Dillinger è morto

Italia 1969
con Michel Piccoli, Anita Pallenberg, Gino Lavagetto, Mario Jannilli, Carole André, Annie Girardot, Carla Petrillo, Adriano Aprà
regia di Marco Ferreri



Dillinger è morto

Una sera Glauco, ingegnere che progetta maschere antigas, torna a casa e trova la moglie a letto con l’emicrania, la cameriera è fuori e l’uomo decide di prepararsi la cena. Frugando in dispensa trova una vecchia pistola avvolta in un giornale che riporta la notizia della morte di Dillinger e mentre cucina inizia a smontare e ripulire l’arma poi la dipinge, rendendola un oggetto d’arte ma alla fine spara alla moglie e lascia la casa, imbarcandosi come cuoco in una nave che fa rotta verso Tahiti.




Dillingerèmorto

A 50 anni dall’uscita del film la potenza di Dillinger è morto è ancora dirompente anche per la sua sconvolgente attualità: quanto è più veritiero oggi il discorso del collega sull’aderenza dell’individuo alla società dei consumi

In queste condizioni di uniformità la vecchia alienazione diventa impossibile; quando gli individui si identificano con l’esistenza che è loro imposta e trovano in essa compiacimento e soddisfazione il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata

Estremamente moderno anche l’uso dei diversi media: radio e stereo formano una colonna sonora che passa dall’essere diegetica all’extradiegetica senza soluzione di continuità sottolineando la mancanza di senso dell’esistenza ma è soprattutto nell’audiovisivo che Ferreri anticipa i tempi: la televisione è in bianco e nero ma intercetta totalmente l’attenzione di Glauco che la sposta in vari punti della casa per poi immergersi nei filmini delle vacanze “entrando” nelle immagini come promettono le più innovative esperienze virtuali odierne mentre la scoperta del giornale che riporta la notizia della morte di Dillinger lascia spazio a immagini di repertorio, il famigerato bandito americano rappresenta l’ultimo grande ribelle, quindi il titolo Dillinger è morto non si riferisce solo al titolo del giornale che avvolge la pistola ma ribadisce la sconfitta di ogni forma di lotta, eversiva e romantica alla società dei consumi.




Dillingerèmorto

Dillinger è morto è praticamente un film senza trama, dove non succede nulla a livello drammaturgico, i dialoghi sono minimi e Michel Piccoli è ammirevole per la sua capacita di stare in scena tutto il tempo, spesso da solo a compiere banali gesti quotidiani eppure questo film apparentemente così poco appetibile, “noioso” sa rendere il dramma della fine della borghesia meglio di tanti altre pellicole: Glauco ha tutto, un lavoro di successo, una bella moglie, una bella casa, una cameriera piacente e compiacente eppure soddisfatte le pulsioni basilari, il cibo il sesso, non resta che la morte come ultima conclusione: la mancanza di coraggio di suicidarsi porta Glauco a uccidere la moglie, un gesto per liberarsi delle convenzioni poi l’uomo trova un’incredibile via di fuga nel veliero attraccato al largo della Grotta di Byron che sta partendo per Tahiti: l’imbarcazione è di proprietà di una donna, torna la speranza nel femminile tipica di Ferreri incarnata nella non accreditata Carole Andrè; ma il rosso del tramonto vira in un effetto da film horror a significare che ogni via di fuga ha comunque la medesima mortale destinazione.




Dillinger è morto

Un film così poco convenzionale ha la sua forza nelle immagini, quelle composte dal regista, quelle eleganti degli interni dove domina sempre il rosso, colore simbolo di passione come di morte e un ulteriore supporto è dato dai riferimenti artistici: il film è stato girato nell’appartamento di Mario Schifano, salvo le scene in cucina girate in quella vera di Ugo Tognazzi. La scelta di ambientare il film nella casa di un artista non è certo casuale: alle pareti vediamo alcuni dipinti del più celebre artista pop italiano mentre la pistola tinta di rosso con i puntini bianchi non può che richiamare Roy Lichtenstein di cui vediamo una riproduzione della copertina del Time del 1968; tra le contaminazioni artistico-sperimentali sono da menzionare anche i bellissimi giochi mimici delle mani ideati da Maria Perego; anche la via di fuga trovata ha un richiamo artistico: a Tahiti cercò rifugio Gauguin morendo poi di sifilide in Polinesia.

Addio a Philippe Noiret

PhilippeNoiret E’ scomparso il grande attore francese la cui carriera si e’ spesso intrecciata con il cinema italiano.
Philippe Noiret nasce a Lille il 1 Ottobre 1930, si avvicina alla recitazione dietro suggerimento dello scrittore Henri de Montherlant.
A 19 anni ha un piccolissimo ruolo nel film Gigi’ (1949) di Jacqueline Audry, ma il debutto ufficiale e’ considerato La pointe courte di Agnès Varda del 1956 che da vita a una carriera che non ha mai avuto battute d’arresto. Nel 1960 e’ lo zio a cui sfugge la piccola Zazie di Zazie nel metrò di Louis Malle. Nel 1969 fa parte del cast di Topaz, una delle utilme fatiche di Alfred Hitchcock.

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Gia’ negli anni ‘60 Noiret inizia a lavorare con registi italiani (Fulci, Zampa, De Sica) ma e’ nei primi anni ‘70 che il rapporto con l’Italia si cementa grazie alla collaborazione con Marco Ferreri per il quale gira lo scandaloso La grande abbuffata del 1973, e l’anno seguente l’’ironica rivisitazione della battaglia di Little Big Horn trasposta a Parigi de Non toccare la donna bianca.
Nel 1975 e’ l’anno del grandissimo successo di Amici miei di Monicelli, mentre nel 76 e’ il Generale dello sperduto avamposto de Il deserto dei tartari di Zurlini.
Altra bella collaborazione e’ quella con Alberto Sordi che ha il suo apice ne Il testimone (1978) il film di Mocky che vede Sordi nei panni di un restauratore invitato in Francia dall’amico Noiret che lo fara’ accusare dei propri delitti.
Nel 1981 e’ uno dei Tre fratelli che tornano nella casa paterna nel Sud Italia alla morte della madre nel film di Francesco Rosi.
Nel 1988 e’ il proiezionista Alfredo nel celeberrimo Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore.
Nel 1994 veste i panni di Neruda ne Il postino di Michael Radfor, ultimo film girato dal nostro Massimo Troisi

Noiretitalia

Crimen Perfecto

CrimenPerfecto Gabriel e’ il direttore del reparto donne di un grande magazzino ed e’ in lizza per diventare direttore di piano con Don Antonio, direttore del reparto maschile. Perde la grande scommessa della sua vita e finisce per uccidere il suo nuovo superiore in una lite. Convinto di essere finito, viene aiutato da Lourdes, la piu’ brutta delle commesse, che gli fornisce un alibi e lo aiuta a disfarsi del cadavere ma in cambio..

Stavo per perdemi questa deliziosa commedia nera a causa del trailer italiano che lo presentava come una banale commedia un po’ sguaiata, e il danno della distribuzione italiana non si limita a un trailer montato male, ma si accanisce sul titolo che da Crimen Ferpecto diventa Crimen Perfecto eliminando l’anticipazione insita nel titolo che ci avverte che la perfezione a cui ci spingono i media non potra’ esser raggiunta.
Ancora un a volta un film ambientato in un non luogo: un grande magazzino dove sembra che si possa realizzare ogni desiderio: begli oggetti, belle donne e una bella carriera, e’ il regno di Gabriel e come un fortino che lo difende dalle brutture del mondo ci viene mostrato nelle poche inquadrature esterne: una struttura alta, compatta, circondata da mendicanti e dove alle dieci del mattino la gente preme per entrare, soprattutto in tempo di saldi, il momento in cui il sogno capitalista si fa piu’ vicino.
Il non luogo per sfuggire alla banalita’ della vita quotidiana: le case sono disordinati luoghi senza personalita’ se sono appartamenti di single od orrorifici loculi (anche quando sono rivestiti di pizzi e peluche) se accolgono i riti della moderna vita famigliare scanditi dalla televisione: Lourdes chiedera’ a Gabriel di sposarla in uno show televisivo che deve aver fatto la sua comparsa anche in Italia.
Gabriel e’ un personaggio volgare e mediocre come i suoi colleghi, rispetto ai quali si crede di gran lunga superiore, ma comunque noi parteggiamo per lui perche’ sulla sua strada incontra Lourdes, donna brutta e sciatta, per giunta arrivista e meschina, insomma la personificazione di tutto cio’ che non vorremmo mai essere: e’ lampante che in questa cattivissima commedia non si salva nessuno, neppure il pubblico.
Una storia ben congegnata, dove non mancano le citazioni e i rimandi cinematografici da La notte dei morti viventi a Hitchcok, ma il fascino maggiore sta nel coraggio di aver portato all’estreme conseguenze, senza la paura di cadere in un divertito horror, l’apologo contro il consumismo e l’omologazione ai modelli imposti dai media che avvicina il lavoro di Alex de la Iglesia piu’ al grottesco meschino di Marco Ferreri che a quello grandioso di Bunuel.
Liberatorio.

Auguri ad Ornella Muti

Ornella muti

Ornella Muti, al secolo Francesca Rivelli è nata a Roma nel 1955.
Star molto popolare ed anche unica diva da esportazione negli anni ‘80, quando ebbe una parte nel flop hollywoodiano Flash Gordon, l’attrice deve il suo successo piu’ alla sua indubbia bellezza che alle su capacita’ attoriali, anche se nel suo curriculum non mancano lavori firmati da registi del calibro di Damiano Damiani: La sposa piu’ bella il film del 1970 che la lancio’ a soli 15 anni, Mario Monicelli (Romanzo popolare del 1974) e soprattutto Marco Ferreri che la volle per L’ultima donna nel 1976, Storie di ordinaria follia nel 1981 e Il futuro è donna nel 1984.
La fama le arride soprattutto nelle commedie di Castellano e Pipolo accanto ad Adriano Celentano: Il bisbetico domato e Innamorato pazzo rispettivamente del 1980 e del 1981.
Attualmente e’ sugli schermi accanto ad Asia Argento in Ingannevole e’ il cuore piu’ di ogni cosa.

Filmografia completa

In the cut

Ho sempre pensato che Jane Campion fosse sopravvalutata: non ho visto Lezioni di piano
ma ricordo perfettamente che ai tempi Vieri Razzini presentava una
retrospettiva su Marco Ferreri con interviste all’autore e ricordo che
il grande vecchio liquido’ la nuova fulgida stella nascente della
cinematografia australiana dicendo che quei tramonti spettacolari li
sapevano fermare anche i fotografi amatoriali grazie ad un banale
filtro e che ormai la gente si faceva incantare dalla teoretica del
“carino”.


Inthecut-04


In the cut sono andata a vederlo perche’ ho la tradizione di propiziare l’anno vedendo un film erotico con la mia migliore amica.
Il thriller erotico del momento si e’ dimostrato uno dei peggiori
thriller della storia e contiene la scene piu’ antierotica che
abbia mai visto: una ballerina di lap dance intenta a lavare il palo
con un detersivo spray dopo lo spettacolo!
Nebulosamente penso di aver capito che il film sia il percorso di una
donna (una Meg Ryan del tutto fuori parte) che attraverso il sesso
giunge all’amore: quest’originalissima storia viene rappresentata dall’
atteggiamento languido delle protagoniste, degno di una diva del muto:
svenevolezza e labbruzzi protesi e poi attraverso l’immaginario
erotico femminile piu’ arcaico: voyerismo, sesso orale, la necessita’
di esser coccolate, il tentato stupro il tutto inserito in un
paesaggio altrettanto vetero simbolico: il bosco, la spazzatura, eros e
thanatos rappresentati da corone funebri che passano sullo sfondo
alternati a visioni fugaci di abiti da sposa.
Il nuovo Marlon Brando, l’attore Mark Ruffalo, e’ abbastanza calato nel
ruolo ambiguo che gli spetta, peccato che l’abbiano conciato come il
sosia di Burt Reynolds negli anni 70: petto moquettato e baffo
spiovente, sempre per la serie il nuovo immaginario erotico femminile
aggiornato.
Se il lato erotico e’ risibile, peggio ancora l’aspetto thriller del
film, indizi lampanti che non vengono mai colti altrimenti il film
sarebbe gia’ finito, la protagonista che all’inizio tiene sulla porta
il detective di polizia per ore mentre accerta la sua identita’ con la
centrale e per il resto del film si tira in casa o va per boschi con
tutti i possibili sospetti: il vero film comico di Natale, alla faccia
di Boldi e De Sica!