Mad Max – Fury Road

Madmaxfuryroad Nel suo peregrinare in un mondo sempre più disastrato e impoverito, Mad Max finisce alla Cittadella, dove Immortam Joe un vecchio dittatore, governa il popolo razionando l’acqua, possiede un esercito di giovani deformi a causa delle radiazioni atomiche che si sacrificano in nome di un delirio religioso ma soprattutto ha un harem di mogli bellissime e sane con cui vuole migliorare la razza. Furiosa, una delle “imperatrici” di Joe, rapita da piccola da una tribù di sole donne, cerca di tornare al suo luogo d’origine portando con sé le favorite dell’harem per restituire loro la libertà..

George Miller riprende in mano il suo eroe e lo adegua ai tempi gonfiando il tutto: veicoli più fantasmagorici, più inseguimenti, più esplosioni.
Nonostante l’accentuazione degli aspetti fumettistici Fury Road rimane fedele all’estetica tribal-punk inventata dal regista: che cos’è l’immaginifica chitarra sputafuoco con il suo apparato di autoparlanti e tamburi, se non la versione punk delle bande militari che accompagnavano gli eserciti in guerra?
Lo snodo più originale della vicenda non è tanto la presenza di donne guerriere come Furiosa, che resta comunque un bellissimo personaggio o la tribù matriarcale delle Vuvalini: l’idea delle donne come portatrici di un modello di vita più naturale che salvaguarda la natura e la sua biodiversità è piuttosto scontata.
Innovativa è l’idea che non esiste un luogo migliore da raggiungere dove ricostruirsi una vita (il “Luogo Verde” dell’infanzia di Furiosa è stato devastato dai cambiamenti climatici) ma che solo salvaguardando il posto in cui si vive dalla corruzione e dalla sopraffazione si può trovare una redenzione. E’ l’intuizione di Mad Max che però nella sua follia sempre più allucinata dai ricordi continua a vagare senza meta.

The Hateful Height ***70mm***

Il cacciatore di taglie John Ruth, detto “Il Boia” sta portando la fuorilegge Daisy Domergue a Red Rock per farla impiccare quando è costretto a far salire sulla diligenza che ha noleggiato due passeggeri indesiderati: prima il cacciatore di taglie di colore Marquis Warren e poi il sudista Chris Mannix.
Una tempesta di neve costringe il gruppo a fermarsi all’emporio di Minnie, qui incontreranno altri tre viaggiatori anche loro bloccati dalla bufera, stranamente però mancano i titolari dell’emporio Minnie e Sweet Dave, sostituiti da un messicano..

Thehatefulheight

L’ottavo (?) film di Quentin Tarantino segna un cambio di passo rispetto agli ultimi due lavori: la rilettura della storia si fa più fedele come testimoniato anche dal mezzo con cui il regista ha girato il film, l’Ultra Panavision 70 mm, che con il leggero tremolare dell’immagine trasporta subito lo spettatore in una dimensione antica di fruizione dello spettacolo. Io mi sono commossa anche alla scritta intervallo, dato il nervoso che mi procura lo stacco improvviso nelle multisale contemporanee dove ti strappano dall’immersione filmica a metà di una frase, accecandoti brutalmente per offrirti bibite e popcorn.
L’intervallo è durato esattamente dodici minuti, circa quel quarto d’ora a cui allude la voce off alla ripresa dello spettacolo. L’intervallo non è solo un tributo alle vecchie pellicole ma una vera e propria cesura tra le due parti del film: la prima introduce con molta calma ambientazioni e personaggi, siamo nel Wyoming, pochi giorni prima di Natale, un Cristo semi sepolto dalla neve segna l’arrivo a una stazione di posta “dimenticata da dio”, una baracca di legno che diventerà il luogo dove si sveleranno le vere identità dei vari personaggi e si pareggeranno diversi conti in un inesorabile gioco al massacro, a cominciare da quello tra il Maggiore Warren, nordista di colore e il generale sudista Sanford Smithers: sono passati pochi anni dalla guerra civile americana e gli animi non sono ancora assopiti. Ma si assopiranno mai gli animi di quest’America costruita sulla violenza e sull’odio che celebra un’improbabile amicizia sulle parole di una lettera (fasulla?) di Abramo Lincoln letta sotto il cadavere di una donna impiccata? A proposito, la prima donna impiccata in America è Mary Surratt, presunta complice dell’omicidio di Lincoln la cui storia è stata raccontata da Robert Redford in The Conspirator.
A lasciarmi un po’ perplessa è stato proprio il finale con la strana amicizia tra i due sopravvissuti prima acerrimi rivali: dato che il tema dello scontro razziale è tornato dominante negli USA mi sarei aspettata un ultimo conflitto a fuoco ma forse quella risata in faccia alla morte è ancora più cinica e inquietante di una sparatoria.
JohnDaisy Alla prima parte molto parlata si oppone la seconda dove la violenza splatter, che era totalmente assente nel primo tempo diventa dominante e Tarantino ci riconduce nel mondo granduignolesco che ben gli compete. La sinfonia mortifera di Ennio Morricone e l’improvviso vortice di morti violenti virano d’horror un film molto parlato, affabulatorio (e il regista è talmente bravo ad incantarci, anche sulla fiducia, che dimentichiamo alcune nozioni che dovremmo ben conoscere anche prima di entrare in sala o che ci mette sotto il naso nei titoli di testa). Mi riferisco all’horror perché tra le suggestioni filmiche che gli hanno inspirato The Hateful height, Tarantino cita La Cosa di John Carpenter che ha per protagonista Ken Russell e allora sarei proprio curiosa di sapere se nella versione originale il generale Smithers dice letteralmente a John Ruth “tu sei una jena” riferendosi al primo film di Tarantino o se gli da del serpente, omaggiando Jena (Snake) Plissken.

Dio esiste e vive a Bruxelles

Dioesisteeviveabruxelles Dio è uno sciattone annoiato che vive a Bruxelles, è totalmente disinteressato alla famiglia, moglie e figlia che vivono con lui, dato che il primogenito, J.C., da tempo se n’è andato di casa. Per passare il tempo aggiorna regolarmente le regole della sfiga che affliggono il genere umano che si diverte a dileggiare. Un giorno Ea, stanca dei soprusi paterni si vendica mandando a tutte le persone un sms con la data di morte poi sull’esempio del fratello fugge di casa per scrivere il suo nuovo Nuovo Testamento.

Dio esiste e vive a Bruxelles è la prima frase pronunciata nel film e ai distributori italiani dev’essere parsa subito molto meno ingombrante del titolo originale Le tout nouveau testament.
Il film è esilarante e surreale: Bruxelles sarà anche la città più brutta del mondo, secondo il regista, ma resta sempre la capitale della patria del surrealismo e quando l’Assassino si abbraccia con la sua immagine allo specchio tutta la tradizione artistica surrealista erompe dallo schermo.
Le trovate di Jaco van Dormael sono geniali e procedono per accumulo: dal varco spaziotempo nel cestello della lavatrice, unica uscita dall’appartamento sigillato di Dio, alle reazioni più imprevedibili del genere umano nel conoscere la propria data di morte: se dovete ancora vedere la pellicola non uscite prima che siano terminati i titoli di coda perché Kevin, il giovane che filma i suoi esperimenti di dimostrare che effettivamente gli restano ancora 62 anni di vita regala l’ultima risata del film.
Film che fa ridere a crepapelle ma che sa anche essere poetico (il sogno di Aurelie) toccante e commovente nel narrare le storie dei sei apostoli che Ea si è scelta e il suo nuovo testamento 2.0 non è un corollario di regole di vita ma il racconto delle vite dei suoi apostoli raccolte da Victor, evangelista barbone che ha decisamente qualche problema con la grammatica. Alle fragilità dei suoi apostoli Ea risponde con l’ascolto e regala il coraggio di essere sè stessi seguendo la propria musica interiore (a proposito anche la sound track è notevole).
Al suo quinto lungometraggio il regista belga sembra ispirarsi al mondo di Jean-Pierre Jeunet nel raccontare in maniera molto colorata con uno stile pop-up le vicende dei suoi bizzarri protagonisti.
Forse il film si perde un po’ nella conclusione, nonostante il colpo di scena inatteso ma si perdona qualsiasi cosa a un film di rara comicità talmente intelligente che a circa tre mesi dall’uscita in sala non ha suscitato nessuna polemica nonostante giochi con la figura di dio.

Creed – Nato per combattere

Adonis Johnson passa da un riformatorio all’altro fino a quando lo lo ritrova Mary Anne Creed, la vedova di Apollo che gli rivela di essere il figlio (illegittimo) del grande pugile. Mary Anne prende con sé il ragazzo e gli offre una vita agiata ma dentro Donnie prevale l’amore per la boxe e abbandonato un lavoro di successo, si trasferisce a Filadelfia per cercare Rocky e farsi allenare da lui..


Creed

Rocky 7 come Star Wars 7 e non è solo il numero degli episodi ad accomunare le due pellicole campioni d’incasso degli ultimi mesi. Gli spin-off delle due saghe hanno il medesimo impianto: creare un legame, un passaggio di consegne tra i vecchi e i nuovi eroi, in questo riesce meglio Creed dove i raccordi con i film precedenti sono precisi con la chicca del risultato dell’incontro segreto tra Rocky e Apollo rimasto sconosciuto fino ad ora.
Per questo film Sylvester Stallone ha vinto un Golden Globe, meritato visto come riesce a tratteggiare un malinconico ritratto del vecchio protagonista: Rocky è un uomo oramai solo che non ha nemmeno più voglia di vivere quando si ritrova coinvolto suo malgrado nel desiderio di emergere di Donnie. Paradossalmente è proprio il protagonista il punto debole del film: troppo perfettino, preciso nella sua storia d’amore e nel legame che costruisce con Rocky: la grinta che sfodera sul ring non trova corrispondenza nella sua vicenda privata che pure occupa gran parte del film.

Non essere cattivo

Nonesserecattivo Ostia 1995: le vicende di Vittorio e Cesare, amici fraterni cresciuti nella noia e nella disperazione dell’hinterland romano tra sballo e i soldi facili dello spaccio e dei furti e i tentativi più o meno riusciti di mettere la testa a posto.

Opera postuma di Claudio Caligari, Non essere cattivo è il film che l’Italia aveva proposto alla selezione degli Oscar 2016 per il film straniero e come è risaputo la pellicola non è riuscita a entrare nella cinquina. Un vero peccato perché il film ha la capacità di attaccarsi allo spettatore e farsi ricordare, con la stessa foga di vita che troviamo nei suoi protagonisti, per altro interpretati magistralmente: Alessandro Borghi, Vittorio, è tra i protagonisti di Suburra dove interpreta Numero 8, il killer ostiense che da inizio a tutta la faida.
Se si muovono spesso critiche a film o serie come Romanzo Criminale, Gomorra perché rendono epica la vita dei malavitosi,va riconosciuto a Non essere cattivo il merito di raccontare con un afflato pasolinano le storie della più bassa manovalanza della malavita organizzata e anche del lavoro onesto, perché per certe vite ai margini non c’è speranza come dimostra il finale aperto sul sorriso del neonato figlio di Cesare quando ti sovviene che quel bimbo avrà vent’anni del 2015, durante la peggior crisi economica del dopoguerra.

Sherlock – L’abominevole sposa

Sherlock L’episodio speciale della serie Sherlock, rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes, trasporta gli amatissimi protagonisti, Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, nel periodo vittoriano in cui agì l’acutissimo detective e il suo scrittore, Arthur Conan Doyle.
Sherlock e il fido Watson sono alle prese con il caso dell’abominevole sposa: una donna, Emelia Ricoletti, suicidatasi in pubblico che però torna dalla tomba prima per uccidere il marito poi per compiere altri inspiegabili delitti.
Non solo l’ambientazione rievoca fedelmente l’epoca vittoriana, come spiega Steven Moffat nell’introduzione alla puntata, ma anche il tema scelto ha le precise connotazioni gotiche di un racconto vittoriano sospeso tra suggestioni sovrannaturali e spiegazioni logiche, un revival vittoriano che abbiamo già avuto modo di incontrare qualche mese fa nella pellicola di Guillermo del Toro, Crimson Peak.
L’episodio inizia riproponendo l’incontro tra Sherlock (sociopatico come sempre) e John e la loro decisione di condividere l’appartamento al 221B di Baker Street, ma questo non significa che l’episodio sia completamente estraneo al punto in cui è arrivata la serie televisiva: la scoperta che l’acerrimo nemico di Sherlock, Moriarty non è realmente morto e lo speciale cinematografico riserva delle sorprese di loop temporale che non sono nuove allo stile di Moffat, autore anche del nuovo Doctor Who.
Ovviamente è un’opera pensata per un pubblico preciso, che conosce la serie ma comprensibile anche a chi fosse stato completamente digiuno di Sherlock, di certo colpisce vedere in provincia una sala strapiena al secondo giorno di programmazione (per giunta un mercoledì!) di un prodotto di nicchia.

Il ponte delle spie

La cattura di una spia russa a New York nel 1957 getta gli Stati Uniti nell’isteria collettiva ma per garantire che il giusto processo a Rudolf Abel, la difesa viene affidata a James Donovan, un avvocato di punta di un grosso studio legale. Per Donovan il processo ad Abel non è solo una facciata ma si impegna a fondo per il suo assistito mettendo a rischio l’incolumità della propria famiglia. Quando il pilota di un U 2 americano che stava fotografando il territorio russo, viene catturato: Donovan, ancora una volta suo malgrado, diventa il negoziatore dello scambio tra le due spie ma proprio in quei giorni a Berlino Est si costruisce il muro e un giovane studente americano finisce nelle prigioni della DDR..

Pontedellespie

La prima inquadratura del film mostra il flemmatico Abel intento a dipingere il proprio autoritratto con l’ausilio di uno specchio: vediamo l’uomo di spalle e abbiamo di fronte le due rappresentazioni, così diverse tra loro. In questa inquadratura c’è tutto il significato del film: la doppia vita della spia, di chi la gestisce, di chi la deve condannare ma non troppo per poi avere in mano qualcosa da proporre in un possibile scambio. C’è la difficoltà della mediazione, della diplomazia che si nasconde dietro una sua teatralità.
C’è anche il registro stilistico della pellicola che dietro una perfetta rievocazione d’epoca parla del nostro presente, un film che sembra hitchcockiano ma in realtà è fordiano: l’uomo solo, sicuro di quanto ritiene giusto pronto a battersi per ciò in cui crede anche a costo di andare contro i propri interessi e la luce quasi divina che inonda le aule di tribunale deriva da Il giudice un film del 1934 di John Ford. Anche a quella luce viene dato un valore ambiguo nel film: se nella prima parte illumina Donovan nei momenti in cui esprime i suoi alti ideali, la ritroviamo anche a Berlino nello studio dell’avvocato doppiogiochista Vogel, perché anche lo strumento più nobile in tempi loschi si presta a usi pessimi.
Un’altra immagine che mi ha molto colpita è quella di Donovan sulla metropolitana mentre tutti stanno leggendo in prima pagina dei suoi tentativi per ricorrere in appello per conto di Abel e improvvisamente la gente inizia a riconoscerlo e a mostrargli il suo disappunto, questa scena mi è parsa una perfetta rappresentazione dei social media dove ogni notizia diventa l’occasione per esprimere il proprio disappunto senza mai riflettere o ragionare. Ancora una volta è l’uomo solo, che non ha neppure scelto quella situazione ma ci si è trovato per caso, a dover far affidamento sulle proprie convinzioni ed andare avanti, senza badare agli altri come dice espressamente Donovan al pilota Powers che dopo la prigionia russa si trova a dover affrontare il disprezzo dei suoi connazionali.
Pur così odiato, Powers va salvato per quello che potrebbe rivelare mentre lo studente Frederic Pryor, che ha avuto la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata del muro è una pedina sacrificabile ma non per Donovan che nella sua umanità riconosce il valore di ogni singola vita.
Il finale è un’ po’ appesantito dalla retorica dell’antiretorica con il rientro a casa e nella normalità dell’eroe per caso ma la pellicola riesce a instillare una lezione morale e a divertire al contempo.

Carol

New York 1952, nella confusione di un grande magazzino si incrociano gli sguardi di Carol, elegante donna borghese sul punto di separarsi dal marito e Therese, una ragazza poco più che ventenne che lavora come commessa anche se sogna di fare la fotografa. Basta uno sguardo per riconoscersi, un paio di guanti dimenticati (apposta?) come scusa per un incontro e poi sarà quel che sarà: come dice Carol all’amica complice non ha mai programmato nulla in vita sua e stavolta quello che trova sembra essere l’amore della vita ma il marito usa il coraggio della donna che non gli ha mai nascosto la propria natura lesbica per cercare di toglierle la figlia…

Carol

Il film si inserisce nel filone di rilettura del melodramma classico che Haynes ha costruito con Lontano dal paradiso e la miniserie Mildred Pierce ma Carol non è una pellicola speculare a Lontano dal Paradiso dove era una donna a scoprire l’omosessualità del marito: il regista supera il tributo, la rivisitazione del melò classico per costruire un’opera dove ogni inquadratura sembra richiamare il mood del periodo storico: la vicenda si conclude oltre un anno dopo e Therese che ha finalmente ha trovato la sua strada, sfoggia l’acconciatura di Audrey Hepburn in Vacanze Romane che fu un must dopo l’uscita del film. Non solo i riferimenti storici sono ineccepibili ma ci sono anche tantissimi altri riferimenti, ad esempio in un momento del primo passaggio in auto il volto di Carol si trasforma quasi in quello di Autoritratto nella Bugatti verde, il quadro più famoso di Tamara De Lempicka, artista bisex molto amata dal mondo lesbo.
In un cinema Therese e i suoi amici “bohemiens” sbirciano alcune scene de Il viale del Tramonto e Cate Blanchett ha lo stesso sguardo ferino di Norma Desmond e la sua stessa caparbietà nel non volere rinunciare a nulla della sua vita: maternità e orientamento sessuale, cosa che se non è ancora facilissima oggi, figuriamoci nell’America perbenista degli anni ’50.
Insomma Carol è un film perfetto anche troppo per i miei gusti, per i quali è un po’ troppo freddo, celebrale e troppo pensato: costruito per vincere e stasera alla premiazione dei Golden Globe potremmo avere la prima conferma di una strada spianata per gli Oscar.

Star Wars Il risveglio della Forza

Starwarsilrisvegliodellaforza Trent’anni dopo la sconfitta dell’Impero Galattico, la Repubblica vacilla sotto la spinta del Nuovo Ordine che tenta nuovamente di riprendere il potere con il lato oscuro della Forza. A guidare la Resistenza c’è Leia Organa, alla ricerca del fratello, Luke Skywalker scomparso da tempo, dopo che uno dei suoi migliori allievi ha ceduto al lato oscuro..

La visione dell’anteprima di Star Wars dimostra quanto questa saga sia entrata nell’immaginario collettivo: essendo il sequel della prima saga avrebbe dovuto attirare prevalentemente un pubblico di cinquantenni invece le sale sono piene di un pubblico eterogeneo che durante la visione si mette ad applaudire alla comparsa sullo schermo di ogni protagonista della vecchia serie, a partire dal Millenium Falcon per finire con C3P0 e R2D2. Gli applausi a scena aperta sono un fenomeno piuttosto raro al cinema, almeno di questi tempi, quindi nel pubblico c’è la soddisfazione di ritrovare un mondo intatto di essere tornati a casa, come dice la prima battuta di Han Solo. Questo è lo spirito giusto per vedere Il risveglio della forza, almeno per questi primi giorni: l’idea di partecipare a un happening gioioso punteggiato dalla luce delle spade laser dei fan più sfegatati.

Spadelaser arcadia

Che ad alimentare il mito della saga abbia contribuito l’oculato spirito imprenditoriale di George Lucas è ovvio: più che al ciclo del prequel, la fama di Guerre Stellari si deve probabilmente alla riedizione dei tardi anni ’90 che precedette l’uscita della saga di Anakin, l’internalizzazione della comunicazione grazie ad internet ha inoltre fatto sì che i protagonisti abbiano recuperato i nomi originali senza suscitare nessun problema, quindi addio alla Principessa Leila, a Jan Solo e C1-P8.
Venendo al film per quel poco che si può dire senza fare spoiler, è un classico film in stile J.J.Abrams che ancora una volta come per Star Trek o Super 8, dimostra la sua capacità di rielaborare i temi fondamentali della pellicola ispiratrice e presentarli in una veste nuova che non intacchi, casomai rafforzi il fascino dell’opera precedente. L’incipit del film richiama, per specularità, il terzo episodio, La vendetta dei Sith: se allora la repubblica moriva in uno scroscio d’applausi, qui è la ribellione di un singolo, del più umile degli strormtrooper a mettere in moto una serie di eventi che riporterà appunto, al risveglio della Forza.

Il mio vicino Totoro

Totoro Tonari no Totoro
Giappone 1988
regia di Hayao Miyazaki

Satsuki e May si trasferiscono con il padre in una casa di campagna, per essere più vicini alla madre ricoverata in ospedale. La casa ha la fama di essere abitata dai fantasmi e le due bambine faranno amicizia con alcune creature magiche, soprattutto con Totoro un’enorme troll che vive in un maestoso albero di canfora..

Due giorni, ieri e oggi, per rivedere sul grande schermo uno dei capolavori di Hayao Miyazaki, il cui sonnacchioso protagonista è divenuto simbolo dello Studio Ghibli.
Come sempre il maestro dell’animazione giapponese racconta un’infanzia e una una preadolescenza che deve scontrarsi con le difficoltà della vita, in questo caso la madre malata che si aggrava e non può essere dimessa seppure temporaneamente come preventivato.
Nekobus Ad aiutare Satsuki e May è la capacità di relazionarsi con la meraviglia della natura che permette loro di fondere sogno e realtà incontrando figure magiche come Totoro e i suoi piccoli amici e salire a bordo del fantamagorico gattobus (nekobus) che ha il sorriso del gatto del Cheshire, citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie come il ruzzolone di May nel buco che la porta alla tana del pigro Totoro.
La famosa scena alla fermata dell’autobus in cui le ragazzine prestano l’ombrello a Totoro è giustamente famosissima ma quello che mi ha colpito di più è la capacità di Miyazaki di rendere omaggio alla natura mostrandone la maestosità ma lasciandone intuire anche tutta la potenza creando veri momenti di timor panico, come quando tira il vento che fa volar via la legna raccolta da Satsuki.