L’aria salata

Lariasalata Fabio e’ cresciuto con la madre e la sorella, dopo la laurea ha iniziato a lavorare come educatore in un carcere romano, e un giorno, in un detenuto appena trasferito ritrova il padre che non vedeva dall’infanzia, dopo che la famiglia si era sfasciata per l’omicidio commesso dall’uomo..

Accennavo, a proposito di Saturno contro dell’incapacita’ del cinema italiano di approfondire coraggiosamente un tema drammatico, non e’ certo il caso dell’opera prima di Alessandro Angelini di che analizza accuratamente il rapporto tra un padre assente perche’ carcerato per omicidio e un figlio segnato da questa mancanza e che forse fa l’educatore in carcere proprio nella nascosta speranza di rincontrare un giorno quel padre con cui i rapporti si sono interrotti da tempo.
Non e’ facile ricostruire un rapporto su cui si sono affastellati anni di rancori e presunte colpe, ma entrambi i protagonisti hanno voglia di tentare anche se dovranno scontrarsi con la disapprovazione degli altri, in particolare della sorella di Fabio che rifiuta ogni contatto col padre, ma soprattutto ci sara’ lo scontro inevitabile con la drammatica realta’ delle regole del carcere.
Dolore e durezza mai urlati (altra novita’ per il nostro cinema) ma raccontati attraverso silenzi, campi lunghi e colori freddi; inaspettatamente l’uso di colori piu’ caldi (il giallo) solo all’interno del carcere: quale altra casa per un uomo che ha trascorso piu’ di vent’anni di galera senza mai un permesso?
L’esordiente regista si rivela anche un buon direttore di attori ottenendo buoni risultati da Pasotti ma soprattutto avvalendosi dell’ottima intepretazione di Giorgio Colangeli nel ruolo del padre galeotto

Saturno contro

Saturnocontro

Il lavoro di Ozpetek avrebbe un potenziale interessante ma l’eccessiva frammentarietà della trama sfilaccia una pellicola che offre alcuni momenti di confronto con la morte davvero commoventi, in particolare la ragazza che esterna il suo dolore al telefonino in una lingua straniera, il dialogo tra il personaggio di Ambra Angiolini, Roberta, e la strepitosa infermiera Milena Vukotic e soprattutto la scena in cui Roberta rimane silenziosamente indietro mentre il gruppo raggiunge l’obitorio. Si è parlato della ex lolita televisiva Ambra Angiolini come di una rivelazione, ed in effetti l’attrice (?) si è impegnata e se l’è cavata bene, ma bisogna anche ammettere che il suo ruolo era il meglio costruito, in grado di uscire dai soliti stereotipi che affossano il film e il pensiero non può non andare alla coppia di coniugi in crisi per i cui ruoli sono stati chiamati i massimi esperti del settore: la cornuta per eccellenza del cinema italiano, Margherita Buy e il sempre isterico Accorsi.
I difetti che si possono imputare a questo film sono sempre i soliti che affliggono il cinema italiano: la mancanza di coraggio di affondare nel dramma o comunque di approfondire un tema e il voler restare sempre nel dolce amaro, con il classico finale ottimista della vita che continua da cui non si esimeva neppure La stanza del figlio di Moretti.
Una nota sull’intellingenza sopraffina del pubblico italiano: che palle sentire ancora le risatine di contorno a due uomini che si baciano sul grande schermo e un coro di “Pina! Pina!” ogni volta che appare Milena Vukotic!