerra scrissero dei libri di memorie che sono stati utilizzati come spunto per creare la serie. Ogni singolo episodio e’ introdotto da immagini di repertorio e dai commenti di veterani ancora in vita.
La cosa davvero degna di menzione resta la sigla iniziale: si vede il dettaglio di un carboncino che tratteggia i volti dei personaggi. Il colore nero, la punta fatta con un coltello, introducono la nota drammatica e la pressione del carboncino sulla carta genera una frammentazione della mina che ricorda le esplosioni della battaglia. I ritratti a matita si trasformano nei volti degli attori sottolineando cosi’ il passaggio dal racconto scritto a quello per immagini che sta alla base della serie.


Thepacific

Ritratto di donna velata

Ritrattodidonnavelata Italia 1974 RAI
con Nino Castelunovo, Daria Nicolodi, Massimo Serato
regia di Flaminio Bollini

Luigi Certaldo e’ un ex collaudatore che vivacchia di espedienti. Una sera, ad una festa conosce Elisa e se ne innamora ma la ragazza deve lasciare Firenze per Volterra, per completare la sua tesi in geologia. Caso vuole che Luigi sia originario di Volterra e dunque invita Elisa nella villa di famiglia su cui aleggia ancora l’oscura leggenda di un antenato alchimista e dove ora risiede il cugino Alberto. Elisa si dimostra subito estremamente sensibile all’atmofera della villa e sviluppa uno strano rapporto con l’ombroso Alberto che arriva a cacciare Luigi. L’uomo nel tentativo di rivedere la fanciulla che ama si ritrova invischiato in una strana vicenda di antichi oggetti etruschi trafugati..

Ritratto di donna velata fu girato nel 1974 ma tenuto nel cassetto per piu’ di un anno e mandato in onda in cinque puntate solo nella tarda estate del 1975 (a partire dal 31 agosto) in seguito al grande successo che la protagonista femminile, Daria Nicolodi aveva ottenuto in Profondo rosso.
Certo la storia può ricordare Il segno del comando ma e’interessante notare come invece di cavalcare l’onda del successo con un prodotto simile al precedente, come normalmente avviene al giorno d’oggi sia in Tv che al cinema, quest’opera presenti degli aspetti innovativi.
Al classicismo un po’ paludato de il segno del comando si sostituisce un tono scanzonato dovuto alla figura di Luigi Certaldo, che potremmo definire una sorta di antesignano di Coliandro: entrambi si ritrovano in situazioni piu’ grandi di loro senza avere ben chiaro il quadro generale, sono inguaribilmente succubi del fascino femminile e se Coliandro commenta ogni situazione con un minchia!, Luigi Certaldo fa fronte agli assurdi casi che gli capitano con un piu’ morigerato, dati i tempi, ma porca miseria!.

Ritratto_di_donna_velata Il tratto piu’ interessante dello sceneggiato sta pero’ nella commistione di elementi classici e contemporanei per creare l’atmosfera gotica: ovviamente non mancano affreschi inquietanti, case abbandonate, cunicoli e fantasmi ma ogni tanto spunta qualche elemento imprevedibile e contemporaneo: il teschio sulla copertina di Kriminal o i resti di una bambola bruciata e impalata sulla spiaggia , molto piu’ inquietante del classico repertorio gotico, per quanto io abbia visto buona parte dello sceneggiato di pomeriggio saltando sulla sedia quanto dalla nebbia e’ apparso il fantasma del Conte Certaldo, ma quella scena ha segnato la mia infanzia e fa ormai parte del mio immaginario.
Ritratto di donna velata e’ stato il riferimento gotico di un’intera generazione, ma l’opera e’ anche un thriller magistrale costruita con sapienza attorno a un tema ancora poco sfruttato, quello degli etruschi e la statuetta dei titoli di testa e’ la famosa Ombra della sera su cui viene fatto un breve commento nel corso dello sceneggiato, figlio di una MammaRAI che metteva l’educazione al primo posto anche in un prodotto di puro intrattenimento come questo che porta benissimo i suoi 35 anni e lascia divorare in un sol boccone le sue quattro ore e mezza di durata, supportata dall’ipnotica colonna sonora firmata Riz Ortolani.

I Tudors – seconda stagione

Itudors Notevole salto di qualita’ in questa seconda stagione del serial dedicato a Enrico VIII e le sue sei mogli. Se la prima non riusciva bene a mettere a fuoco la vicenda puntando piu’ sulla malizia della lussuriosa vita di corte, questa seconda stagione non ha fallito nel creare un melo’ dannato dove a partire dalla morte di Tommaso Moro tutto volge in tragedia e Anna Bolena, da bramato oggetto del desiderio diventa l’odiata causa di tutti i mali per i quali paghera’ con la vita.
Mi e’ sembrata piu’ precisa anche la ricostruzione storica e per fortuna nelle ultime puntate e’ andata sparendo l’immagine che introduceva le vicende che accadevano in Vaticano, una ripresa di Piazza San Pietro come si presenta oggi, solo immersa nel verde, peccato che il colonnato del Bernini sia posteriore di quasi un secolo alla vicenda narrata. Errore grossolano rimediato dalla presenza sempre piacevole di Peter O’ Toole nei panni di Papa Paolo III.
Anche la regia ha avuto delle belle intuizioni, a parte il crocifisso di Tommaso Moro inondato dal sangue della sua decollazione, immagine sicuramente d’effetto ma un po’ retorica, che dire del dettaglio della veste infangata che precede l’incontro tra Anna Bolena e il re in cui la regina con al collo la piccola Elisabetta, lo supplica di darle un’altra occasione? Si intuisce subito che l’abito inzaccherato e’ quello della povera Anna, tanto e’ forte la simbologia dell’onore infangato dalle accuse e la rovina che ne consegue.
Jonathan Rhys Meyers e’ sicuramente molto bravo a vestire i panni di Enrico VIII ma per me la vera rivelazione del serial e’ stata Natalie Dormer, il cui volto molto espressivo e tutto mossette era perfetto per una figura complessa come quella di Anna Bolena e personalmente trovo una certa somiglianza tra l’attrice, il cote’ della serie e Gabrielle d’Estrées, altra amante reale (di Enrico IV di Francia) dal tragico destino immortalata nei celebri dipinti che stanno alla base del romanzo Un enigma color porpora di Wolfram Fleishhauer.
Da venerdi’ scorso dovrebbe essere iniziata la terza stagione sempre alle 21,10 su La 5 ma proprio da quel giorno, forse a causa del maltempo non riesco piu’ a vedere ne La 5 ne’ la LA7d dove intorno alle 23,15 andava in onda la quinta stagione di The L world; poi si lamentano se uno scarica…

La donna velata

La donna velata
Sui canali informativi Mediaset fischiettano facendo finta di nulla, ma non ci vuole un genio per capire che il film tv programmato per domenica 25 luglio e’ liberamente ispirato al celebre sceneggiato RAI, Ritratto di donna velata: non basta certo aver spostato l’azione da Volterra a Torino e aver (con ogni probabilita’) eliminato ogni riferimento alchemico ad antichi studi e tesori nascosti per negare la diretta discendenza di questa produzione dal famoso sceneggiato .
Continua dunque il saccheggio dei grandi classici della storia della televisione italiana con esiti alquanto discutibili. Ma proprio al mio sceneggiato preferito doveva toccare l’infame destino di ricostruire la credibilita’ di Evelina Manna?!?

Non pensarci, la serie

Nonpensarcilaserie Arriva sulla tv generalista, per la precisione il lunedi’ sera alle 23,40 su la7 il serial tratto dall’ omonimo film di Gianni Zanasi.
A differenza delle operazioni analoghe Quo Vadis Baby? e Romanzo Criminale la serie, in questa occasione si ripropone in toto scenografia e cast originale della pellicola. Si aggiunge la Littizzetto nei panni della parrucchiera consigliera della madre obnubilata dagli psicofarmaci e c’e’ un cameo per Morgan, nuovo fidanzato della ex ragazza in carriera di Stefano.
I tre fratelli Nardini, Alberto il maggiore, dirigente dell’azienda di famiglia, Stefano, musicista in crisi e Michela, la sorella ambientalista, saranno costretti dall’attacco cardiaco paterno a gestire l’impresa di famiglia, che produce ciliegie sotto spirito. Il perfido direttore di banca approfitta della loro immaturita’ per tentare di rubare l’attivita’ ai Nardini e solo la guarigione paterna salvera’ i tre fratelli dalla catastrofe finanziaria. Riflessione quanto mai attuale e amara sulla condizione dei trenta/quarantenni d’oggi per una serie molto divertente che esaspera i toni surreali del film con momenti di vero spasso, indimenticabile il rapimento del figlio del direttore di banca con lavaggio del cervello marxista del piccolo manager in erba allevato con tanta cura dal genitore per diventare uno squalo della finanza creativa.

Quelli di Caterpillar

Quelli dicaterpillar Spiace molto dover criticare una trasmissione televisiva i cui contenuti sono ineccepibili riproponendo in video la formula del programma radiofonico Caterpillar su cui si innesta l’alto valore aggiunto di Philippe Daverio.
Le lacune sono tutte sul versante tecnico con una regia francamente incapace di gestire lo sguardo spaesato dei conduttori non abituati alla lucina rossa della telecamera, proponendo inquadrature insensate dall’alto o dietro al vetro per ricordare la provenienza radiofonica. La prima puntata e’ stata una vero disastro, adesso la situazione e’ decisamente migliorata anche se ci sono errori macroscopici nelle composizioni piu’ elementari, ad esempio nel minuto dedicato al sindaco, il politico e’ ripreso di tre quarti sulla sinistra del teleschermo e il minutaggio occupa esattamente la stessa porzione di quadro coprendo parte del primo piano e lasciando fastidiosamente vuota l’laltra meta’ dello schermo.
La stessa disattenzione si ripropone anche nel mixaggio audio dove i passaggi da studio ai collegamenti lasciano sempre a desiderare, con l’audio esterno ancora aperto ad alto volume quando in studio si commenta il contributo ormai passato.
La direzione tecnica del programma sembra essere in mano a stagisti scarsamente coinvolti, bruciando l’’occasione di un programma leggero e intelligente proposto in una fascia insolita. Sara’ un tentativo di affossare solo uno degli ultimi progetti dell’ex direzione Di Bella o la conferma della volonta’ di mandare a ramengo tutta la tivu’ di stato?

Gran finali

Lost Lemme lemme arrivo anche io a dire la mia sul finale di Lost di cui non sono mai stata un’ammiratrice fervente ma comunque me lo son sciroppata tutto, anche con un certo piacere.
Io non liquiderei la questione con quel “son tutti morti” che e’ dilagato nei dibattiti (pure su rainews24!) seguiti alla messa in onda dell’ultima puntata in contemporanea con gli States. Per come ho interpretato io il dialogo tra Jack Shepard e il padre, momento topico che e’ un po’ lo spiegone definitivo della serie, tutto ruota intorno alla morte di Jack che in questa sorta di anticamera di Paradiso ritrova tutte le persone che sono state importanti nella sua vita e con le quali si appresta ad attraversare la luce. Gli altri sono morti chi prima di lui, chi molto tempo dopo. Mentre proseguivano gli abbracci eccessivamente sdolcinati per la mia misantropia galoppante, Jack muore sull’isola in una scena che riprende, se non ricordo male, quella di apertura della serie. Forse non troppo soddisfacente per i fan piu’ accaniti ma era davvero difficile trovare una conclusione che sciogliesse tutti i misteri dell’isola. Per me il senso logico della trama e’ passata in secondo piano, soprattutto nelle ultime due stagioni e ho trovato una grande fascinazione nell’aspetto “cubista” del plot, quel mostrare esistenze parallele dello stesso personaggio come Picasso dipingeva sulla tela parti del soggetto che non potevano coesistere nella medesima prospettiva spaziotemporale. Azzardo artistico del 1907 (Les demoiselles d’Avignon) che trovava conferma nella teoria della relativita’ che Einstein elaborava nello stesso anno. Cento anni dopo tra il 2005 e il 2010, una serie televisiva porta sul piccolo schermo lo stesso spirito. Ecco questo e’ il modo con cui chiudo i miei conti con Lost, non male per una che era partita in maniera cosi’ disfattista (sbagliando ovviamente!)

Dexter Il finale (fortunatamente solo di stagione) che invece mi ha toccato il cuore e’ stato quello di Dexter. Impossibile restare indifferenti a quell’ultimo colpo di scena che riapre tutte le ferite del nostro serial killer preferito. Confesso di aver fatto molta fatica a togliermi dalla mente la scena di Rita nella vasca, personaggio che tra l’altro non ha mai goduto della mia simpatia, non tanto per l’impressione ma proprio per la commozione inaspettata.
Ho rivisto la puntata, e non mi capita mai con i serial, per vedere se a posteriori il dialogo tra Dexter e Arthur Mitchell rivelasse qualcosa di quanto fosse in serbo per il protagonista e invece mi sono trovata a riflettere sulla perfetta costruzione psicanalitica del serial, ad esempio la ricerca di Debra sulla vita sentimentale del padre era stata messa in moto da una frase sfuggita a Dexter. In questa quarta serie si tirano tutte le fila e si potrebbe considerare virtualmente chiusa tutta la vicenda di Dexter. Dopo essersi confrontato con la figura del fratello nella prima stagione poi dell’amante nella seconda, dell’amico nella terza (la piu’ debole) e aver lottato contro il proprio doppio in questa meravigliosa quarta stagione, presumo che Dexter dovra’ lottare con la figura paterna essendo a sua volta padre arrivando cosi’ a uno scontro diretto con il suo creatore e il suo codice.

Buonasera Dottor Djembe’

DottorDjembe' Sapere che le serata televisive del Dottor Djembe’ saranno solo tre mi spezza il cuore.
Non e’ certo la prima trasmissione radiofonica di successo che tenta il salto televisivo, ma finora mi sembra quello meglio riuscito. Mentre mi sbellicavo dalle risate sono riuscita ad accorgermi che Buonasera Dottor Djembe’ rispecchia abbastanza fedelmente i canoni del vecchio varieta’ televisivo, siparietti comici e canzoni per cui ben vengano le incursioni televisive del Dottore di Bora Bora sul piccolo schermo!
Stefano Bollani si rivela un vero mattatore e sa reggere anche la recitazione, del resto sfoggia una padronanza di vari dialetti sicuramente superiore a quella di tanti quotati attori cinematografici.
Contentissima di aver ritrovato il camionista Lapo non mi resta che sperare nella futura comparsa in classifica del Ponzacchi e in un apparizione di Godzilla in veste crooner.

Switch over Lombardia e Piemonte occidentale

Monoscopiorai Ho accolto le visione delle “formiche” (espressione dialettale per l’effetto neve) al posto di RaiDue e Rete4 con una piccola stretta allo stomaco, una botta di malinconia che ha radici lontane nella chiusura di Carosello, tutto felicemente risolto quanso sul canale 166 del DTT e’ subito comparso Rai2 seguito a ruota da Rai4 e Rainews24 (ammazza che rete! nel breve tempo in cui ho memorizzato il canale le notizie vertevano tutte su azioni dell’opposizione, che quindi a quanto pare esiste anche in Italia). Purtroppo (per ora?) non vedo il televideo .
Un bello schermo nero e’ quanto trasmette il canale DTT di Rete4 e dell’intero bouquet free di Mediaset (a parte Mediashopping) ma credo dipenda dal fatto che il mio aggiornamento quotidiano dei canali e’ impostato alle 4 del mattino per cui prevedo di trovare questi canali domani; notando en passant quanto i tecnici Rai siano stati piu’ tempestivi dei dormiglioni Mediaset, sfruttero’ questo lasso di tempo per comporre la nuova tastiera del telecomando: se al tasto 4 abbino Rai4, e al numero cinque ora c’e’ La 5, Rete4 e Canale5 dove li piazzero’?

Boris3

Boris-1 La prima serie di Boris non l’ho vista, ne sentivo sempre parlare in maniera entusiasta da Fabio Canino a Playwatch uno dei piu’ bei programmi radiofonici sulla televisione degli ultimi anni, talmente bello che non solo hanno chiuso il programma, ma direttamente la radio e PlayRadio si e’ trasformata nella piu’ anonima Virgin Radio.
Mentre si vociferava che un qualche non meglio definito canale generalista avesse comprato la prima serie e pensasse di trasmetterla (magari dopo anni di stoccaggio in qualche magazzino come e’ successo a Beverly Hills 90210 o Coliandro) per non saper ne leggere ne’ scrivere, mi sono subito fiondata sulla visione della seconda serie della fiction piu’ scorretta della Tv italiana che racconta le vicende di una troupe impegnata a girare una fiction, Gli occhi del cuore.
Sono rimasta folgorata dalle battute fulminanti che caratterizzano il plot e quanto vorrei saper citare quel che la Crescentini, diva uscente de Gli occhi del cuore sproloquiava su Madre Teresa, i cui panni avrebbe dovuto vestire in una futura fiction.
Boris2 mi e’ piaciuto molto anche se in certi momenti il giochino delle battute diventava un po’ prevedibile, mentre il nuovo Boris3 mi pare aver un po’ abbandonato la comicita’ di parola in nome di una satira piu’ attuale e, se possibile, ancora piu’ scorretta.
Lo ha dimostrato subito il primo episodio dove il regista Rene’ Ferretti, deluso dai rapporti con la Rete perche’ gli hanno bocciato il progetto di Macchiavelli, tenta una sortita nella tivu’ commerciale e si trasferisce a Cologno Monzese con i suoi piu’ fidati collaboratori: il direttore della fotografia, il sempre strafatto di coca Duccio Patane’ e l’assistente alla regia, Arianna. La trasferta milanese sembra propizia a far scoppiare l’amore tra Arianna e lo stagista Alessandro ma mentre i due stanno amoreggiando all’interno dell Hotel Veronica una battuta infelice di Alessandro portera’ a una sconvolgente confessione di Arianna: e’ una berlusconiana della prima ora perche’ da sempre convinta che il premier sia il meglio per questo Paese. Gelo dell’innamorato sinistroide e di tutti noi spettatori che vedevamo in Arianna uno dei personaggi piu’ equilibrati della troupe de Gli occhi del cuore. Nel frattempo la Rete richiama Ferretti per affidargli un medical drama di qualita’ intitolato Medical Dimension che sulla carta dovrebbe sconvolgere la televisione italiana e cosi’ il regista fugge letteralmente dal mondo dorato di Cologno e si rituffa in questa nuova esperienza con tutta la sua vecchia squadra di lavoro, senza riuscire a liberarsi del borioso Stanis La Rochelle, eterno protagonista maschile.
Se le frecciate alla destra non sono mancate, gli autori non temono di toccare anche uno dei miti della sinistra e ogni due per tre, dal consulente medico al narciso Stanis, prima o poi tutti vengono apostrofati come il Roberto Saviano di questo o di quello.
Alla satira spietata sul dietro le quinte delle fiction televisive, Boris unisce la capacita’ di trasformare attori conosciuti delle fiction piu’ popolari: provate a confrontare una puntata di Un medico in famiglia e Boris e vedrete Pietro Sermonti trasformarsi da dottor Jekill a mister Hide, dal fidanzato di Maria all’incontenibile Stanis La Rochelle e poi che dire di Francesco Pannofino, noto soprattutto per essere la voce italiana di George Clooney, in Boris e’ il regista Rene’ Ferretti e le smorfie che il suo personaggio fa per sopportare l’assurdita’ della vita negli studi, valgono mille delle smorfiette sexy del bel Clooney. Non si contano poi le comparsate eccellenti, in quest’ultima serie Filippo Timi e Marco Giallini.
Azzeccatissima la sigla di Elio e le storie tese: basta sentirla una volta per canticchiarla a vita, ascoltatela nella viva speranza che, come dicono i rumors, Boris diventi un film